La macchina perfetta (seconda parte)

Il cielo è ormai squarciato; per metà è ancora un’unica nube grigia di foschia, ma da una parte, verso sud, c’è un immenso varco dai bordi dorati, da cui si intravede la luce diretta del sole.

Annunci

Uscito dal tribunale prendo una navetta gratuita che mi può portare fino al centro della città.
Noto che però ci sono delle obliteratrici a bordo, e la gente timbra il biglietto, e mi viene il sospetto che la navetta non sia gratuita, e visto che l’ho presa solo per muovermi senza usare biglietti del bus scendo vicino alla stazione di Porta Nuova e prendo una bici del bike sharing.
In piazza San Carlo stanno montando un grande palco, e intorno alla piazza sbarramenti e metal detector per la festa di capodanno.
Con la bici attraverso in fretta il centro e scendo verso la Dora e verso Barriera di Milano. Vado in una biblioteca dove ho fatto il servizio civile fino ad alcuni mesi fa; continuo ad andarci quando mi capita per fare un po’ di volontariato, per continuare un’attività che avevo cominciato e che farei fatica ad abbandonare.
L’attività consiste nel dare una mano ai bambini a fare i compiti. In quel quartiere ci sono moltissime famiglie straniere, tanti genitori non sono in grado di aiutare i bambini a fare quello che la scuola dovrebbe insegnare. Vengono quasi solo bambini delle elementari, qualche ragazzino delle medie, qualche raro studente delle superiori: magrebini, cinesi, sudamericani, qualche rumeno – a volte anche italiani.
Ci vado sostanzialmente perché mi diverto. Aiuto bambini egiziani di sei anni a imparare a leggere, ragazzini nigeriani a studiare la storia dei persiani e degli assiri, ragazze marocchine a fare le espressioni di secondo grado. Nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai dato niente in cambio, se non l’affetto dei bambini e la gratitudine dei genitori. La maggior parte di quelle famiglie non avrebbe la possibilità di pagare qualcuno per dare ripetizioni ai loro figli.
Inoltre, molti di loro di solito non sono affatto abituati ad avere una figura maschile adulta che si prenda cura di loro, in particolare per una cosa come i compiti. La mia presenza, per certi versi, li elettrizza. Sono l’unico uomo a fare volontariato in quella circostanza – oltre a me ci sono alcune vecchine, maestre in pensione o semplici volontarie, e le ragazze del servizio civile che mi hanno sostituito quando il mio contratto è finito.
Quello forse è il lavoro più sensato della giornata. Perché poi torno a casa, pranzo da solo, vado in bici a fare un paio d’ore di ripetizioni, ma quello che ne ottengo sono venticinque euro, niente di più.

Continue reading “La macchina perfetta (seconda parte)”

Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

IMG_0342
Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

La macchina perfetta

È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente.

Per cominciare un nuovo lavoro, ho bisogno di tutta una serie di documenti. Sono certificati di vario tipo – medico, giudiziario, burocratico – perché questo è un lavoro serio, a tempo pieno, che, anche se solo per pochi mesi, mi darà lo stipendio più alto che abbia mai percepito in tutta la mia vita. Va da sé, è un lavoro che non c’entra nulla con il sapere o insegnare qualcosa, ma non importa.
Quindi una mattina mi alzo alle sei, benché la sera prima sia rimasto sveglio fino alle due, per fare degli esami medici che mi hanno prescritto.
Mi fa un po’ impressione andare a dormire nel cuore della notte e uscire di casa ore prima dell’alba – quasi come se vivessi in una notte artica. È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente. Continue reading “La macchina perfetta”

Poema pornografico d’amore (2 di 2)

A Torino non si respira. Le mani non respirano. Io non respiro e li ho seguiti

Capitolo numero due

 

“Non ho alcuna voglia di andare domani al negozio. Il lavoro è una merda”.
“E cosa vorresti fare, se no? C’è qualcos’altro che vorresti fare?”.
“No, lo sai che non è questo… Non so”.
“Sei stanca? Vuoi che ti faccia un massaggio quando torniamo a casa?”.
“Forse. Perché no? Non mi dispiacerebbe. Sono sempre stanca, sai, amore?”.
“Lo so, amore, sei sempre stanca. Cosa dovrei fare con mio fratello? Ci tengo molto alla tua opinione e sono molto confuso”.
“Non so che dirti. Ma tu riesci sempre a cavartela e lui ha letteralmente un’adorazione nei tuoi confronti. Farebbe tutto ciò che gli dici”.
“Forse prima, ma adesso non ci sta più con la testa. E frequenta brutta gente. Temo che si sia messo a spacciare. Devo trovargli un lavoro”.
“Ma se a malapena ce l’hai tu. Magari Giacomo ti può dare una mano…”
“Sì, hai ragione. Lui ha molti contatti”.
“Ire?”.
“Sì”.
“Ti amo”.

Continue reading “Poema pornografico d’amore (2 di 2)”

Svendita totale

Annuncio svendita totale
per totale fallimento

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck

Poema pornografico d’amore (1 di 2)

Storia avvincente ed emozionante a più voci

A Roberto Bolaño

In quel risto-kebab di Torino, nel barocco pulito e decisamente piemontese di via Milano, è raro che l´omone olivastro molto simile a una coscia di pollo rivolga la parola a chicchessia: pare sempre immerso in un intenso dialogo con se stesso e il suo silenzio prende facilmente le sembianze di una profondità senza fondo. Le sue mani cicciotte – perfette per un gastronomo o un gastrologo –  e anche affusolate. Particolare combinazione di caratteri digitali che solo i kebabbari possono permettersi. Tutte queste osservazioni (tra cui, in ordine di probabilità: la musica pop orientale, alcune copie del Corano mal tradotte in libera consultazione, l’assenza triste per noi cattolici di alcolici) e molte altre ancora che gli acuti osservatori cui mi rivolgo probabilmente non mancheranno di notare.
Dopo aver di certo osservato – come noi tutti d’altronde – si sedettero e ordinarono.
I soggetti sono una ragazza e un ragazzo. Una commessa e l’altro articolista di un giornale locale. Non scrive male e ha simpatie di sinistra. Vengono spesso a mangiare qui, soprattutto il martedì sera, e vivono in un monolocale in Borgo Dora. Alcune di queste sere, ho avuto modo di incontrarli e di penetrare, grazie alle mie mirabili doti di narratore, il contenuto psichico e mnestico che le loro espressioni facciali mi rivelavano. C’è da aggiungere che ho talvolta origliato le loro discussioni, per lo più patinate e mai accalorate.
Io invece sono un uomo solo. Origlio le coppie nei risto-kebab e ci scrivo, essendo un giornalista a mia volta.

Continue reading “Poema pornografico d’amore (1 di 2)”

La città era un sacrificio di carta vetrata

A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito.

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
M’immettevo nel sottopasso di piazza della Repubblica, alle 08:09 di sera, diretto ai Murazzi del Po per recitare poesie in un bar vagamente underground e accordarmi per una presentazione del mio romanzo, ed era mercoledì 30 luglio dell’anno ancora indecifrato, e accendevo i fari e vedevo laggiù un’ambulanza sulla corsia d’emergenza, mentre gli uomini della nettezza urbana ripulivano il mercato. Parcheggiai in corso San Maurizio, non lontano dalla Mole Antonelliana. Ero in anticipo e decisi di ripercorrere via Napione, dove, meno di due anni prima, avevo abitato per circa nove mesi. Vanchiglia era un quartiere racchiuso in una teca di plexiglass su cui fosse rimasta la pellicola protettiva e offuscante; Vanchiglia collegava il mondo di là – un paio di chilometri dagli uffici dove lavoravo – a quello di qua, al mondo delle serate alcoliche e lisergiche attraverso le quali vagabondavo di tanto in tanto; Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi. Vanchiglia era una profezia non riconosciuta: la citazione ricorrente che solo a un certo punto acquisisce un senso, perché si concretizza e diviene significativa. Era il nome che quando ero stato bambino si era riversato a oltranza nelle mie orecchie, senza ch’io sapessi che un giorno vi avrei vissuto momenti destinati a rimanere appesi nell’eternità.

Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi.

  E così sorseggiavo ogni passo come se vi fosse dentro lo scopo ultimo, il senso arcano, come se il tempo divenisse sacro e non più profano, in via Bava, in via Artisti, in via Santa Giulia, in via Napione.
Il 30 luglio e il sudore sulla maglietta. Camminavo, trentunenne, più miserabile ormai ma più bello di prima, avvolto in corde di canapa spesse come lacci emostatici. Non volevo essere felice, non dovevo finire sopra le mine antiuomo del pensiero, non volevo finire sopra la felicità e dimenticare chi fossi stato. Non ero più uno scrittore, bensì un mulinello di punti interrogativi, un impiegato modello in una multinazionale del settore energia e petroli – avevo smesso di essere uno scrittore nel momento in cui il romanzo al quale avevo lavorato per quindici anni, Il dio osceno, era stato pubblicato. Nessuno poteva capire con quanta vergogna stessi andando davanti a un manipolo di esiliati a recitare poesie che non sarebbero state comprese nemmeno cinquant’anni dopo la mia morte, io che mi vergognavo persino di esistere e pronunciare il mio nome e che non ero mai stato un poeta per davvero, io mi accorgevo, mentre fumavo sotto al portone della casa in cui avevo vissuto nove mesi, che forse era tardi e che dovevo andare, ma prima entrai in un bar e presi da bere, qualcosa di forte, forse del whiskey, Tullamore. Il barista lo aveva, diosanto che bello, quel sapore arcaico di quand’ero un artista nomade, anzi apolide, lo assaporai lentamente sulle papille gustative di silicio rappreso. In quel mentre entrò un uomo che disse il mio nome, ma poi se ne andò e io mi guardai attorno e pareva che fosse stato un fantasma, perché nessuno aveva visto o udito qualcosa.
Ed ebbi paura, ma non seppi perché.

La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca.

 A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito. A dire il vero, c’erano i topi e gli scarafaggi e gli scarafaggi erano grossi come le nutrie, quindi i topi dovevano nascondersi dacché gli scarafaggi se li mangiavano.
A dire il vero, declamavo poesie di dieci anni prima perché avevo smesso di scriverne nel momento in cui si era palesata l’incapacità altrui di capirle – o la mia di farmi capire. E a me andava bene così. La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca. Però ero io a sembrare sciocco. Seguitavo a domandarmi perché mai qualcuno sentisse il desiderio anche solo indotto di ascoltare me. Seguitavo a domandare agli astanti se conoscessero ragazze senza dubbio serie, di quelle che lavorano e non di quelle che studiano, che nondimeno avessero la perversione di scopare con gli zingari che chiedono le elemosina fuori dai supermercati. Seguitavo a parlare dei Carabinieri che sparavano ai carrelli della spesa per fare uscire le monetine e scommettere sulle partite di calcio. La gente rideva. La gente rideva di meno quando dicevo che il Poeta della Materia si era inginocchiato dinnanzi al mio cazzo, disposto a ingoiare ogni goccia. La gente riprendeva a ridere di più se annunciavo che il Poeta della Materia aveva avuto da ridire sulla mia mancanza di igiene intima (la qual cosa era evidentemente un falso storico, dacché mi lavavo l’uccello dopo ogni pisciata).
Era tutto molto finto. E io ero ubriaco. Alcune facce le conoscevo, altre no. Nessuno mi stava antipatico, eccetto due signori in prima fila, vestiti come poliziotti da scrivania. Mi guardavano tenendo la testa leggermente storta, piegata sulla sinistra, come se non comprendessero davvero il senso della mia presenza laggiù – o della loro.
Dopo mezz’ora chiesi un’altra birra e una biondina me la portò sul palco, ma prima ne bevve un sorso e poi mi baciò e mi sputò la birra in bocca e io rimasi rigido come un altare e non me ne importava nulla.
La mia marchetta durò ancora poco, infine decisi che ne avevo avuto abbastanza.


Continua sul numero cartaceo in uscita a marzo

In copertina, collage di Archigram design

Opporre Opposizione

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio per l’operazione visiva di Elisa Camurati, Chiara De Cillis, Davide Galipò, Enrica Merlo, Renata Bolognesi, per lo spazio di Cecilia Gattullo e Piera Romeo.

La fotografia ci obbliga a riprenderci, per riconoscerci, anche se ritagliata da un giornale, per quotidiana opposizione allo scorrimento logico, imposto necessario, in comoda abitudine: così ci lega al nostro io, cauta libertà. Di noi rimane appena, tuttavia, il ritratto sbiadito, mal incorniciato, in sospensione lenta, temporale. Ammaccati, siamo costretti a disfarci delle figure, a stare fermi, in precarietà, a rimuginare.

La ricerca intellettuale per l’estetica novità ci acceca di fronte all’intrinseca bellezza, quale atto di viltà: creatività, sentimento, verità? Occorre scegliere una via e raccogliere la forza. Poi, colmi di energie, potremo dire. L’autore e il lettore sono ormai legati da un’incomprensione giocosa, che non dà vertigine soltanto se ci si lascia abbandonare: ciò che ci legge e ci scrive è il tassello mancante: la pura sostanza, la preziosa inanità.

Una musica soddisfa un’esigenza, talvolta. E il desiderio genera i sogni, le azioni e i bisogni, necessità dipendenza. Per questo, è nato lo spartito, in quanto spirito segnico, senso grafico verso esecuzione, quasi alchemica trasformazione in progresso e a ritroso. Limite verbale, infine, per germogliazione di capacità, talento, irraggiungibile perfezione.

La produzione di significato ci fa capire che la scelta è una scheggia di mina utile a ferire ed uccidere altri dai caduti sul campo. Fuori da noi, la battaglia è un prato di erica. Si ride così –  lo slancio rinnovano – di guerra come di un fiore, tra gli steli delle parole, sostegno dei petali: capriole sul prato.

Il potere delle coincidenze risulta e risalta dall’isteria collettiva che, volenti, rispecchiamo e, nolenti, riassorbiamo e rigettiamo. Cammineremmo a testa in giù, sul soffitto della rimessa in cui viviamo, pur di guarire dalla malattia. E l’indomani sapremmo ripartire con un misto di sorpresa e di terrore. I poeti sono spaventati, provando un tale movimento sussultorio. Scrollati dai ponti delle idee, affacciati alle balaustre del terremoto. Tenendo duro, restano, nella peggiore delle ipotesi, in quanto tramiti della tensione, i fili che depositano al sicuro la corrente: crasi minima evidente.

Un giorno la produzione supererà di gran lunga ogni necessità e l’uomo ne avrà abbastanza: s’accorgerà della vita, che lui stesso aveva scordato quando l’incubo del lavoro l’aveva soggiogato, assuefatto. Allora, l’arte sarà esistenza e niente di più – fare, disfare per nascere, crescere, amare, morire.

Le curve son lunghe. La Storia è una strada? Portiamo con noi una manciata d’immagini, originali, stampate, copiate, dattiloscritte, tirate in illimitata probabilità. Spendiamole bene per l’ultima volta. Non piangiamo, abbracciamoci, ché tanto son rose: di tutti i colori.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Fotografie di Filippo Braga

Il S. Gesù sta arrivando

Un mantra tappezza i muri di Torino

01

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Un ubriaco dichiara a voce alta di essere ubriaco. Domanda all’aria stantia del mezzo pubblico quale sia la linea in cui si trova. Il tram si ferma, lui scende poi risale: ha dimenticato un sacchetto di plastica blu, scende. Domanda all’aria pesante di Torino quale sia la fermata in cui si trova, risale.

02

Nessuno è illegale

Imbocchiamo Corso Tassoni: dalle bocche fuoriescono lingue straniere che si attorcigliano tra loro. Il breve tratto di sottopassaggio in discesa di Corso Regina Margherita è buio e freddo. Risaliamo nello smog che riscalda l’aria, come un tasso che risale dalla tana dopo un inverno di letargo. Proseguiamo, ad una fermata una ragazza con passeggino chiede aiuto ad un giovane per salire sul tram.

03

Scende l’ubriaco che ha dichiarato di essere ubriaco.
La ragazza con passeggino si siede e domanda quale sia la fermata di Corso Vittorio. Le risponde in italiano una ragazza che prima parlava spagnolo, forse ti riferisci a Piazza Adriano, s’intromette un altro e poi un altro ancora. Si apre un dibattito. Le domandano se deve andare a Palazzo di Giustizia. Risponde di no deve andare dal pediatra, ma questo ha cambiato indirizzo dello studio. Le loro voci si perdono.
Imbocchiamo prima una direzione, quindi Corso Vittorio, due vie poi Corso Massimo. Sulla sinistra il Parco del Valentino.
Fuori dal finestrino un insetto indefinito sfida la trazione del tram in movimento.

04

Giriamo in Via Valperga Caluso e ci lasciamo indietro Corso Massimo e i palazzi stile liberty divorati da piante rampicanti stile shabby. Una scolaresca delle elementari irrompe nella quiete finta e instabile del tram, e rompe il silenzio. Una maestra grassa zittisce ripetutamente i bambini. Risate e schiamazzi e voci si mescolano ai clacson, al ritmo della città.
Come uscita da un racconto di Murakami, una bambina prende posto a sedere senza spostare l’aria: non si muove, non parla, non sorride. La maestra grassa sgrida un bambino proibendogli di bere e mangiare. Continua a zittirli. La sua presenza è pesante quanto la sua massa corporea.

05

La vostra sicurezza uccide

Nel frattempo due bambini intrattengono un’anziana signora dell’altolocato quartiere Crocetta. Le dicono dove sono diretti e ci tengono a precisare che loro sono una scuola; è una signora cordiale e si presta volentieri all’ascolto.
Prendiamo la rincorsa e continuiamo lungo il tratto in salita che cambia nome e diventa Corso Sommelier. Il tram corre lento, arranca lungo il ponte. Lo scorcio colore ruggine della stazione Porta Nuova. Le linee dei binari si intrecciano tra loro, i fili tesi dell’alta tensione corrono paralleli, vagoni abbandonati.

06

Viva Spartaco

Sale una donna molto alta. Capelli lisci neri e fili argentati raccolti in una coda bassa. Una rara scala di grigi presente solo nelle confezioni di pastelli Caran d’Ache.
All’incrocio con Corso Re Umberto un semaforo sospeso blocca l’anarchia degli automobilisti. La scolaresca scende.

07

Liberi tutti/e

Siamo fermi, siamo in attesa di un segnale per ripartire: quattro, le auto bianche ferme al semaforo, tre, quelle grigie, due, le persone che stanno registrando un messaggio vocale all’interno dell’auto, tre, quelle che lo stanno scrivendo; uno, il pastore tedesco sul sedile posteriore.

Al civico n. 30 di Corso Luigi Einaudi, la donna molto alta scende.

08

Proseguiamo dritti e ci lasciamo indietro i palazzi settecenteschi e le nicchie dei balconi e le colonne greche e le torri. All’incrocio con Corso Mediterraneo, Corso Einaudi diventa Corso Peschiera. Hotel Politecnico Best Quality Hotel in maiuscolo colore rosso.

09

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Fotografie di Chiara De Cillis

Il potere delle cose

L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.

Continuava a far scorrere la cordicella fra le dita, come se fosse animata da un’illogica vitalità. Il fremito che provava al tatto era difficile da descrivere.
«È così che nascono le ossessioni», pensò.
Di certo aveva tenuto legato qualcosa, un manoscritto, un papiro o quantomeno lo aveva legato a qualcuno.
La vista e il tatto di alcunché avesse per lui significato li sentiva a primo acchito: lo differenziavano, sostanzialmente, da un qualsiasi altro oggetto per cui non nutrisse il benché minimo interesse. Perché, altrimenti, continuare a conservare vestiti logori e carte sgualcite, invece che destinarle all’immondizia?
L’usura non poteva cancellare il legame; il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo. Quella corda gli stava narrando una storia, la coscienza razionale non accorreva in suo aiuto, ma i sensi l’avevano riconosciuta istintivamente.

Il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo.

Colui che è saggio sa bene che non occorre porsi certe domande: non è lecito, difatti, per gli uomini razionali soffermarsi a tal punto su una tale insignificanza senza fare i conti col presente, il passato, la tradizione che lascia spazio ad un futuro opaco e poco chiaro davanti a sé. Ma lui non voleva essere eterno, cristallino come il diamante; preferiva arrovellarsi su cose inutili e banali rispetto alle sorprese che la vita potesse offrirgli. Così, distese la corda sotto il cuscino e rimase in attesa che lo rapisse il sonno.
Il nostro non leggeva mai nel dormiveglia. «Mi dà fastidio», si ripeteva, «leggere qualcosa che possa conciliarmi». Quindi ostentava freschezza e lucidità delle sinapsi leggendo per diverse ore al giorno, dandosi alle letture più disparate – dai romanzi alle riviste, dalla saggistica alla poesia – fino a interrompere la sera e poi cedere di schianto, le forze allo stremo e le meningi che gli dolevano, per cadere subito dopo distrutto da un torpore letale, quello più simile alla morte, senza sogni.
Quella notte, però, qualcosa andò diversamente. La spina dorsale sembrava scottargli sotto la maglietta, e dentro la schiena faceva pressioni per uscire. I pensieri, gli stessi che solitamente tramortiva con la mole delle sue letture, erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse, che lo costringevano ad un’intensa attività cerebrale benché si fosse addormentato da circa due ore. Malgrado rimanesse ben conscio di tale avvenimento, continuavano a inserirsi scene di dubbio significato davanti ai suoi occhi, spesso scollegate tra loro, in cui persone a lui conosciute indossavano soavemente dei pantaloni bianchi, in un’oasi in mezzo al deserto, e tentavano di salvarlo da una calamità naturale.
«Qualcosa di atroce», sussurrava una voce ai suoi piedi.
Nel frattempo, continuava a contemplare l’immagine di sé in pantaloncini bianchi, disteso sul letto, dormiente. Qualcosa brillava sotto al cuscino, ma non riuscì ad assicurarsi di cosa si trattasse.

I pensieri erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse…

Allora la scena cambiò di ambientazione, riportandolo ad una situazione realmente accaduta la sera prima quando, uscito nel cortile della Cavallerizza Reale, aveva conosciuto una ragazza di nome Nadja, la quale gli chiese perché non ballasse.
«Non ho mai imparato», si era giustificato lui, imbarazzato.
Lei lo invitò a seguirlo con un cenno della mano. Allora si allontanarono dalla luce perpetua che brillava nella dark room e uscirono entrambi da una finestra. Il mondo fuori non era affatto freddo come se l’era immaginato, e i muscoli si sciolsero al tepore della temperatura mite, malgrado fosse notte. Sotto un cielo stellato d’estate, seguì Nadja per i cunicoli del quartiere, fino a fermarsi nei pressi del tetto di una casa a lui familiare.
In quell’istante lei indicò una scala antincendio:
«Scendendo», prese parola la giovane, «arriverai alla soluzione del mistero».
Era straordinaria, ma doveva darle ascolto. La salutò sfiorandole la guancia con le labbra – non si poteva definire esattamente ‘bacio’ – e discese i gradini delle scale antincendio, continuando per parecchi piani.
Si ritrovò in una strada semivuota, dove scorse in lontananza due giovani: uno dei due era lui, mentre parlava ad una sua vecchia amica di penna, la quale teneva stretto in mano un foglio, versando dense lacrime di sconforto sulle gote arrossate per il dispiacere. Egli si commosse alla vista di un tale strazio, ma venne richiamato alla freddezza da una voce in lontananza, che lo invitava a non distrarsi e andare avanti. Così salutò i due fantasmi, il se stesso spregevole e cinico di tre anni prima e la sua amica dal cuore ormai spezzato, mentre camminava già in direzione dell’edificio più vicino, preso da un senso di liberante eccitazione. Colui o colei fossero riusciti a rivelargli il contenuto del biglietto, gli avrebbero svelato l’arcano.
La casa di fronte a lui era di quelle con la palizzata bianca, coloniali, che si vedono in certi film americani anni ‘50. Un immaginario del tutto inedito, per lui ch’era russo. Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione, la routine.
Andò avanti verso l’ingresso, avendo cura di non fare rumore, vista l’ora tarda. La finestra a lato mostrava una scena d’una famiglia riunita durante le feste natalizie: chi si tirava i piatti, chi pisciava di nascosto nel sugo dell’arrosto e i soliti due cugini che tentavano di toccarsi sotto al tavolo, senza farsi notare dagli occhi disapprovanti dei genitori. Un abominio per l’immaginazione e per lo spirito, conclusosi con la morte del padre, accoltellato dalla sorella in preda a raptus di gelosia verso la madre, che meditava di far fuori in un secondo momento.

Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione.

Scostò lo sguardo giusto in tempo per rinsavire, chiamare un taxi e andare al bar più vicino, dove una donna di nome Lilia gli versò un doppio scotch in un bicchiere di cristallo. Allora si sedette e bevve un sorso, il primo da un centinaio di parole, e si soffermò sui suoi tatuaggi, sul suo piercing sotto al naso, sui suoi capelli a caschetto e sul suo trucco, per nulla sciatto. Ci mise un po’ a finire il drink, per non rovinarsi lo spettacolo, ma seguitò la sua ricerca senza chiederle il numero di telefono. Scorse un uomo incappucciato che stava per fare il suo colpo da maestro ad una cabina telefonica, telefonando al commissariato di polizia, dicendo:
«Tra un’ora e mezza, scoppierà un ordigno alla mole antonelliana!», ma nessuno gli credette, per cui la giornata proseguì insensatamente, senza sbrogliare la matassa.

Nei sogni non esistono volgarità né mezzi di comunicazione, né social network, né telegiornali. C’è spazio solamente per Eros e Thanatos, che talvolta si scambiano di posto per fare spazio ad un unico, solitario e desolato divenire, di quelli che non recapitano con sé alcun messaggio, ma ti fanno rendere conto di come tutto possa cambiare in pochi istanti.
Ebbene, si ritrovò d’un tratto in mezzo al bosco, con la sola immagine di un dio apollineo scolpita nel marmo. Il viso della statua, per nulla corrucciato, lasciava trasparire un auto-compiacimento difficilmente fraintendibile, chiaro sentore della scoperta d’una verità sconosciuta ai più. In quel momento suonarono gli ottoni dal vicino Teatro Regio, e la statua si animò, come d’incanto.
«Chi sei?», volle domandare il nostro al misterioso dio elegante nel suo smoking su misura.
«Sono Vertumno», egli rispose. «La sola certezza degli uomini».
Si trattava dunque della morte?
«No», rispose il dio, prima ancora che i pensieri di lui si potessero articolare in parole pronunciate.
«Io sono semplicemente colui che è, in rapporto a tutto ciò che era: io sono il mutare, dischiuso nell’incontenibile impulso delle cose a diventare altro da ciò che erano. Mia è la giurisdizione della maturazione dei frutti, mia la stagione degli amori, mia la pratica dell’innesto tra le creature, mio il mutamento degli eventi e l’atto di cambiare idea».
Sul serio?
«Niente affatto, in realtà non sono mai stato diverso da così, ma mi piace farmi rappresentazione dell’inevitabile. Ora osserva: ho con me questo biglietto, recapitatomi per te da una giovane ninfa di queste langhe».
Il biglietto, ma certo! Come aveva potuto dimenticarsene? Svelandone il contenuto, sarebbe giunto finalmente alla soluzione di quel mistero.
Appena toccò il foglio di carta con le dita, Vertumno scomparve. Rimase dunque solo, a decifrare quegli strani segni, che ricordavano moltissimo il greco antico. Quando ebbe finito, si era fatto giorno, e piccoli satiri cominciavano a fare jogging intorno a lui, mentre alcune bestie brucavano l’erba. La traduzione così riportava:

“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi. Salta intorno, mangia, riposa, digerisce e torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, poiché a confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello – giacché questo soltanto egli vuole, e lo vuole però invano, poiché non lo vuole come l’animale”.

Di fronte a tale lettura, si sentì scosso. Cosa poteva centrare tutto questo con le lacrime del suo giovane e acerbo amore? Ma non fece in tempo a darsi una risposta che la scena cambiò nuovamente. L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.
Qui, sotto le ali dei gabbiani in volo, pescatori a migliaia gettavano le lenze in lontananza, in riva al Bosforo, alla luce del tramonto. Un’immagine idilliaca che per un momento lo aveva allietato, ma che non durò a lungo. Subito fecero irruzione le ruspe, che rasero al suolo ogni traccia di quello che un tempo era stato il mercato del pesce. A nulla erano servite le proteste dei pescatori e degli avventori sul posto, che erano stati presto allontanati da truppe di gendarmi a cavallo. Si sentì uno scoppio e subito le nuvole annerirono il cielo, come un calamaio che avesse rovesciato il suo contenuto d’inchiostro su un foglio bianco. I fulmini illuminavano le cupole delle moschee, così come le facciate delle case popolari. Ora in strada non c’era più nessuno, e il fiume in piena rischiava di rompere gli argini. Decise allora che forse era meglio cambiare aria, e si incamminò verso il portico più vicino, scendendo fino alla parte della città più antica, per ripararsi dalla pioggia all’interno di un chiostro.
Lì dentro, non fece più caso alla bufera. Si tolse le scarpe e ammirò la maestria con cui gli antichi amanuensi avevano realizzato gli arabeschi. Pur non riuscendo a comprendere la maggioranza delle incisioni, ne era rimasto profondamente affascinato. Una donna, seduta sugli scalini esterni, riposava poggiandosi su di una colonna. Il suo vestito scuro lasciava trasparire le bianche gambe nude, che invitavano a una sosta ulteriore. Le sedette accanto e le sfiorò i polsi con due dita. Quella si svegliò di soprassalto, aveva occhi come ghiaccio, e gli sorrise. Purtroppo non parlava la sua lingua, ma con pochi e inconfondibili gesti acconsentirono ad abbracciarsi, tenendosi stretti a lungo, per poi fare l’amore. Venne compulsivamente, venne a tal punto da ridursi ad uno stelo, una pallida ombra dell’uomo che era stato.
Niente, passata quella notte, era rimasto dell’esoterismo portato da quell’atmosfera incredibile, quasi irreale, della sera prima. L’aria della mattina era insapore, la luce pornografica, e quel senso di disagio li accompagnò entrambi anche nelle ore successive, quando le nuvole si diradarono e il sole ricominciò a splendere nel cortile interno. Solo allora videro l’albero di pesco fiorire incontrastato contro il cielo limpido, ergendosi ben oltre le colonne e i capitelli della struttura, fino a espandere la chioma al di là del tetto.
Un uomo, ai suoi piedi, teneva una corda tra le mani. Realizzò risolutivamente un nodo scorsoio e la adattò intorno al collo. Fece due o tre prove, per vedere se teneva. La donna cominciò a singhiozzare e a piangere, allora il nostro corse velocemente i cinque piani di scale che lo separavano dal cortile, per impedire all’uomo di compiere l’insano gesto. Quando mancarono ormai pochi gradini, riuscì solo a urlare fermo!, ma arrivato al piano terra il corpo già pendeva da un ramo, rantolante. Restò così pochi minuti, poi si fermò, sospinto appena da un alito di vento. Il volto del giovane suicida sembrava fisso in un riso di scherno verso la mutevolezza di tutte le cose.
Si arrampicò sul tronco, cercando di sciogliere la corda che lo teneva legato all’albero, ma il nodo era troppo stretto. Allora cominciò a piangere anche lui, e le sue lacrime formavano fiori ogni qualvolta toccavano terra. Poco distante, un bambino passava di lì a giocare, punzecchiando con un ramoscello la corolla di una violetta appena sbocciata.

Immagine di Gregory Crewdson