La macchina perfetta (seconda parte)

Il cielo è ormai squarciato; per metà è ancora un’unica nube grigia di foschia, ma da una parte, verso sud, c’è un immenso varco dai bordi dorati, da cui si intravede la luce diretta del sole.

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Uscito dal tribunale prendo una navetta gratuita che mi può portare fino al centro della città.
Noto che però ci sono delle obliteratrici a bordo, e la gente timbra il biglietto, e mi viene il sospetto che la navetta non sia gratuita, e visto che l’ho presa solo per muovermi senza usare biglietti del bus scendo vicino alla stazione di Porta Nuova e prendo una bici del bike sharing.
In piazza San Carlo stanno montando un grande palco, e intorno alla piazza sbarramenti e metal detector per la festa di capodanno.
Con la bici attraverso in fretta il centro e scendo verso la Dora e verso Barriera di Milano. Vado in una biblioteca dove ho fatto il servizio civile fino ad alcuni mesi fa; continuo ad andarci quando mi capita per fare un po’ di volontariato, per continuare un’attività che avevo cominciato e che farei fatica ad abbandonare.
L’attività consiste nel dare una mano ai bambini a fare i compiti. In quel quartiere ci sono moltissime famiglie straniere, tanti genitori non sono in grado di aiutare i bambini a fare quello che la scuola dovrebbe insegnare. Vengono quasi solo bambini delle elementari, qualche ragazzino delle medie, qualche raro studente delle superiori: magrebini, cinesi, sudamericani, qualche rumeno – a volte anche italiani.
Ci vado sostanzialmente perché mi diverto. Aiuto bambini egiziani di sei anni a imparare a leggere, ragazzini nigeriani a studiare la storia dei persiani e degli assiri, ragazze marocchine a fare le espressioni di secondo grado. Nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai dato niente in cambio, se non l’affetto dei bambini e la gratitudine dei genitori. La maggior parte di quelle famiglie non avrebbe la possibilità di pagare qualcuno per dare ripetizioni ai loro figli.
Inoltre, molti di loro di solito non sono affatto abituati ad avere una figura maschile adulta che si prenda cura di loro, in particolare per una cosa come i compiti. La mia presenza, per certi versi, li elettrizza. Sono l’unico uomo a fare volontariato in quella circostanza – oltre a me ci sono alcune vecchine, maestre in pensione o semplici volontarie, e le ragazze del servizio civile che mi hanno sostituito quando il mio contratto è finito.
Quello forse è il lavoro più sensato della giornata. Perché poi torno a casa, pranzo da solo, vado in bici a fare un paio d’ore di ripetizioni, ma quello che ne ottengo sono venticinque euro, niente di più.

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La forma del tempo

Quando Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano perso la metà dei pezzi a testa, attaccò a suonare un sax. La calca degli scommettitori aumentò, anche se in pochi azzardavano pronostici sull’esito della partita.

– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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Poema pornografico d’amore (2 di 2)

A Torino non si respira. Le mani non respirano. Io non respiro e li ho seguiti

Capitolo numero due

 

“Non ho alcuna voglia di andare domani al negozio. Il lavoro è una merda”.
“E cosa vorresti fare, se no? C’è qualcos’altro che vorresti fare?”.
“No, lo sai che non è questo… Non so”.
“Sei stanca? Vuoi che ti faccia un massaggio quando torniamo a casa?”.
“Forse. Perché no? Non mi dispiacerebbe. Sono sempre stanca, sai, amore?”.
“Lo so, amore, sei sempre stanca. Cosa dovrei fare con mio fratello? Ci tengo molto alla tua opinione e sono molto confuso”.
“Non so che dirti. Ma tu riesci sempre a cavartela e lui ha letteralmente un’adorazione nei tuoi confronti. Farebbe tutto ciò che gli dici”.
“Forse prima, ma adesso non ci sta più con la testa. E frequenta brutta gente. Temo che si sia messo a spacciare. Devo trovargli un lavoro”.
“Ma se a malapena ce l’hai tu. Magari Giacomo ti può dare una mano…”
“Sì, hai ragione. Lui ha molti contatti”.
“Ire?”.
“Sì”.
“Ti amo”.

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Diluvio ed esposizione universale

Ha iniziato a piovere il primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo, e non ha più smesso

Milano, 1 agosto 2015

Vi scrivo da un sottotetto di porta Venezia, dove fortunatamente vivo. Oggi son tre mesi che piove ininterrottamente sulla pianura padana. Il tg dice che l’acqua ha raggiunto l’altare del Duomo. Ha iniziato a piovere il primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo, e non ha più smesso, con una media di più di tre centimetri d’acqua al giorno. Nutrire il pianeta è il sottotitolo dell’esposizione universale, e il pianeta Terra ha voluto prenderci in giro o forse sottolineare quanto lo stiamo sfruttando. Le ultime colate di cemento su Milano hanno coperto gli spazi verdi residui, gli unici in grado di assorbire l’acqua. L’asfalto ha fatto da fondale dell’immensa piscina che è diventata questa città. Dalla finestra osservo il canale Buenos Aires, finalmente libero da insegne e turisti; in lontananza si vedono spuntare le chiome degli alberi del parco di Palestro, private dei tronchi, come fossero mangrovie.
Tutti gli abitanti degli scantinati e dei piani terra si son dovuti trasferire; i prezzi delle case dal secondo piano in su sono schizzati alle stelle. I più ricchi, insieme ai catastrofici, si stanno accaparrando gli ultimi livelli dei grattacieli; i senzatetto hanno occupato la Torre Galfa, vicino alla stazione Centrale. I più lungimiranti, tra cui il sottoscritto, hanno acquistato una canoa gonfiabile da Decathlon in piazzale Cairoli, poco prima che venisse sommerso insieme alla rete della metropolitana. I primi giorni era bello vedere il fossato del Castello pieno d’acqua; da piccolo credevo che gli Sforza ci tenessero dei coccodrilli. Continue reading “Diluvio ed esposizione universale”

La questione

Nessuno è in grado di immaginare come si viva dentro questa testa o come una bolla d’aria possa risucchiarti tutto intero.

Tra gli invitati al congresso sull’arte africana, c’è un santone che si muove lentamente tra sculture di capelli e crini di cavallo. Quell’incedere è in grado di attirare la mia attenzione. Vorrei trascorrere il resto del tempo a scrutarlo ma vengo continuamente interrotto da un bambino che attraversa la sala a bordo di un triciclo, libero di scorrazzare tra i convenuti come se non sentisse rimprovero.
Questo contesto è una finzione in cui è piacevole, persino doveroso, essere belli. Non mi occupo di cultura, faccio tutt’altro, eppure ho l’impressione di conoscere fin troppa gente. Se sono stato invitato, mi dico, qualcuno crederà che io abbia gusto. Per questa ragione, a volte, penso che potrei dedicarmi al commercio di mobili di antiquariato. Purché, si intende, io lo faccia in una città come Parigi. Significherebbe dedicarmi ad un’attività interessante con un elevato, naturale, accettabile margine di fallimento. Ormai da molto tempo, non me ne curo. Non me ne curo a causa della questione.
Lavoro alla “Perrotti&associati”, la catena di montaggio del più rinomato studio di commercialisti della città. Il mio ruolo è quello di compilare moduli che costituiranno parte di altri moduli, che andranno firmati, impilati e destinati ad un fine che mi è assolutamente estraneo. I miei colleghi sono sempre pronti quando si tratta di propinarmi la storia di quanto io sia indispensabile, prima che possa avere un cedimento che si ripercuota sul lavoro. Dalla mia scrivania e da quella stanza, però, io non andrò via. Non andrò via a causa della questione.
Qualche mese fa, invece, Carla mi ha detto che se ne sarebbe andata venerdì. Me lo ha detto guardando a terra, mentre le stavo a fianco con le braccia sui fianchi a reggere la schiena. Ancora mi chiedo se questa scelta fosse ponderata o se, invece, dipendesse dalla questione. Eppure non gliene avevo mai parlato, perché il suo corpo così intatto e risolto non avrebbe potuto comprenderla. Quanto avrei voluto prendere l’argomento, tirarlo fuori da me e appoggiarlo sul tavolo della nostra cucina. Ma la questione non ha spazio e non ha tempo per tener conto dell’esigenza. Carla se ne sarebbe andata venerdì. Era ancora domenica e la serranda si chiudeva appena. L’indomani sarebbe stato lunedì. Straordinario, pensavo, come un giorno possa continuare a seguire l’altro. Continue reading “La questione”

La città era un sacrificio di carta vetrata

A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito.

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
M’immettevo nel sottopasso di piazza della Repubblica, alle 08:09 di sera, diretto ai Murazzi del Po per recitare poesie in un bar vagamente underground e accordarmi per una presentazione del mio romanzo, ed era mercoledì 30 luglio dell’anno ancora indecifrato, e accendevo i fari e vedevo laggiù un’ambulanza sulla corsia d’emergenza, mentre gli uomini della nettezza urbana ripulivano il mercato. Parcheggiai in corso San Maurizio, non lontano dalla Mole Antonelliana. Ero in anticipo e decisi di ripercorrere via Napione, dove, meno di due anni prima, avevo abitato per circa nove mesi. Vanchiglia era un quartiere racchiuso in una teca di plexiglass su cui fosse rimasta la pellicola protettiva e offuscante; Vanchiglia collegava il mondo di là – un paio di chilometri dagli uffici dove lavoravo – a quello di qua, al mondo delle serate alcoliche e lisergiche attraverso le quali vagabondavo di tanto in tanto; Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi. Vanchiglia era una profezia non riconosciuta: la citazione ricorrente che solo a un certo punto acquisisce un senso, perché si concretizza e diviene significativa. Era il nome che quando ero stato bambino si era riversato a oltranza nelle mie orecchie, senza ch’io sapessi che un giorno vi avrei vissuto momenti destinati a rimanere appesi nell’eternità.

Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi.

  E così sorseggiavo ogni passo come se vi fosse dentro lo scopo ultimo, il senso arcano, come se il tempo divenisse sacro e non più profano, in via Bava, in via Artisti, in via Santa Giulia, in via Napione.
Il 30 luglio e il sudore sulla maglietta. Camminavo, trentunenne, più miserabile ormai ma più bello di prima, avvolto in corde di canapa spesse come lacci emostatici. Non volevo essere felice, non dovevo finire sopra le mine antiuomo del pensiero, non volevo finire sopra la felicità e dimenticare chi fossi stato. Non ero più uno scrittore, bensì un mulinello di punti interrogativi, un impiegato modello in una multinazionale del settore energia e petroli – avevo smesso di essere uno scrittore nel momento in cui il romanzo al quale avevo lavorato per quindici anni, Il dio osceno, era stato pubblicato. Nessuno poteva capire con quanta vergogna stessi andando davanti a un manipolo di esiliati a recitare poesie che non sarebbero state comprese nemmeno cinquant’anni dopo la mia morte, io che mi vergognavo persino di esistere e pronunciare il mio nome e che non ero mai stato un poeta per davvero, io mi accorgevo, mentre fumavo sotto al portone della casa in cui avevo vissuto nove mesi, che forse era tardi e che dovevo andare, ma prima entrai in un bar e presi da bere, qualcosa di forte, forse del whiskey, Tullamore. Il barista lo aveva, diosanto che bello, quel sapore arcaico di quand’ero un artista nomade, anzi apolide, lo assaporai lentamente sulle papille gustative di silicio rappreso. In quel mentre entrò un uomo che disse il mio nome, ma poi se ne andò e io mi guardai attorno e pareva che fosse stato un fantasma, perché nessuno aveva visto o udito qualcosa.
Ed ebbi paura, ma non seppi perché.

La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca.

 A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito. A dire il vero, c’erano i topi e gli scarafaggi e gli scarafaggi erano grossi come le nutrie, quindi i topi dovevano nascondersi dacché gli scarafaggi se li mangiavano.
A dire il vero, declamavo poesie di dieci anni prima perché avevo smesso di scriverne nel momento in cui si era palesata l’incapacità altrui di capirle – o la mia di farmi capire. E a me andava bene così. La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca. Però ero io a sembrare sciocco. Seguitavo a domandarmi perché mai qualcuno sentisse il desiderio anche solo indotto di ascoltare me. Seguitavo a domandare agli astanti se conoscessero ragazze senza dubbio serie, di quelle che lavorano e non di quelle che studiano, che nondimeno avessero la perversione di scopare con gli zingari che chiedono le elemosina fuori dai supermercati. Seguitavo a parlare dei Carabinieri che sparavano ai carrelli della spesa per fare uscire le monetine e scommettere sulle partite di calcio. La gente rideva. La gente rideva di meno quando dicevo che il Poeta della Materia si era inginocchiato dinnanzi al mio cazzo, disposto a ingoiare ogni goccia. La gente riprendeva a ridere di più se annunciavo che il Poeta della Materia aveva avuto da ridire sulla mia mancanza di igiene intima (la qual cosa era evidentemente un falso storico, dacché mi lavavo l’uccello dopo ogni pisciata).
Era tutto molto finto. E io ero ubriaco. Alcune facce le conoscevo, altre no. Nessuno mi stava antipatico, eccetto due signori in prima fila, vestiti come poliziotti da scrivania. Mi guardavano tenendo la testa leggermente storta, piegata sulla sinistra, come se non comprendessero davvero il senso della mia presenza laggiù – o della loro.
Dopo mezz’ora chiesi un’altra birra e una biondina me la portò sul palco, ma prima ne bevve un sorso e poi mi baciò e mi sputò la birra in bocca e io rimasi rigido come un altare e non me ne importava nulla.
La mia marchetta durò ancora poco, infine decisi che ne avevo avuto abbastanza.


Continua sul numero cartaceo in uscita a marzo

In copertina, collage di Archigram design

Flash-foward!

La notte sembrava separare anche la terra, così che lì tutti si potevano fare gli affari loro, separati dal mondo a qualche metro in più verso le stelle.

Oltre i docks dai muri zozzi di gasolio e il sudore e le bestemmie dei marinai, il mare disperdeva le sue acque. La Queen’s Mary era appollaiata all’orizzonte, una Venere d’acciaio devota a San Giorgio, che puntava verso il cielo tutta la batteria di cannoni e antenne varie, un’imperfezione che interrompeva la linea del tramonto di quel martedì di maggio alle 18.32.
Appresso lo scafo a picco della corazziera, un J/70 Speedster guadagnava alla bolina, lega dopo lega, un nuovo orizzonte; al timone Tom Hoak disse a Jess di slacciare il fiocco anche se Jess lo stava già facendo; Jess studiava medicina al King’s College ma se essere un veggente fosse stato un lavoro avrebbe fatto il veggente; sapeva ancora prima di sapere e udiva ancora prima di udire e se avesse potuto avrebbe agito ancora prima di agire.
Essere un veggente in pieno 2017 è una vera menata: brandelli di immagini del futuro scorrono come la pellicola di un film ma senza opzioni nelle scelte e nelle interpretazioni, senza che le conseguenze abbiano alcuna causa. Continue reading “Flash-foward!”

Per cucinare l’aragosta occorre

Sono proprio dietro di lui, ma nessuno fa caso a me. Faccio parte dello sfondo, esattamente come le imitazioni di Masaccio che ho alle mie spalle.

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.

Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

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La matematica dei corpi

Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero.

– Accendi quella sigaretta.
– A che ti serve?
– Devo fare un buco qui… – disse lei, appoggiando la punta dell’indice sulla bottiglia in plastica.
– E poi ci serve la cenere.
– Mi fai ridere, sai? – le mormorò in un orecchio.
– Perché? – sorrise lei.
– Perché non sai nemmeno girarti una sigaretta in modo decente, ma sembri un maestro di cerimonia con questa merda. E ti trovo un poco triste anche, perché ti immagino la notte qui, mentre non prendi sonno e corri verso la dispensa a prendere il bicarbonato.
– C’è l’ho qui in stanza il bicarbonato. Ognuno prende sonno come vuole, tu non sei meglio di me e lo sai.
Attraverso le tapparelle socchiuse filtrava, pigro, il primo raggio di un sole troppo stanco per dare il via alla giornata che i due tentavano di scampare. Lui, seduto sulle lenzuola, si accese la sigaretta fissando il vuoto che le note del Duetto dei fiori di Delibès tentavano di fugare tramite le voci di Mallika e Lakmè. Il vuoto in loro: due brocche prosciugate che si sarebbero di nuovo unite nel coito, riempiendosi a vicenda con l’horror vacui dell’altra. Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero. Le due brocche erano divise da un fazzoletto di cotone sul quale lei aveva buttato un barattolo di bicarbonato di sodio e una busta.
– Sono due lesbiche… – languì eccitato, passandole la sigaretta, posando lo sguardo sulle sue cosce tornite, l’estremità decorata dall’invitante pizzo.
– Dici le due tizie che cantano?
– Sì, intendo i due personaggi dell’opera, non le cantanti.
– Immaginavo…
–  Cioè, ovviamente è tutto abbastanza sottile. Anzi, mi correggo, solo una pare sia lesbica, la schiava Mallika. E’ innamorata della padrona Lakmè, una principessa indiana. L’altra vorrebbe sforbiciarla di brutto ma la principessa è innamorata invece di un’ufficiale inglese, eppure la stronza gliela fa annusare alla grande. “Duomo di gelsomino, avviluppato alla rosa”, immagino si riferisca alla sua fica bagnata. “Entrambi fioriti, un fresco mattino, ci chiamano insieme. Ah! Scivoliamo seguendo la corrente fuggitiva: sull’onde frementi, con mano noncurante, guadagniamo la riva, dove l’uccello canta, duomo di gelsomino, bianco gelsomino, ci chiamano assieme”.
– Anche noi scivoleremo adesso, noncuranti, fuma – sussurrò lei, sfiorandogli il braccio, interrompendo quella maldestra recita.
Lui prese la bottiglia osservando il corpo in plastica deflorato dal cilindro di una bic.
– Sì, ma accendi tu.
Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere. Lui aspirò dalla cannuccia, i polmoni gli si riempirono di un saporaccio di plastica. L’ondata di calore cominciò ad attraversarlo, montando dalle spalle, scendendogli nel basso ventre che dolcemente si mise in moto. Appoggiò una mano sulla sua gamba, sentendone la carne, bramando l’assaggio di una felicità che si sarebbe consumata in fretta, svelata in un lampo nell’essenza della propria futilità. Il cuore cominciò a battere il tempo del sangue come un tamburo impazzito, mutando in una cassa da cento kilowatt.

Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere.

– Sì, scivoliamo l’uno nell’altra, scivoliamo… – la baciò, le morse le labbra e le strinse i fianchi con forza.
– Prima di scivolare, dimmi…
– Cosa, tesoro?
– Chi di noi due è la schiava innamorata?
– Nessuno. Siamo entrambi due bellissime principesse indiane, il cui cuore è stato drenato dalla voce marziale di un capitano inglese. Ma senti come batte adesso, sentilo, questo è reale, reale, non vale un cazzo ma è l’unica cosa vera, qui ed ora. Hic et nunc.
E le due voci esplosero, il canto della principessa e della schiava si fusero in un unico suono, mentre lui cominciava ad arrampicarsi sul suo corpo. Le scostò una ciocca dal volto, la guardò diritto negli occhi ambrati.
– È stupido, ma è reale ed è l’unica cosa che abbiamo.
Le strinse i fianchi e con un colpo di reni le fu dentro.

Viens, Mallika, les lianes en fleurs
Jettent déjà leur ombre
Sur le ruisseau sacré qui coule, calme et sombre,
Eveillé par le chant des oiseaux tapageurs! 

Ed era piacevole, ed era la cosa più bella che potessero pretendere di avere. E lui le scriveva dentro. In catalessi, ogni colpo tra le sue cosce era una lettera su un foglio da riempire; la punta di quella bic sventrata dal cilindro che toccava il bianco pallore della carta; il polpastrello che frenetico pigiava i tasti.

Oh! Maîtresse,
C’est l’heure ou je te vois sourire,
L’heure bénie où je puis lire dans le coeur toujours fermé de Lakmé!            

E la lettera mutava in frase e si abbracciavano e godevano, si mangiavano, e la frase diventava paragrafo, ansimavano, si sputavano in bocca e il paragrafo era già un’intera pagina, si graffiavano, cambiavano posizione sulle lenzuola fradice, passavano i minuti, le ore, si riposavano, ricominciavano e avevano scritto un libro. Come lei avvertì salire l’orgasmo dalle proprie viscere,  lui percepì l’arrivo dell’esplosione e il libro divenne il primo di una serie, e mentre venivano in sincro erano l’opera omnia di uno scrittore che abitava in completa solitudine un attico sulla rive Gauche. Come si staccarono e di nuovo si abbracciarono furono la solitudine con cui lo scrittore aveva scambiato la propria vita, riducendola in carta.
Erano gli amanti di Schiele che si abbracciavano isterici scrutando con la coda degli occhi chiusi l’abisso in cui annegava la riva del letto.
Si addormentarono.

Dôme épais le jasmin,
A la rose s’assemble, Rive en fleurs, frais matin,
Nous appellent ensemble.
Ah! glissons en suivant
Le courant fuyant:
Dans l’onde frémissante,
D’une main nonchalante,
Gagnons le bord
Où l’oiseau chante, l’oiseau, l’oiseau chante.
Dôme épais, blanc jasmin,
Nous appellent ensemble!

 

– Ehi…
– Dimmi – grugnì lui, grattandosi le palle sotto al lenzuolo.
– È come se fossimo in una sala d’attesa, io e te.
– Ha un bell’aspetto, però. Non sembra noioso, qui.
– Sì ma guarda là… – mormorò lei, indicando con un dito una crepa che si stava facendo lentamente strada lungo la parete della stanza.
– Ah guarda, ce n’è una anche qua – disse toccandole il volto.
– E anche qui… – rispose accarezzandogli una guancia.
– Comunque è come se fossimo in una sala d’attesa e stessimo solo aspettando che qualcuno venga a prenderci.
– Chi, i nostri ufficiali inglesi?
– Credo di sì…
– E perché aspettiamo, usciamo checcazzo?
– Immagino che nessuno dei due voglia andarsene per ora.
– Già, si sta bene qui, ma le crepe… – disse lui, stropicciando un foglietto.
– E quello cos’è?
– Il mio numero, guarda, ne hai uno anche tu.
– Ci sarà un bagno qui? –  sbadigliò la ragazza, cercando una posizione comoda per il proprio culo sulla sedia in plastica.
– Non ne ho idea, non c’è nessuno a cui chiederlo. Nemmeno un’indicazione. In ogni caso voglio dirti una cosa.  La pianta, sai quella pianta che raccogliemmo randagia all’angolo di un bar e io ti chiesi: di chi sarà? E tu rispondesti, sorridendo, sorridevi un sacco, sembravi felice, rispondesti: è tua tesoro, è tua! Ecco, la pianta sta fiorendo.  Eri così bella il giorno in cui la trovammo, con quel tuo vestito blu, ti stava bene, perché non te l’ho più visto addosso, eh? Sì, sembravi felice, era la prima volta che ti vedevo felice da quando… Beh, da quando ci fu l’esplosione, quando successe quel maledetto casino, quando tutto andò in pezzi e i pezzi si mescolarono, quando ci incontrammo tra le macerie e ci  abbracciammo, piangendo. Quel giorno eri felice, te lo potevo leggere negli occhi e pure io lo ero. Lo ero perché… Perché mi sembrava che il motivo, la fonte fossi io, quella mia camminata goffa per le vie del centro con la pianta in mano ti faceva sorridere, sorridevi e stavo bene nel vederti così viva; eri reale, davanti ai miei occhi con il vestito blu. E camminavamo, facendoci ombra sotto i portici, perché faceva caldo, c’era un caldo terribile e con una mano tenevo la pianta, con l’altra ti stringevo le dita. E vedemmo una ragazza seduta su di un drappo orientale, stupenda, con i capelli rossi. Ci voleva leggere i tarocchi, ma noi rifiutammo, avevamo maledettamente paura del futuro perché forse avremmo scorto questa sala orrenda. Io però sbirciai una carta e scoprii il diavolo, la testa di Baphomet, e mi sentii una merda, pensai che tutto era sbagliato, che i pezzi si erano mescolati male, che non avremmo dovuto essere lì, assieme. Ma non te lo dissi, eri così bella, felice, sembravi mia. E la ragazza ci chiese che pianta fosse e non sapemmo cosa risponderle, ma adesso ce l’ho forse una risposta, non ne conosco il nome, ma gliela posso descrivere. La pianta sta fiorendo, mi sembra di guardarla in questo preciso istante. Pensavo fosse una piantina del cazzo, ma devi vederla ora. I petali sembrano tizzoni infernali, e mi scotto le dita ogni volta che la tocco.  E continua a crescere e ne ignoro la geometria definitiva, in che punto si bloccherà per cominciare ad appassire? La guardo fiorire, adesso, e al contempo mi sembra che il mio desiderio, il mio desiderio cresca, il mio desiderio di averti ancora accanto per guardarla insieme. Capito, tesoro? Insieme, io e te, tesoro?
La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo, da sola. Si era semplicemente alzata dicendo a bassa voce:
– Cazzate, lo sai meglio di me… Tesoro.
Si era aggiustata il vestito blu e si era avviata alla porta, e il sorriso che gli fece – lui non lo colse – perché, impegnato nel suo monologo, continuava a guardare nel vuoto.  Lei sapeva fin dal principio come sarebbe andata a finire la cosa, ma non aveva voluto pensarci fino a quel preciso istante, perché non voleva mai riflettere su ciò che la riguardava; preferiva puntare gli occhi da un’altra parte e bastava chiuderli, aspettare che qualcuno la prendesse per mano. Si era chiusa in quella stanza con lui tappandosi le orecchie, evitando il sibilare dei proiettili delle truppe inglesi, aspettando, stretta tra le sue braccia, la grande esplosione, la seconda, che avrebbe distrutto quelle quattro mura sulle quali distinguevano le prime crepe. Ma adesso si era stancata.

La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo.

Uscì. Lui si accese una sigaretta e continuò ad aspettare, come aveva sempre fatto. Fumava e stringeva il foglietto, mentre guardava quello della ragazza, abbandonato a terra.  Mentre aspettava, la pianta appassiva. Lui le diede acqua, forse troppa, chissà, ma non la riparò mai dal sole, né dal vento, così i petali giorno dopo giorno se li prese la brezza e il corpo della pianta lentamente bruciò sotto al calore dei raggi solari. Non volle spostarla all’ombra, perché per un ingenuo vezzo estetico preferiva osservarla mentre faceva colazione, la porta del balcone aperta, per mostrare al mondo intero quanto fosse bello quel fiore. Aspettava, fumava, accartocciava il foglietto.

Un giorno alzò un piede, poi un altro, spense la brace sulla carta e la gettò in un angolo.
Uscì dalla sala sbattendo la porta. Né lui, né lei videro quella stanza esplodere, il letto, la bottiglia, le tracce del loro piacere dimenticate sulle lenzuola, deflagrare, inabissarsi e tornare da dove erano venute.
Zero più zero, uguale – nell’eterno pulsare dei secondi che abbiamo inciso sul tessuto del tempo – a zero.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti

Triplice fischio

“I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”. Gesualdo Bufalino


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare.

D’estate lavoravo la terra e vendemmiavo, pagato a giornata. A dieci anni lasciai la scuola per aiutare mio padre in cantiere. Arrivai a Milano a dodici primavere, insieme al mio compare Marcello, un uomo alto e scemo. Lavorai come fattorino e panettiere fino ai diciotto, dormendo in una cantina subaffittata a siciliani e calabresi.
Al militare imparai a tagliare i capelli. Il primo giorno chiesero chi sapeva fare il parrucchiere. Mentii spudoratamente ma riuscii a cavarmela piuttosto bene. Dopo la leva incominciai a lavorare da un coiffeur in centro, come li chiamano i milanesi danarosi. Un paio d’anni dopo aprii la mia bottega al Casoretto. Fu lì che conobbi Anita, l’unica donna che abbia mai amato. Passava in bicicletta ogni giorno per andare al lavoro, alla Lambretta. All’ora del suo passaggio facevo in modo di farmi trovare a fumare sull’uscio del salone. Non mi guardava mai. Un giorno passò a piedi per colpa della catena caduta. Gliela sistemai. Ci fidanzammo un mese dopo.
Erano gli anni settanta, io pensavo a lavorare duro per fare famiglia con lei e me ne fregavo della politica; Anita no, per lei era la cosa più importante. Fu quella crepa a dividerci. S’innamorò di un leaderino della contestazione e mi lasciò dopo tre anni senza troppi giri di parole. Non l’ho mai più vista. Non sto a raccontarvi la disperazione, è poco interessante e sempre uguale. Fu in quegli anni, ne avevo venti e rotti, che iniziai a bere, stringendo i pugni nelle tasche dalla rabbia. Persi parecchi clienti, lavoravo svogliato e con l’alito avvinazzato. Pensai di vendere la baracca e tornare in Sicilia. Poi pensai al paese, ai miei fratelli, alla vergogna di rincasare sconfitto. Mi ripresi in qualche mese, soprattutto grazie alla passione che ripescai dalla mia infanzia: arbitrare. Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Quando dai il fischio d’inizio, dopo aver controllato le reti, vedi ventidue corpi muoversi attorno a un pallone, e tutti dipendono da te. Tocca a te ordinare quel caos. Eppure non ne sei immune. Corri e ti sposti con loro, finisci per tifare qualcuno – vi svelo un segreto: non esistono arbitri imparziali – partecipi muto all’orgasmo collettivo del goal, dopo la penetrazione del pallone nella rete. Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere. Perché ho perso, alla fine. Se a sessant’anni passati la mia unica soddisfazione è arbitrare chi mi insulta per un’ora e mezza, qualcosa dev’essere andato storto. Se sto preparando una cena della vigilia ad personam devo aver sbagliato, da qualche parte. Ci penso ogni volta che guido, solo, sentendomi finto e immobile come gli uccelli sulle barriere di vetro della tangenziale.
Qualche sfizio me lo son tolto. La Giulietta Sprint rossa che guido, ad esempio. Certe bottiglie millesimate, tipo quella che sto bevendo. Una sterminata biblioteca, casomai fosse tornata – Anita leggeva tanto, poi ho iniziato a prenderci gusto anch’io; una tv da trentadue pollici, un trapianto di capelli, che ormai me ne rimangono pochi e sottili come vetri di Murano. Ma non ha senso ammobiliare il nulla. Qualche signorina la conquisto ancora, non so se per la macchina, la tinta scura o per il fatto che abbia un’attività, anche se in fallimento. Ormai tutti si tagliano i capelli dai cinesi; ma è normale, adesso sono loro i siciliani di mezzo secolo fa ed è giusto che lavorino. L’ultima compagna, per dirne una, l’ho lasciata io. Era una zitella idiota, guardava Uomini & Donne tutti i giorni ma soprattutto ha mollato un libro di Bufalino che le prestai dopo poche pagine, dicendo che non le piaceva il suo modo di scrivere. Avevo voglia di tirarle il libro in testa ma mi trattenni – si sarebbe potuto rovinare. Compresi all’istante che non saremmo invecchiati insieme. Come si può disprezzare Bufalino, la penna più elegante partorita dall’isola, e nutrirsi della spazzatura di Canale 5?

Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere.

Non fidarsi mai. Anita mi ha insegnato questo, in fondo. È una brutta convinzione ma è necessaria. Ad ogni modo mi sta bene così, morirò scapolo. Chi viene da un’isola sa stare bene solo. L’unico problema di questa vita è la mancanza d’amore. Non vale la pena di viverla senza. E dopo Anita nessuna mi ha conquistato davvero. Non ho mai deciso nulla nella mia vita. L’unica decisione, fondamentale e feroce, l’ha presa lei. Forse è per questo che arbitro, per compensazione, per accumulare miliardi di piccole decisioni ma d’importanza epica in quel frangente; anche se sei in un campo di terra ghiacciata nel nulla brianzolo e arbitri una partita tra trogloditi e analfabeti, che ti salutano graffiandoti la portiera della Giulietta. Che provano a corromperti, per tre punti. Che ti minacciano di morte, per un gioco. Vista da qui, dalla fine, la mia esistenza somiglia ad un lancio di un difensore dai piedi quadrati, un lancio balordo e sghembo, che esce dalla recinzione del campo. Una traiettoria forte ma sbagliata, inutile e inconcludente. Non vale la pena di viverla, ormai. Vedo solo il male. Sono stanco, e bisogna saper finire dopo i tempi supplementari e questi giorni che sembrano calci di rigore a oltranza.
Perdonatemi, è vostra la vita che ho perso, scrisse una poetessa. Ho scritto questa lettera per testimoniare il mio passaggio a questo mondo. Non so chi la leggerà, probabilmente un giornalista o la portinaia quando mi troverà qui, appeso, il fischietto al collo e il cronometro con l’orologio fermo alle ore ventitré del ventiquattro dicembre duemilasedici. Dopo l’ultimo, triplice fischio finale.
Buon Natale.

Illustrazione di Gipi