Chi si addormenta da solo lenzuola da solo – Concerto punk per sole voci

Il pregevole lavoro di Luca Atzori, poeta e musicista sardo naturalizzato torinese, e di Sandro Sandri, voce de Lo Zoo Degli Unni e interprete, tra gli altri, dei testi di Antonin Artaud e Carmelo Bene, è un miscuglio di sussurri, di suoni, di urla che abitano i versi e che hanno come unica protagonista la voce.
Chi si addormenta da solo lenzuola da solo, titolo ironico di derivazione situazionista, è un viaggio nella psiche dell’uomo contemporaneo, lo schizo che non può essere coercito, la contraddizione che non può essere livellata, parola poetica in libertà che ci consente di abbandonare i luoghi comuni e capire cosa si provi ad essere un bruco nella notte patetica dell’esistenza, tra canti tipici sardi e polifonie tibetane. Le culture e i riferimenti – si va dagli jodel alpini agli Animals – si mescolano di fronte a un’incontenibile decadenza culturale accompagnata con onorata spudoratezza, che si auto-infligge la pena di essere ancora ai tempi dell’ordine e del lavoro, quando – cito dai versi di Atzori – “non bisogna provare troppi sentimenti/ davanti all’ingiustizia/ ci vuole solo freddezza/ e pietà/ della propria morte”. Morte della ragion pratica che percorre tutto l’audiolibro.

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Belva alla finestra

Se vero è che il morto è come il pesce
è ninfa di sciagure la balena all’ora blu
che stringe in una morsa tra le cosce
il marinaio scalzo sul parquet di cenere
e tabacco e questa stanza è un capitolo
di Bibbia incancrenito sotto a un tacco.
Angelica pistola e stretto cappio al collo
si dondola sulle ginocchia, mi diagnostica
la fame del ribelle e invita alla rivolta:
sigaretta numero trecentocinquantatré.

Angelica sorella di vendetta non repressa
si scosta va alla porta e freme di minaccia:
pronostica fibrosi polmonari e una psicosi
(se solo il pianto non facesse suono alcuno
e il fulmine cadesse in questo mio digiuno)
fumo di distanza e di paura quanto basta
in me che sono un angelo mozzato fresco
e mezzo decaduto, son tenuto in piedi dalla
vecchia farsa, dalla malavita, dall’alata biga
che mi porta a rimirar l’estetica, le statue
e tu bloccata immobile accanto al lavello
con una frase errata strattonata in gola
con il sapor di oppiacei sopra al giugulo,
che niente fai se non fissare il nulla, il vuoto
lasciando a me il reale, a me l’ignoto tuo
spiccare il salto, terminare del discorso:
sigaretta numero cinquecentotrentanove.

Un paio di lenzuola verde acido giace
inerme nel coriandolo di bianco madido
e sembra che si odano strillare erinni
nell’esercizio del succhiare di falangi e
falangette e ulne e radio e femorali OH
di gemiti nascosti tra i cuscini:

Nessuno!
Nessuno.
Nessuno.

Belva alla finestra, isterica sigaretta che
consumi in taciturno rimembrare i tuoi
rancori e gesta clericali interscambiabili
se c’è un segreto tacilo, se c’è un mistero
negalo, ricorda ancora la parola sacra
l’ora, se vero è che Vardaman è impazzito
lo dico e lo rinnego anch’io follia vado
mirando e tremo in tale pozza e fango
di disastri pregustati e deboli memorie
ma pure di terribili sgomenti  e storie
se
– negli occhi
– nelle dita
– nei capelli

trovo:

un filo d’oro di pulviscolo di luce d’ombra
di giornate mal trascorse a grufolare tra
automobili sfreccianti e ritrovate frasche
amare dove tu a spogliare me e sovente
accompagnare lingua e denti sulla pelle:
sigaretta numero ottocentoventisette;

pioggia sul parapetto e batteria di gocce
mentre riporti il ritmo dimenando il tempo
e bevi dal mio lago il succo di un rapporto
fedifrago, malato, sciorinami i tuoi versi
Dolly e dimmi come muovere i miei fianchi,
inarcami la schiena tutta sotto i seni e
fatti bestia e fatti agreste e sii ninfetta
belva alla finestra e isterica manolesta che
si insinua che mi insidia nella fitta ressa
del locale, della stazione centrale e musica
signori, musica di vecchi suonatori Jones
e campi incolti nella nebbia, e tu maggese mia
in attesa che io seme sia, io pianta tesa come
corda, come crina, come nuca ossuta china;

io seme sia

io pianta tesa

come

corda

come

crina

come

nuca ossuta china.

ILLUSTRAZIONE DI ANDY MCFLY

 

Verso il centro

A Angelica Damiani

Angelica e una lampadina elettrica,
c’è la portafinestra aperta
del balcone a uso comune, sul cortile della Vanchiglietta
e dalla palestra là fuori i karateka fanno
ah! aaah! aaah! ah!
La vecchia Locurato che tira giù i plasticoni (anche i nostri)
assomiglia ad una salamandra
per lo più i plasticoni sono verdi
ma ce ne sono anche a strisce gialle.
La vecchia Locurato, che assomiglia ad una salamandra
li tira giù anche se fa caldo già da maggio.
Che afa, non abbiamo il televisore in casa
e i karateka fanno ah! aaah! aaah! ah!

Il sax di Coltrane si perse nei semi di soffioni
arrivati in città il 27 aprile con il Maestrale,
a dire il vero le rondini erano già arrivate
almeno due settimane prima alle ore 6.16
mi pare fosse Maestrale
ma qua non si capisce da dove vengano i venti.
Ah! aaah! aaah! ah!

Via Cossila rimane a fare la posta ai parcheggi liberi,
al Cinema Fratelli Marx ogni tanto emerge qualche relitto
dall’asfalto e le parole di quello che urla alla moglie cadono
dal parapetto, tra la festa per gli acchiappasogni in divisa
alla fermata del 68 che va verso il centro, le parole
di quello che urla alla moglie che piange limoni
tutta la notte, che afa, non abbiamo il televisore in casa
ma siamo sotto certe albe
mentre si discute nei bar dell’androginia di Torino,
ah! aaah! aaah! ah!
Le albe germinano ma siamo sotto certe albe, sì
oggi ho fumato solo 5 sigarette, tu tre.
Angelica e un lampadina elettrica:
sguardi concentrati
su edifici pubblici come in un film su New York,
abbiamo tracce delle storie ancora per qualche decennio?
Sì, oggi ho fumato solo 5 sigarette, tu tre,
anche il modo di procedere è cambiato,
tutto senza didascalia, i timori riflessi in oblò di cenere,
giriamo in bicicletta, che afa, ti ho portato fino in Via Cuneo,
dove ci sono quei pilastri di cemento delle fabbriche abbandonate.
È impossibile svuotare quel vuoto se non si parte dall’intonaco
dei muri, ma qualcuno è indeciso se le fabbriche
siano meglio abbandonate o meno.
Io non posso saperlo, mi ha chiamato un amico
e mi ha ha detto che aprono un centro commerciale.
Cosa sia meglio –  se la fabbrica o il cento commerciale –
io non posso saperlo, è solo maggio per sapere tutte queste cose,
che afa, chiedilo alla vecchia Locurato, lei ha visto tutto,
anche se tirava giù i plasticoni verdi già prima
che arrivassimo noi in via Cossila, e tirasse giù
anche i nostri.
Ah! aaah! aaah! ah!

Angelica e una lampadina elettrica,
c’è la portafinestra aperta
del balcone a uso comune sul cortile della Vanchiglietta
e dalla palestra di fuori i karateka fanno ah! aaah! aaah! ah!
A fine agosto ci trasferiamo, ci muoviamo verso il centro,
lì l’afa si sente lo stesso, ma non dobbiamo prendere la bici
per andare a farci un giro al parco o andare al fresco
nei negozi ventilati, l’idea del sole che si scansa infastidito
sotto i portici non è male, che afa, chissà come se la passano
i mangiafuoco ai semafori, ogni tanto aspetto di vedere
se gli cade un bastone infuocato e scatta il verde.

Angelica e una lampadina elettrica,
distopie post-punk sfilano al ritmo
del sorriso di robot giapponesi anni ’80

chiedilo alla vecchia Locurato, lei ha visto tutto
anche se tirava giù i plasticoni verdi già prima
che ho perso il lavoro da giornalista,
ma ci trasferiamo verso il centro a fine agosto

da lì via Cuneo è distante, difficile andarci a fare un giro
a vedere le fabbriche crollate
tanto un progetto si prefigge di trasformare il SAI
in un luogo di aggregazione: una piazza coperta sul modello
dell’Espace 104 di Parigi sull’esempio di altre grandi città europee
ah! aaah! aaah! ah!
Una piccola mano fruga in maniera veramente interessante
da dietro i plasticoni
ah! aaah! aaah! ah!
Può bastare una canzone e un po’ di sudore
per vendere tutti questi pomeriggi dal balcone, che afa
la vicina continua a piangere limoni
e me ne sto alzato fino a tardi
pensando cosa fanno i mangiafuoco ai semafori
qualcuno fa poca fatica a dire addio ai relitti
che emergono dal cemento – bisogna girare a destra
e poi, dritto dove ci sono quelle regine
con le teste gelate dal comune senso di vigilanza –
quando è caduta quella fabbrica
ci ha lasciato solo la pelle
e ora è come se tutto fosse escluso sin dall’inizio,
perché anche se non ti affezioni ai luoghi
è sempre meglio che contarli
mentre girano attorno alle caviglie

– no, non sono di qui,
vengo dal vento di quel paese là dietro,
però se gira l’angolo e fa cento metri
troverà degna sepoltura

hai presente quel nostro amico con cui parlavamo tutte le sere?
Ha detto che da qua non si muove, ma almeno
ha il televisore nuovo, noi andiamo verso il centro,
l’afa si sente ma non dobbiamo prendere la bici
per andare a farci un giro al parco o andare al fresco
nei negozi ventilati, l’idea del sole che si scansa infastidito
sotto i portici non è male, quando saluteremo la vecchia Locurato,
che assomiglia ad una salamandra, sarà felice che la gatta
non le scappi più in casa, non dovremo chiamarla e non ci ricorderà
di tirare giù i plasticoni, il nostro è verde, mi piacerebbe averne uno
a strisce gialle.

Opera di Emanuele Longo

La macchina perfetta (seconda parte)

Uscito dal tribunale prendo una navetta gratuita che mi può portare fino al centro della città.
Noto che però ci sono delle obliteratrici a bordo, e la gente timbra il biglietto, e mi viene il sospetto che la navetta non sia gratuita, e visto che l’ho presa solo per muovermi senza usare biglietti del bus scendo vicino alla stazione di Porta Nuova e prendo una bici del bike sharing.
In piazza San Carlo stanno montando un grande palco, e intorno alla piazza sbarramenti e metal detector per la festa di capodanno.
Con la bici attraverso in fretta il centro e scendo verso la Dora e verso Barriera di Milano. Vado in una biblioteca dove ho fatto il servizio civile fino ad alcuni mesi fa; continuo ad andarci quando mi capita per fare un po’ di volontariato, per continuare un’attività che avevo cominciato e che farei fatica ad abbandonare.
L’attività consiste nel dare una mano ai bambini a fare i compiti. In quel quartiere ci sono moltissime famiglie straniere, tanti genitori non sono in grado di aiutare i bambini a fare quello che la scuola dovrebbe insegnare. Vengono quasi solo bambini delle elementari, qualche ragazzino delle medie, qualche raro studente delle superiori: magrebini, cinesi, sudamericani, qualche rumeno – a volte anche italiani.
Ci vado sostanzialmente perché mi diverto. Aiuto bambini egiziani di sei anni a imparare a leggere, ragazzini nigeriani a studiare la storia dei persiani e degli assiri, ragazze marocchine a fare le espressioni di secondo grado. Nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai dato niente in cambio, se non l’affetto dei bambini e la gratitudine dei genitori. La maggior parte di quelle famiglie non avrebbe la possibilità di pagare qualcuno per dare ripetizioni ai loro figli.
Inoltre, molti di loro di solito non sono affatto abituati ad avere una figura maschile adulta che si prenda cura di loro, in particolare per una cosa come i compiti. La mia presenza, per certi versi, li elettrizza. Sono l’unico uomo a fare volontariato in quella circostanza – oltre a me ci sono alcune vecchine, maestre in pensione o semplici volontarie, e le ragazze del servizio civile che mi hanno sostituito quando il mio contratto è finito.
Quello forse è il lavoro più sensato della giornata. Perché poi torno a casa, pranzo da solo, vado in bici a fare un paio d’ore di ripetizioni, ma quello che ne ottengo sono venticinque euro, niente di più.

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Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

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Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

La macchina perfetta

Per cominciare un nuovo lavoro, ho bisogno di tutta una serie di documenti. Sono certificati di vario tipo – medico, giudiziario, burocratico – perché questo è un lavoro serio, a tempo pieno, che, anche se solo per pochi mesi, mi darà lo stipendio più alto che abbia mai percepito in tutta la mia vita. Va da sé, è un lavoro che non c’entra nulla con il sapere o insegnare qualcosa, ma non importa.
Quindi una mattina mi alzo alle sei, benché la sera prima sia rimasto sveglio fino alle due, per fare degli esami medici che mi hanno prescritto.
Mi fa un po’ impressione andare a dormire nel cuore della notte e uscire di casa ore prima dell’alba – quasi come se vivessi in una notte artica. È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente. Continue reading “La macchina perfetta”

Poema pornografico d’amore (2 di 2)

 

 

“Non ho alcuna voglia di andare domani al negozio. Il lavoro è una merda”.
“E cosa vorresti fare, se no? C’è qualcos’altro che vorresti fare?”.
“No, lo sai che non è questo… Non so”.
“Sei stanca? Vuoi che ti faccia un massaggio quando torniamo a casa?”.
“Forse. Perché no? Non mi dispiacerebbe. Sono sempre stanca, sai, amore?”.
“Lo so, amore, sei sempre stanca. Cosa dovrei fare con mio fratello? Ci tengo molto alla tua opinione e sono molto confuso”.
“Non so che dirti. Ma tu riesci sempre a cavartela e lui ha letteralmente un’adorazione nei tuoi confronti. Farebbe tutto ciò che gli dici”.
“Forse prima, ma adesso non ci sta più con la testa. E frequenta brutta gente. Temo che si sia messo a spacciare. Devo trovargli un lavoro”.
“Ma se a malapena ce l’hai tu. Magari Giacomo ti può dare una mano…”
“Sì, hai ragione. Lui ha molti contatti”.
“Ire?”.
“Sì”.
“Ti amo”.

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Svendita totale

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck

Poema pornografico d’amore (1 di 2)

A Roberto Bolaño

In quel risto-kebab di Torino, nel barocco pulito e decisamente piemontese di via Milano, è raro che l´omone olivastro molto simile a una coscia di pollo rivolga la parola a chicchessia: pare sempre immerso in un intenso dialogo con se stesso e il suo silenzio prende facilmente le sembianze di una profondità senza fondo. Le sue mani cicciotte – perfette per un gastronomo o un gastrologo –  e anche affusolate. Particolare combinazione di caratteri digitali che solo i kebabbari possono permettersi. Tutte queste osservazioni (tra cui, in ordine di probabilità: la musica pop orientale, alcune copie del Corano mal tradotte in libera consultazione, l’assenza triste per noi cattolici di alcolici) e molte altre ancora che gli acuti osservatori cui mi rivolgo probabilmente non mancheranno di notare.
Dopo aver di certo osservato – come noi tutti d’altronde – si sedettero e ordinarono.
I soggetti sono una ragazza e un ragazzo. Una commessa e l’altro articolista di un giornale locale. Non scrive male e ha simpatie di sinistra. Vengono spesso a mangiare qui, soprattutto il martedì sera, e vivono in un monolocale in Borgo Dora. Alcune di queste sere, ho avuto modo di incontrarli e di penetrare, grazie alle mie mirabili doti di narratore, il contenuto psichico e mnestico che le loro espressioni facciali mi rivelavano. C’è da aggiungere che ho talvolta origliato le loro discussioni, per lo più patinate e mai accalorate.
Io invece sono un uomo solo. Origlio le coppie nei risto-kebab e ci scrivo, essendo un giornalista a mia volta.

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La città era un sacrificio di carta vetrata

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
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