Chi si addormenta da solo lenzuola da solo – Concerto punk per sole voci

Il pregevole lavoro di Luca Atzori, poeta e musicista sardo naturalizzato torinese, e di Sandro Sandri, voce de Lo Zoo Degli Unni e interprete, tra gli altri, dei testi di Antonin Artaud e Carmelo Bene, è un miscuglio di sussurri, di suoni, di urla che abitano i versi e che hanno come unica protagonista la voce.
Chi si addormenta da solo lenzuola da solo, titolo ironico di derivazione situazionista, è un viaggio nella psiche dell’uomo contemporaneo, lo schizo che non può essere coercito, la contraddizione che non può essere livellata, parola poetica in libertà che ci consente di abbandonare i luoghi comuni e capire cosa si provi ad essere un bruco nella notte patetica dell’esistenza, tra canti tipici sardi e polifonie tibetane. Le culture e i riferimenti – si va dagli jodel alpini agli Animals – si mescolano di fronte a un’incontenibile decadenza culturale accompagnata con onorata spudoratezza, che si auto-infligge la pena di essere ancora ai tempi dell’ordine e del lavoro, quando – cito dai versi di Atzori – “non bisogna provare troppi sentimenti/ davanti all’ingiustizia/ ci vuole solo freddezza/ e pietà/ della propria morte”. Morte della ragion pratica che percorre tutto l’audiolibro.

Continue reading “Chi si addormenta da solo lenzuola da solo – Concerto punk per sole voci”

Annunci

Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo

Ci hanno insegnato a non temere il nulla che governa le nostre esistenze. La mancanza di senso tra una parola e quella successiva, il trauma della pagina bianca. Le parole ‘violenza’, ‘guerra’, ‘amore’, ancora prima di significare qualcosa, sono suoni articolati che nella nostra mente riproducono determinate immagini delle cose e delle sensazioni che abitano il mondo. Infatti, siamo alla costante ricerca dell’esatta correlazione semantica tra parola e sua immagine evocata.
C’è una generica tendenza, nell’immaginario occidentale contemporaneo, di totale pessimismo e conseguente conservatorismo che io trovo – oltre che limitante – di una spocchia francamente insopportabile: l’abitudine eurocentrica e tipicamente nostrana a considerare il mondo esterno come qualcosa di finito, sepolto, non più capace di suggerirci alcunché di sensibile e degno di nota. Continue reading “Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo”

“tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)

(Dalla prefazione al libro Una rottura con lo spazio e con il tempo, di Davide Galipò)

18052285_427508930958755_505208214_o

Una tra le prime poesie di Francesco pubblicate su Neutopia, dal titolo “Verlaine fuori tempo massimo”, recita così: «Dichiaro guerra a tutte le metafisiche poliziesche/ E ai tuoi occhi militari e alle dita socialdemocratiche/ BIANCHE come le pagine dietro i tuoi pensieri;/ Dichiaro guerra alle cosce fritte di pollo/ E, dunque, in ultima analisi,/ Allo Stato borghese».
In quell’occasione, scrissi che «la delazione di Francesco Salmeri da un certo mondo e da un certo modo di fare poesia è, prima di tutto, estetica e, in secondo luogo, ideologica». Continue reading ““tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)”

Oltre il cancello

Il panorama da suburbio dimenticato si staglia ai nostri occhi. Siamo a Cormano, nell’estrema periferia a nord di Milano. I campi coltivati che un tempo costellavano il paesaggio sono stati cementificati e gli stabilimenti industriali hanno preso il posto delle campagne. Attorno a noi, quartieri dormitorio, case popolari e grandi ipermercati segnalati alle rotonde. Camminiamo per visitare questi luoghi abbandonati, adornati da bellissimi esempi di street-art. Mentre arriviamo, ci imbattiamo sul muro esterno di un cimitero sul quale campeggia la scritta “Padania Libera”.
Il tempo sembra scorrere come sempre, fa piuttosto caldo ma all’ombra è più fresco. Capiamo di essere ancora nella civiltà dai cumuli di cemento a bordo strada e dalla grande insegna Coop sotto il ponte.
A separarci dal cortile c’è un cancello chiuso con un catenaccio, dobbiamo scavalcare per accedere.
«Da dove entriamo?», domando a Filo.
«Lì era aperto, ieri», risponde.
«E ora non lo è più. Dunque?».
Filo si guarda intorno alla ricerca di un altro punto di accesso.
«Inventiamoci un modo», dico.
«Passare ci passiamo, però…».
«Là in mezzo?».
«Ci stringiamo come i gatti».
«Dici?».
Proviamo a sgattaiolare all’interno attraverso la fessura tra il cancello e la colonna, tentando di non lacerare i vestiti.
«Tienimi questo, per favore».
«Oplà. Uno è dentro».
«Passami lo zaino».
«Ecco».
Subito fuori, i rombi delle macchine scandiscono i minuti.
«Ci siamo».
«Da che parte?».
«Di qua».
«Bene».
«Vogliamo andare dentro?».
«Proviamo un po’ a vedere lo stabile, prima».

IMG_0434

Camminiamo nel cortile. Il “castello” era in origine una fabbrica, ora dismessa, che ricorda per certi versi alcune costruzioni – nella funzione, non nello stile – per la produzione della birra Fix che abbiamo visto a Salonicco, in Grecia. Dal punto di vista dell’abbandono, è persino peggio. Da qui in avanti è solo accatastamento di materiali lasciati all’incuria, senza il minimo controllo.
Ecco i tubi di rame assediati dagli alberi, che sono liberi di crescere. Tutte le finestre, ovviamente, sono sfondate. Resti di eternit a vista lasciati a polverizzarsi; meglio starne alla larga.

IMG_0414

“Cane morto. Per Zak”. Ci imbattiamo nel primo graffito: una grande mano sul muro con una serratura al centro del palmo. Rappresenta un accesso. Molti artisti, qui, si sono sbizzarriti, mettendo in pratica la propria arte. Decidiamo di cominciare da qui la sezione di riprese, anche se non siamo proprio i tipi “hip-poppettari urbani”. Però iniziamo.
Filippo Braga è un fotografo di Monza, che ho conosciuto a Bologna nel lontano 2014. «Sono già tre anni», dice. Studia antropologia visuale all’Università di Torino, e mi ha accompagnato in molti viaggi, slam, digressioni. Noi, novelli speronatori d’assalto, adesso ci apprestiamo a documentare questo non-luogo a tratti surreale. A me, che sono appassionato di cinema, riporta alla mente alcune scene de La classe operaia non va in paradiso, il film di Elio Petri con un magnifico Gian Maria Volontè che descriveva la situazione di un operaio durante gli scioperi selvaggi degli anni Settanta.
Accedo all’interno dalle scalette a muro. La struttura è ridotta ai minimi storici – forse a causa dei rave – resti di copertoni, calcinacci. Tutto distrutto. Su molte pareti si legge la dicitura “Vietato fumare”.

IMG_0396

Man mano che proseguiamo la visita, rimaniamo stupiti dall’ordine con cui i vecchi materiali da ufficio sono stati conservati. Le mensole, le scrivanie, gli armadi, la macchinetta del caffè, persino un album di illustrazioni per bambini, sono tutt’altro che danneggiati. Basterebbe venire qui con un camion per farsi un nuovo arredo. Dal fatto che ciò non sia ancora avvenuto, e anche dalle roulotte parcheggiate sotto il garage all’aperto, capiamo che qui deve viverci qualcuno. Un occupante, un residente, un custode.

IMG_0410

“L’ovvio era talmente affollato che ho scelto l’assurdo”. Mentre Filo monta l’attrezzatura, leggo i miei ultimi versi, con quel minimo di solennità nella voce che accompagna la lettura di ogni poesia. Prima di iniziare, prendo una Gitane dal pacchetto. Recentemente avevo smesso di fumare, ma in realtà non si smette mai niente. Purtroppo, l’unico modo di smettere qualcosa è sostituirla con un vizio peggiore. Non si smette mai niente. Come le candele, bruci e ti sciogli a ciclo continuo. Ogni tanto puoi interrompere la fiamma, giusto per durare un giorno in più, ma in ogni caso il tuo destino è bruciare.
“Non voglio fare niente che non sia bruciare”.
«Come va?», chiedo, facendo scattare la ruota zigrinata dell’accendino.
«Mi scoccia di essermi scordato la bomboletta nera a casa».
«Neanch’io ci ho pensato a portarne una».

Ecco che l’umanità
Continua ad applaudire,
Mentre la guerra avanza
Nel cabaret della reazione.

Il riso scava il fosso
Delle trincee in televisione
E noi, non meritiamo questa guerra
Più di quanto i nostri nonni
Meritassero la pace.

Ridiamo, dunque,
Dello sfacelo andante;
Carne bovina da macello sorridente
E parate nere in corso
Nel giorno della Liberazione.

 Chi siete voi,
Che vi occupate di poesia?
Siete uomini e donne
O solamente artisti?

Dove sarete
Quando ci sarà chi deciderà
Chi e quando dovrà parlare?

Dove sarete
Quando vi si chiederà
Quale plotone servire?

 Ridiamo, ragazzi,
Che abbiamo tutto da perdere!
La prima miccia
Non sarà accesa
Finché l’ultima performance
Non sarà compiuta.

 

Scattiamo le ultime fotografie, Filo gira qualche video. Un getto d’acqua di scarico proveniente dal primo piano atterra su un cumulo di macerie vicino a noi, confermando i nostri sospetti: il luogo è sicuramente abitato. Capiamo allora che è giunto il momento di andarcene, per non disturbare oltremodo gli inquilini del castello di vetro e cemento che ci ha ospitati e che ci ha mostrato, anche se per poco, le sue meraviglie più nascoste.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.
Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, sappiamo che oltre trentacinque milioni di messicani considerati “irregolari” sono stati espulsi dagli Stati Uniti. Persone non gradite per la “superiore cultura bianca” in rovina. Ogni giorno continuano i naufragi nel Mediterraneo, in un tratto di mare tristemente noto come Canale di Sicilia. Troppi profughi si ritrovano trasportati su quella che presto assume i connotati d’una moderna barca di Caronte. Il viaggio per molti è di sola andata. Persone che scappano dalla propria terra perché assediate dalla guerra in Siria e dalle dittature politiche e militari in Libia, in Egitto, che alcuni vorrebbero che venissero aiutate “a casa loro”. Ultimamente, ne sta nascendo un’altra nella vicina Turchia per mano di Tayp Erdogan, che grazie all’ultimo referendum ha acquisito ancora più poteri.
Noi ci sentiamo in dovere di parlare del nostro tempo, anche se è difficile o urticante, e di esserne testimoni. Grande è la confusione sotto il cielo, direbbe Mao, e a dispetto dell’eccezionalità della situazione, troppi poeti non hanno ancora imparato a lottare. Impariamo dagli artisti di strada, dal graffiti writing, che è segno di passaggio, e mai attestazione di proprietà. Condivisione, e non, come qualcuno pensa, demarcazione di un territorio. Laddove c’è un muro, loro ci saranno. Spinti dallo stesso, urgente bisogno di essere uomini. Oltre Il cancello.

Fotografie di Filippo Braga

Cos’è per noi l’azione poetica

Allende,  il  popolo  vuole  le  armi!  Il nostro primo pensiero va, in assoluto, alla storia del Cile e al colpo di Stato subito dal popolo cileno nel 1973. All’azione poetica di matrice messicana si unì allora l’azione del realvisceralismo descritta da Roberto Bolaño ne I Detective selvaggi. Manomettere i simboli dello stato fascista è un’opera di caritatevole buongusto. Manomettere le poesie dei santoni della poesia nostrana, va da sé, sarà una semplice contingenza. Se la storia consegnerà Allende come figura di “rivoluzionario non violento”, che impedì al suo popolo di andare oltre il confine e combattere per la rivoluzione, Bolaño sarà ricordato come “romanziere”, anche se egli stesso affermava: «Sono fondamentalmente un poeta. Ho iniziato come poeta. Da sempre ho creduto – e continuo a farlo – che scrivere prosa sia un atto di cattivo gusto». Noi, allo stesso modo, se ci esprimiamo in prosa è per essere compresi (e dunque sopravvivere), ma pensiamo sia il caso di appropriarsi di armi più propriamente poetiche per affrontare l’arduo compito che la storia ci impone: salvare la poesia italiana dal baratro in cui un’editoria cieca e abbietta la sta relegando.

Continue reading “Cos’è per noi l’azione poetica”

Per cucinare l’aragosta occorre

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

Continue reading “Per cucinare l’aragosta occorre”

Cartolina da Belgrado

Beograd, la ferita non si rimargina: si medica con lingue d’asfalto che fagocitano cemento, in un cuore pulsante di ribalta e dissenso. I graffiti colorati riempiono gli occhi e contrastano il grigiore che, muto, sale dai quartieri astratti.
Beograd, la crisi non si arresta: santi, puttane e sante puttane tra moderni ecomostri e scheletri edili, mozziconi di candele nella chiesa ortodossa, accenno di preghiere di donne silenziose – a chiedere perdono per il peccato più grave, quello di non ambire.
Così ti mostri, mia Serbia mancante di superbia e gonfia di miseria. La vita qui non costa, ma si ripete sui volti dei tuoi figli, animi zingari dal cuore zigano, perduti per le fiere zigzaganti, con un coltello sempre nelle tasche, con un pensiero fisso nella mente: prendere e fuggire, andare via lontano, all’assalto di treni in corsa sopra i ponti e giù, salti dirompenti.
Beograd, libro aperto, parola soffocata, le pagine dei volumi in biblioteca bruciate dal massacro della Guerra Imperversante – prove tecniche di sottomissione.
Nema problema: non so tradurre dal cirillico il degrado, ma posso tentare di trasformarlo in altro.
Io santo, tu musa; una donna sorridente in automobile si ferma e mi apre la portiera – io salgo. La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani. Priva della limpidezza di certe nostre città moderne, il tuo cuore è nei Balcani. Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani.[…] Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

Beograd alle cinque di mattina ad ascoltare dopo un rave i CCCP Fedeli Alla Linea con un ragazzo sull’autobus che mi parla con rispetto dell’Italia, e della sua totale assenza di odio o di rancore. Lo guardo negli occhi: è orfano di Marx, di dio e di madre (cit.) – la statua di Lenin nel museo del comunismo, quella di Trotzki chiusa nei libri di storia e l’ex compagno Gorbachev nelle scuole durante i ricevimenti.
Beograd, divisa nelle tue due metà dalle acque del Danubio andante (torneremo infanti ed io ci sarò), un fuoco divampante uccide lo sciame di luci elettriche. Il sole sorge: Oriente.

In copertina, scatto dell’autore, opera anonima

La presenza nell’assenza

 

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto, in divenire, un discorso che non comincia e non finisce, ma che rimane sospeso tra la presenza dell’osservatore e la mancanza di una prospettiva definibile entro spazi e codici precisi. Un prospettivismo, quello del fotografo milanese, che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto e in divenire […] che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

Nelle foto che ritraggono la Sicilia è il contesto a farla da padrone (vedi Siracusa, centro storico) e anche laddove gli esseri umani fanno la loro comparsa, questi sono personaggi secondari, esseri viventi e intrusi (Bologna, periferia) che non brillano mai per una peculiarità o un particolare, ma che al contrario sono inseriti nel loro habitat naturale – sia pure, questo, quello urbano. Impossibile non riconoscere in lavori come quelli sulla città di Palermo un punto di vista antropologico oltreché visivo, frutto degli studi intrapresi a Bologna e proseguiti a Torino, non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti, e nello specifico Viaggio in Italia, durante il quale il maestro emiliano tentò di dare una nuova immagine aggiornata del paesaggio della penisola, distante da quello “da cartolina” al quale eravamo abituati da decenni.

Impossibile non riconoscere nei suoi lavori un punto di vista antropologico oltreché visivo […] non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti.

Ed è proprio il viaggio uno dei temi più battuti nella fotografia di Filippo, un viaggio mai inteso come meta o punto d’arrivo, ma come elemento di giunzione, stile di vita e mezzo di comunicazione con l’altro (Acitrezza, peschereccio). Il suo obbiettivo, che si tratti della desolata campagna padana o delle vie della Vucciria, tende sempre a unificare antico e moderno, in una miscellanea che, spesso, mette in luce le contraddizioni e le parti più nascoste del nostro Paese, in una poetica cui può giungere solamente l’occhio curioso e allenato dello studioso, per andare al di là delle apparenze, scavando, e arrivare così alla sua parte più vera ed essenziale.

Una presenza nell’assenza, un occhio di riguardo verso quegli elementi più propriamente umani che intaccano il nostro presente; una traccia delebile, superficiale, provvisoria, nell’epoca del post-umano.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

Continue reading “Perché non abbiamo più bisogno di eroi”

Il potere delle cose

Continuava a far scorrere la cordicella fra le dita, come se fosse animata da un’illogica vitalità. Il fremito che provava al tatto era difficile da descrivere.
«È così che nascono le ossessioni», pensò.
Di certo aveva tenuto legato qualcosa, un manoscritto, un papiro o quantomeno lo aveva legato a qualcuno.
La vista e il tatto di alcunché avesse per lui significato li sentiva a primo acchito: lo differenziavano, sostanzialmente, da un qualsiasi altro oggetto per cui non nutrisse il benché minimo interesse. Perché, altrimenti, continuare a conservare vestiti logori e carte sgualcite, invece che destinarle all’immondizia?

Continue reading “Il potere delle cose”