La morra cinese

Mi ritrovai, solo, nella notte, a guardare l’universo.
Era una città distrutta, dove i cani girovagavano in cerca di cadaveri e i gatti miagolavano drammaticamente. Mozziconi di colonne mostravano la nudità degli interni, sventrati, e la luna minacciosa la si scorgeva dai tetti sfondati, un colpo di grazia alla tempia della vittima.
Un’erba verde con fiori viola a pennacchio spuntava vigorosa dalle macerie. Rumori, quasi di pendolo, rompevano l’assenza, ma erano calcinacci che franavano in basso trovando, finalmente, pace. Ombre grigiastre si allungavano sugli spazi deserti, tentate carezze.
Attònito pensai, per un tempo indefinito, d’aver attraversato una porta temporale, d’essere caduto in un imbuto d’assoluta stoltezza. Mi toccai il petto, sentii il cuore, scorsi le dita nelle mie mani aperte, udii il silenzio dell’Urlo di Munch.

Mi toccai il petto, sentii il cuore, scorsi le dita nelle mie mani aperte, udii il silenzio dell’Urlo di Munch.

Di certo no, non registravo il mondo altrove, ma qui. Di certo sì, era un’escrescenza metafisica, un concentrato di fratture e solitudini dove la paura dipingeva le sue tele.
Solitamente percepivo al mio fianco presenze angeliche. Assorte, compassionevoli, a volte ironiche: testimoni, appunto, del mio viaggio. Però non ora. Come scomparsi nel polverone biancastro che la luce della luna a fatica attraversava, i due compagni non c’erano più. In cambio mi pareva d’essere più greve, d’aver assunto, con un dolore profondo, da infarto, la loro natura.
Angelo, io! Ma via! Per quale ragione attraversavo, attraversato, quest’apocalisse minore, senza strappi rutilanti o urla laceranti?

Angelo, io! Ma via! Per quale ragione attraversavo, attraversato, quest’apocalisse minore, senza strappi rutilanti o urla laceranti?

Avanti a me non s’intravedeva un orizzonte ma la ripetizione seriale, quasi un gioco di specchi all’infinito.
Pensavo: “L’universo è un enorme disastro, un’allucinata corsa verso la caduta”. E tutto pareva contrastasse la testarda ricerca di un senso positivo che scienziati, uomini di religione, statisti, educatori, come petulanti formiche portavano avanti.
“Conosco brandelli di questa realtà”, mi dicevo. “Riaffiorano alla mia mente come squarci di visione e il chiocciolìo è colonna sonora, un lamento prolungato, monòdico…”.
Pur restando fermo m’accorgevo che i mucchi di macerie, i crateri, mi sfilavano a lato, assenti come tabelloni pubblicitari, macchie che si trastullavano lungo un percorso che non pare avere fine.

Balzano i gatti da un monticciolo di mattoni a un groviglio di travi in ferro e di essi scorgo soltanto gli occhi, universali, occhi di vittime sparse sul pianeta. Nessuno grida. La donna, dal volto stupito, giace con le braccia spalancate, una ferita che le deturpa il cranio, i capelli incollati dal sangue, raggrumato. Un bambino, rannicchiato, un cencio senza movimento. L’annusa un cane, ma non osa mordere. Gira attorno al corpo, agitando la coda. Pare che il bimbo sia, in qualche modo, protetto.
Percepisco flussi di emozioni. Quasi le scorgo. Lenzuola fluorescenti traversano, oblique, la strada e un lieve vento secco agita per un poco i fogli d’un calendario, rimasto appeso alla parete sopravvissuta al crollo. E, come in un film muto, continuo a scorgere la città che mi viene incontro. Qua un’automobile arrugginita, senza vetri e con le gomme a terra; là una bicicletta, indenne, con un ultimo movimento della ruota posteriore.
Retta è la via, perpendicolare l’orizzonte e la luna è un foro giallastro, un bottone da Pierrot. Paralleli alla strada centrale, che pare il negativo d’una foto in bianco e nero, giacciono binari di tram che non si vedono, come giocattoli smessi, espulsi dagli affetti.
Solo mi sento, gravato d’una consapevolezza lucida, che non riesce a sfocare le immagini né a creare inganni, sollievo, a volte, sull’enorme grumo di dolore, dal quale emana un odore dolciastro, forte, da prenderti alla gola.
Non sono a Berlino, non sono a Baghdad. Il cielo è una coperta militare. Assorbo i lamenti della Città Distrutta. Lamenti che si ramificano, come penitenti di Dante, e spargono i noduti prolungamenti fuori dai tombini.
Grazia chiedono, cancellazione dei torti. Per gli innocenti, la chiedono, che sono tanti, in una città.

Grazia chiedono, cancellazione dei torti. Per gli innocenti, la chiedono, che sono tanti, in una città.

E i viali, le case, le piazze, nulla hanno da rimproverarsi. Perché, allora?
Il mio essere soma di angeli non mi dà sollievo.
Paiono, i testimoni, lavarsene le mani, oppure mettermi alla prova, quasi a dire: “Senti sulla tua pelle la sofferenza impotente, quella che nasce da uno sguardo limpido a cui è impedito di intervenire. Vedi ciò che è, ciò che sarà. Assisti, inabile nell’azione, allo scontro tra la bomba che cade e la casa che dorme. Disìntegrati anche tu nelle schegge di vita, e storia, e affetti, che si disperdono all’intorno. Sii umano in modo angelico ed angelo in tensione umana”.
Le certezze, le griglie di riferimento, i valori che danno tinta alle azioni, tutto si confonde nel polverone di calce che s’alza dal repentino crollare d’una casa.
Giallastra, credo, è la luce del lampione al centro della piazza. Sembra un lume da tomba, una crosta che copre l’orbita ferita. Eppure lì s’annida una scintilla di vita, residua, stentata, nonostante l’evidenza della distruzione. Il lampione non ha consapevolezza. Come un buon artigiano del tempo antico fa il suo mestiere e non si cura del resto. Di certo gli immobili dovrebbero rimanere in piedi, i tram correre sulle rotaie, gli uomini camminare sui marciapiedi e le stelle brillare nei cieli. Se così non è, perché il lampione, coscienza estetica e rassicurante della piazza, dovrebbe abbandonare il suo posto e il suo compito? Non penetra nel globo di vetro il dubbio disastroso. Solo gechi bianchi si aggirano a ridosso della luce.
Un faro, in questo ambiente senza prospettive?
Mi pare e non mi pare. Le ondate di ruderi bloccati non ricordano il mare procelloso. Hanno qualcosa di ambiguo, quasi sogni d’oltre Orco, dove le voci cessano e gli abbracci si avvinghiano al nulla. Vecchie figure, archetipi di cadute, al tocco offrono il morbido della saturnità, ginocchia tonde di Cronos, frasi che si sciolgono nel mormorìo.
E tutto diviene cantilena, nenia di lutto, senza pira, senza eroe.

Nuvole d’incendi lontani, lamentatrici aspre, striano un cielo basso, poco sopra i palazzi pubblici. I mascheroni apposti sui frontoni paiono spiazzati. Il loro sorriso fisso è più che mai vuoto. Si percepisce che dietro è crollata l’istituzione, con i rituali e le divise che le fanno corollario. La parola che fino ad allora era stata posta al di sopra d’ogni giudizio rotola per gli scalini e fatica a confrontarsi con le consorelle dei discorsi comuni.
Come appare inutile la Biblioteca, che raccoglieva memorie, tomi su tomi per la gloria dei roditori! Impudiche le pagine strappate, al pari delle ossa sconnesse nei cimiteri violati. La forma delle parole e delle frasi che si illuminavano alla lettura, quasi lucciole in amore, sono segni d’un senso estraneo, di scarabei stercorari, forse. Che vogliono dire “amore” e, dopo, “casa”, oppure, nel cuore del libro bruciacchiato, “amicizia”? Farfalle notturne, i fogli svolano e mi sfiorano le guance. M’ingrigia i capelli la cenere che il volo semina.
Oltre le parole scritte, dove i corpi non ci sono più, che altro può attenderci?
Insegne appese al vuoto: Macelleria Equina.
E dopo?
L’ippocastano, eretto, verde e fronzuto, occupa il lato destro della strada. Le sue radici hanno continuato a camminare, hanno divelto, in parte, le lastre del marciapiede. Frutti e semi giacciono all’intorno. L’ippocastano è onesto. La sua coscienza vegetale è in pace con se stessa. Ha provveduto alla continuità della specie, come le erbe col pennacchio viola che già incontrasti orgogliose sulle macerie.
Continua a scorrermi sotto e attraverso il paesaggio.
Ora è una scarpa, da donna, nera, col tacco alto appuntito. La sua compagna è scomparsa, come quella di Cenerentola.
Ora un cappello, nastrato, da uomo, con la piega al centro ben marcata. L’ondata d’urto lo ha fatto rotolare lontano dalla testa ch’esso copriva. Dove sarà la testa? E il corpo? A calcinare, in una fraterna e democratica desolazione, con tutte le frammentate realtà mute che compongono lo scompiglio.

Di fronte a me un arco in pietra. Fu elevato per esaltare le gesta militari. Loro morirono, noi vincemmo. Si è rotta la lapide in marmo, sovrastante, con la scritta in latino che pare il gracchiare di un corvo.
Anche l’arco mi supera, celluloide colorata, e m’avvia a una piazza, dove il Presidente parlava di patria, i sindacalisti di diritti dei lavoratori, i politici di programmi economici. Ci deve essere anche una giostra, sull’estrema sinistra. V’è rimasta una carrozza da fiaba, vuota come una tazza vuota. Si individuano fiori dipinti in rossa cornice, una rosa al centro, con il suo gambo spinoso, cicatrice. Non un suono, nemmeno un cigolìo. La piazza pare l’occhio guercio di Polifemo.
Chi ti ridusse così?
Nessuno!
La nuova ermetica presenza: nessuno.
Ma un manifesto rimasto illeso su un frantumo di muro, ammonisce ancora: «Taci, il nemico ti ascolta!»
Dov’è il nemico, ora? Che volto ha, che lingua parla?
Nessuno!
E la poltrona del barbiere ruota lentamente e mostra il suo volto, riflesso dallo specchio.
Che succede, amico?
La corrida è terminata. Il matador s’è comportato con onore ma è stato incornato. Il toro era valiente ma lo trascinarono via per la coda. Pure le mosche sul sangue sono scomparse.
Nessuno.
Il gallo cantò, rauco, sotto un melo.
Forse altrove, in tempi diversi; quando il melo produceva frutti e ombra e il gallo razzolava pomposo come un generale alla parata.
Non qui, non ora.

La carrozza della giostra ha un lieve movimento come se qualcuno vi si nascondesse dietro. Una forma di capelli emerge, e poi un volto, pallido, di bambino.
Conosco quella creatura. Non so chi sia ma la conosco. Storia della mia storia, la sento.
Tenerezza, dubbio, curiosità formicolano nel ventre.
Il bimbo si scopre completamente da dietro i resti della giostra. Si avvicina, mi allunga la mano.
«Tu!» fa lui, con aria dolcemente stupita.
«Tu!» faccio io, riconoscendo nel bimbo il mio essere stato, un tempo, bambino. Egli è me, io sono lui, in un qualche inesplicabile modo.
Mi prende per mano, quasi foss’egli l’adulto, la guida nell’ignoto.
Lo seguo docilmente.
«Andiamo» dice, e s’incammina.

Illustrazione di Ignasi Font

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