Sciababàb | La lingua di Mattia Tarantino
Recensione di “Sciababàb” di Mattia Tarantino (Samuele Editore, 2026), a cura di Davide Galipò
Recensione di “Sciababàb” di Mattia Tarantino (Samuele Editore, 2026), a cura di Davide Galipò
Il quntverep è sacerdozio della regressione: si apprende disimparando. È un brancolare nell’informità vischiosa della parola, una conoscenza a tastoni. È il librarsi sull’esistenza della rondine dopo voli fallimentari. Mille voli senza approdo a nessun trespolo, mille fatali dimenticanze della parola che si voleva dire, l’unica esatta tra i miliardi di sue emule imprecise. Mille ritorni della rondine cieca al palazzo delle ombre. E poi, finalmente, eccola appollaiarsi sul ramo giusto, come per magia, o per caso, o per destino.
Un giorno rovente d’inizio estate dentro di noi giunse la nebbia: non fu un fenomeno comune subito a tutti. Il primo concittadino che vedemmo rallentare il solito passo indaffarato e dirigersi pacioso verso il Parco Grande, fissando le fronde, fu semplicemente considerato pazzo.
Non sapevo cosa aspettarmi da quel viaggio. Tutto ciò di cui mi preoccupavo era di trovare una soluzione per non mancare al lavoro. A dodici ore dalla partenza, il mio volo era stato cancellato. Nell’e-mail ricevuta la compagnia aerea sperava che le altre date proposte fossero di mio gradimento, senza offrire alcun rimborso.
La realtà non era mai stata bella quanto i disegni che la ritraevano. Il suo contributo alla loro esistenza era un’iniziale infusione di fantasia, che metteva in moto lo scorrere linfatico di mondi possibili, immaginabili; mondi inviolati da esplorazioni scientifiche guardone; mondi sognati.