La presenza nell’assenza

 

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto, in divenire, un discorso che non comincia e non finisce, ma che rimane sospeso tra la presenza dell’osservatore e la mancanza di una prospettiva definibile entro spazi e codici precisi. Un prospettivismo, quello del fotografo milanese, che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto e in divenire […] che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

Nelle foto che ritraggono la Sicilia è il contesto a farla da padrone (vedi Siracusa, centro storico) e anche laddove gli esseri umani fanno la loro comparsa, questi sono personaggi secondari, esseri viventi e intrusi (Bologna, periferia) che non brillano mai per una peculiarità o un particolare, ma che al contrario sono inseriti nel loro habitat naturale – sia pure, questo, quello urbano. Impossibile non riconoscere in lavori come quelli sulla città di Palermo un punto di vista antropologico oltreché visivo, frutto degli studi intrapresi a Bologna e proseguiti a Torino, non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti, e nello specifico Viaggio in Italia, durante il quale il maestro emiliano tentò di dare una nuova immagine aggiornata del paesaggio della penisola, distante da quello “da cartolina” al quale eravamo abituati da decenni.

Impossibile non riconoscere nei suoi lavori un punto di vista antropologico oltreché visivo […] non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti.

Ed è proprio il viaggio uno dei temi più battuti nella fotografia di Filippo, un viaggio mai inteso come meta o punto d’arrivo, ma come elemento di giunzione, stile di vita e mezzo di comunicazione con l’altro (Acitrezza, peschereccio). Il suo obbiettivo, che si tratti della desolata campagna padana o delle vie della Vucciria, tende sempre a unificare antico e moderno, in una miscellanea che, spesso, mette in luce le contraddizioni e le parti più nascoste del nostro Paese, in una poetica cui può giungere solamente l’occhio curioso e allenato dello studioso, per andare al di là delle apparenze, scavando, e arrivare così alla sua parte più vera ed essenziale.

Una presenza nell’assenza, un occhio di riguardo verso quegli elementi più propriamente umani che intaccano il nostro presente; una traccia delebile, superficiale, provvisoria, nell’epoca del post-umano.

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Tre poesie sulla parola

Guardando da lontano

E io stono, guardando da lontano,
l’oscenità della parola e il suo principio.

 

Tacere alla pronuncia

Custodire il verso ricercando
la soglia del parlare e poi tacere
la parola alla pronuncia e al suo principio.

Che silenzio il mio giardino quando è sera
e i suoi germogli inseguono la luce
nella notte persa, e tra le erbe
i semi a custodire gli astri e il suono.

 

La parola originaria

Struggendomi, nei fuochi che magie
d’animo smesso e non parlabile posseggono,
l’incedere m’incanta e mi richiama, sillabando,
al mio dovere da profeta e da bambino:

ma tu lo sai che sulle rive del parlato
potrai trovarmi, ancora e nonostante,
a frammentare la parola originaria

e lo dirai, a quest’azzurro insormontabile,
che morirò con la vergogna di guardarlo,
perché la lingua non raccoglie le distanze
e tutto rende vano all’impronuncio.

Triplice fischio


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

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L’eroe

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono.
– Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.

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Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

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La poeticità intrinseca nel movimento New Page

Neutopia nasce come collettivo-contenitore, per dare spazio a collaborazioni e percorsi anche differenti tra loro. In questo caso accogliamo i lavori di Francesco Aprile, scrittore e poeta facente parte del movimento letterario New Page, fondato nel 2009 dallo scrittore e teorico letterario Francesco Saverio Dòdaro. L’idea alla base è quella di produrre testi letterari, narrativi, poetici, teatrali (ma anche e soprattutto di ibridazione per un crollo delle barriere tra le forme), strutturati sulle coordinate della comunicazione pubblicitaria, ma anche giornalistica, con ambiti di riceprocità con il concretismo di Carlo Belloli, applicati su crowner, pannelli cartonati usati per le pubblicità, ed esposti nelle vetrine dei negozi. Anche se, a nostro avviso, il rischio può sembrare quello di voler impostare un pericoloso dialogo con la merce, in realtà la poeticità intrinseca nel movimento New Page si evince dalle parole dello stesso Dòdaro, quando afferma:

«I romanzi, la poiesi in genere, intercettano l’ora, il contesto, l’ampio know-how, ed escono dalle gabbie speculative – commerciali e di potere – per diffondersi tra i frammenti, le desolazioni, le mancanze, gli smembramenti, le solitudini. L’amore. Cento parole. Ritorna, in altra veste, il cantastorie. Il cantastorie del terzo millennio».

Si possono trovare tutte le opere, l’elenco degli autori, i manifesti teorici e le foto dell’attività del movimento su questo sito: New Page – Narrativa in store.