Contro ogni sintesi

La tua lingua è una lingua biforcuta e noi
la faremo a striscioline la tua e il linguaggio
di tutti
ricorda che li punto cozzerà, tremerà a contatto
del punto che si chiama altro […]
e sarà il nostro moto quello
d’un atomo, universale.

Patrizia Vicinelli, È ora di spezzare questa combustione

Sotto cieli costellati di satelliti, capitali, radiofrequenze, l’isteria di massa avanza dalle terre di un pianeta che oramai frigge alle stesse temperature di una cotoletta di pollo. Chi vaneggia da decenni l’imminente fine di ogni ideologia, chi l’avvenuta fine della Storia, chi rifugge l’incedere barbaro dei moti sociali, chi ritorna al corpo, chi auto-narra le proprie vanaglorie artistiche tramite un post su qualche social, chi soccombe, chi si strangola attorno a fragili certezze categoriali, le poche intraviste in una squallida epoca spettacolare e pornografica. “Après nous, le déluge” soleva proferire Madame de Pompadour al proprio amante borbonico intuendo la prossimità del caos che sarebbe seguito alla caduta della monarchia. Ciò che tuttavia costituisce il fil rouge di questi stati percettivi intimamente contemporanei – siano essi manifestati in un testo poetico ad alta voce, sia nello spot pubblicitario di un dentifricio – è la violenza, simbolica o fisica, come veicolo dell’affermazione del proprio orizzonte artistico ed esistenziale. Continue reading “Contro ogni sintesi”

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404_ERROR_NOT_FOUND in a supermodern love story

a Mark Fisher

No one is perfect in this imperfect world.
P. Lubumba

Traffico d’organi e facili muse in seno rifatto
aspettano eroi
mentre anime bruciano ai margini della città.

Lungo crinali dove fischiano pastorali elettriche circolano dissolvenze,
vetture nostalgiche
cariche di formiche nazifasciste circolano
ebbri  anacoreti nati tra la luna e il Mcdrive
circolano sicari della cultura, circolano gioventù senegalesi
nella Provenza trobadorica, circolano
giovani e deliziose sculture in posa su Pornhub
– 50 bitcoin per la bocca e virtuali necessità –
digitali impronte macellaie nell’apice frenetico dell’antropocene
mentre aspetto preghiere, aspetto un treno regionale e incertezze
chiuso dentro banchine che sanno di epoche la cui epica bieca
impone una cieca appartenenza etnica: asettico
il mio sguardo di strabico cantore cigola, si confonde tra flussi di corpi d’azzardo
si frappone tra le visioni dei tuoi fianchi dentro specchi senza più reale, mio padre
ha visto questa terra ritirarsi, mio nonno
pose i suoi sassi ed io, disincantato
ho ceduto tutto quanto a demoni e falsari quando
alla televisione davano cornuti amplessi, ingressi clandestini, ordinari deliri ed ora
che pure i sogni sono detraibili fiscalmente, chiudo le pupille
e attendo
attendo Godzilla escatologici presso sale d’aspetto, attendo
il piromane incallito che darà fuoco a questo complesso, attendo
filastrocche al carbone dolce per istanze dilaniate ed insorte, attendo
spermatozoi ai fianchi di contrade e cosce liberate, attendo
i suoni a vuoto del desiderio immateriale, attendo
il vuoto suono dei missili sopra città orientali, attendo: sì
mi sfilo gli occhiali, Valentina dorme accanto a me, io medito e bevo
acqua del rubinetto e cuori imbottigliati in Ceres da 33 cl, distillati
ci avviciniamo distanti come elettroni bisognosi
mentre giovani molecole per il pianeta
si strappano, si riallacciano, si contaminano, si stringono
si travolgono, si muovono, si amano, si allontanano lungo continenti e polveri sottili:
Valentina dorme accanto a me e non ho doti né  simboli delinquenziali
per arrestare questo impotente divenire storico, madido, fallico, isterico;
corre lo scenario stradale mondiale, zapping tardo-moderno,
bambini strillando a Baghdad,
madri tenere per mano pargoli atomici a Beijing e ad Atene
due miccie dai capelli disfatti e creativi si avvicinano
sullo sfondo dell’Europa che brucia.

Lungo l’autostazione dei miei fantasmi morali e umani e letterari e amorali cerco parole senza filtro, un volto illuminato da una schizofrenia al plasma e una stranezza capillare muove tutto, muove isole, uffici,  palazzine, chiese, night club, boschi, social network, deserti, oceani, scuole, caserme, minareti, teatri al ritmo capillare di un allarme anti-furto, all’urto peculiare di un telefono perturbante che squilla sconosciuto nel cuore della notte e muovono notizie, icone nevrotiche, muovono compulsivi simulacri sulla nostra pelle grassa, muovono bombardamenti tra silenzi condominiali, muovono straripi di noia assordante per le corde vocali di eden abbandonati lungo i quali io e te
io e te
insieme, abbandonandoci erotici, criminali
forse ovunque in tutti i materassi del mondo che cade a pezzi
o forse per l’ultima volta, stranieri dei nostri stessi gesti.

Immagine di copertina da Labbufala News

Il teppismo di Venere

Ciononostante brillavano poche, saltuarie, ebbre stelle tra i bassifondi che sapevano di piombo fuso – tracannando arrese e Campari il ventre della malavida oscillava al ritmo di una polka contraffatta e raramente mi addormentavo, l’insonnia strillando alcolica, poesie gettate via, lacerate, bruciate tra roghi di pneumatici Goodyear, fumanti, come il tombino da cui straripavano branchi di piccoli intellettuali, giovani giovani (cit.), mentre fra il cielo e la terra ogni metafisica imputridiva, l’umano deponeva le sue armi, smarriva ogni senso nel falso sentire di preghiere avvelenate: la suburra schiattava di tanfo, immunodeficenze, sfregi, feci, lattice e gocce di mercurio che tutti i clienti del bar inghiottivano, in quel dopo-lavoro pornografico tutti quanti inghiottivano rifiuti, birre da 66 cl versate nel tam tam di accenti palermitani, pizzaioli dannati, spacciatori ammaliati, sufisti clandestini, rifugiati politici, bengalesi malinconici, segmenti di notti migranti sperimentando la paura, il piacere e tutti quei poveri in canna, strapazzandosi nel décolleté della puerile barista, Josette che attendendo impaziente e timorosa e troppo giovane la chiusura scansava artigli e tutti i licantropi dell’ozio, denti intenti a mordere rifugi lungo vicoli bisunti ed il mito di Lucrezia prendeva vita, vivisezione di destini emarginati e bislacca procedeva la prassi, le ore colavano a picco tra meningiti epidemiche, populismi sul nascere, io scorgevo anfratti di specchio, detergevo i miei occhi, raddrizzavo la mia estetica delinquenziale e non mi riconoscevo più – intento a sopravvivere attendevo l’erotismo, che tu uscissi dai tuoi restauri barocchi, che il sole sorgesse, attendevo il sonno, attendevo unghie dal gusto angelico, aspettavo un’immanenza più lucida mentre nel fondo, nel mosto della società emergevano sporchi miraggi, tentazioni etnografiche presso tormentati andirivieni, locali consunti, consumati i giorni ritornavano su loro stessi; tra il cielo e la terra i desideri affogavano tra cosce, lenzuola e appartamenti di passaggio, sperma, angosce e simulacri di perversione poggiavano sul bancone come gomiti incollati, testosterone che tutto taceva tra il clangore di fantasmi senza documento d’identità e ristagnavano i presupposti, i ricordi, esalava questa pallida luna, collaudavo questa vita altalenante, attendendo ideali, procacciando tabacco, ricercando sogni vitrei, contrabbandando lusinghe – come pezzi di vetro, abbondanti noie si frapponevano fra lo spirito del tempo tetraplegico e il romanticismo dei reietti, lungo i margini antropologici nascevano contatti, ibridi, forme di sapere che in un balzo da luridi pavimenti raggiungevano quelle poche, saltuarie, ebbre stelle, stelle che tutto osservavano, che tutto contemplavano mentre il continente si corrodeva, la storia esplodeva, gli oracoli trattenevano la rauca voce che più non avevano, mercenari dell’Essere lustrando il presagio della dipartita e rari, visionari, poeti fumavano in silenzio.

In copertina, poesia visiva dell’autore

 

La stirpe della cassa distorta

È proprio questo allora il rumore della fine,
l’onda del suono accarezza lo smalto
steso ad olio sul tuo corpo che poi macchia il mio
intrecciati, girandola nootropa,
rotolando sul tuo collo e assapora il vino bianco
sgorgare
nella sabbia emotiva di flore metropolitane
con fermata Alfonso X, fauna di mostri notturni
foschia lontano dalla sosta, sulla via del ritorno
– Next stop in a Paradise Lost – adesso
che il conducente strilla il capolinea
e il compare non apre ciglia
la domenica mattina
i campi, smarrimento
e cara non c’è da fare più nulla
se la drum machine corre dentro la retina
e l’onda quadra poi distorce tutti i miei sogni,
il suono, nessun perdono e a stento
sento stringersi il sottosuolo
un virus che corre annoiato,
la vecchia dai capelli rossi alla fermata dell’Odissea 43B
ci sussurra stellare:
divertitevi finché potete
e finché si riesce chiudiamo le pupille, disseminati
passano gli inverni e ancora tu
tu confusa, oltre il confine
io senza parole e non c’è più niente da fare:
sventola bandiera bianca
ed è proprio questo il rumore della fine.

Foto di Filippo Braga