L’ultimo giorno

Alcuni schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo a terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. È evidente che il fisiologico ritardo cerebrale tra attualità e sua percezione si stia dilatando. Il siero fa effetto più velocemente del previsto. I colleghi sono tutti sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione.
Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo. Mi chino per pulire, il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi. Saranno le luci al neon, dico.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente, sì. Nessuno sa che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Sono la miccia della catastrofe. Il mondo così come lo conosciamo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

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