“Apocalypse Green” di Jean-Paul Charles

La memoria costruisce il nostro tempo come un passato puro. Imperscrutabile, e intrappolato nelle strettoie di unità millesimali e parcellizzate, il presente è ricreato ad ogni istante. Se un’immagine, un’idea, un’azione non fossero, quasi immediatamente, presenti e passate, il presente non passerebbe mai. Senza questa incompiutezza del contemporaneo, l’estasi dell’eternità ci accoglierebbe, facendoci varcare la soglia della fine dei tempi e rendendo superfluo ogni nostro tentativo di comunicazione.
L’artista Jean-Paul Charles si avvale di una tradizione e della volontà di rappresentare il proprio presente, scavando nella concatenazione di eventi che l’hanno generato e nella dialettica tra virtualità e realtà che ogni possibilità futura sottende. Da questo imperfetto impasto temporale, l’artista estrapola i lineamenti del proprio mondo. Attuale è l’intervento pittorico, che invade lo spazio sociale e interferisce sui tradizionali mezzi di comunicazione: cartelloni pubblicitari, piattaforme di social networks, immagini dai mass media.  L’intervento gestuale su cartelloni pubblicitari, fotografie, pannelli e radiografie è il modo privilegiato di proporre una singolare narrazione, in cui l’autore non dipinge. Un linguaggio di immagini si ripresenta come pretesto: utile, soprattutto, alla testimonianza di esperienze individuali e collettive.

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Alberto Dubito: un libro che si ascolta

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Alberto cammina accompagnato dal ritmo dispari delle bombolette spray nello zaino. Lo appoggia. Guarda il muro, immaginando il bombing imminente. Inizia a dipingere.
Dubito canta un pezzo, Sospé manda la base e suona i synth. Ecco che urla sillabe molotov dal microfono; una scritta prende forma su un muro della periferia arrugginita.
Il fumetto di Claudio Calia è costruito sull’alternanza di due momenti, esecuzione e scrittura. Ovviamente le tavole si leggono prima dei testi, nonostante siano a metà della foliazione. O almeno così ho fatto io, appena ho preso il libretto in mano.
Santa Bronx (Squilibri, 2018) è un libro ‘necessario’, accompagnato da un cd curato da Dr.Sospè, al secolo Davide Tantulli. La selezione dei tredici brani con testi dei Disturbati dalla CUiete offre uno spaccato puntuale e agevole per orientarsi nella vasta produzione di Alberto Dubito, poeta e rapper trevigiano scomparso a ventun anni, nel 2012.
Le poesie sono state riportate a partire dai file originali conservati nel suo computer; poiché Alberto non aveva pensato ad approntarne una versione per la stampa, i testi sono quelli che utilizzava per le sue performance. Per questa ragione, si presentavano ricchi di una serie di diacritici e maiuscolature, utili per la loro esecuzione. Questi segni disturbavano una lettura scorrevole, pertanto in questa edizione il testo è stato normalizzato e si presenta diversamente da Erravamo giovani stranieri (Agenzia X, 2012), la prima antologia di testi e immagini pubblicata postuma e divenuta un long seller. Lo stesso destino che aspetta questa piccola, importante, pubblicazione, da pochi giorni in libreria.
L’invito è di seguire Canzoniere, la nuova collana di poesia, musica e immagini di Squilibri, un’ostinata e particolarissima realtà editoriale che potete conoscere meglio qui, e che ringraziamo per la gentile concessione delle tavole e dell’estratto dall’introduzione di Lello Voce, intitolata Dubito e l’archeologia del futuro:

È difficile tentare l’analisi di una produzione insieme così tanto ‘precoce’, ma, per altri versi, del tutto matura come quella di Alberto Dubito e dei Disturbati dalla CUiete. Quello che rimane tra le mani – a causa della brusca interruzione della loro attività – è come una serie di tasselli di un’unità esplosa: alcune parti sono rimaste visibilissime, altre probabilmente sono irrimediabilmente perdute. Il fatto poi che l’edificio di cui si parla non fosse affatto completato, ma avesse, di contro, fondamenta solidissime e un profilo ormai ormai spiccato, e sempre più riconoscibile, non fa che complicare le cose. Ciò che toccherebbe fare allora sarebbe un’archeologia del futuro, un paradosso, quanto di meno prevedibile e ‘filologico’ si possa immaginare. Vale dunque la pena di provarci, a piccoli passi, ma con la certezza che tutto terminerà, per il critico, con uno scacco. Anzi, proprio in nome di questo scacco e come sgarbo scaramantico a ogni filologia. Tenterò dunque soltanto una prima ricognizione, a partire da un topic certamente decisivo nella produzione di Dubito e che probabilmente non è solo un topic, un ‘contenuto’, ma è anche un suggerimento formale prezioso per avvicinarsi al nucleo caldo delle parole e delle musiche, delle performance di questo giovane artista e del suo complice, Dr. Sospè. Mi riferisco alla ‘periferia’, che torna ossessiva in tutta la sua produzione, direttamente chiamata a comparire, o allusa, implicata, celata sotto le mentite spoglie di questo, o quel panorama esistenziale, prima di tutto quello trevigiano, del quartiere operaio e ‘zigano’ di Santa Bona, da lui ribattezzato Santa Bronx  […]

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Tavole di Claudio Calia, testo di Lello Voce, da Santa Bronx, (c) Squilibri 2018

Cane magro, la fame che non può essere appagata

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«Un tacito accordo di non legame» ci lega ai versi di Chiara De Cillis, classe ’95, poeta e compositrice di canti muti, anascritture, collage brillanti che proprio su Neutopia hanno trovato spazio per respirare e trovare una direzione nel marasma di internet. La sua prima raccolta di poesie, Cane Magro, trova ora realtà tangibile per i tipi di Italic Pequod prendendo spunto dal blog omonimo. Essa contiene la produzione meno sperimentale dell’autrice di Ostuni naturalizzata torinese, ma comunque emozionante e densa di significati. La potremmo definire una «raccolta adolescente», laddove l’adolescenza è rappresentata dall’urgenza, dalla fame, dalla mancanza di un posto nel mondo e da un vuoto da dover riempire. In apertura della silloge, troviamo una citazione – più tematica che stilistica – da Il flauto di vertebre di Vladimir Majakovskij, a voler sottolineare l’origine corporale, prettamente fisica, delle poesie. Quaranta piccole liriche che hanno nel sesso (più che nell’amore, eufemismo spesso abusato a causa di un cattolicesimo stantio) e nell’ambivalenza del piacere il proprio filo di Arianna.
Secondo la stessa De Cillis, la cui poetica si avvicina molto, in questo senso, a quella di Sandro Penna: «Io mi sento un cane magro, quando scrivo. Come quei cani che girano nei paesi di mare in inverno e incontrano un passante per strada e lo sbranano: scrivere è voler sbranare, saziare la fame». Il parallelismo con Penna qui risulta ancora più evidente se pensiamo alla natura figurativa ed emotiva dei suoi versi.
In una poesia come  «[…] tu fa’ che questo mio amore/sia il caldo che asciuga/ le guance dal sale, / – il sale alla lingua dei baci / incapaci a parlare a parole – […] » (poesia n. 9, p. 19), ci rendiamo conto perfettamente come il mare o, in questo caso, l’Oceano, possa essere il ponte ideale fra un tormento interiore e uno scabro paesaggio umano, costellato da desideri e da sentimenti a volte inappagati e, proprio per questo, ancora più forti e bisognosi di cure. Il «marinaio senza approdo» cui si fa riferimento nel passo « […] Per me di fatto non esiste faro / e sempre vago alla ricerca dell’incanto, / semmai qualcuno riuscirà a salvarmi /sarà di certo tra le onde alte […]» (poesia n. 13, p. 23) è chiaramente l’io poetico giovane, che chiede d’esser salvato ma non ha bisogno di porti sicuri, e che al contrario può vivere soltanto nella tempesta, nel tumulto, nella burrasca: «dimenticati i prati in fiore», quello che rimane è un inno al perdersi; come quando Thomas Stearns Eliot cantava della sua Terra desolata, e, parlando di Fleba il Fenicio, raccontava di come egli avesse dimenticato «il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare, e il guadagno e la perdita» (T. S. Eliot, The Waste Land, Einaudi, 2013, p. 41).
L’ossessione scaturita dal desiderio torna poi compulsivamente, abbandonate le dimore domestiche e i focolai di provincia, in versi che ricordano molto da vicino le liriche di Amelia Rosselli in Serie ospedaliera: «Mille quei boschi/ in cui rendemmo/ grazie a Dioniso. Molti di più / gli amplessi/ in cui io resi/ onore a te» (C. De Cillis, Cane Magro, poesia n. 16, p. 27).
Quando l’identità queer è già più consapevole, non si teme invece di affermare la predilezione per il femminile in una molteplicità di forme e di volti: «Amo le donne: / le ammiro: / nello specchio vastissimo/ delle possibili me […]» (poesia n. 12, p. 22).
È nella seconda metà della raccolta che troviamo infine la qualità più epica (una su tutti, la bella Antigone) e autenticamente libertaria dei componimenti della De Cillis, penna anarchica e speranza per la poesia contemporanea, il cui poetare oggi più che mai si ricongiunge alla sua etimologia artigianale, laddove il «fare», «poiein», sfoggia l’interpunto e l’enjembement, avvicinandola al modus operandi del Sanguineti di Novissimum Testamentum: «Tra questi pascoli urbani/ di troppo umana allegrezza/ io tram senza filo deraglio /alla ricerca costante, perenne/ di un capolinea che sia quello:/ che mi accolga come una cosa/ che ha compiuto il suo senso» (poesia n. 37, p. 49).
Ed è così che Torino e l’elettricità entrano di prepotenza a far parte del tempio profanato, straziando la nostalgia oscurantista dei paesaggi naturali, delle strade di campagna, della polvere, dei furbi riferimenti montaliani e pessoani per lasciare posto all’essenziale. Saffo morì sull’isola di Leucade e dalle spiagge di un’altra isola, stavolta quella di Nasso, una Saffo moderna si auto-condanna al silenzio, domandandosi cosa resterà del proprio dire una volta che non ci sarà più: una serie di «lettere senza risposta» e «destinatari ammutoliti» (Epitaffio, p. 53), in un finto-amore che non vuole più essere chiamato tale ed ha nel rimbombo della ribellione il suo attracco più sicuro per non perdersi nel vento.

Chiara De Cillis, Cane Magro, pp. 53, Italic Pequod, Brossura
Prefazione di Francesca Puopolo, Copertina di Elisa Camurati

 

Chi ha paura del nuovo italiano?

Dateci parole poco chiare
quelle che gli italiani non amano capire
Ivano Fossati, Il Battito

La paura si evolve con l’uomo, e la felicità dell’uomo è più probabile quando i suoi comportamenti coincidono con quelli della maggior parte dei suoi simili. Quando la paura diventa la principale materia dei nostri giorni, diventa anche il nostro aggregatore sociale, ciò che ci permette di dirci uniti e, paradossalmente, felici.
Ho cominciato a intuire cosa sarebbe stato questo articolo alla luce di un assunto che, più lo sentivo ripetere, più appariva vero: non leggiamo più in un “puro” italiano letterario. Dando una scorsa rapida ai saggi e ai romanzi della mia libreria e in quelle di miei amici e colleghi non posso evitare di notare l’enorme mole di libri stranieri, nel novanta per cento dei casi tradotti. Siamo ufficialmente cresciuti con la lingua dei traduttori, dimenticandoci spesso che alcune delle frasi più belle di cui potessimo stupirci fossero il frutto di una “testa seconda”, quella del traduttore, mentre il grande scarto tra italiano e italiano tradotto si faceva sempre più labile.
Che cosa ci resta dell’italiano, dunque, quando quello che leggiamo è spesso il risultato di una lingua di ritorno? E, ancora più importante, che lingua aspettarsi dalle nuove voci della narrativa del nostro paese?

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Glitch Poetry

Chi si addormenta da solo lenzuola da solo – Concerto punk per sole voci

Il pregevole lavoro di Luca Atzori, poeta e musicista sardo naturalizzato torinese, e di Sandro Sandri, voce de Lo Zoo Degli Unni e interprete, tra gli altri, dei testi di Antonin Artaud e Carmelo Bene, è un miscuglio di sussurri, di suoni, di urla che abitano i versi e che hanno come unica protagonista la voce.
Chi si addormenta da solo lenzuola da solo, titolo ironico di derivazione situazionista, è un viaggio nella psiche dell’uomo contemporaneo, lo schizo che non può essere coercito, la contraddizione che non può essere livellata, parola poetica in libertà che ci consente di abbandonare i luoghi comuni e capire cosa si provi ad essere un bruco nella notte patetica dell’esistenza, tra canti tipici sardi e polifonie tibetane. Le culture e i riferimenti – si va dagli jodel alpini agli Animals – si mescolano di fronte a un’incontenibile decadenza culturale accompagnata con onorata spudoratezza, che si auto-infligge la pena di essere ancora ai tempi dell’ordine e del lavoro, quando – cito dai versi di Atzori – “non bisogna provare troppi sentimenti/ davanti all’ingiustizia/ ci vuole solo freddezza/ e pietà/ della propria morte”. Morte della ragion pratica che percorre tutto l’audiolibro.

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L’assedio dell’aria

Quest’anno ho preso parte al festival di poesia di strada che si è svolto a San Donato Milanese. Una costellazione di palazzi eretti dall’Eni, Metanopoli, le cui architetture hanno registrato, decade dopo decade, la percezione che la classe dirigente ha del suo stesso futuro, della sua stessa identità; identità che, in questi luoghi, è dunque impressa nelle superfici di vetro, nel calcestruzzo, che ridefinisce lo spazio pubblico e le sue relazioni.

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“tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)

(Dalla prefazione al libro Una rottura con lo spazio e con il tempo, di Davide Galipò)

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Una tra le prime poesie di Francesco pubblicate su Neutopia, dal titolo “Verlaine fuori tempo massimo”, recita così: «Dichiaro guerra a tutte le metafisiche poliziesche/ E ai tuoi occhi militari e alle dita socialdemocratiche/ BIANCHE come le pagine dietro i tuoi pensieri;/ Dichiaro guerra alle cosce fritte di pollo/ E, dunque, in ultima analisi,/ Allo Stato borghese».
In quell’occasione, scrissi che «la delazione di Francesco Salmeri da un certo mondo e da un certo modo di fare poesia è, prima di tutto, estetica e, in secondo luogo, ideologica». Continue reading ““tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)”

Contro ogni sintesi

La tua lingua è una lingua biforcuta e noi
la faremo a striscioline la tua e il linguaggio
di tutti
ricorda che li punto cozzerà, tremerà a contatto
del punto che si chiama altro […]
e sarà il nostro moto quello
d’un atomo, universale.
Patrizia Vicinelli, È ora di spezzare questa combustione

Sotto cieli costellati di satelliti, capitali, radiofrequenze, l’isteria di massa avanza dalle terre di un pianeta che oramai frigge alle stesse temperature di una cotoletta di pollo. Chi vaneggia da decenni l’imminente fine di ogni ideologia, chi l’avvenuta fine della Storia, chi rifugge l’incedere barbaro dei moti sociali, chi ritorna al corpo, chi auto-narra le proprie vanaglorie artistiche tramite un post su qualche social, chi soccombe, chi si strangola attorno a fragili certezze categoriali, le poche intraviste in una squallida epoca spettacolare e pornografica. “Après nous, le déluge” soleva proferire Madame de Pompadour al proprio amante borbonico intuendo la prossimità del caos che sarebbe seguito alla caduta della monarchia. Ciò che tuttavia costituisce il fil rouge di questi stati percettivi intimamente contemporanei – siano essi manifestati in un testo poetico ad alta voce, sia nello spot pubblicitario di un dentifricio – è la violenza, simbolica o fisica, come veicolo dell’affermazione del proprio orizzonte artistico ed esistenziale. Continue reading “Contro ogni sintesi”

Per una poesia rivoluzionaria

La poesia è un fucile o una pietra da scagliare: come in un’opera di Sarenco, i versi hanno sempre in sé qualcosa di ergonomico. Lautréamont parlava della poesia come di un ponte, posto che un ponte si costruisce solo per oltrepassare un fiume. Che il fiume sia dentro o fuori di noi è indifferente; avremo raggiunto il nostro obiettivo qualora le due cose coincidano.
Il poeta è un produttore di valori ma, prima di tutto, è un ripetitore di valori. E ancora prima di ripetere, lanciare, divulgare e propagandare valori, il poeta rilancia ritmi, suoni e segni, perché c’è prima il segno del significato e non sapremmo che farcene dei segni se non ci indicassero qualcosa. Se Leonardo da Vinci non fosse vissuto in quel mondo litigioso che era l’Italia del Rinascimento non avrebbe inventato le sue mirabili macchine di morte. Il nostro mondo non è meno litigioso, e a ragione. Breton nella prima pagina di Nadja dice di essere colui che infesta. Ciò che infestiamo, in quanto poeti, sono ritmi, suoni e segni: è il mondo attorno a noi che prima di tutto ripetiamo e a volte sembra strangolarci.

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