Gli amanti

 «Tutto questo delirio per qualche goccia», pensò Federico studiando il preservativo che si era appena sfilato. Il serbatoio era pieno. Pieno in modo ridicolo, ché lui non ne produceva molta.
Lara gli era sdraiata accanto, un neo sulla pancia, a sinistra dell’ombelico, e tre sul fianco destro. Era bella. Aveva i capelli lunghi, castani, il viso magro e gli occhi come uno strazio che si pianti nel cuore. Ogni uomo che guardasse diventava una bestia da macello.
Federico cercava d’intuire le conseguenze che sarebbero scaturite da quelle quattro lacrime di seme. Il suo pube era intriso delle secrezioni vaginali di Lara.
L’atto era durato nove minuti.
Federico e Lara si erano reciprocamente desiderati per otto mesi, respingendosi sempre, devastandosi a vicenda. Infine, inevitabili, quei nove minuti di gemiti e odori e saliva. Lei era venuta quasi subito. Lui aveva cercato di prolungare la cosa, poi si era reso conto che non occorreva. Lara non avrebbe raggiunto un altro orgasmo e a quel punto era meglio farla finita.

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In terza persona 

 

Il campanello suona proprio nel momento migliore del film, il momento preferito dello smembramento magistrale.
Clara cambia posizione, torcendo il collo verso di me. Fingo di concentrarmi sulla tv e di non aver sentito. Quando mi dice vai tu, io sbuffo e cerco di districarmi dall’equilibrio di coperte e gambe intrecciate sul divano. Clara si sposta e mi libera dalla sicurezza del suo peso morbido. Si mette subito a lisciare i cuscini e a piegare le coperte. Intorno a noi, tutto sembra pulito. Ho sempre amato la casa di Clara: due stanze più il bagno. Facile da ordinare. Mentre apro la porta, noto le ombre che, dal soffitto, la lampada disegna sugli oggetti.
Per guardare Patric in volto devo alzare gli occhi di molto rispetto al mio orizzonte abituale. Mi sorride sulla soglia e rimaniamo un attimo in silenzio prima che lui dica piacere, Patric, e io dica piacere, Leonardo. Lo faccio entrare con una pacca sulla spalla, come un amico di vecchia data.
Ci siamo sentiti molto, nei giorni precedenti a questa sera; lo osservo mappare la stanza, timido, e mi chiedo se questo possa valere come scorciatoia per la familiarità.
Bacia Clara sulle guance. Si studiano per una frazione di secondo, ma non si guardano gli occhi, piuttosto un punto imprecisato del viso, un dettaglio, e subito rivolgono lo sguardo altrove, verso di me. Lui sembra leggermente più vecchio rispetto alle foto, ma sorride come un ragazzino.
Dopo cinque minuti stiamo fumando. Patric racconta, ride molto e molto forte, e i capelli biondicci ondeggiano convulsamente. È gentile, come immaginavo.
Spio Clara con la coda dell’occhio, cercando di capire. Lei se ne accorge, mi bacia dolcemente, poi ci indica ridendo una scena del film, esilarante anche senza audio. Ridiamo tutti e tre, insieme. Io guardo quello che lei vuole che guardi.

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L’odore

Di che può parlare un uomo perbene con il maggior piacere?
Risposta: di sé.
F.  Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

Avete mai provato ad annusare l’aria mentre il sole sorge dopo una notte intera di veglia? Si sente qualcosa per cui sono sicuro esistano le parole, ma non so se riuscirò mai a trovarle. La bocca secca, le iridi offuscate dalla stanchezza, i muscoli dolenti vi chiamano al sonno, eppure c’è qualcosa nell’aria che vi tiene svegli.
Potrebbe essere il tanfo del vostro divertimento tequila-tabacco-cocaina che vi risale su dalle viscere come un senso di colpa oppure il profumo nervoso di chi conta gli ultimi minuti di riposo prima della sveglia, quello melanconico di chi dorme solo da troppe notti o quello aspro ma avvolgente di chi riposa in coppia oppure l’olezzo che fuoriesce dalle bocche digrignanti di chi torna da una festa, i cui pensieri combattono fra loro per farlo uscire da quel fremito che li ha tenuti in movimento per tutta la notte.
Forse avete avuto la mia stessa fortuna e su quel divano dove adesso siete rannicchiati una persona vi sta cingendo il braccio con entrambe le mani, aspettando che il sole sia alto. Io non so proprio descrivere quella sensazione, ma sono sicuro esistano le parole, perché le ho vissute.
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La macchina perfetta (seconda parte)

Uscito dal tribunale prendo una navetta gratuita che mi può portare fino al centro della città.
Noto che però ci sono delle obliteratrici a bordo, e la gente timbra il biglietto, e mi viene il sospetto che la navetta non sia gratuita, e visto che l’ho presa solo per muovermi senza usare biglietti del bus scendo vicino alla stazione di Porta Nuova e prendo una bici del bike sharing.
In piazza San Carlo stanno montando un grande palco, e intorno alla piazza sbarramenti e metal detector per la festa di capodanno.
Con la bici attraverso in fretta il centro e scendo verso la Dora e verso Barriera di Milano. Vado in una biblioteca dove ho fatto il servizio civile fino ad alcuni mesi fa; continuo ad andarci quando mi capita per fare un po’ di volontariato, per continuare un’attività che avevo cominciato e che farei fatica ad abbandonare.
L’attività consiste nel dare una mano ai bambini a fare i compiti. In quel quartiere ci sono moltissime famiglie straniere, tanti genitori non sono in grado di aiutare i bambini a fare quello che la scuola dovrebbe insegnare. Vengono quasi solo bambini delle elementari, qualche ragazzino delle medie, qualche raro studente delle superiori: magrebini, cinesi, sudamericani, qualche rumeno – a volte anche italiani.
Ci vado sostanzialmente perché mi diverto. Aiuto bambini egiziani di sei anni a imparare a leggere, ragazzini nigeriani a studiare la storia dei persiani e degli assiri, ragazze marocchine a fare le espressioni di secondo grado. Nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai dato niente in cambio, se non l’affetto dei bambini e la gratitudine dei genitori. La maggior parte di quelle famiglie non avrebbe la possibilità di pagare qualcuno per dare ripetizioni ai loro figli.
Inoltre, molti di loro di solito non sono affatto abituati ad avere una figura maschile adulta che si prenda cura di loro, in particolare per una cosa come i compiti. La mia presenza, per certi versi, li elettrizza. Sono l’unico uomo a fare volontariato in quella circostanza – oltre a me ci sono alcune vecchine, maestre in pensione o semplici volontarie, e le ragazze del servizio civile che mi hanno sostituito quando il mio contratto è finito.
Quello forse è il lavoro più sensato della giornata. Perché poi torno a casa, pranzo da solo, vado in bici a fare un paio d’ore di ripetizioni, ma quello che ne ottengo sono venticinque euro, niente di più.

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La forma del tempo

– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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La macchina perfetta

Per cominciare un nuovo lavoro, ho bisogno di tutta una serie di documenti. Sono certificati di vario tipo – medico, giudiziario, burocratico – perché questo è un lavoro serio, a tempo pieno, che, anche se solo per pochi mesi, mi darà lo stipendio più alto che abbia mai percepito in tutta la mia vita. Va da sé, è un lavoro che non c’entra nulla con il sapere o insegnare qualcosa, ma non importa.
Quindi una mattina mi alzo alle sei, benché la sera prima sia rimasto sveglio fino alle due, per fare degli esami medici che mi hanno prescritto.
Mi fa un po’ impressione andare a dormire nel cuore della notte e uscire di casa ore prima dell’alba – quasi come se vivessi in una notte artica. È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente. Continue reading “La macchina perfetta”

Poema pornografico d’amore (2 di 2)

 

 

“Non ho alcuna voglia di andare domani al negozio. Il lavoro è una merda”.
“E cosa vorresti fare, se no? C’è qualcos’altro che vorresti fare?”.
“No, lo sai che non è questo… Non so”.
“Sei stanca? Vuoi che ti faccia un massaggio quando torniamo a casa?”.
“Forse. Perché no? Non mi dispiacerebbe. Sono sempre stanca, sai, amore?”.
“Lo so, amore, sei sempre stanca. Cosa dovrei fare con mio fratello? Ci tengo molto alla tua opinione e sono molto confuso”.
“Non so che dirti. Ma tu riesci sempre a cavartela e lui ha letteralmente un’adorazione nei tuoi confronti. Farebbe tutto ciò che gli dici”.
“Forse prima, ma adesso non ci sta più con la testa. E frequenta brutta gente. Temo che si sia messo a spacciare. Devo trovargli un lavoro”.
“Ma se a malapena ce l’hai tu. Magari Giacomo ti può dare una mano…”
“Sì, hai ragione. Lui ha molti contatti”.
“Ire?”.
“Sì”.
“Ti amo”.

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Diluvio ed esposizione universale

 

Milano, 1 agosto 2015

Vi scrivo da un sottotetto di porta Venezia, dove fortunatamente vivo. Oggi son tre mesi che piove ininterrottamente sulla pianura padana. Il tg dice che l’acqua ha raggiunto l’altare del Duomo. Ha iniziato a piovere il primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo, e non ha più smesso, con una media di più di tre centimetri d’acqua al giorno. Nutrire il pianeta è il sottotitolo dell’esposizione universale, e il pianeta Terra ha voluto prenderci in giro o forse sottolineare quanto lo stiamo sfruttando. Le ultime colate di cemento su Milano hanno coperto gli spazi verdi residui, gli unici in grado di assorbire l’acqua. L’asfalto ha fatto da fondale dell’immensa piscina che è diventata questa città. Dalla finestra osservo il canale Buenos Aires, finalmente libero da insegne e turisti; in lontananza si vedono spuntare le chiome degli alberi del parco di Palestro, private dei tronchi, come fossero mangrovie.
Tutti gli abitanti degli scantinati e dei piani terra si son dovuti trasferire; i prezzi delle case dal secondo piano in su sono schizzati alle stelle. I più ricchi, insieme ai catastrofici, si stanno accaparrando gli ultimi livelli dei grattacieli; i senzatetto hanno occupato la Torre Galfa, vicino alla stazione Centrale. I più lungimiranti, tra cui il sottoscritto, hanno acquistato una canoa gonfiabile da Decathlon in piazzale Cairoli, poco prima che venisse sommerso insieme alla rete della metropolitana. I primi giorni era bello vedere il fossato del Castello pieno d’acqua; da piccolo credevo che gli Sforza ci tenessero dei coccodrilli. Continue reading “Diluvio ed esposizione universale”

Poema pornografico d’amore (1 di 2)

A Roberto Bolaño

In quel risto-kebab di Torino, nel barocco pulito e decisamente piemontese di via Milano, è raro che l´omone olivastro molto simile a una coscia di pollo rivolga la parola a chicchessia: pare sempre immerso in un intenso dialogo con se stesso e il suo silenzio prende facilmente le sembianze di una profondità senza fondo. Le sue mani cicciotte – perfette per un gastronomo o un gastrologo –  e anche affusolate. Particolare combinazione di caratteri digitali che solo i kebabbari possono permettersi. Tutte queste osservazioni (tra cui, in ordine di probabilità: la musica pop orientale, alcune copie del Corano mal tradotte in libera consultazione, l’assenza triste per noi cattolici di alcolici) e molte altre ancora che gli acuti osservatori cui mi rivolgo probabilmente non mancheranno di notare.
Dopo aver di certo osservato – come noi tutti d’altronde – si sedettero e ordinarono.
I soggetti sono una ragazza e un ragazzo. Una commessa e l’altro articolista di un giornale locale. Non scrive male e ha simpatie di sinistra. Vengono spesso a mangiare qui, soprattutto il martedì sera, e vivono in un monolocale in Borgo Dora. Alcune di queste sere, ho avuto modo di incontrarli e di penetrare, grazie alle mie mirabili doti di narratore, il contenuto psichico e mnestico che le loro espressioni facciali mi rivelavano. C’è da aggiungere che ho talvolta origliato le loro discussioni, per lo più patinate e mai accalorate.
Io invece sono un uomo solo. Origlio le coppie nei risto-kebab e ci scrivo, essendo un giornalista a mia volta.

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La questione

Tra gli invitati al congresso sull’arte africana, c’è un santone che si muove lentamente tra sculture di capelli e crini di cavallo. Quell’incedere è in grado di attirare la mia attenzione. Vorrei trascorrere il resto del tempo a scrutarlo ma vengo continuamente interrotto da un bambino che attraversa la sala a bordo di un triciclo, libero di scorrazzare tra i convenuti come se non sentisse rimprovero.
Questo contesto è una finzione in cui è piacevole, persino doveroso, essere belli. Non mi occupo di cultura, faccio tutt’altro, eppure ho l’impressione di conoscere fin troppa gente. Se sono stato invitato, mi dico, qualcuno crederà che io abbia gusto. Per questa ragione, a volte, penso che potrei dedicarmi al commercio di mobili di antiquariato. Purché, si intende, io lo faccia in una città come Parigi. Significherebbe dedicarmi ad un’attività interessante con un elevato, naturale, accettabile margine di fallimento. Ormai da molto tempo, non me ne curo. Non me ne curo a causa della questione.
Lavoro alla “Perrotti&associati”, la catena di montaggio del più rinomato studio di commercialisti della città. Il mio ruolo è quello di compilare moduli che costituiranno parte di altri moduli, che andranno firmati, impilati e destinati ad un fine che mi è assolutamente estraneo. I miei colleghi sono sempre pronti quando si tratta di propinarmi la storia di quanto io sia indispensabile, prima che possa avere un cedimento che si ripercuota sul lavoro. Dalla mia scrivania e da quella stanza, però, io non andrò via. Non andrò via a causa della questione.
Qualche mese fa, invece, Carla mi ha detto che se ne sarebbe andata venerdì. Me lo ha detto guardando a terra, mentre le stavo a fianco con le braccia sui fianchi a reggere la schiena. Ancora mi chiedo se questa scelta fosse ponderata o se, invece, dipendesse dalla questione. Eppure non gliene avevo mai parlato, perché il suo corpo così intatto e risolto non avrebbe potuto comprenderla. Quanto avrei voluto prendere l’argomento, tirarlo fuori da me e appoggiarlo sul tavolo della nostra cucina. Ma la questione non ha spazio e non ha tempo per tener conto dell’esigenza. Carla se ne sarebbe andata venerdì. Era ancora domenica e la serranda si chiudeva appena. L’indomani sarebbe stato lunedì. Straordinario, pensavo, come un giorno possa continuare a seguire l’altro. Continue reading “La questione”