Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo

Chiari sintomi e possibili rimedi

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Ci hanno insegnato a non temere il nulla che governa le nostre esistenze. La mancanza di senso tra una parola e quella successiva, il trauma della pagina bianca. Le parole ‘violenza’, ‘guerra’, ‘amore’, ancora prima di significare qualcosa, sono suoni articolati che nella nostra mente riproducono determinate immagini delle cose e delle sensazioni che abitano il mondo. Infatti, siamo alla costante ricerca dell’esatta correlazione semantica tra parola e sua immagine evocata.
C’è una generica tendenza, nell’immaginario occidentale contemporaneo, di totale pessimismo e conseguente conservatorismo che io trovo – oltre che limitante – di una spocchia francamente insopportabile: l’abitudine eurocentrica e tipicamente nostrana a considerare il mondo esterno come qualcosa di finito, sepolto, non più capace di suggerirci alcunché di sensibile e degno di nota. Continue reading “Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo”

“tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)

Dal più giovane degli autori di Salinika, una rottura con lo spazio e con il tempo

(Dalla prefazione al libro Una rottura con lo spazio e con il tempo, di Davide Galipò)

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Una tra le prime poesie di Francesco pubblicate su Neutopia, dal titolo “Verlaine fuori tempo massimo”, recita così: «Dichiaro guerra a tutte le metafisiche poliziesche/ E ai tuoi occhi militari e alle dita socialdemocratiche/ BIANCHE come le pagine dietro i tuoi pensieri;/ Dichiaro guerra alle cosce fritte di pollo/ E, dunque, in ultima analisi,/ Allo Stato borghese».
In quell’occasione, scrissi che «la delazione di Francesco Salmeri da un certo mondo e da un certo modo di fare poesia è, prima di tutto, estetica e, in secondo luogo, ideologica». Continue reading ““tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)”

Oltre il cancello

Memorie dal Castello di Cormano

Reportage di Davide Galipò, fotografie di Filippo Braga

Il panorama da suburbio dimenticato si staglia ai nostri occhi. Siamo a Cormano, nell’estrema periferia a nord di Milano. I campi coltivati che un tempo costellavano il paesaggio sono stati cementificati e gli stabilimenti industriali hanno preso il posto delle campagne. Attorno a noi, quartieri dormitorio, case popolari e grandi ipermercati segnalati alle rotonde. Camminiamo per visitare questi luoghi abbandonati, adornati da bellissimi esempi di street-art. Mentre arriviamo, ci imbattiamo sul muro esterno di un cimitero sul quale campeggia la scritta “Padania Libera”.
Il tempo sembra scorrere come sempre, fa piuttosto caldo ma all’ombra è più fresco. Capiamo di essere ancora nella civiltà dai cumuli di cemento a bordo strada e dalla grande insegna Coop sotto il ponte.
A separarci dal cortile c’è un cancello chiuso con un catenaccio, dobbiamo scavalcare per accedere.
«Da dove entriamo?», domando a Filo.
«Lì era aperto, ieri», risponde.
«E ora non lo è più. Dunque?».
Filo si guarda intorno alla ricerca di un altro punto di accesso.
«Inventiamoci un modo», dico.
«Passare ci passiamo, però…».
«Là in mezzo?».
«Ci stringiamo come i gatti».
«Dici?».
Proviamo a sgattaiolare all’interno attraverso la fessura tra il cancello e la colonna, tentando di non lacerare i vestiti.
«Tienimi questo, per favore».
«Oplà. Uno è dentro».
«Passami lo zaino».
«Ecco».
Subito fuori, i rombi delle macchine scandiscono i minuti.
«Ci siamo».
«Da che parte?».
«Di qua».
«Bene».
«Vogliamo andare dentro?».
«Proviamo un po’ a vedere lo stabile, prima». Continue reading “Oltre il cancello”

Cos’è per noi l’azione poetica

Aspettiamo la bomba come si aspetta un tramonto e ad essa dedichiamo le stesse elegie che un tempo si scrivevano alla patria o alla luna.

Allende,  il  popolo  vuole  le  armi!  Il nostro primo pensiero va, in assoluto, alla storia del Cile e al colpo di Stato subito dal popolo cileno nel 1973. All’azione poetica di matrice messicana si unì allora l’azione del realvisceralismo descritta da Roberto Bolaño ne I Detective selvaggi. Manomettere i simboli dello stato fascista è un’opera di caritatevole buongusto. Manomettere le poesie dei santoni della poesia nostrana, va da sé, sarà una semplice contingenza. Se la storia consegnerà Allende come figura di “rivoluzionario non violento”, che impedì al suo popolo di andare oltre il confine e combattere per la rivoluzione, Bolaño sarà ricordato come “romanziere”, anche se egli stesso affermava: «Sono fondamentalmente un poeta. Ho iniziato come poeta. Da sempre ho creduto – e continuo a farlo – che scrivere prosa sia un atto di cattivo gusto». Noi, allo stesso modo, se ci esprimiamo in prosa è per essere compresi (e dunque sopravvivere), ma pensiamo sia il caso di appropriarsi di armi più propriamente poetiche per affrontare l’arduo compito che la storia ci impone: salvare la poesia italiana dal baratro in cui un’editoria cieca e abbietta la sta relegando.

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Per cucinare l’aragosta occorre

Sono proprio dietro di lui, ma nessuno fa caso a me. Faccio parte dello sfondo, esattamente come le imitazioni di Masaccio che ho alle mie spalle.

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.

Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

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Cartolina da Belgrado

Beograd, libro aperto, parola soffocata, le pagine dei volumi in biblioteca bruciate dal massacro della Guerra Imperversante – prove tecniche di sottomissione.

Beograd, la ferita non si rimargina: si medica con lingue d’asfalto che fagocitano cemento, in un cuore pulsante di ribalta e dissenso. I graffiti colorati riempiono gli occhi e contrastano il grigiore che, muto, sale dai quartieri astratti.
Beograd, la crisi non si arresta: santi, puttane e sante puttane tra moderni ecomostri e scheletri edili, mozziconi di candele nella chiesa ortodossa, accenno di preghiere di donne silenziose – a chiedere perdono per il peccato più grave, quello di non ambire.
Così ti mostri, mia Serbia mancante di superbia e gonfia di miseria. La vita qui non costa, ma si ripete sui volti dei tuoi figli, animi zingari dal cuore zigano, perduti per le fiere zigzaganti, con un coltello sempre nelle tasche, con un pensiero fisso nella mente: prendere e fuggire, andare via lontano, all’assalto di treni in corsa sopra i ponti e giù, salti dirompenti.
Beograd, libro aperto, parola soffocata, le pagine dei volumi in biblioteca bruciate dal massacro della Guerra Imperversante – prove tecniche di sottomissione.
Nema problema: non so tradurre dal cirillico il degrado, ma posso tentare di trasformarlo in altro.
Io santo, tu musa; una donna sorridente in automobile si ferma e mi apre la portiera – io salgo. La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani. Priva della limpidezza di certe nostre città moderne, il tuo cuore è nei Balcani. Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani.[…] Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

Beograd alle cinque di mattina ad ascoltare dopo un rave i CCCP Fedeli Alla Linea con un ragazzo sull’autobus che mi parla con rispetto dell’Italia, e della sua totale assenza di odio o di rancore. Lo guardo negli occhi: è orfano di Marx, di dio e di madre (cit.) – la statua di Lenin nel museo del comunismo, quella di Trotzki chiusa nei libri di storia e l’ex compagno Gorbachev nelle scuole durante i ricevimenti.
Beograd, divisa nelle tue due metà dalle acque del Danubio andante (torneremo infanti ed io ci sarò), un fuoco divampante uccide lo sciame di luci elettriche. Il sole sorge: Oriente.

In copertina, scatto dell’autore, opera anonima

La presenza nell’assenza

Il superamento dell’io nella fotografia di Filippo Braga.

 

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto, in divenire, un discorso che non comincia e non finisce, ma che rimane sospeso tra la presenza dell’osservatore e la mancanza di una prospettiva definibile entro spazi e codici precisi. Un prospettivismo, quello del fotografo milanese, che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto e in divenire […] che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

Nelle foto che ritraggono la Sicilia è il contesto a farla da padrone (vedi Siracusa, centro storico) e anche laddove gli esseri umani fanno la loro comparsa, questi sono personaggi secondari, esseri viventi e intrusi (Bologna, periferia) che non brillano mai per una peculiarità o un particolare, ma che al contrario sono inseriti nel loro habitat naturale – sia pure, questo, quello urbano. Impossibile non riconoscere in lavori come quelli sulla città di Palermo un punto di vista antropologico oltreché visivo, frutto degli studi intrapresi a Bologna e proseguiti a Torino, non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti, e nello specifico Viaggio in Italia, durante il quale il maestro emiliano tentò di dare una nuova immagine aggiornata del paesaggio della penisola, distante da quello “da cartolina” al quale eravamo abituati da decenni.

Impossibile non riconoscere nei suoi lavori un punto di vista antropologico oltreché visivo […] non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti.

Ed è proprio il viaggio uno dei temi più battuti nella fotografia di Filippo, un viaggio mai inteso come meta o punto d’arrivo, ma come elemento di giunzione, stile di vita e mezzo di comunicazione con l’altro (Acitrezza, peschereccio). Il suo obbiettivo, che si tratti della desolata campagna padana o delle vie della Vucciria, tende sempre a unificare antico e moderno, in una miscellanea che, spesso, mette in luce le contraddizioni e le parti più nascoste del nostro Paese, in una poetica cui può giungere solamente l’occhio curioso e allenato dello studioso, per andare al di là delle apparenze, scavando, e arrivare così alla sua parte più vera ed essenziale.

Una presenza nell’assenza, un occhio di riguardo verso quegli elementi più propriamente umani che intaccano il nostro presente; una traccia delebile, superficiale, provvisoria, nell’epoca del post-umano.

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Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Sempre più spesso sembra che la letteratura del pensiero dominante sia l’unica in grado di finire sui nostri scaffali. Ma forse non tutto è perduto.

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

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Il potere delle cose

L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.

Continuava a far scorrere la cordicella fra le dita, come se fosse animata da un’illogica vitalità. Il fremito che provava al tatto era difficile da descrivere.
«È così che nascono le ossessioni», pensò.
Di certo aveva tenuto legato qualcosa, un manoscritto, un papiro o quantomeno lo aveva legato a qualcuno.
La vista e il tatto di alcunché avesse per lui significato li sentiva a primo acchito: lo differenziavano, sostanzialmente, da un qualsiasi altro oggetto per cui non nutrisse il benché minimo interesse. Perché, altrimenti, continuare a conservare vestiti logori e carte sgualcite, invece che destinarle all’immondizia?
L’usura non poteva cancellare il legame; il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo. Quella corda gli stava narrando una storia, la coscienza razionale non accorreva in suo aiuto, ma i sensi l’avevano riconosciuta istintivamente.

Il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo.

Colui che è saggio sa bene che non occorre porsi certe domande: non è lecito, difatti, per gli uomini razionali soffermarsi a tal punto su una tale insignificanza senza fare i conti col presente, il passato, la tradizione che lascia spazio ad un futuro opaco e poco chiaro davanti a sé. Ma lui non voleva essere eterno, cristallino come il diamante; preferiva arrovellarsi su cose inutili e banali rispetto alle sorprese che la vita potesse offrirgli. Così, distese la corda sotto il cuscino e rimase in attesa che lo rapisse il sonno.
Il nostro non leggeva mai nel dormiveglia. «Mi dà fastidio», si ripeteva, «leggere qualcosa che possa conciliarmi». Quindi ostentava freschezza e lucidità delle sinapsi leggendo per diverse ore al giorno, dandosi alle letture più disparate – dai romanzi alle riviste, dalla saggistica alla poesia – fino a interrompere la sera e poi cedere di schianto, le forze allo stremo e le meningi che gli dolevano, per cadere subito dopo distrutto da un torpore letale, quello più simile alla morte, senza sogni.
Quella notte, però, qualcosa andò diversamente. La spina dorsale sembrava scottargli sotto la maglietta, e dentro la schiena faceva pressioni per uscire. I pensieri, gli stessi che solitamente tramortiva con la mole delle sue letture, erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse, che lo costringevano ad un’intensa attività cerebrale benché si fosse addormentato da circa due ore. Malgrado rimanesse ben conscio di tale avvenimento, continuavano a inserirsi scene di dubbio significato davanti ai suoi occhi, spesso scollegate tra loro, in cui persone a lui conosciute indossavano soavemente dei pantaloni bianchi, in un’oasi in mezzo al deserto, e tentavano di salvarlo da una calamità naturale.
«Qualcosa di atroce», sussurrava una voce ai suoi piedi.
Nel frattempo, continuava a contemplare l’immagine di sé in pantaloncini bianchi, disteso sul letto, dormiente. Qualcosa brillava sotto al cuscino, ma non riuscì ad assicurarsi di cosa si trattasse.

I pensieri erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse…

Allora la scena cambiò di ambientazione, riportandolo ad una situazione realmente accaduta la sera prima quando, uscito nel cortile della Cavallerizza Reale, aveva conosciuto una ragazza di nome Nadja, la quale gli chiese perché non ballasse.
«Non ho mai imparato», si era giustificato lui, imbarazzato.
Lei lo invitò a seguirlo con un cenno della mano. Allora si allontanarono dalla luce perpetua che brillava nella dark room e uscirono entrambi da una finestra. Il mondo fuori non era affatto freddo come se l’era immaginato, e i muscoli si sciolsero al tepore della temperatura mite, malgrado fosse notte. Sotto un cielo stellato d’estate, seguì Nadja per i cunicoli del quartiere, fino a fermarsi nei pressi del tetto di una casa a lui familiare.
In quell’istante lei indicò una scala antincendio:
«Scendendo», prese parola la giovane, «arriverai alla soluzione del mistero».
Era straordinaria, ma doveva darle ascolto. La salutò sfiorandole la guancia con le labbra – non si poteva definire esattamente ‘bacio’ – e discese i gradini delle scale antincendio, continuando per parecchi piani.
Si ritrovò in una strada semivuota, dove scorse in lontananza due giovani: uno dei due era lui, mentre parlava ad una sua vecchia amica di penna, la quale teneva stretto in mano un foglio, versando dense lacrime di sconforto sulle gote arrossate per il dispiacere. Egli si commosse alla vista di un tale strazio, ma venne richiamato alla freddezza da una voce in lontananza, che lo invitava a non distrarsi e andare avanti. Così salutò i due fantasmi, il se stesso spregevole e cinico di tre anni prima e la sua amica dal cuore ormai spezzato, mentre camminava già in direzione dell’edificio più vicino, preso da un senso di liberante eccitazione. Colui o colei fossero riusciti a rivelargli il contenuto del biglietto, gli avrebbero svelato l’arcano.
La casa di fronte a lui era di quelle con la palizzata bianca, coloniali, che si vedono in certi film americani anni ‘50. Un immaginario del tutto inedito, per lui ch’era russo. Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione, la routine.
Andò avanti verso l’ingresso, avendo cura di non fare rumore, vista l’ora tarda. La finestra a lato mostrava una scena d’una famiglia riunita durante le feste natalizie: chi si tirava i piatti, chi pisciava di nascosto nel sugo dell’arrosto e i soliti due cugini che tentavano di toccarsi sotto al tavolo, senza farsi notare dagli occhi disapprovanti dei genitori. Un abominio per l’immaginazione e per lo spirito, conclusosi con la morte del padre, accoltellato dalla sorella in preda a raptus di gelosia verso la madre, che meditava di far fuori in un secondo momento.

Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione.

Scostò lo sguardo giusto in tempo per rinsavire, chiamare un taxi e andare al bar più vicino, dove una donna di nome Lilia gli versò un doppio scotch in un bicchiere di cristallo. Allora si sedette e bevve un sorso, il primo da un centinaio di parole, e si soffermò sui suoi tatuaggi, sul suo piercing sotto al naso, sui suoi capelli a caschetto e sul suo trucco, per nulla sciatto. Ci mise un po’ a finire il drink, per non rovinarsi lo spettacolo, ma seguitò la sua ricerca senza chiederle il numero di telefono. Scorse un uomo incappucciato che stava per fare il suo colpo da maestro ad una cabina telefonica, telefonando al commissariato di polizia, dicendo:
«Tra un’ora e mezza, scoppierà un ordigno alla mole antonelliana!», ma nessuno gli credette, per cui la giornata proseguì insensatamente, senza sbrogliare la matassa.

Nei sogni non esistono volgarità né mezzi di comunicazione, né social network, né telegiornali. C’è spazio solamente per Eros e Thanatos, che talvolta si scambiano di posto per fare spazio ad un unico, solitario e desolato divenire, di quelli che non recapitano con sé alcun messaggio, ma ti fanno rendere conto di come tutto possa cambiare in pochi istanti.
Ebbene, si ritrovò d’un tratto in mezzo al bosco, con la sola immagine di un dio apollineo scolpita nel marmo. Il viso della statua, per nulla corrucciato, lasciava trasparire un auto-compiacimento difficilmente fraintendibile, chiaro sentore della scoperta d’una verità sconosciuta ai più. In quel momento suonarono gli ottoni dal vicino Teatro Regio, e la statua si animò, come d’incanto.
«Chi sei?», volle domandare il nostro al misterioso dio elegante nel suo smoking su misura.
«Sono Vertumno», egli rispose. «La sola certezza degli uomini».
Si trattava dunque della morte?
«No», rispose il dio, prima ancora che i pensieri di lui si potessero articolare in parole pronunciate.
«Io sono semplicemente colui che è, in rapporto a tutto ciò che era: io sono il mutare, dischiuso nell’incontenibile impulso delle cose a diventare altro da ciò che erano. Mia è la giurisdizione della maturazione dei frutti, mia la stagione degli amori, mia la pratica dell’innesto tra le creature, mio il mutamento degli eventi e l’atto di cambiare idea».
Sul serio?
«Niente affatto, in realtà non sono mai stato diverso da così, ma mi piace farmi rappresentazione dell’inevitabile. Ora osserva: ho con me questo biglietto, recapitatomi per te da una giovane ninfa di queste langhe».
Il biglietto, ma certo! Come aveva potuto dimenticarsene? Svelandone il contenuto, sarebbe giunto finalmente alla soluzione di quel mistero.
Appena toccò il foglio di carta con le dita, Vertumno scomparve. Rimase dunque solo, a decifrare quegli strani segni, che ricordavano moltissimo il greco antico. Quando ebbe finito, si era fatto giorno, e piccoli satiri cominciavano a fare jogging intorno a lui, mentre alcune bestie brucavano l’erba. La traduzione così riportava:

“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi. Salta intorno, mangia, riposa, digerisce e torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, poiché a confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello – giacché questo soltanto egli vuole, e lo vuole però invano, poiché non lo vuole come l’animale”.

Di fronte a tale lettura, si sentì scosso. Cosa poteva centrare tutto questo con le lacrime del suo giovane e acerbo amore? Ma non fece in tempo a darsi una risposta che la scena cambiò nuovamente. L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.
Qui, sotto le ali dei gabbiani in volo, pescatori a migliaia gettavano le lenze in lontananza, in riva al Bosforo, alla luce del tramonto. Un’immagine idilliaca che per un momento lo aveva allietato, ma che non durò a lungo. Subito fecero irruzione le ruspe, che rasero al suolo ogni traccia di quello che un tempo era stato il mercato del pesce. A nulla erano servite le proteste dei pescatori e degli avventori sul posto, che erano stati presto allontanati da truppe di gendarmi a cavallo. Si sentì uno scoppio e subito le nuvole annerirono il cielo, come un calamaio che avesse rovesciato il suo contenuto d’inchiostro su un foglio bianco. I fulmini illuminavano le cupole delle moschee, così come le facciate delle case popolari. Ora in strada non c’era più nessuno, e il fiume in piena rischiava di rompere gli argini. Decise allora che forse era meglio cambiare aria, e si incamminò verso il portico più vicino, scendendo fino alla parte della città più antica, per ripararsi dalla pioggia all’interno di un chiostro.
Lì dentro, non fece più caso alla bufera. Si tolse le scarpe e ammirò la maestria con cui gli antichi amanuensi avevano realizzato gli arabeschi. Pur non riuscendo a comprendere la maggioranza delle incisioni, ne era rimasto profondamente affascinato. Una donna, seduta sugli scalini esterni, riposava poggiandosi su di una colonna. Il suo vestito scuro lasciava trasparire le bianche gambe nude, che invitavano a una sosta ulteriore. Le sedette accanto e le sfiorò i polsi con due dita. Quella si svegliò di soprassalto, aveva occhi come ghiaccio, e gli sorrise. Purtroppo non parlava la sua lingua, ma con pochi e inconfondibili gesti acconsentirono ad abbracciarsi, tenendosi stretti a lungo, per poi fare l’amore. Venne compulsivamente, venne a tal punto da ridursi ad uno stelo, una pallida ombra dell’uomo che era stato.
Niente, passata quella notte, era rimasto dell’esoterismo portato da quell’atmosfera incredibile, quasi irreale, della sera prima. L’aria della mattina era insapore, la luce pornografica, e quel senso di disagio li accompagnò entrambi anche nelle ore successive, quando le nuvole si diradarono e il sole ricominciò a splendere nel cortile interno. Solo allora videro l’albero di pesco fiorire incontrastato contro il cielo limpido, ergendosi ben oltre le colonne e i capitelli della struttura, fino a espandere la chioma al di là del tetto.
Un uomo, ai suoi piedi, teneva una corda tra le mani. Realizzò risolutivamente un nodo scorsoio e la adattò intorno al collo. Fece due o tre prove, per vedere se teneva. La donna cominciò a singhiozzare e a piangere, allora il nostro corse velocemente i cinque piani di scale che lo separavano dal cortile, per impedire all’uomo di compiere l’insano gesto. Quando mancarono ormai pochi gradini, riuscì solo a urlare fermo!, ma arrivato al piano terra il corpo già pendeva da un ramo, rantolante. Restò così pochi minuti, poi si fermò, sospinto appena da un alito di vento. Il volto del giovane suicida sembrava fisso in un riso di scherno verso la mutevolezza di tutte le cose.
Si arrampicò sul tronco, cercando di sciogliere la corda che lo teneva legato all’albero, ma il nodo era troppo stretto. Allora cominciò a piangere anche lui, e le sue lacrime formavano fiori ogni qualvolta toccavano terra. Poco distante, un bambino passava di lì a giocare, punzecchiando con un ramoscello la corolla di una violetta appena sbocciata.

Immagine di Gregory Crewdson

Da Dante alla performance

Un approfondimento sulla ‘poesia performativa’.

Per quanto riguarda noi di SALINIKA, la poesia performativa non esiste: esiste la performance, che viene dal teatro e quindi dalla «foné», ed esiste la poesia, che fin dai tempi della tragedia greca nel teatro è nata e cresciuta. Poi è arrivata la forma, la metrica, la scrittura, la poesia si è fatta genere e, quindi, letteratura. Sfortunatamente la tradizione letteraria nostrana ci ha abituati a considerare troppo spesso le categorie estetiche separatamente, come se si trattasse di una suddivisione in compartimenti stagni. In Italia, malgrado la commistione tra le arti sia un fatto reale e riscontrato, ancora persistono le voci di quanti sostengono che “quella non è poesia”. Allora immancabilmente torna l’urgenza di nuovi distinguo e sotto-generi per tentare di capire il nostro passato e, con esso, vivere la contemporaneità.

Esiste la performance, che viene dal teatro e quindi dalla ‘foné’, ed esiste la poesia, che fin dai tempi della tragedia greca nel teatro è nata e cresciuta.

Cerchiamo dunque di fare chiarezza, in mancanza di una critica militante che sappia raccontare i fenomeni artistici e letterari che stanno accadendo, e di definire i termini secondo i quali la poesia è un «atto»: negli anni ’60, quando nascevano gli happening e la corrente Fluxus[1] inondava gli Stati Uniti, da noi veniva fondato il Gruppo 63, che con l’ormai storica antologia de I Novissimi (Einaudi, 1965), apriva finalmente le porte alla poesia moderna, dove le tradizionali figure retoriche dell’anafora, dell’analogia, dell’enjambement si sposavano con la qualità oggettivante di Eliot e Pound, piuttosto che con il tardo-crepuscolarismo di Pasolini e di Montale. Se il dialogo con le avanguardie rimaneva dunque aperto, i poeti della neoavanguardia – Balestrini, Giuliani, Pagliarani, Porta, Sanguineti – diedero il loro apporto critico-filologico alla sperimentazione italiana. Lo fecero secondo la funzione che gli era propria, da accademici, e grazie a quest’aspetto si guadagnarono una loro autonomia con testi che dovevano più al Costruttivismo e al Dadaismo che non al Futurismo. Furono fortemente influenzati da scritti specificatamente letterari, ma anche dal celebre saggio di Benjamin sull’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Einaudi, 1966), che riguardava il modo di concepire le arti in toto, quindi anche la poesia, nell’epoca che aveva inventato ed esperito la fotografia, il cinema e la televisione: il Novecento. In tal modo, termini come «assemblage» e «montaggio» sostituirono gradualmente le tradizionali regole di struttura e di sintassi del testo poetico.

Durante il Novecento, termini come ‘assemblage’ e ‘montaggio’ sostituirono gradualmente le tradizionali regole di struttura e di sintassi del testo poetico.

C’è poi da considerare il ruolo fondamentale che la beat generation aveva svolto negli anni immediatamente precedenti, per cui il verso nuovo non andava più scritto per l’occhio, ma per l’orecchio: una lezione che ci è stata tramandata oltreoceano dagli americani Whitman prima e Ginsberg poi. L’urlo della poesia valicava il confine dei libri per approdare alle strade, alle bettole, ai club, perché da lì proveniva, e in quegli stessi luoghi ritrovava il suo habitat naturale a ritmo di be-bop. Come quando, nel 1955, Allen Ginsberg lesse Howl alla Six Gallery di San Francisco; il suo pubblico era composto da studenti, letterati e semplici curiosi. Tra di loro c’era anche Lawrence Ferlinghetti, che lo pubblicherà per la sua City Lights Books l’anno successivo, e che verrà processato per oscenità. Allora come oggi, i benpensanti e i detrattori gridavano “quella non è poesia”, ma il processo in questione diede al libro una notorietà tale che ad oggi rimane uno dei poemi più letti e più venduti di sempre, in America e nel mondo. Il resto, come si suol dire, è storia. Erano anni di contestazione, anni in cui le cose accadevano per strada, e solo successivamente finivano nei libri.

HOWL
Fotogramma dal film “Howl” (2010), di Rob Epstein

Ferlinghetti, dal canto suo, in Poesia come arte che insorge (Giunti/City Lights, 2009) sostiene che il verso è per sua stessa natura sovversivo, poiché «come primo linguaggio che precede la scrittura ancora canta in noi, una musica muta, una musica caotica». Questa ci può salvare dai nostri conformismi linguistici ed intellettuali, decostruendo il linguaggio del potere e restituendoci una consapevolezza nuova, ridefinendo la realtà e opponendosi alla tensione alienante della città moderna. Proprio per questo, la poesia è per Ferlinghetti «la distanza più breve tra due esseri umani», capace di fornirci una «rivelazione estatica» che possa darci il sapore di una realtà piena, soddisfacente, totale.

la poesia è per Ferlinghetti ‘la distanza più breve tra due esseri umani’, capace di fornirci una ‘rivelazione estatica’ che possa darci il sapore di una realtà piena.

Proprio nell’ambito della totalità, per tornare al contesto italiano, si muoveva un agitatore della neo-avanguardia meno ufficiale, Adriano Spatola. Poeta visivo e sonoro, Spatola rappresenta, insieme a Emilio Villa e Patrizia Vicinelli, la quintessenza del poeta moderno nella società dei consumi, che per sottrarsi alle leggi di mercato propone i suoi «zeroglifici», collage di «parole esplose» che collassano definitivamente il significato, in una valenza estetica della poesia ancor prima che estatica, simile a un rumore distorto o a un’opera di Arman[2]. Parte del suo lavoro intellettuale e teorico è poi confluito nel fondamentale Verso la poesia totale (Paravia, 1978). Sull’aspetto performativo, essenziali nella sua produzione sono stati la fonetica e il ritmo; la fono-ritmica sta alla base di ciò che Spatola stesso definiva «poesia concreta», ed è legata a doppio filo alla qualità disalienante già apportata dalla beat generation e che deriva dall’uso che della poesia viene fatto. In altre parole, non si può separare la poesia dall’uso che se ne fa.

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Nell’immagine, opera di Arman

A tal proposito, diamo ragione a Rosaria Lo Russo quando, in un’intervista a Lello Voce su I mestieri del poeta, afferma che «leggere un testo ad alta voce significa risalire a ritroso il processo creativo, enucleandone gli aspetti fono-ritmici». Una ricerca che ha a che vedere con la vocalità, e quindi con la performance, che ha una funzione ben diversa dal «recitare il testo come interpretazione» e che, al contrario, si propone di «far risonare gli elementi fono-ritmici inscritti nel testo».

Qui risiede il presupposto utile a fungere da spartiacque in questo nostro se pur breve approfondimento critico. Mentre il cabarettismo e il divismo – fattori endemici in un contesto performativo ancora primitivo – imperversano, si profila di fronte a noi un orizzonte in cui la voce, la battuta, il gesto e il getto divengono i contorni di quel bacino entro cui scorgiamo il futuro dell’ars poetica, in una sola parola: oralità.

Era il 1967 quando Herbert Marcuse avanzava in Eros e civiltà (Einaudi, 1964) la prospettiva di una società industriale in cui il principio del piacere aveva dovuto soccombere al peso insostenibile del «principio di realtà», imposto come principio di prestazione, investimento carnale verso scopi produttivi economico-sintetici. Sempre nello stesso testo, il filosofo tedesco auspica una forma d’arte che sia espressione desiderante, forma di creatività liberata, riumanizzata potenza che possa restituire l’Eros alla nostra civiltà. È nella figura di Orfeo che Marcuse ravvede uno dei volti di questa mitologia contemporanea, in contrapposizione all’egida di Prometeo, stilema della fatica, della restrizione, del lavoro. Ed è alla voce che canta ma che non comanda, alla voce di Orfeo che la nostra speranza artistica e morale si rivolge: anno 2016, lento avanzamento di un epilogo della modernità, lento disfacimento del linguaggio su cui si è retta la narrativa culturale in cui si articolano frigide esistenze. Il disfacimento è palpabile, disfacimento generato dall’heideggeriana onnipotenza tecnica, disfacimento della completa destituzione del valore del soggetto ad un percorso preimpostato, virtuale, calcolabile, astratto. Così com’è astratto lo sviluppo delle nostre vite e delle nostre poetiche, endecasillabi neo-metrici annacquati dal peso della poesia “starlette”.

Non è un caso che l’oralità che più pare avanzare non sia un’oralità consapevole della sua dimensione essenziale, bensì si configuri solamente come l’ennesima modalità di espressione votata all’accrescimento, mitomane e perpetuo, di un personalismo visto come unica fonte di sopravvivenza dall’estraniamento di una storia che pare accelerare quotidianamente, per essere dimenticata sempre più in fretta. Ed è così che urge per noi la necessità di affrontare la poesia affermando la natura prima della nostra voce. Il linguaggio, a lungo detenuto in attesa di un giudizio ciceroniano, corre ancora ad appannaggio di elitari specialisti di biopsie filologiche o di demagoghi a caccia di plaquette, e così si presenta la dimensione linguistica del nostro vivere.

Quale altro medium se non la nostra voce, dunque? La nostra voce – vero elemento di novità nell’atto poetico odierno – rigenerando la realtà che non sappiamo più vivere, sonda ed affonda il fonema in un brandello spaziale, concreto, temporaneamente autonomo, in cui i valori e la comunicazione sono completamente generati dal succedersi sillabico dei nostri suoni.

La nostra voce, rigenerando la realtà che non sappiamo più vivere, sonda ed affonda il fonema in un brandello spaziale, concreto, temporaneamente autonomo.

Per arrivare all’oggi, Sergio Garau (cit. Slam[Contem]Poetry) parla di una «dimensione autonoma» nel ruolo del poetry slam. Noi ci spingiamo oltre, sostenendo che non è caratteristica unica dello slam quella di ritagliare una temporalità indipendente in cui i rapporti di potere si stravolgono (lo slam è del tutto esente da determinati vettori di potere?), ma è proprietà della forma più essenziale della parola, a nostro giudizio, la forma corporea. È alla carne, alla libido, così come alla fono-ritmica e alla teatralità, che la poesia del presente mira: se la psicologia “social” pervade ogni pretesa olistica socio-culturale, è in questa particolare forma di comunicazione che ravvediamo la possibilità di trascrivere e di raccontare questo nostro momento storico, così come il romanzo, l’epica, il trattato, la lirica hanno dato voce ad altrettante epoche significative; momento storico in cui l’astrazione, rapendo ogni soggettività, ogni tentativo di generare una civiltà non repressiva, sigilla il potere della carne: è nell’esaltazione di questa, nella sua sublimazione e nella sua azione il destino poetico di cui ci facciamo pionieri, ed è nella ripresa della dimensione fisica contro ogni appetito pubblicitario ed eccentrico che ci accaparriamo, «prima che il cielo cada» (Alberto Dubito), ciò che il contagio tecnicistico-specialistico non può ancora sottrarci, ossia la nostra sostanziale natura fisica.

Da qui la conclusione secondo cui la poesia moderna sarà performata o non sarà. Non esistono categorie poetiche performative e non-performative, proprio perché la poesia, in quanto arte oratoria, ha bisogno di una presa diretta per prendere vita, altrimenti rischia di rimanere una partitura chiusa in uno spartito buona solo per il dimenticatoio. Ovviamente, per quanto concerne il contenuto, questi resta la discriminante tra buona e cattiva poesia, ed è importante almeno quanto l’aspetto fonetico e quello ritmico. Ciò vale da Dante alla performance: l’interazione tra innovazione, tradizione, fonetica, contenuto e ritmo danno origine a quel che definiamo «atto poetico» e all’esperienza totalizzante del linguaggio. Il resto, con buona pace dei poeti da social, è spazzatura.

SALINIKA
Gruppo d’Azione Poetica

Collage di Nanni Balestrini

Legenda:

[1] Fluxus: Network transnazionale di artisti nato negli Stati Uniti fondato dal sudamericano George Maciunas, che lo concepì come un tentativo di fondere le istanze innovatrici culturali, fu promotore di happening, performance e musica unite ad un design e ad una grafica innovativa. Ne fecero parte, tra gli altri, Joseph Beuys, Yoko Ono, Sylvano Bussotti, Ben Vautier.

[2] Arman: Nome d’arte di Armand Pierre Fernandez, pittore e scultore francese facente parte del Nouveau Réalisme.


Appendice:

Approfittiamo di alcune domande e questioni che ci sono state poste da Alessandro Burbank, poeta e performer, e Francesco Vico, presidente di Matisklo Edizioni, per approfondire ulteriormente il tema:

  1. Presa diretta, dimenticatorio? Quale, lo stesso di Zanzotto, ad esempio?
    “Presa diretta” sta ad indicare l’atto attraverso il quale la poesia viene incarnata. Ciò a cui ci rifacciamo è una poesia intesa come azione, dall’action poetry alla quale era stato accostato, senza voler fare paragoni, Sanguineti in Laborintus (Edoardo Sanguineti, Poesia informale?, da I Novissimi – Poesia per gli anni ’60). Zanzotto disse che la poesia di Sanguineti era da rimproverare se non come frutto di un “esaurimento nervoso”, non capendo sostanzialmente la crisi linguistica di cui si faceva portratrice. Pasolini disse che i neo-avanguardisti erano soltanto degli esibizionisti, non capendo la natura estetica, ma anche politica, della loro protesta.
  2. Siete sicuri che il contenuto faccia la “buona” poesia? Allora perché metterlo in versi, perché non scrivere un libro di saggistica, o semplicemente manifestare un’opinione?
    Non abbiamo scritto che il contenuto è la discriminante tra buona e cattiva poesia, ma che l’insieme di forma, contenuto, innovazione e tradizione dà luogo a ciò che definiamo come «atto poetico» – ovviamente, ciò vale per noi.
  3. Dunque se il contenuto è importante come l’aspetto metrico, dici che “forma è contenuto”? Se fosse così, ti smentisci nell’argomentazione precedente.
    Sì, il contenuto è portante quanto l’aspetto tecnico e metrico, non c’è contraddizione: dato per assunto che la poesia sia rimasta per molto tempo “muta” per una ricerca stilistica e formale che ha rasentato, in certi casi, la perfezione, oggi è arrivato secondo noi il momento di rimetterla in discussione. Se non altro, per non morire di noia.
  4. Da Dante alla Performance”, in che senso?
    Il titolo fa riferimento all’intervista rilasciata a Lello Voce da Rosaria Lo Russo (citata nell’articolo), nello specifico la parte in cui si parla degli aspetti ‘fono-ritmici’ presenti nella Commedia: “Nel mezzo del cammin di nostra vita/ Mi ritrovai per una selva oscura/ Ché la diritta via era smarrita”. In questo caso, la quantità di consonanti e suoni stridenti aiutano a suggerire lo spaesamento descritto da Dante nel primo canto dell’inferno.
  5. L’atto poetico è la soluzione o la base da cui partire?
    Soluzioni non ne abbiamo, ma la poesia come atto potrebbe essere un buon punto di partenza: gli storici dell’arte ci hanno messo anni a capire che l’action painting di Pollock andava vista nel suo insieme di happening, e non esclusivamente nella critica al “prodotto finito”, non vediamo perché per la poesia dovrebbe essere diverso.
  6. I poeti da social: non siamo forse tutti poeti da social, visto che la maggior parte dei contenuti che condividiamo li mettiamo nei social? Non è forse tutto social?
    Non ci scagliamo certo contro chi pubblica sui social: ovviamente tutti noi siamo (per circostanza o per vocazione) costretti a passarvi parte del nostro tempo – ciò non toglie, però, che inorridiamo di fronte a una certa “mentalità social”, che tutto equipara e livella la qualità di ciò che viene prodotto in termini poetici: in altre parole, chi scrive una poesia al giorno parlando delle proprie delusioni e dei propri sentimenti, senza un minimo di ricerca linguistica, farebbe meglio a tacere. Non siamo tutti poeti, così come non siamo tutti carpentieri o salumieri o giostrai alla sagra della porchetta del santo di turno. Se usiamo il sostantivo “spazzatura” è per fare arrivare il messaggio («Il medium è il messaggio», Marshall Mc Luhan).
  7. Dall’oralità non ci siamo mai allontanati troppo, e forse è proprio questo il punto: l’oralità è sempre rimasta un aspetto fondamentale anche quando si è sostenuta una sua importanza secondaria nell’atto poetico.
    Infatti, è quello che sosteniamo. L’oralità è la prassi attraverso la quale il verbo può farsi “carne” e diventare azione. La scrittura può aiutare a traslare il segno, esercitando il «détournement» linguistico utile a scardinare il diktat ideologico, e quindi politico, dell’informazione, della specializzazione, della riforma (cifr. Raoul Vaneigem).
  8. Quello che cambia non è la poesia, qualunque cosa essa sia, sono i canali attraverso i quali questa viaggia.
    Probabilmente non è così; ovvero, da quando sono stati inventati i caratteri mobili, c’è stata un’evoluzione nella scrittura, dunque nella poesia stessa. Cambiando i contesti e i media, cambia anche la poesia. Com’è possibile, altrimenti, comprendere un calligramma di Apollinaire, un testo di Celan, una poesia di Pagliarani? Si torna al punto di partenza: studiare il Novecento dal punto di vista artistico e letterario. Dovremmo dare altrimenti ragione a Zanzotto, che tacciava i neo-avanguardisti di “mimare” un esaurimento linguistico che non era effettivamente avvenuto. Adesso come allora, invece, la crisi è palpabile, il linguaggio ne dà la giusta rappresentazione.
  9. Cambiando i canali cambia la poesia, sia nel senso di “il media è il messaggio” sia in quello che “quello che resterà” sarà la poesia che più è stata capace di adattarsi a tali canali…
    Non possiamo prevederlo con esattezza, ma noi pensiamo che, al contrario, ciò che rimarrà sarà la poesia che sarà stata capace di opporsi a determinati canali: un post su Facebook è effimero per sua natura; una qualsiasi composizione su Twitter dura meno di 140 caratteri. Ciò che è destinato alla voracità del consumo verrà dimenticato, mentre l’arte è fatta per rimanere.
  10. “Non si può separare la poesia dall’uso che se ne fa”. La difficoltà effettiva, secondo me, non è tanto evitare questa separazione concettuale quanto definire i possibili “usi” della poesia.
    Esattamente. Un tempo c’era l’industria culturale, oggi c’è la dinamica “social” – entrambi rappresentano delle limitazioni (linguaggio accessibile e simile al parlato, trattazione di temi “facili” come l’innamoramento e le sue conseguenze) che frenano il compimento dell’atto poetico. A questo proposito, resistere a determinate lusinghe di popolarità e sharing può fare la differenza per cercare di puntare a obiettivi maggiori come, ad esempio, l’organizzazione della spontaneità creativa e i suoi possibili utilizzi nel quotidiano. Ricordiamo che poesia viene dal greco «poiein», che significa «fare», ma per farla occorre qualità: senza il qualitativo, nessuna poesia è possibile.