Il coniglio del Miradouro de Santa Luzia

 

In una casa minuscola al centro dell’Alfama, qualcosa di rosa e peloso spunta tra le ante di un armadio, ma nel disordine generale e nella sostanziale solitudine della stanza non infastidisce nessuno, se non dieci vestiti anonimi che per fargli spazio si trovano costretti a starsene in un angolino.
Non è altro che un abito da lavoro, ma ha la forma di un coniglio, un coniglio paffuto con un occhio diverso dall’altro; uno di colore azzurro vivo, in plastica, l’altro un semplice bottone che si mantiene a stento a un filo di cotone. Joana lo aveva trovato un sabato mattina alla Feira da Ladra, dopo un’abbondante colazione a base di pasteis. Aveva tra i denti pezzettini di sfoglia e sulla lingua il sapore della crema, eppure si sentiva ancora affamata, mentre girovagava tra venditori di cianfrusaglie e ladruncoli di spiccioli.
Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata. Si era trasferito dritto nel suo stomaco, un po’ come succede quando si incontra qualcuno che sa di essere destinato a cambiare le carte in tavola.
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Simple things

Simple things, «cose semplici»: l’opera di Elisa C. G. Camurati è composta da vecchi giornali, scarti di tovagliette e pezzi di cartone. A renderli diversi dai collages che noi tutti ci siamo ritrovati a dover fare su ordine della maestra, c’è anzitutto la conoscenza del colore e la consapevolezza degli spazi, che l’artista ha acquisito durante gli studi grafici da lei condotti.

«Non consideratemi poeta» – afferma. Non si tratta di fatto di una scrittura consapevole, ragionata, ma di una poesia di non appartenenza, a più voci. Alle parole scritte di suo pugno, tracciate molto spesso al contrario, si fondono le parole ritagliate dai libri e dai quotidiani, scritte da chissà chi, creando un incastro perfetto, che esplode grazie agli interventi dei colori – colori forti: nero, rosso – colpendo l’osservatore con il loro carico di sentimenti contrastanti che vanno dalla rabbia feroce all’assoluta rassegnazione, alla pace dell’animo (sentimento ben più raro del primo).

Nel suo Groviglio isterico – Autoritratto dentro e fuori, le parole compongono:

“Non è più…
né più né meno
il fuoco che guizza
in fondo all’oceano
insofferente
del color della pece”.

Ed è nell’impossibilità del fuoco di guizzare al fondo dell’oceano che sta la chiave di tutto il lavoro dell’artista: una volontà estrema di bruciare, di vivere, primordiale, ma costretta nella gabbia delle costruzioni sociali, della quotidiana civiltà, dell’ipocrisia. Così spesso si incontrano versi pregni di sarcasmo, quasi volgari, degli sputi sul volto di chi si ritrova a leggerli, ma non tanti quante sono le note autoironiche ai margini o agli angoli, ammissioni nascoste di fragilità.
«Quello che non sono in grado di fare o di dire nella vita quotidiana, mi cresce dentro fino esasperarmi, finché finalmente non riesco a venirne a capo, a uscire dal vortice di mutismo in cui mi chiudo ed è una liberazione, un gesto catartico».
L’azione di cercare e ritagliare le parole è come un tentativo di riflettere all’esterno ciò che bolle nell’animo, un trovare fuori, ciò che non si riesce a chiarire dentro di sé. Così, come scrive Shopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione:

«Immediatamente e inseparabilmente il singolo oggetto intuito si eleva all’idea della sua specie, l’individuo conoscente si eleva a puro soggetto del conoscere libero dalla volontà, ed entrambi, in quanto tali, non si trovano più nella corrente del tempo e di tutte le altre relazioni».

Link al sito: 

http://www.keminthemiddle.tumblr.com 

La stirpe della cassa distorta

È proprio questo allora il rumore della fine,
l’onda del suono accarezza lo smalto
steso ad olio sul tuo corpo che poi macchia il mio
intrecciati, girandola nootropa,
rotolando sul tuo collo e assapora il vino bianco
sgorgare
nella sabbia emotiva di flore metropolitane
con fermata Alfonso X, fauna di mostri notturni
foschia lontano dalla sosta, sulla via del ritorno
– Next stop in a Paradise Lost – adesso
che il conducente strilla il capolinea
e il compare non apre ciglia
la domenica mattina
i campi, smarrimento
e cara non c’è da fare più nulla
se la drum machine corre dentro la retina
e l’onda quadra poi distorce tutti i miei sogni,
il suono, nessun perdono e a stento
sento stringersi il sottosuolo
un virus che corre annoiato,
la vecchia dai capelli rossi alla fermata dell’Odissea 43B
ci sussurra stellare:
divertitevi finché potete
e finché si riesce chiudiamo le pupille, disseminati
passano gli inverni e ancora tu
tu confusa, oltre il confine
io senza parole e non c’è più niente da fare:
sventola bandiera bianca
ed è proprio questo il rumore della fine.

Foto di Filippo Braga

L’Anoressico

Un’ambizione nasceva sempre in quegli istanti. L’orgasmo, immane al punto di squarciare il cosmo, trascinava macigni di frustrazione e rabbia e tensione e vergogna, s’infrangeva sulla scogliera come un’onda anomala, polverizzandola, e urlava, lo implorava di divenire capace di esprimere ciò che il suo cuore traduceva in accelerazioni cardiache e la sua mente in deliri d’onnipotenza.
Quegli istanti durante i quali egli fuggiva dolorosamente da se stesso perché s’accorgeva di essere un velleitario, quegli istanti intrisi di vano riscatto e della consapevolezza che non c’era modo più bello per dire una realtà tanto tremenda: velleità, un suono che addolciva la rassegnazione (ecco cosa amava: lasciarsi cullare da scialbe considerazioni sulle parole). Ecco a cosa ambiva: esprimere il suo abisso e la sua grandezza perché da una simile espressione potesse scaturire la gloria.
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Da Dante alla performance

Per quanto riguarda noi di SALINIKA, la poesia performativa non esiste: esiste la performance, che viene dal teatro e quindi dalla «foné», ed esiste la poesia, che fin dai tempi della tragedia greca nel teatro è nata e cresciuta. Poi è arrivata la forma, la metrica, la scrittura, la poesia si è fatta genere e, quindi, letteratura. Sfortunatamente la tradizione letteraria nostrana ci ha abituati a considerare troppo spesso le categorie estetiche separatamente, come se si trattasse di una suddivisione in compartimenti stagni. In Italia, malgrado la commistione tra le arti sia un fatto reale e riscontrato, ancora persistono le voci di quanti sostengono che “quella non è poesia”. Allora immancabilmente torna l’urgenza di nuovi distinguo e sotto-generi per tentare di capire il nostro passato e, con esso, vivere la contemporaneità.
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Tv notturna

Tv notturna! Tv notturna! TV notturna!
insediamenti lirici per provincie sfittiche
salutano gli idoli mattutini
TV notturna! Tv notturna! Tv notturna!
epistassi alle 3.53
di boulevard di solitudini e vuoto
soluzioni e vuoto
strutture ed eventi variabili
nostalgia dello spazio
nostalgia del tempo
nostalgia del cemento
Tv notturna! tv notturna!
per anime nere e
pupille luminose
in puntuale movimento e
visioni provate in laboratorio
sul limite dell’orizzonte
ho trovato: 1548 città,
i mie sogni magnifici,
diaspora di nostalgia e speranza
Tv notturna!
trasmette l’America viola ed elettrica
per il raggiungimento di Majakovskij
in questa esistenza
e staremo tutti rintanati qui dentro a guardare
in faccia i mercatuncoli
e sfiorando l’acqua
alle 9.30 con la sirena che urla
dai tetti della città lontana
al di là di queste terre
in cui forse la vita scorre ancora
tv notturna!
forse Settembre sarà il nuovo padrone
di corpi in continua progettazione
nell’esistenza nascosta
di truppe di abiti in marcia
schizzando vapore sulla via

FOTOGRAMMA N.3

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il candore del corridoio d’ufficio illuminato
torna a dormire
dietro le finestre di plastica
ascoltano il silenzio della strada sottostante
ascoltano dettagli svaniti
calpestando le usanze di un quartiere arabo
e la memoria di una domanda inevitabile
in un canto distante per vecchie canzoni
con il dovere di ascoltarle
sempre più semplice
di proteggersi da un solo paradiso
e parla apertamente il 17 gennaio 2016
perché il giorno è vero soltanto
quando svanisce

FOTOGRAMMA N.15

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mi sdraio con lo Xolog
che rimbomba
con sopra le stelle brillantissime
a 30 cm sul mare
tanto in un Bazar lanterne giapponesi
e la freddezza delle viscere
e la disillusione nella bocca di un amante
senza apprensione dei muri
all’arrivo del treno
mi sdraio con lo Xolog
che rimbomba
difronte all’imminente sconfitta
è rimasto solo settembre
e la definizione del tempo
allo stesso luogo e stessa ora

FOTOGRAMMA N.26

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trasmissione di mappe
trasmissione di canti d’amore, di lotta e di lavoro
trasmissione della storia di Fregeni
trasmissione del dietro il sipario
trasmissione della voce profonda di Verena
trasmissione della pancia di un aereo cargo
ricordi il dominio dell’alba a Varsavia
e il mondo con le sue marce
niente era più sconosciuto del tuo viso
e voci nude
nell’immensa virtù del piacere
fianco a fianco e più
pochi giri di immagini

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Tv notturna! Tv notturna!
sangue, macchine, ripetizioni
e baci mai dati
Tv notturna!
fotogrammi circolano da est a ovest
da nord a sud e viceversa
Tv notturna! mia sibilla,
Roma è caduta con poco dolore.

 

 

Immagine di copertina di Antoine D’Agata
Foto di repertorio

Affinità e divergenze tra la Poesia di strada e me

Da alcuni anni mi interesso di Poesia di Strada; è un argomento, come la Street Art, al quale ho dedicato alcuni articoli e brevi saggi. Alcuni hanno definito questo mio lavoro pioneristico, di certo ha incontrato, e incontra, non poche difficoltà, soprattutto di ordine metodologico. Per prima cosa, individuare con certezza che cosa sia la Poesia di Strada non è molto semplice e dunque mi limiterò, in questa sede, a dire qualcosa di lapalissiano: una poesia collocata nello spazio urbano è una Poesia di Strada – è il contesto nel quale interviene che le conferisce questo attributo oltreché, si presuppone, altre caratteristiche. Street Art e Poesia di Strada si compenetrano e sono fenomeni che rientrano entrambi nell’ampio contenitore della Creatività Urbana. Proprio su quest’ultimo aggettivo, urbana, vorrei concentrare la prima parte di questa breve riflessione: è inevitabile che dei versi siano disposti nello spazio pubblico e, solo in tempi recenti, si è pensato che questa potesse essere una forma espressiva che godesse di una relativa indipendenza, nata dalla sovrapposizione di due esperienze divenute nel tempo contigue. Numerosi sono i graffiti a Pompei ed Ercolano, alcuni dei quali esprimono un certo grado di poeticità. Ovunque sia esistita una metropoli a qualcuno è passato per la testa di incidere un segno del suo passaggio su un muro e, in molti casi, queste impronte ci sono pervenute, ma niente sappiamo di chi sia stato il loro autore. Cambiano i mezzi, i luoghi, le lingue, lo stesso non accade per i campi semantici di riferimento e per alcune caratteristiche di formulazione, il fuoco del racconto non si spegne. Una volta c’era il carbone o un punteruolo, ora ci sono i marker e le bombolette, una volta c’erano i piombi veneziani o un’abside, oggi il retro di un supermercato o il seggiolino di un autobus.
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Ai miei più cari amici

Incartato come pioggia nel vento
dei putridi malauguri delle malparvenze spagnole
ritrovo l’uomo: nudo, curvo dentro una scatola di ferro
a urlare per il freddo gelido delle sue trachee
che paralizza le ossa e congela i polmoni.
Sgrida i cani per fuggire via da un fetente mostro,
accogliendo in sé la solitudine della povertà
in sé diventata pura essenza di campagna.

Adoro pensare che i miei più cari amici
fanno l’amore sotto le lenzuola dei padri
mentre urlo, pigiando con forza i tasti di questa protesta
e piango per la mancata esperienza
che avrebbe per un attimo
o solo per un millesimo secondo d’ebbrezza
sconvolto ancora una vita inutile
nella guerra civile tra la mia gola
e il buon senso degli astronauti,
pronti a gestire i voti di condotta dei meno ubriachi.

No, non posso non ammettere
di amare i tuoi composti abbracci
e le tue gonne che lasciano
scoperte le gambe da contadina.

Correvo con la bocca secca
su una strada di provincia per raggiungere
i tuoi ebbri seni da cerbiatta sincera.
Canto, canto – ancora una volta per te
adesso lo ammetto: lo scrivo a piena voce!
Per i tuoi occhi verdi e rossi
– come la giacca patriottica di Alberto –
canto perché avrei voluto stringerti la mano
oggi che l’oggi non esisteva
oggi che saremmo potuti essere noi, oggi
con le nostre ridicole occhiaie
le camminate claudicanti da mostri
e due facce tristi e da spavento
si carezzavano grezzamente.

Ah, che meraviglie!
Riscopro nelle tue braccia
e nelle fantasie dei tuoi occhi
che rivelano in me
quella frenesia poetica
che permette solo al cuore di scrivere versi
e rimpianti per un mancato
caotico bacio
di una serata ora così becera
da illuminare un pianto
in un sacrificio di cristiana risurrezione.

Mi abbandono dunque
dolcemente
al flusso lento e sdolcinato
dei ricordi e delle millenarie ipotesi
mentre pigio ancora nevroticamente una tastiera
e vi prego
Ti prego, Yvonne,
FATEMI URLARE un

VI ODIO, assassini della mia vita,
rei di occupare ogni mia regione
aver oppresso i miei sentimenti quotidiani
in morbose paure da finti piccoloborghesi
Vi odio, dal profondo del cuore
voi, coloro che sanno solo dire e porre barbari NO
nella passione,
che nella poesia è come uccidere un neonato,

Avete sgozzato ogni mia speranza
vermi del vostro capo-reparto
distrutto le mie forze;

E ancora mi credete sano?
Credete di ritenermi vostro fratello,
amico, amante:
vostro figlio?

La realtà, cari pidocchi,
è che non sono che una voce vacante
su una tastiera vecchia
che parla dei propri segreti
da soap opera
per ammettere –
sì, a pieni polmoni –
di amare a pien’anima
una ninfa dai colori di castana seta
che so – noto con pietà
piangere negli angoli della sua nuova casa
perfetta come non può essere la realtà.

Liberate dunque i canarini dalle gabbie di ferro
e strappate i capelli
alle vostre sorelle gementi
che hanno la nostra stessa pelle da cinghiali
affamati di gioie quotidiane,
che si risparmieranno i timidi
sorrisi da confessione
con quegli imbarazzi che nemmeno Dio,
nemmeno un signore strapagato
varcherebbe più la soglia del nostri occhi
per le oscenità da noi figurate

E dov’è, però
la bellezza di questi giorni d’esame
se non nel peccare di fantasia?
Ammettere il putrido desiderio
di possedere tra le proprie nude braccia
un corpo spoglio di ogni pudore,
non è forse il rifiorire
di una timida escrescenza d’adolescenza
mai morta
che si ripete
nel suo decadente rifluire
in una storica bevuta alcolica
e in cinquanta versi impregnati di sambuca?

Quanta vergogna possiedono i tuoi angeli?
E i miei che ammettono
(che ammetto)
in una immortale passione
nel mirarti a tre quarti
in una notte priva di stelle
e con gente fetente di soldi.

Quanta giovinezza nei tuoi sguardi?
Chiamate dei boia per staccare la mia testa
per concimare il mio corpo
che ancora indugia,
stride come una mosca schiacciata,
di aver potuto vivere
una vita
irreale
che nei versi di un ebbro canto
di marinaio morente,
assume i connotati di una lotta
fra chi ti ama
e chi ti possiede

E il mio cuore
è una triste carta stagnola
pronta a essere bruciata nel fuoco
d’agosto: nella brace d’agosto
da un sozzo contadino.

Questa è la fine:
una morte sudata, impregnata
di una dolorosa gastrite cosmica

Per esclamare
Oggi
come allora
TI AMO
VI ODIO
a spalle larghe e petto in fuori,
soldato inerte, pronto adesso a morire
per comporre un verso
di resistenza dissolta.

Così mi spengo
ed invoco una lode
ad un’esistenza rimata in versi,

arreso,
mi adatto

Immagine di Boris Mikhailov

Agire e non agire

Dalla crime fiction al noir, dal poema cavalleresco alla distopia, dal war movie alla fantascienza, la letteratura si è sempre occupata del rapporto conflittuale dell’essere umano rispetto a ciò che lo circonda e non gli consente di esaudire i suoi innati desideri e le sue naturali pulsioni. Si parte dalla forma classica con il rapporto conflittuale tra uomo e natura, che si tramuta nello scontro omerico uomo-contro-uomo e finisce per arrivare, con l’avvento della modernità e successivamente alla rivoluzione francese, allo scontro uomo-contro-Dio. Vi è una letteratura ben disposta in questo senso, che va da Dostojevskij a Lautréamont e, in linea di massima, pone le angosce dell’uomo moderno in rapporto alla società stessa o, per dirla à la Sartre, “gli altri”. È l’inizio dell’era moderna, i bisogni dell’uomo sono profondamente cambiati ma, nella sua immutata volontà di espandersi e progredire, sente ancora il bisogno di un conflitto che non ponga come principio di fondo il giudizio divino. Assistiamo così a ciò che l’esistenzialismo francese ci ha abituati a considerare come inevitabile ed eterno: la condizione nichilista dell’uomo in reazione all’assenza di un principio ordinatore. Non a caso, ciò che mette in scacco l’esistenza di Kafka non è tanto il concetto di lecito e non lecito, quanto i terribili fantasmi che infestano la società in cui vive: il lavoro, la legge, la famiglia.
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