Nel 1973 un cavallo di cartapesta blu sfondò i cancelli del manicomio di Trieste. Lo avevano costruito i pazienti insieme agli operatori, con dentro tutti i loro desideri scritti su foglietti — le cose che volevano portare fuori con sé. Marco Cavallo era alto tre metri, si muoveva su rotelle, e quando uscì dal cancello sembrava danzare, un po’ sbilenco. Nessuno lo fermò. Nessuno sapeva bene cosa farsene. Ma tutti lo guardarono.
Cinquant’anni dopo, Marco Cavallo è tornato in viaggio. Da Gradisca d’Isonzo a Brindisi, passando per Torino, Milano, Roma, Palazzo San Gervasio, Latiano. Si ferma davanti ai CPR — i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, campi di detenzione amministrativa dove migliaia di persone sono rinchiuse senza aver commesso alcun reato. I manicomi sono stati chiusi. I CPR sono aperti.
Anch’io ero lì. Stavo facendo un film.
Satiano, ottobre
Rocco guida in mezzo alle pale eoliche — saette sulle colline — liquido come il vento. Siamo nell’antica Satiano, in cima al monte. Alle nostre spalle c’è la torre di Tito. A questa altezza l’aria trattiene il mare, ed è una cosa che si perde negli occhi.
Nei campi sotto di noi i resti dei pomodori, troppo poco redditizi per essere raccontati. Ci sono i ragazzi del Burkina Faso che hanno attraversato il deserto a piedi e adesso, con la stessa sete, raccolgono pomodori, meloni, tutto quello che noi mangiamo. Una cassa di pomodori: cinque euro l’ora.
Salif dice di conoscere i cavalli. Da loro i cavalli sono rossi, quelli della nazionale. Gli racconto del cavallo blu di Basaglia. Ribatte: c’est pas possible. Si mette fuori con noi, ci crede, aspetta — ma arriva l’ora della preghiera. Non lo vedrà mai, il cavallo di Basaglia. Non saprà mai se era realtà o finzione.
Del resto, come si fa a guardare in alto quando tocca stare con il capo chino a raccogliere pomodori? Non parla mai della Libia. Parla del deserto come di una strada aperta.

Potenza, domenica
Una pasticceria dentro i palazzoni di cemento, famiglie che fanno merenda, anziani con il tè. Francesca ha appena chiamato dentro al CPR. Io e Giovanni ordiniamo una cioccolata calda.
Francesca fa l’avvocata. Patrocinio a spese dello Stato, stranieri. Ha lavorato a Lampedusa due anni, poi a Napoli, agli sportelli legali. Dopo hanno privatizzato tutto. Lo sa, lo dice senza rancore — come una cosa che ha già stabilito da sola, anni fa. La guardo e penso che assomiglia a molte persone che conosco. Che probabilmente assomiglio anch’io a lei, in qualche modo che non riesco ancora a vedere bene.
«Io me ne andai via a diciott’anni,» dice.
Giovanni la guarda. «Dalla tua famiglia?»
«Dalla mia famiglia, dalla città.» Sospira. «In realtà non me ne vado. Scappo.»
«E adesso sei tornata.»
«Sì.» Un gesto veloce con la mano. «E quando vedo mia madre — ancora adesso, a cinquant’anni, sempre con le stesse fissazioni — mi viene da dirle: bacia a terra.» Scuote la testa. «Perché poi capisci che non te lo meritavi.»
La Democrazia Cristiana non se n’è mai andata, dice. Ha cambiato nome — PD, AVS — ma sono gli stessi. Figli, nipoti, i voti restano lì. Un giro di famiglie. E non lo nascondono nemmeno. Zero.
Parla delle cooperative dell’accoglienza, degli appalti, dell’avvocato che è lo zio del gestore. All’inizio un migrante costava cento euro al giorno. Adesso venticinque, con tutto che costa di più. Il privato deve guadagnare.
«Al CPR di Palazzo San Gervasio, quando arrivano, gli danno il minimo. Una tuta, scarpe, lenzuola, un kit base.»
«E il resto?»
«Niente.»
Abbassa la voce. «Ci sono periodi che cucinano un giorno per tre.»
Giovanni si sporge. «Come, per tre?»
«Fanno i pasti e li lasciano lì. Nelle vaschette. Con quaranta gradi.»
Resto in silenzio. Sto filmando, o almeno dovrei — ma in quel momento abbasso la camera.
Le cucine le abbiamo filmate il giorno prima. Sembrano abbandonate — e in effetti il ristorante è chiuso. Riapre solo per questo. Il paese ci campa. Ristoranti, farmacie, alberghi. Le forze dell’ordine sono tante, dormono lì, mangiano lì. L’albergatore è inquisito per detrazione di fondi pubblici: dichiarava la presenza dei poliziotti, ma non c’erano. E i poliziotti dichiaravano di dormire lì, ma tornavano a casa. Gli veniva pagata la trasferta, lo straordinario, la notte. Dal 2009 al 2013: trecentomila euro all’anno. Soldi veri.
Non è un sistema corrotto. È peggio: è un sistema che funziona.
Il tabacchificio
Il tabacchificio è pieno di amianto. Lo dice così, come se fosse ovvio. E in un certo senso lo è. All’inizio i fondi del PNRR prevedevano che i ragazzi venissero alloggiati dentro la struttura murata — bonificata, dicevano. L’ufficio collaudo del comune aveva dato l’ok. Poi i lavori si sono bloccati perché lo smaltimento non era vero: l’amianto era stato parcheggiato a sinistra dell’edificio, imballato in sacchi bianchi che si vedevano benissimo da fuori. Hanno rifinanziato il bando — altri duecentoventimila euro del PNRR. Una commissione parlamentare ha fatto un sopralluogo e ha trovato i livelli ancora alti. Quindi hanno allestito i container fuori. Le tende della protezione civile.
Fuori non c’era né acqua né bagno, così hanno costruito un corridoio di laminato che porta dentro — alle docce, all’acqua potabile. Ma si dorme fuori.
Questo è l’Arci. E anche Libera.
Giovanni la guarda. «Libera?»
«Partono da buone intenzioni e poi cercano di gestire l’esistente. Non sto lì a giustificare.»
Siamo entrate nel tabacchificio verso fine giornata, io e Rocco. I panni stesi. Le ragazze che cucinavano. Ci sono degli orari — verso le tre, verso le otto di sera — in cui le donne si vedono, perché non lavorano nei campi. Lavorano per gli uomini: lavano, cucinano. Le riconosci da lontano.
«Questa è una dinamica che dovrebbe uscire,» dice Francesca. «La condizione della donna migrante in Basilicata. Qui siamo ai piedi di Cristo — e le donne migranti continuano a fare solo questo. Non abbiamo una mediatrice culturale donna. Sono tutti uomini.»

Palazzo San Gervasio
Maurizio è uno di Palazzo San Gervasio. Ha fatto segnalazioni, poi denunce depositate in procura, poi due scioperi della fame — uno serio, l’hanno ricoverato. Da lì è nata l’inchiesta di Striscia la Notizia. Prima che arrivasse la televisione c’era lui solo, che sapeva, si opponeva, e non veniva ascoltato.
«Noi la sapevamo e la raccontavamo,» dice Francesca. «Che a Palazzo San Gervasio c’era qualcuno che capiva quello che succedeva. Ma era isolato — perché il CPR fa mangiare un intero paese. Le gare d’appalto: ci partecipava l’Engel, che era il cugino dell’assessore provinciale per gli stranieri. Non doveva venire fuori che l’Arci e la CGIL avevano quote di gestione.»
Abbassa la voce, non per discrezione — per stanchezza.
«È già grave in sé. Ma che poi la sinistra tenti di gestire un posto del genere — come si dice a Napoli — è un minimo discorso. Quando hanno voluto dimostrare di essere buoni amministratori, sono diventati complici.»
Il bracciante nei campi di meloni davanti al CPR di Brindisi accetta le condizioni di sfruttamento per non finire dentro. Il rifugiato regolare da vent’anni sa che non può dire quello che pensa: il permesso di soggiorno può essere revocato.
Il CPR non è un’eccezione al sistema. È il perno intorno a cui il sistema gira.

L’installazione
Rocco e l’Assemblea Lucana No CPR portano in giro un’installazione. La ripiantano sull’asfalto delle piazze con lo scotch carta: la piantina del CPR di Palazzo in scala, le mura esterne con tutte le leggi che dal ‘98 ad oggi tengono in piedi il sistema, i perimetri delle celle con frasi di testimonianze raccolte negli anni. C’è anche la gabbia arancione — il gabbione dove si fa l’aria, tutto asfaltato dentro. A Palazzo la vista del cielo è preclusa quotidianamente. Le grate sono anche in alto.
La parte amministrativa riporta l’elenco di tutte le cooperative che hanno gestito, le multinazionali, la lista degli psicofarmaci somministrati a uso di controllo.
Ieri il diluvio non ha permesso lo spettacolo. Ma il presidio in piazza si è mantenuto.
Dentro i pacchi che portano al CPR Rocco fa entrare anche le chiavette con la musica. Hanno delle casse — è l’unico passatempo che c’è. Ti chiedono dei pezzi in particolare. Durante uno degli ultimi presidi avevano una playlist abbastanza spinta, poi i Dire Straits.
Hanno messo Romeo & Juliet durante il presidio. È stato un momento incredibile.
C’è un amico siriano che ascolta solo i Dire Straits. Lui era a Damasco, prima della guerra, la fuga dal regime era l’unica via — e quello era il suono di quella vita. Adesso lo sente da dentro una gabbia arancione in Basilicata.

La complicità
«Per motivi di ricerca ho fatto entrare Jasmine con me.»
Francesca fa una pausa.
«Domani non entro. Quando faccio i presidi non entro — perché ci credo davvero. È come se scioperassi anch’io.»
Giovanni la guarda. «Ma tu entri perché vuoi vederli.»
«Sì. Voglio vedere se è possibile tirarli fuori, in ogni modo — compreso l’errore.» Si ferma. «Ma umanamente per me è straziante. Quando entro come avvocata lavoro per il sistema. Garantisco che funzioni, almeno dal punto di vista formale.»
«Non lo gestisci, però.»
«Sono complice pure io, Giovanni.» Lo dice senza filtri, come una cosa che ha già stabilito da sola, anni fa. «Sono anni che sto rotta con questa cosa.»
Ha fatto un film in carcere. Sa di cosa parla. Ci si giustifica dicendo meglio che ci vada io — meglio io dell’avvocato inquisito che metteva firme false, che teneva la gente dentro chiamando le famiglie e dicendo se non mi paghi non te lo faccio uscire, che si spartiva cinquanta euro a nomina col poliziotto di turno.
«Ma anche quando fai un film ti chiedi: che fai? È consolatorio dire che hai dato qualcosa alle persone che stanno dentro — perché poi alla fine stanno sempre dentro.»
La guardo e non dico niente. Anch’io sto facendo un film. Anch’io mi sono chiesta cosa sto facendo, più di una volta in questi giorni. La risposta onesta è che non lo so. So che sono lì, che sto guardando, che sto cercando di non distogliere gli occhi. Non so se basta. Probabilmente non basta.

I pacchi blu
L’idea dei pacchi Francesca la discute ancora, con se stessa prima che con noi.
«Non spetta a me vestirli. C’è un appalto — noi non dovremmo portare i pacchi, dovremmo spaccare la faccia a Officine Sociali che non glieli porta. La flottiglia non dovrebbe esistere: dovrebbero essere gli stati europei a portare gli aiuti umanitari a Gaza. Però la flottiglia ha sfondato un blocco — e deve essere per quello. L’idea non è ridurre il danno. È mostrare.»
«Voi dovreste portare i pacchi fotografando ogni volta, facendo uscire la comunicazione. Io voglio filmare i pacchi domani.»
«Domani li facciamo blu,» dice qualcuno.
Lei sorride, per la prima volta da quando ci siamo sedute. «Bellissimo. Metteteci tanti cavalli blu dentro.»
Marco Cavallo quando si muove dal vivo sembra danzare — un po’ sbilenco, per via delle rotelle. Franz Marc dipingeva cavalli blu come qualcosa di liberatorio. Morì nella prima guerra mondiale, a Verdun, prima di vedere se aveva ragione.
Il cavallo non abbatterà i muri, non ora. Ma se da dentro si sente il rumore — se si sente che siamo nello stesso mondo — allora qualcosa si è incrinato. Non una vittoria. Uno scongiuro.
Fuori dalla pasticceria di Potenza, le famiglie hanno finito la merenda da un pezzo. Il bar si sta svuotando. Francesca tiene le mani intorno alla tazza, ormai fredda. Giovanni mi guarda. Usciamo senza dire niente.
