Canto muto (1 di 3)

chiaradecillis_poesiavisiva1622

Serie completa su CANEMAGRO
Annunci

Per cucinare l’aragosta occorre

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

Continue reading “Per cucinare l’aragosta occorre”

Io sono il vento

 

In questo ultimo anno e mezzo mi sono dedicato alla redazione dei Cantici Elettrici, progetto composto da sette testi per più di cinquantamila battute. L’esigenza non nacque sin da subito, ma a seguito della stesura del Cantico Elettrico, una rielaborazione del Cantico delle Creature e una venerazione dei Demoni della società contemporanea. In quella notte di Novembre, mi ero accorto della mia personale esigenza di cantare la contemporaneità in cui ero immerso.
Come potevo erigere un complesso letterario tale da coinvolgere i lettori? Come potevo dare alla parola sonorità ed efficacia allo stesso tempo?
A quelle domande ho provato a rispondere con la violazione della semantica, sorretta da strutture che potessero trasmettere un immaginario contemporaneo, da tenere a portata di mano nella tasca del cappotto.
Il linguaggio di alcuni Cantici con il passare del tempo è lievemente cambiato. Ho abbandonato la ricerca puramente semiotica e ho utilizzato un linguaggio maggiormente storicizzato poeticamente. Non so se questo sia un bene o un male. I miei più cari amici e la mia fidanzata sostengono sia un lavoro più maturo. Ho sempre rifiutato questa accezione perché dall’interno della fucina dove i Cantici sono stati fabbricati, le scelte erano guidate dalla consapevolezza di dare letture delle realtà anche in maniera maggiormente lirica. Ad oggi rimango fiducioso che l’individuo sia ancora protagonista dell’immaginario urbano. Qui si fonda la mia speranza di presentare un lavoro organico, che non risenta delle scelte linguistiche di un Cantico piuttosto che di un altro.
Passando da un aspetto più discorsivo ad uno più tecnico, credo che il valore dei Cantici  risieda in una riproposizione di quella che fu l’esperienza del Futurismo. Non nego gli aspetti più critici di quella che fu l’espressione italiana dal punto di vista intellettuale. Forse quest’ultimo è il dato che mi ha avvicinato maggiormente al Futurismo Russo e al Futurismo Giapponese.
In sintesi, essendo questo luogo deputato alla presentazione della raccolta, ritengo che l’aspetto più interessante della sopracitata avanguardia storica sia il ruolo che ha riservato al “caso”.
Inoltre, cosciente che relegarsi ad un movimento letterario ultracentenario non sarebbe proficuo, già in Dal Dripping allo Zapping (pubblicato su Neutopia, NdA)  ho espresso le mie opinioni, tenendo anche conto di ciò che ha rappresentato la grande avventura Dadaista.
Per ultimo, non mi rimane che un’eterna dichiarazione alla Beat Generation, il cui ritmo ha certamente contaminato i miei testi, come la mia vita.

I testi riportati sono uno stralcio del Cantico del Vento. Buona lettura.

IO SONO IL VENTO
e osservo sogni astratti
scivolare tra il traffico di ottobre
ho un menù cinese nella tasca
all you can eat 8,90 euro
e se è vero che tutto ha un suo tempo
il rumore di una crepa è il mio dolore
e non temo chi ha tentato
quando il sole si leva e il sole tramonta
tra un via vai di cose fatte e che saranno fatte per chi guarda la casa
e per chi guarda la notte
la caccia aperta alle teste mozze è slegata dalla vita
mente la pupilla rigida di cori greci
risolve gli improbabili grovigli del Cosmo
e avvolge le stelle che bruciano a miliardi di gradi
sulla vita di uomini soli
e testimoni confusi di un solo paradiso
Antichi Ateniesi non si sono resi conto della fine del Mondo
e riordinano i sorridenti soli dei calendari

[…]

Le discussioni per stanotte sono terminate nell’ultimo sorso di Pastis 51
e il tempo dura meno dell’amore tra una bicicletta e il suo palo a cui è legata
difronte all’Ambharabar
allitterazione assoluta dei sentimenti umani
E se io fossi la notte starei ai confini del cosmo dove la contraddizione tra la forza della vita e il rigore delle forme

che contempla  milioni di
sogni in formaldeide

Le belve in sosta contano la parcellizzazione dell’essere in ogni suo attributo
tra il tutto che esiste e il sacrificio dei nostri quotidiani stupori
tanto che San Giorgio muore milioni di volte sul ciglio della strada
comincio a confondere la stazione dal resto
l’ingresso della città
con la porta dell’armadio del bagno

[…]

Medusa rivolge sguardi

a spiriti disossati senza
tornare all’implicazione

mentre Canti Uraniani bruciano
sul greto della strada
e i soli sorridenti mangiati vivi
mentre Canti Uraniani BRUCIANO
e BRUCIANO LE MAESTOSE 24 ORE
e BRUCIA ALESSANDRIA D’EGITTO
e alberi sepolti volano
in una notte immersa nel traffico
dove qualcuno sognava sopra la sua testa

Belve appoggiate al cadavere di un sospiro
mentre accarezzo la notte
ma adesso che ho già visto fucilati il 3 maggio e i marmi
i menestrelli meccanici cantano ad intermittenza la
Cosmogonia anatomica dello scheletro nero


(Continua sul numero cartaceo in uscita a Marzo)

Illustrazione di Gennady Privedentsev

Una situazione della poesia contemporanea italiana

“Tu che quiete non avevi,
io che
quiete non conosco”
Samir Galal Mohamed

dodicesimo-quaderno-italiano

Nel turbolento 2016, esce per i tipi di Marcos y Marcos Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano, che si propone di illustrare attraverso «sette giovani autori» le «nuove scuole o tendenze della giovane poesia italiana». La prima impressione che ho avuto è che nell’almanacco curato da Franco Buffoni di nuovo e di giovane ci sia ben poco. Il linguaggio di questi poeti è quello mediatizzato (cioè, in un altro senso, appianato, compresso, miniaturizzato) cui siamo abituati: metriche banali e senza entusiasmi, un intimismo bipartisan e spoliticizzato. In ognuno di questi «sette piccoli libri di poesia» c’è qualche buon testo, ognuno di questi autori sa scrivere, ma il sapore è quello della decadenza, spesso di un decadentismo che è morto e putrefatto e ci viene sfacciatamente riproposto, sottintendendo che di vivi non ce ne sono più. Ciò che è grave o meglio, ci grava sul cuoricino scoppiettante è che questa antologia è abbastanza rappresentativa della maniera odierna di poetare. Perché fare poesia significa anche scegliere da che parte stare nella vita, nella società e nella letteratura. Continue reading “Una situazione della poesia contemporanea italiana”