Pupazzen

Mi addentro nella Palermo delle sette di sera al n. 121 di via Lincoln, nella semi-oscurità della portineria dove due rampe di scale conducono all’ingresso della “Casa Mediterranea delle Donne”. Sul pianerottolo, la porta dell’appartamento è aperta. Lungo il corridoio a L guardo le foto in bianco e nero e i manifesti storici della lotta femminista, tra cui quello celebre della donna col foulard rosso in testa: il braccio piegato, il pugno stretto e chiuso e la scritta “We Can Do It”. Mi ritrovo in un’ampia sala dalle pareti bianche, un paio di ventilatori agli angoli e, l’una vicinissima all’altra, una cinquantina di sedie ancora vuote. Gli spettatori, riversati sul terrazzo vicino, approfittano della brezza serale.

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Sono invitati a entrare da una delle organizzatrici dello spettacolo, che annuncia che purtroppo la pupazzen di Frida Kahlo è rimasta chiusa in una vetrina di cui non si trovano le chiavi.
“Pupazzen”, bambole di pezza, dà il nome allo spettacolo realizzato da Lara Salomone, Vivian Celestino e Anna Costantino, operatrici dell’associazione Handala per “FARO”, un progetto a favore dell’autodeterminazione femminile.
Mi assicuro il posto più vicino al ventilatore mentre gli spettatori riempiono la stanza e i ritardatari sono costretti a stare in piedi vicino alla porta. È il sette luglio e si sente.

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Tre signore, in prima fila, sfoderano dalla borsa ventagli floreali ma gli sguardi di tutti sono rivolti verso l’ombra di una sedia proiettata su un lenzuolo bianco fissato al vano della porta. Preceduta da voci registrate su una base musicale, appare il profilo di un’ombra. Cammina a piccoli passi, controlla di essere perfettamente in linea con la sedia dietro di lei e si siede. Si chiama Angela; ma la presenteranno solo alla fine.

Preceduta da voci registrate su una base musicale, appare il profilo di un’ombra. Cammina a piccoli passi, controlla di essere perfettamente in linea con la sedia dietro di lei e si siede.

Con una mano tiene un libro, con l’altra il microfono all’altezza della bocca; la musica s’interrompe, la donna fa un respiro profondo e comincia: “Io sono una sedia. Una sedia su cui non si siede mai nessuno. Non so se ci sono delle piastrelle o del linoleum o della vernice fresca. Chi mi ha verniciato le mani? Un secondino immagino, ma ieri è venuta una visita. Una parola, pa-ro-la, parola, parola, mi bacia le labbra, pronuncio la parola”.

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Dal bordo del lenzuolo si affaccia una bambola di pezza con i capelli corti, una collana di perle, una spilla verde smeraldo e una sigaretta cucita sulla mano. È Alda Merini, la poetessa.
L’ombra scandisce le parole sillaba per sillaba, come se Alda Merini in persona le stesse insegnando a leggere per la prima volta. S’inumidisce il dito, gira un’altra pagina. La bambola scompare dietro il lenzuolo, la donna chiude il libro e tra gli applausi esce di scena.
Ecco che la musica riprende e una voce squillante racconta le proprie impressioni sulla pittrice messicana Frida Kahlo.

 

Le tre operatrici usufruiscono tre volte a settimana dello “Spazio Donna”, un appartamento messo a disposizione dall’Onlus “WeWorld”, all’interno di uno dei padiglioni dello Z.E.N. 2, oggi quartiere di San Filippo Neri. Lo Z.E.N. 2, insieme al vicino Z.E.N. 1 con circa 30.000 abitanti, è considerato la più grande periferia in rovina d’Italia.
La seconda ombra occupa posto sulla sedia. “La mia notte è senza luna”.

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“La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre…”. Le trema la voce ma va avanti fino alla fine della lettera che Frida scrive a suo marito, il pittore Diego Rivera.
S’interrompe per qualche secondo, si schiarisce la voce e legge alcuni versi della poesia: “L’amore non basta”. Infine si alza e va via. Mi guardo intorno per vedere la reazione degli altri spettatori; una donna alla mia destra, tre posti più in là, si asciuga le lacrime. Non è l’unica.

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In una situazione di microcriminalità attiva 24 ore su 24 e di totale assenza d’infrastrutture, la maggioranza delle donne, dette “le Pigiamate”, sono segregate in casa, costrette a rinunciare a ogni diritto per sottostare al ruolo di moglie e di madre.

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Da dietro il lenzuolo si sentono le operatrici bisbigliare. La terza ombra si siede, si rialza e torna indietro. Ritorna e ripete al microfono quello che un’operatrice sottovoce le suggerisce: “Vi canterò una canzone, la canzone che mi piace di più. Mori Mori”. Parte la base musicale e dal lenzuolo emerge la bambola della cantante Rosa Balistreri. L’ombra inizia a cantare le strofe in dialetto siciliano e la vediamo dondolare sulla sedia. I’istinto è di girarmi e riguardare il volto della donna commossa ma resto immobile ad ascoltare. La bambola di Rosa Balistreri ha la bocca aperta, ricamata col filo rosso e una chitarra cucita sul petto.
Al termine della canzone, tra gli applausi, le donne oltrepassano il lenzuolo e vengono presentate al pubblico: Angela, Sonia e Ignazia.

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A causa di mancanza di fondi, dal 20 novembre 2017 il progetto “FARO” è stato interrotto e le donne, che come dice la coordinatrice del progetto Lara Salomone “trovavano allo spazio donna un luogo d’incontro in cui non esiste il giudizio in cui ognuna di loro può aprirsi e socializzare con rispetto e libertà”, per il momento sono rientrate nella solitudine delle loro case-prigioni. Tuttavia Lara, Vivian e Anna stanno facendo il possibile per trovare bandi per presentare progetti e con “Facciamo Spazio”, la raccolta fondi per lo spazio riservato alle donne dello Zen, sperano di poter tornare a offrire sostegno e amicizia a tutte le donne cui non è concesso di vivere dignitosamente.

Fotografie di Naomi Morello

 

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Jedako, la terra della Luna

Il Chocó, Colombia, è una terra in bilico tra le onde aspre dell’oceano Pacifico e la fitta giungla tropicale, che con le sue palme da cocco si sporge fino a lambire la costa. I suoi abitanti, i chocoanos, si confondono con l’oscurità delle notti senza luna. Poiché la loro pelle nera non gli fa mai dimenticare l’Africa, a cui furono strappati cinquecento anni fa come schiavi e mai restituiti.
Nuquí, Panguí, Jurubidá, Jobí. I nomi dei villaggi hanno sapore indigeno, parlano di un passato in cui i nativi popolavano queste lande prima di ritirarsi in nidi remoti nel cuore della foresta e cedere il passo alle comunità di cimarrones, gli schiavi neri che fuggivano dalle miniere nelle fauci della terra e riparavano in luoghi impervi pur di sopravvivere.

I chocoanos sono i figli degli schiavi ribelli nella terra della luna, che ne è la signora.

La luna governa le maree col suo pallore di pietra. Puja y quiebra dicono i suoi abitanti quando parlano dell’alta e bassa marea che ingrossa i delta dei fiumi, divora le spiagge e i muri marciti delle case e trasforma i villaggi in isole sparute.
I chocoanos mangiano riso con platanos fritos e bevono il dolce siero delle noci di cocco come l’acqua, che in questa terra non è potabile. Vivono in case di legno colorato col tetto di foglie. Essi stessi le costruiscono a una spanna dal suolo, per non farsi inghiottire dal ribollire dell’oceano quando c’è l’alta marea o un fiume incollerito dalla pioggia.
Chi atterra a Nuquí avrà sorvolato l’incredibile coltre di alberi che invade il tropico, interrotta solo dallo scorrere di qualche lungo fiume serpeggiante tra le chiome. Il caldo assale come uno stormo di avvoltoi, l’afa infiacchisce, ma i chocoanos ridono sotto il sole sferzante e non si lamentano.
Non conoscono vetture private: a prestare servizio in paese è il chocho, una macchinina a tre ruote che non teme il fango delle strade terrose. Quando invece le circostanze impongono spostamenti più lunghi, la giungla non lascia scelta. Resta il mare, attraversare le sue acque a bordo di una vecchia lancia dal motore forte, con la probabilità di scorgere il nero di una coda di balena tra le onde.

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A simple conversation about the things that matter, via

I chocoanos sono falegnami, cacciatori, soprattutto pescatori. I Curanderos no. Nel municipio di Nuquí ne è rimasto solo uno, Emigdo, geloso custode delle sue conoscenze antiche. Parla di come curare i portatori del mal de ojos[1] disciogliendo sui loro occhi manteca di maiale nero, antidoto infallibile con cui ha guarito una donna che rischiava di ammazzare i propri figli per via del suo sguardo violento. Racconta di rimedi contro la sterilità, di come trattare il mal de nacimiento e di serpenti inviperiti che seguono le loro vittime fino all’uscio di casa per affondare i denti nella viva carne.
“Persino gli indios vengono da me a farsi curare”, commenta con una scintilla nello sguardo, quando una donna dai lunghi capelli scuri fa capolino dalla sua porta.

“Persino gli indios vengono da me a farsi curare”, commenta con una scintilla nello sguardo, commenta Emigdo, con una scintilla nello sguardo.

Emigdo lavora con le anime dei suoi pazienti, ma ne conosce anche i tre spiriti, quelli che accompagnano ciascun individuo  fino alla fossa e ne bisbigliano il destino a chi può sentirlo. Per vederli si alza all’alba e fissa gli occhi sulla luce del sol nascente, affinché i raggi gli rischiarino la vista.
I chocoanos maneggiano il machete con destrezza, come fosse il prolungamento affilato delle loro braccia.
I falegnami costruiscono le loro case poco a poco: ogni piccolo risparmio si converte in un’anta di finestra, una porta, un listone per il pavimento. Così fa Prudencio, falegname di Arusí, un paesino di trecento anime senza negozi, né chochos. Fabbrica letti, barche, piccole abitazioni, abbatte lui stesso gli alberi nel fitto della foresta. Mostra la sua dimora e ricordando con orgoglio il tempo in cui per arrangiarsi copriva il suolo con rottami di altre costruzioni. Gli manca ancora un po’ per finirla, ma ci vive già da anni.

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Riconnettersi con il sé, via

I pescatori usano canoe scavate nei tronchi, così piccole e sottili che a starci seduti dentro ci si sente nel ventre di un’onda.
Prospero è un pescatore del piccolo comune di El Valle. Con la sua esile canoa risale il corridoio di mangrovie ai margini del fiume o getta l’amo in mare aperto. Non passa giorno senza che la sua lenza si tenda. Al resto ci pensa madre terra con i suoi frutti sugosi che pendono dagli alberi. Banane, cocco, papaya, anón. Le galline, che ruspano l’arena polverosa a ogni angolo di strada. Un uovo a tavola non manca quasi mai.
“Può darsi che qualcuno patisca la fame per un paio d’ore”, commenta Prospero, “ma poi sicuro troverà chi lo aiuta e, barattando un bene con un altro, un boccone lo si riesce sempre a rimediare”. Nessuno è mai morto di fame nel Chocó. La malaria, invece, quella sì che ammazza, quando l’aeroporto è lontano e le cure non si trovano che a qualche centimetro più a est sul mappamondo, oltre quella fitta coltre d’alberi che fa sentire su un’isola più di quanto non faccia il mare.
Ed è nei recessi più nascosti della giungla tropicale, lontano dalle pattuglie e dai posti di blocco, che i narcos esercitano indisturbati le loro attività. La coca, imbarcata nei porti lungo la costa, viene poi spedita a Panama e da là, attraverso il Messico, giunge a destinazione, negli Stati Uniti. Quando una lancia super veloce con a bordo un carico di droga viene abbattuta dall’esercito, el oro blanco si riversa in mare ed ecco che si scatena la pesca del carico perduto. La pesca bianca, come la chiamano, è un affare. Chi recupera la merce la rivende ai produttori e il ciclo si ripete.
Anche il ciclo delle acque si ripete: le onde tornano a inghiottire le spiagge, la pioggia ricade brutale dalle nubi e ancora una volta il Chocó cambia le sue vesti luminose del mattino per quelle opache della sera.
All’ora del tramonto, quando il sole è già annegato oltre la linea incurvata del globo, quando il temporale ha imperversato e i fulmini hanno irradiato il cielo come lampadine quasi fulminate, in quel momento in cui l’aria è sospesa, passeggiando per le strade limacciose si ascolta un’unica eco e una luce tremolante esce da ogni porticina aperta sull’orlo della notte. Tutti ridono all’unisono, stregati dalla stessa filastrocca.
Ficchi la testa oltre l’uscio di una casa e dovunque scorgi la stessa scena. Tutti pendono dalle immagini parlanti di un vecchio televisore, tutti sintonizzati sullo stesso canale, come ammaliati, ridono e piangono insieme, uguali a chi si stringe attorno al fuoco ad ascoltare le storie degli avi per scacciare i fantasmi della notte.

Opere di Valentina Brostean

[1] Malocchio.

Lontano dalle macchine

È l’alba e dalla massa di persone provengono discorsi in arabo, bengalese, wolof. Sono accalcato con i miei colleghi fuori dal portone di ingresso, imbacuccato come gli altri, in attesa che aprano le porte per poter iniziare il turno.
Anche se è luglio, alle cinque e mezza di mattina a Vicenza fa freddo.
Tutti parlano sottovoce perché la regola tacita del turno della mattina è che non si inizia a sbraitare almeno fino al primo caffè.
Il guardiano viene ad aprire ed entriamo nel fabbricato. Raggiungo assieme agli altri lo spogliatoio dove indosso la tuta e le scarpe da lavoro. Sistemo i vestiti nel mio armadietto e raggiungo l’interno della fabbrica.

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Via

Mi accoglie una serie di tubi arrotolati lungo le colonne che sostengono il tetto, di cavi che alimentano gli strumenti di lavoro, di armadi in acciaio ricolmi di viti, bulloni, martelli, lime. Su questo ammasso di metallo incombe un suono continuo proveniente dalle padrone di casa: le macchine. Macchine per sagomare fogli di alluminio, macchine per trapanare, per saldare, per il collaudo. Attorno formicola una massa di uomini in tuta verde per evitare che quel coacervo di cavi, ferro e plastica si trasformi in un caos indistricabile.
Lo stabilimento costruisce impianti di raffreddamento. Un fascio di tubicini di rame, fissato da un’intelaiatura di plastica, viene inserito in un cilindro di acciaio. In questo passerà il liquido che dovrà essere raffreddato mentre nei tubi di rame scorrerà un gas gelido che ne abbatterà la temperatura.

Su questo ammasso di metallo incombe un suono continuo proveniente dalle padrone di casa: le macchine. Macchine per sagomare fogli di alluminio, macchine per trapanare, per saldare, per il collaudo.

Tutto l’impianto ruota attorno alla costruzione di questo tipo di macchinario. In un settore si preparano i tubi di rame, in un altro i tubi vengono inseriti nella struttura di plastica che li tiene uniti, in un’ulteriore zona il fascio viene inserito nel tubo di acciaio che i saldatori hanno preparato in un altro settore ancora. Segue la sigillatura, il collaudo, la verniciatura, la spedizione.
Raggiungo la mia postazione, dove mi aspetta una sgangherata sedia da ufficio davanti alla quale è stato piazzato, sorretto da un cavalletto a ruote, uno dei grossi cilindri di acciaio. Il fascio di tubicini di rame è già stato inserito e il mio compito consiste nell’allargare con un trapano apposito le loro estremità: un accorgimento per renderli più resistenti al passaggio del gas in pressione.
I tubi di rame sono più di trecento, ognuno ha un diametro di circa 5 millimetri e l’operazione di allargamento di ciascuno richiede meno di mezzo minuto, avrò bisogno di quasi tre ore per completare l’opera.

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Accendo il trapano, inizio il lavoro e tengo gli occhi fissi sul punto dove opero. Dopo più di un’ora di lavoro cominciano a dolermi.
Spengo il trapano e segno con un pennarello dove sono arrivato, in modo da sapere da dove ripartire. Mi concedo qualche istante di riposo a occhi chiusi, fino a quando metto di nuovo a fuoco le bocche e riprendo a lavorare.
Trascorre un’altra ora quando vengo raggiunto da Valentina, una delle mie colleghe. Si siede a una postazione vicino alla mia dove è posizionato un apparecchio simile a quello di cui mi sto occupando io e inizia a fare il mio stesso lavoro. Chiacchieriamo del più e del meno, spettegoliamo degli altri colleghi e dei nostri superiori.
Discutiamo delle ore di straordinario calendarizzate per la prossima settimana, quando Valentina con il collo irrigidito smette di parlare e guarda dritta davanti a sé. Da principio non riesco a spiegarmi il suo comportamento ma non ci vuole molto per capire cosa sia successo. Trascorrono pochi secondi e davanti a noi, sfilano con passo lento, il direttore dello stabilimento e il responsabile del nostro settore.

Gabriele Basilico - Fabbriche

Il direttore è un uomo corpulento, sui settant’anni e cammina con passo claudicante. È l’unico tra i dipendenti ad avere il privilegio di poter entrare nei reparti con la camicia, senza indossare la tuta dei metalmeccanici.
Il responsabile del nostro settore ha da poco compiuto i trenta, esibisce un’aria da capo della banda, attento a radersi tutte le mattine e ad avere i capelli tenuti in posizione dalla brillantina. A differenza del direttore è asciutto, la camminata nervosa e ostenta un’assoluta ammirazione per il direttore.
I due sfilano davanti a noi e con loro un pezzo della storia della fabbrica.
Il direttore lavora qui da qualche anno, chiamato dalla proprietà per raddrizzare le sorti dell’azienda che navigava in acque burrascose. Pare abbia assolto bene il suo compito dato il flusso di ordini e di produzione che investe la fabbrica da mattina a sera.
Il direttore ha riportato la società in carreggiata con l’unico strumento che sembra oggi essere in grado di garantire la sopravvivenza di un’attività: spremendo fino all’ultima goccia la competitività dello stabilimento. Ha razionalizzato l’organizzazione interna della fabbrica, allungato l’orario di lavoro giornaliero e infiltrato i suoi uomini, tra cui l’imbrillantinato, tra le fila dei vecchi dipendenti.
Gli utili della fabbrica sono migliorati, ma non l’aria che si respira nello stabilimento. Tra le novità introdotte anche un irrigidimento delle relazioni gerarchiche tra i lavoratori, sempre con lo scopo di ottimizzare le potenzialità di produzione. Questo spiega il comportamento di Valentina: secondo la visione del direttore, «quando si lavora si lavora, non si parla» e chi viene colto in fallo va come minimo redarguito.

Tra le novità introdotte anche un irrigidimento delle relazioni gerarchiche tra i lavoratori, sempre con lo scopo di ottimizzare le potenzialità di produzione.

Il direttore passa davanti alle nostre postazioni in silenzio, lancia solo un’occhiata pigra verso di noi, senza poter capire se ci abbia colti in flagrante o meno; e si allontana, sempre seguito dal suo sottoposto imbrillantinato.
È necessario lasciar trascorrere qualche altro minuto prima che la tensione creata dal passaggio dell’autorità si sciolga e ci permetta di ritornare a conversare a bassa voce.
Verso le dieci di mattina finisco di lavorare sul pezzo, sono state necessarie più di quattro ore. Trascino il carrello che sostiene il cilindro di acciaio verso il reparto del collaudo e posiziono davanti alla mia sedia un altro pezzo, ancora più grosso del precedente. Se non ci saranno imprevisti lo completerò a pomeriggio inoltrato. Ricomincio a lavorare con il trapano, i minuti scorrono lenti, il fascio di tubi diventa ai miei occhi simile a una macchia indistinta di colore brunito.
Quando a mezzogiorno suona la sirena per il pranzo, sono a poco più di un terzo del lavoro. Vado verso la mensa in fretta, la pausa pranzo dura solo mezz’ora. La sala dove gli operai mangiano ha il soffitto basso ed è satura dell’odore del cibo industriale portato dalla ditta che prepara i pasti. Mi siedo con alcuni altri colleghi, mangiamo rapidi il pranzo confezionato nelle vaschette.

Solo il tempo di sciacquarsi la faccia e cercare di lavare via un po’ di stanchezza che il turno ricomincia.
Nel mio reparto sono avvolto di nuovo dal rumore delle macchine e dalla puzza di gomma bruciata che aleggia dentro tutta la fabbrica. Il tetto dello stabilimento grava sulla nostra testa, irto di costoni di cemento tappezzati da ragnatele mai rimosse. Alla mia postazione riprendo il lavoro con il trapano. Il mio turno dovrebbe finire alle due di pomeriggio ma sono già d’accordo con l’imbrillantinato di fermarmi per un paio di ore di straordinario.
Continuo nella mia opera da amanuense, uno dopo l’altro attraverso con il trapano le bocche di tutti i tubicini. Ogni tanto mi distraggo e perdo il conto. E sono costretto ad esaminare l’impercettibile differenza tra quelli già allargati e quelli ancora da fare.
Sono quasi le quattro quando finisco il secondo pezzo della giornata. Quando termino di allargare l’ultimo foro mi rendo conto che il mio corpo è anchilosato dalla posizione seduta e dal peso del trapano. Cerco di distendere la spina dorsale, faccio scrocchiare le vertebre del collo, compio ampi giri con le braccia per fare scricchiolare le clavicole.
Trascino il cilindro di metallo verso il collaudo e inizio a spazzare la mia postazione di lavoro. Manca meno di un quarto d’ora alla fine del mio turno e penso di trascorrerlo mettendo un po’ in ordine.
Mentre pulisco con un panno le punte del trapano vengo raggiunto dall’imbrillantinato che mi avvicina con i suoi movimenti nervosi. Trascina dietro a sé un cavalletto con sopra un cilindro simile per dimensione al primo di cui mi ero occupato e lo piazza giusto davanti alla mia poltrona.
Chiedo se è il pezzo di cui dovrò occuparmi domani, ma lui risponde che si tratta di un ordine urgente da eseguire entro sera.
Lo guardo perplesso. Per finire terminare il lavoro sarebbero necessarie almeno tre ore e io, sulle spalle, ne ho dieci di duro lavoro. Tento di svicolare ma non c’è modo di impietosirlo. Il nuovo corso della fabbrica passa anche da qui, dalla lenta erosione del diritto del lavoratore a non essere trattato come un animale da soma.
Mi rassegno e mi metto al lavoro sul pezzo, un lavoro che non può essere velocizzato in alcun modo. L’unica strategia è quella di cercare di fare meno errori possibile. Dopo la giornata che ho trascorso l’impresa è ardua.

La schiena, le ginocchia e i polsi sono sempre più indolenziti e la vista si ottunde a forza di essere focalizzata sull’alveare di forellini che ho davanti. Commetto molti errori, sono costretto spesso a fermarmi e a ricontrollare la parte di lavoro fatto. Il mezzo minuto necessario ad allargare ogni singolo tubo mi pare dilatarsi sempre più, fino a quando sembra che il tempo sia del tutto fermo.
I minuti passano lenti e diventano ore, fino a quando non finisco di allargare l’ultimo dei fori.
La testa mi ronza e la vista è appannata ma ho finito, la lunga giornata dentro la scatola è conclusa.
Porto il pezzo al collaudo e saluto i pochi operai che sono rimasti ancora al loro posto. Vado allo spogliatoio e mi cambio in tutta fretta, voglio uscire fuori da quelle quattro mura il prima possibile.
Nel parcheggio mi accoglie l’aria calda della sera, così diversa da quella arroventata all’interno della fabbrica. Il vento tiepido dell’estate mi porta il profumo dei campi e fa sparire l’odore di olio da motore che mi ha perseguitato per tutta la giornata. Il blu del cielo quasi scuro guarisce i miei occhi intorpiditi dalla prova che hanno dovuto sopportare. Lascio il mio sguardo perdersi nello spazio, lontano dalle macchine e dal rumore, e sempre più vicino alla falce di luna che fluttua nell’imbrunire.

Fotografie di Gabriele Basilico

Havana

I dipendenti dell’aeroporto sono tutti più giovani di me: le loro carnagioni hanno varie tonalità, i loro volti sono scazzati o allegri mentre mi ignorano, parlando dei fatti loro o sbrigando con efficienza le mie pratiche. Quella della dogana non mi guarda nemmeno. Quello del passaporto osserva il mio documento per qualche istante. Mi dice “ciao″ e pone quasi subito la fatale domanda: “Juve o Toro?”. Poi mi annuncia, teatralmente, “benvenuto a Cuba”.
Quando mia moglie ed io usciamo dall’aeroporto, nel caldo opprimente che ricorda Torino ad agosto, non troviamo il taxi che avevamo prenotato e pagato dall’Italia. Attraversiamo una larga via piena di taxi gialli e raggiungiamo una galleria dove hanno sede varie agenzie di viaggio. Entriamo in una e spieghiamo la nostra situazione. Un signore grasso mangia riso e fagioli da un contenitore di plastica, una donna di mezza età si alza e ci segue fuori. Ci chiede di mostrarle “el voucher”, il foglio della prenotazione, poi ci riaccompagna nell’atrio dell’aeroporto, tra folate gelide di aria condizionata, nel caos dell’alto portico lì davanti. Famiglie spaesate da ogni parte del mondo, cubani con cartelli con scritti cognomi e messaggi di benvenuto e cubani senza cartelli, un po’ più equivoci, che girano ripetendo a mezza voce: “Taxi?”.

Un grosso americano con bambini e moglie al seguito vede la nostra accompagnatrice e senza dire niente le mette in mano un foglio di carta, come per dare un ordine a un diretto sottoposto. Quella dà a vedere di non capire e l’americano si spiega in inglese: vuole un taxi anche lui, per la sua famiglia. La donna gli spiega con sbrigativa cortesia che ha da fare e continua a cercare il nostro tassista, che a quanto pare se n’è andato.
Dopo poco la donna si allontana e poi riappare gesticolando – lo stesso americano di prima la intercetta e nello stesso modo, senza dire nulla, le mette il solito foglio in mano –, lei lo ignora e ci indica un tizio sulla quarantina, appena sceso da uno dei taxi gialli, che carica la nostra roba nel portabagagli e senza dire una parola si mette alla guida.

Durante il tragitto, rimane in silenzio. Dai bocchettoni dell’aria condizionata esce un getto forte e freddo, il taxi procede lentamente. Due poliziotti, un uomo e una donna, attraversano una strada a tre corsie sotto il sole cocente. Ora il tassista supera i cento chilometri orari in un rettilineo. Non c’è molto traffico, ma per strada si vede ogni sorta di veicolo: vecchi modelli di auto Lada e Bentley variopinte che mandano in solluchero i vecchi italiani, camion di ogni tipo, vecchi scuolabus vuoti con scritte in francese, jeep, minuscoli autobus strapieni, lentissimi sidecar, gruppi di lavoratori a piedi o trasportati sui cassoni di camion che sembrano marciare per miracolo. Le fermate sono piattaforme di cemento, segnalate da un palo. La gran parte della gente in attesa tiene il braccio alzato per fare autostop, nella speranza di ottenere un passaggio prima che arrivi il bus. Bastano pochi mezzi per creare un ingorgo: il tassista tenta di superare, ma resta fregato al semaforo perché il guidatore di un camioncino sembra intento a cercare qualcosa che gli è caduto sotto al sedile. Non parte, non presta attenzione al gigantesco timer che indica quanti secondi mancano al rosso.

La strada è costeggiata da viottoli sterrati, giganteschi baobab, edifici fatiscenti dai colori accesi, file di capannoni turchesi deserti. Si vedono sparuti greggi di capre e vacche bianche. Dal cruscotto del taxi pende un piccolo crocefisso.
Ci addentriamo nella parte orientale della città, nel quartiere Vedado: vecchie ville variopinte e fatiscenti, di molte non si riesce a capire se siano abitate. Grandi cartelli di propaganda, con gigantografie a colori: “Fidel vivira para siempre in nosotros” e, davanti a un centro sportivo, “Listos para vencir”.

All’hotel, la chiave della nostra camera non funziona. Nel frattempo l’inserviente ha fatto in tempo a sparire per diversi minuti e tornare di corsa con un enorme mazzo di chiavi, e a provarle tutte senza nessun esito. Al momento di scendere, troviamo la pulsantiera dell’ascensore con tutte le luci accese e lampeggianti. Decidiamo allora di fare le scale, le  cui ultime due rampe sono completamente al buio e prive di pavimentazione.
Il cortile dell’albergo è per gran parte occupata da una piscina frequentata da cubani del quartiere, che pagano un tot per farci il bagno anche senza pernottare nell’albergo. Lì si passa il pomeriggio, bevendo rum e mangiando panini di proporzioni statunitensi.

Quando il sole tramonta cominciamo una lunga camminata sul Malecòn, il lungomare dell’Havana, che collega il centro storico al Vedado. Davanti a certi monumenti, in certe piazze, si fermano i grandi bus delle agenzie. Gente seduta o sdraiata per terra, nel vento forte, caldo e saturo di umidità che arriva dall’oceano.
Il Malecòn è una imponente strada a tre corsie oltre al quale c’è solo qualche scoglio piatto e nero, di roccia magmatica, in lieve declivio verso onde basse, una forte corrente scorre verso ovest, dove il sole sta scomparendo oltre i grattacieli.
Sul parapetto, centinaia di ragazzi, di uomini e di donne bevono birra, suonano chitarre, percussioni o ascoltano musica da casse Bluetooth o semplicemente stanno appartati a guardare il mare, vicini, in silenzio. Le rocce ai piedi della passeggiata sono piene di bottiglie e lattine vuote. Sull’altro lato della strada c’è una fila di case molte delle quali sono antiche, con colonnati al pianterreno. Altre sono perfettamente restaurate e pulite, bene illuminate ma vuote, occupate da negozi, ristoranti di lusso o hotel. A un certo punto una vecchia camionetta militare accosta e ne scendono poliziotti e soldati che, a coppie, si sparpagliano sul lungomare e iniziano a pattugliarlo lentamente.

Al ritorno percorriamo una lunga via chiamata calle Animas. La strada, quasi del tutto occupata da mucchi di immondizia e macerie, è percorsa da passanti e vecchi taxi. La via è buia e non ci sono bar né ristoranti – solo vecchie case a due piani, dai pianterreni altissimi che spesso sono stati divisi creando ammezzati soffocanti. Le porte e le finestre aperte lasciano intravedere le persone che vivono in quei luoghi – vecchie, ragazzine e grandi cani assonnati e annichiliti dal caldo – si capisce dai loro volti consunti e dall’immobilità dei loro corpi che il caldo è la dimensione in cui vivono perennemente, in cui sono immersi e da cui non possono o non vogliono fuggire.

Fotografie di Steve McCurry

Tempo diversi sui monumenti

A un mese e mezzo da quella notte, scrivo qualche riga su Monumenti, perché credo sia utile fare il punto sull’operato, talvolta virtuoso, del collettivo Tempi diVersi. Nato come compagine di ventenni improvvisata e mutevole, ha posto l’accento sulla condivisione e l’ascolto della poesia; il gruppo, che comprende, tra gli altri, Tommaso Russi, Andrea Viecelli, Antonio Paciello e Francesco Carlucci, è stato capace di mettere in luce un aspetto poco conosciuto della nostra città.

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Il collettivo Tempi diVersi, nato come compagine di ventenni improvvisata e mutevole, ultimamente è stato capace di mettere in luce un aspetto poco conosciuto di Milano.

Non scriverò una cronaca della passeggiata – ci ha già pensato Luigi Cannillo sul Corriere, qui –, bensì un’associazione di pensieri; preferisco sottolineare il contatto con il mondo, prerogativa necessaria ad ogni scrittore per acquisire la sua materia prima, che nella kermesse di Monumenti è stata costantemente ricercata.
Ciò che secondo molti pareri ha ridotto l’impatto e la rilevanza della poesia nel sentire comune sono l’autoreferenzialità e l’isolamento del poeta. I versi di per sé non significano nulla; certo, si può parlare del proprio personalissimo sentire o dolore o visione del mondo, ma occorre anche che questi lascino qualcosa al lettore perché poi vengano riconosciuti e tutelati.

Ciò che secondo molti pareri ha ridotto l’impatto e la rilevanza della poesia nel sentire comune sono l’auto-referenzialità e l’isolamento del poeta.

Il collettivo Tempi DiVersi ha raccontato la mutazione di Milano nel corso del proprio tempo attraverso la passeggiata di Cabine in via d’estinzione (2015) – concentrandosi sull’abbandono di una modalità di comunicazione vissuta da tutti e presto sostituita da un’altra più interconnessa –, seguita da Il sole sorge anche a Milano e Stati d’animo (2016), incentrate invece sul rapporto con la città, fino all’eterno limbo dei ventenni narrato in L’amaro miele della giovinezza (2017), prendendo spunto dai versi di Gesualdo Bufalino. Il tutto con uno sguardo generazionale, saldo al terreno e astratto come le nuvole, calpestando le vie della metropoli lombarda.

Di questi giochi rimane pochissimo, il ricordo di chi vi ha partecipato, forse, ma sono pur sempre semi gettati che speriamo qualcuno raccolga in ogni città, perché ogni città è muta, quindi distante. I monumenti dovrebbero esserne i portavoce; abbiamo provato a farli parlare con poeti, attori e scrittori dai venti ai sessant’anni. Raccontarvi com’è andata annoierebbe per primo me, quindi non lo farò. Chi c’era sa il clima che si è creato, la sensazione di abitare uno spazio pulsante e vivo ma invisibile e cieco, come un bimbo nel grembo materno.

L’invito è di replicare Monumenti in ogni città, perché ogni città è muta, quindi distante.

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Lo scrittore Marco Philopat in un momento della manifestazione

Scrivo queste righe al tavolino di un monumento di quest’epoca; sono seduto a un McDonald croato senza aver consumato neanche una patatina, spero non mi caccino prima della fine della pagina. È la notte di Halloween, i ragazzini zagrebelesky sono travestiti e bevono per forza dai beveroni, prendono l’autobus verso feste che non vedrò. Ho comprato una penna e una vodka da pochi centilitri per undici kune, un euro e mezzo. È bello essere nessuno. Forse pensano sia zagrebese anch’io. Io quando vedo qualcuno scrivere lo interrompo e gli chiedo come sporca quel foglio, è una curiosità più forte di me. Nessuno mi si avvicina, però. Quattro ragazze addentano i loro cheeseburger, probabilmente parlano di niente. Come tutti. Anche io mi do arie da scrittore senza scrivere nulla di significativo.
La vodka è a metà. Le ragazze hanno finito i cheeseburger. L’ennesima cicca mi brucia le dita. Se qualcuno si avvicinasse a chiedermi cosa scrivo direi: la vita. Irrilevante come queste pagine sporche e come solo i monumenti, apparentemente, sanno essere.

Fotografie di Morgane Quere
Grafica di Isabella Cortese

 

Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

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Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

Oltre il cancello

Il panorama da suburbio dimenticato si staglia ai nostri occhi. Siamo a Cormano, nell’estrema periferia a nord di Milano. I campi coltivati che un tempo costellavano il paesaggio sono stati cementificati e gli stabilimenti industriali hanno preso il posto delle campagne. Attorno a noi, quartieri dormitorio, case popolari e grandi ipermercati segnalati alle rotonde. Camminiamo per visitare questi luoghi abbandonati, adornati da bellissimi esempi di street-art. Mentre arriviamo, ci imbattiamo sul muro esterno di un cimitero sul quale campeggia la scritta “Padania Libera”.
Il tempo sembra scorrere come sempre, fa piuttosto caldo ma all’ombra è più fresco. Capiamo di essere ancora nella civiltà dai cumuli di cemento a bordo strada e dalla grande insegna Coop sotto il ponte.
A separarci dal cortile c’è un cancello chiuso con un catenaccio, dobbiamo scavalcare per accedere.
«Da dove entriamo?», domando a Filo.
«Lì era aperto, ieri», risponde.
«E ora non lo è più. Dunque?».
Filo si guarda intorno alla ricerca di un altro punto di accesso.
«Inventiamoci un modo», dico.
«Passare ci passiamo, però…».
«Là in mezzo?».
«Ci stringiamo come i gatti».
«Dici?».
Proviamo a sgattaiolare all’interno attraverso la fessura tra il cancello e la colonna, tentando di non lacerare i vestiti.
«Tienimi questo, per favore».
«Oplà. Uno è dentro».
«Passami lo zaino».
«Ecco».
Subito fuori, i rombi delle macchine scandiscono i minuti.
«Ci siamo».
«Da che parte?».
«Di qua».
«Bene».
«Vogliamo andare dentro?».
«Proviamo un po’ a vedere lo stabile, prima».

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Camminiamo nel cortile. Il “castello” era in origine una fabbrica, ora dismessa, che ricorda per certi versi alcune costruzioni – nella funzione, non nello stile – per la produzione della birra Fix che abbiamo visto a Salonicco, in Grecia. Dal punto di vista dell’abbandono, è persino peggio. Da qui in avanti è solo accatastamento di materiali lasciati all’incuria, senza il minimo controllo.
Ecco i tubi di rame assediati dagli alberi, che sono liberi di crescere. Tutte le finestre, ovviamente, sono sfondate. Resti di eternit a vista lasciati a polverizzarsi; meglio starne alla larga.

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“Cane morto. Per Zak”. Ci imbattiamo nel primo graffito: una grande mano sul muro con una serratura al centro del palmo. Rappresenta un accesso. Molti artisti, qui, si sono sbizzarriti, mettendo in pratica la propria arte. Decidiamo di cominciare da qui la sezione di riprese, anche se non siamo proprio i tipi “hip-poppettari urbani”. Però iniziamo.
Filippo Braga è un fotografo di Monza, che ho conosciuto a Bologna nel lontano 2014. «Sono già tre anni», dice. Studia antropologia visuale all’Università di Torino, e mi ha accompagnato in molti viaggi, slam, digressioni. Noi, novelli speronatori d’assalto, adesso ci apprestiamo a documentare questo non-luogo a tratti surreale. A me, che sono appassionato di cinema, riporta alla mente alcune scene de La classe operaia non va in paradiso, il film di Elio Petri con un magnifico Gian Maria Volontè che descriveva la situazione di un operaio durante gli scioperi selvaggi degli anni Settanta.
Accedo all’interno dalle scalette a muro. La struttura è ridotta ai minimi storici – forse a causa dei rave – resti di copertoni, calcinacci. Tutto distrutto. Su molte pareti si legge la dicitura “Vietato fumare”.

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Man mano che proseguiamo la visita, rimaniamo stupiti dall’ordine con cui i vecchi materiali da ufficio sono stati conservati. Le mensole, le scrivanie, gli armadi, la macchinetta del caffè, persino un album di illustrazioni per bambini, sono tutt’altro che danneggiati. Basterebbe venire qui con un camion per farsi un nuovo arredo. Dal fatto che ciò non sia ancora avvenuto, e anche dalle roulotte parcheggiate sotto il garage all’aperto, capiamo che qui deve viverci qualcuno. Un occupante, un residente, un custode.

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“L’ovvio era talmente affollato che ho scelto l’assurdo”. Mentre Filo monta l’attrezzatura, leggo i miei ultimi versi, con quel minimo di solennità nella voce che accompagna la lettura di ogni poesia. Prima di iniziare, prendo una Gitane dal pacchetto. Recentemente avevo smesso di fumare, ma in realtà non si smette mai niente. Purtroppo, l’unico modo di smettere qualcosa è sostituirla con un vizio peggiore. Non si smette mai niente. Come le candele, bruci e ti sciogli a ciclo continuo. Ogni tanto puoi interrompere la fiamma, giusto per durare un giorno in più, ma in ogni caso il tuo destino è bruciare.
“Non voglio fare niente che non sia bruciare”.
«Come va?», chiedo, facendo scattare la ruota zigrinata dell’accendino.
«Mi scoccia di essermi scordato la bomboletta nera a casa».
«Neanch’io ci ho pensato a portarne una».

Ecco che l’umanità
Continua ad applaudire,
Mentre la guerra avanza
Nel cabaret della reazione.

Il riso scava il fosso
Delle trincee in televisione
E noi, non meritiamo questa guerra
Più di quanto i nostri nonni
Meritassero la pace.

Ridiamo, dunque,
Dello sfacelo andante;
Carne bovina da macello sorridente
E parate nere in corso
Nel giorno della Liberazione.

 Chi siete voi,
Che vi occupate di poesia?
Siete uomini e donne
O solamente artisti?

Dove sarete
Quando ci sarà chi deciderà
Chi e quando dovrà parlare?

Dove sarete
Quando vi si chiederà
Quale plotone servire?

 Ridiamo, ragazzi,
Che abbiamo tutto da perdere!
La prima miccia
Non sarà accesa
Finché l’ultima performance
Non sarà compiuta.

 

Scattiamo le ultime fotografie, Filo gira qualche video. Un getto d’acqua di scarico proveniente dal primo piano atterra su un cumulo di macerie vicino a noi, confermando i nostri sospetti: il luogo è sicuramente abitato. Capiamo allora che è giunto il momento di andarcene, per non disturbare oltremodo gli inquilini del castello di vetro e cemento che ci ha ospitati e che ci ha mostrato, anche se per poco, le sue meraviglie più nascoste.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.
Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, sappiamo che oltre trentacinque milioni di messicani considerati “irregolari” sono stati espulsi dagli Stati Uniti. Persone non gradite per la “superiore cultura bianca” in rovina. Ogni giorno continuano i naufragi nel Mediterraneo, in un tratto di mare tristemente noto come Canale di Sicilia. Troppi profughi si ritrovano trasportati su quella che presto assume i connotati d’una moderna barca di Caronte. Il viaggio per molti è di sola andata. Persone che scappano dalla propria terra perché assediate dalla guerra in Siria e dalle dittature politiche e militari in Libia, in Egitto, che alcuni vorrebbero che venissero aiutate “a casa loro”. Ultimamente, ne sta nascendo un’altra nella vicina Turchia per mano di Tayp Erdogan, che grazie all’ultimo referendum ha acquisito ancora più poteri.
Noi ci sentiamo in dovere di parlare del nostro tempo, anche se è difficile o urticante, e di esserne testimoni. Grande è la confusione sotto il cielo, direbbe Mao, e a dispetto dell’eccezionalità della situazione, troppi poeti non hanno ancora imparato a lottare. Impariamo dagli artisti di strada, dal graffiti writing, che è segno di passaggio, e mai attestazione di proprietà. Condivisione, e non, come qualcuno pensa, demarcazione di un territorio. Laddove c’è un muro, loro ci saranno. Spinti dallo stesso, urgente bisogno di essere uomini. Oltre Il cancello.

Fotografie di Filippo Braga

Eroi di carta

Ritagliare/
Creare caos.

Scrivere/
Creare ordine.

Incollare/
Rendere la realtà maneggevole.

 

È sostanzialmente questo il mio lavoro, la mia dipendenza.
Per deformazione professionale, ho sempre trovato più semplice esprimere dei concetti attraverso un’immagine, ma – sia per papabili velleità letterarie che per spontanea propensione – utilizzo all’interno delle mie opere anche molte parole. Parole scritte da altri e poi decontestualizzate, mescolate, tosate e improfumate.
Tutto ciò potrebbe apparire vagamente fetish e probabilmente lo è, ma non importa.
L’atto di ritagliare fogli di giornale e di sporcarsi le mani di colla per creare consapevolmente qualcosa di nuovo è stato una sorta di battesimo: la carta sporca sul mio corpo come fosse acqua santa.

L’atto di ritagliare fogli di giornale e di sporcarsi le mani di colla per creare consapevolmente qualcosa di nuovo è stato una sorta di battesimo: la carta sporca sul mio corpo come fosse acqua santa.

Vorrei spendere due parole su un paio di collage in particolare, entrambi sono accomunati dalla figura dell’eroe, tema portante del prossimo numero cartaceo di Neutopia.
L’eroe appassionato è una storia, biografia di qualunque essere umano.
Siamo noi che sfrecciamo a velocità indicibili, a luce spenta, cadiamo o voliamo secondo la nostra natura, tutti accomunati da una rovente passione. Per cosa? A saperlo.
Coprotagonisti di tutto questo ruotare: il mondo e il cosmo, un po’ musoni e malinconici.
Del resto non si può sempre ridere.
Eroe è sinonimo di povero diavolo, tuffatore perpetuo per aria, asteroide verso una composizione astratta, geometrica, lunare. Come finirà? Dipende. La fine precede l’inizio.
Che cosa c’è di più eroico dell’atto di venire al mondo? Lusso temporaneo, lusso per tutti, guardare dall’alto imperturbabili e lievi per davvero, senza illusioni o bestialità.
Il mondo sottosopra, violentato e depresso, letto al contrario è un paradiso che ci spetta di diritto e non un premio da guadagnare: l’eroe ribalta il ribaltabile, riflette negli occhi quella luce feroce dei milioni di anni passati a saettare per il cosmo.
Eroe, infine, è anche uno stato d’animo. Vive tra i fusti dello struggimento e i nodi della rabbia, si riscalda tra le vibrazioni dell’entusiasmo. Gioca con le dimensioni e il loro significato, il nostro eroe personale sacrifica la profondità per diventare essenza ardente di inchiostro stampato.

Poesie visive dell’autrice

Il S. Gesù sta arrivando

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Un ubriaco dichiara a voce alta di essere ubriaco. Domanda all’aria stantia del mezzo pubblico quale sia la linea in cui si trova. Il tram si ferma, lui scende poi risale: ha dimenticato un sacchetto di plastica blu, scende. Domanda all’aria pesante di Torino quale sia la fermata in cui si trova, risale.

02

Nessuno è illegale

Imbocchiamo Corso Tassoni: dalle bocche fuoriescono lingue straniere che si attorcigliano tra loro. Il breve tratto di sottopassaggio in discesa di Corso Regina Margherita è buio e freddo. Risaliamo nello smog che riscalda l’aria, come un tasso che risale dalla tana dopo un inverno di letargo. Proseguiamo, ad una fermata una ragazza con passeggino chiede aiuto ad un giovane per salire sul tram.

03

Scende l’ubriaco che ha dichiarato di essere ubriaco.
La ragazza con passeggino si siede e domanda quale sia la fermata di Corso Vittorio. Le risponde in italiano una ragazza che prima parlava spagnolo, forse ti riferisci a Piazza Adriano, s’intromette un altro e poi un altro ancora. Si apre un dibattito. Le domandano se deve andare a Palazzo di Giustizia. Risponde di no deve andare dal pediatra, ma questo ha cambiato indirizzo dello studio. Le loro voci si perdono.
Imbocchiamo prima una direzione, quindi Corso Vittorio, due vie poi Corso Massimo. Sulla sinistra il Parco del Valentino.
Fuori dal finestrino un insetto indefinito sfida la trazione del tram in movimento.

04

Giriamo in Via Valperga Caluso e ci lasciamo indietro Corso Massimo e i palazzi stile liberty divorati da piante rampicanti stile shabby. Una scolaresca delle elementari irrompe nella quiete finta e instabile del tram, e rompe il silenzio. Una maestra grassa zittisce ripetutamente i bambini. Risate e schiamazzi e voci si mescolano ai clacson, al ritmo della città.
Come uscita da un racconto di Murakami, una bambina prende posto a sedere senza spostare l’aria: non si muove, non parla, non sorride. La maestra grassa sgrida un bambino proibendogli di bere e mangiare. Continua a zittirli. La sua presenza è pesante quanto la sua massa corporea.

05

La vostra sicurezza uccide

Nel frattempo due bambini intrattengono un’anziana signora dell’altolocato quartiere Crocetta. Le dicono dove sono diretti e ci tengono a precisare che loro sono una scuola; è una signora cordiale e si presta volentieri all’ascolto.
Prendiamo la rincorsa e continuiamo lungo il tratto in salita che cambia nome e diventa Corso Sommelier. Il tram corre lento, arranca lungo il ponte. Lo scorcio colore ruggine della stazione Porta Nuova. Le linee dei binari si intrecciano tra loro, i fili tesi dell’alta tensione corrono paralleli, vagoni abbandonati.

06

Viva Spartaco

Sale una donna molto alta. Capelli lisci neri e fili argentati raccolti in una coda bassa. Una rara scala di grigi presente solo nelle confezioni di pastelli Caran d’Ache.
All’incrocio con Corso Re Umberto un semaforo sospeso blocca l’anarchia degli automobilisti. La scolaresca scende.

07

Liberi tutti/e

Siamo fermi, siamo in attesa di un segnale per ripartire: quattro, le auto bianche ferme al semaforo, tre, quelle grigie, due, le persone che stanno registrando un messaggio vocale all’interno dell’auto, tre, quelle che lo stanno scrivendo; uno, il pastore tedesco sul sedile posteriore.

Al civico n. 30 di Corso Luigi Einaudi, la donna molto alta scende.

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Proseguiamo dritti e ci lasciamo indietro i palazzi settecenteschi e le nicchie dei balconi e le colonne greche e le torri. All’incrocio con Corso Mediterraneo, Corso Einaudi diventa Corso Peschiera. Hotel Politecnico Best Quality Hotel in maiuscolo colore rosso.

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Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Fotografie di Chiara De Cillis