Diluvio ed esposizione universale

Ha iniziato a piovere il primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo, e non ha più smesso

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Milano, 1 agosto 2015

Vi scrivo da un sottotetto di porta Venezia, dove fortunatamente vivo. Oggi son tre mesi che piove ininterrottamente sulla pianura padana. Il tg dice che l’acqua ha raggiunto l’altare del Duomo. Ha iniziato a piovere il primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo, e non ha più smesso, con una media di più di tre centimetri d’acqua al giorno. Nutrire il pianeta è il sottotitolo dell’esposizione universale, e il pianeta Terra ha voluto prenderci in giro o forse sottolineare quanto lo stiamo sfruttando. Le ultime colate di cemento su Milano hanno coperto gli spazi verdi residui, gli unici in grado di assorbire l’acqua. L’asfalto ha fatto da fondale dell’immensa piscina che è diventata questa città. Dalla finestra osservo il canale Buenos Aires, finalmente libero da insegne e turisti; in lontananza si vedono spuntare le chiome degli alberi del parco di Palestro, private dei tronchi, come fossero mangrovie.
Tutti gli abitanti degli scantinati e dei piani terra si son dovuti trasferire; i prezzi delle case dal secondo piano in su sono schizzati alle stelle. I più ricchi, insieme ai catastrofici, si stanno accaparrando gli ultimi livelli dei grattacieli; i senzatetto hanno occupato la Torre Galfa, vicino alla stazione Centrale. I più lungimiranti, tra cui il sottoscritto, hanno acquistato una canoa gonfiabile da Decathlon in piazzale Cairoli, poco prima che venisse sommerso insieme alla rete della metropolitana. I primi giorni era bello vedere il fossato del Castello pieno d’acqua; da piccolo credevo che gli Sforza ci tenessero dei coccodrilli. Continue reading “Diluvio ed esposizione universale”

Triplice fischio

“I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”. Gesualdo Bufalino


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare.

D’estate lavoravo la terra e vendemmiavo, pagato a giornata. A dieci anni lasciai la scuola per aiutare mio padre in cantiere. Arrivai a Milano a dodici primavere, insieme al mio compare Marcello, un uomo alto e scemo. Lavorai come fattorino e panettiere fino ai diciotto, dormendo in una cantina subaffittata a siciliani e calabresi.
Al militare imparai a tagliare i capelli. Il primo giorno chiesero chi sapeva fare il parrucchiere. Mentii spudoratamente ma riuscii a cavarmela piuttosto bene. Dopo la leva incominciai a lavorare da un coiffeur in centro, come li chiamano i milanesi danarosi. Un paio d’anni dopo aprii la mia bottega al Casoretto. Fu lì che conobbi Anita, l’unica donna che abbia mai amato. Passava in bicicletta ogni giorno per andare al lavoro, alla Lambretta. All’ora del suo passaggio facevo in modo di farmi trovare a fumare sull’uscio del salone. Non mi guardava mai. Un giorno passò a piedi per colpa della catena caduta. Gliela sistemai. Ci fidanzammo un mese dopo.
Erano gli anni settanta, io pensavo a lavorare duro per fare famiglia con lei e me ne fregavo della politica; Anita no, per lei era la cosa più importante. Fu quella crepa a dividerci. S’innamorò di un leaderino della contestazione e mi lasciò dopo tre anni senza troppi giri di parole. Non l’ho mai più vista. Non sto a raccontarvi la disperazione, è poco interessante e sempre uguale. Fu in quegli anni, ne avevo venti e rotti, che iniziai a bere, stringendo i pugni nelle tasche dalla rabbia. Persi parecchi clienti, lavoravo svogliato e con l’alito avvinazzato. Pensai di vendere la baracca e tornare in Sicilia. Poi pensai al paese, ai miei fratelli, alla vergogna di rincasare sconfitto. Mi ripresi in qualche mese, soprattutto grazie alla passione che ripescai dalla mia infanzia: arbitrare. Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Quando dai il fischio d’inizio, dopo aver controllato le reti, vedi ventidue corpi muoversi attorno a un pallone, e tutti dipendono da te. Tocca a te ordinare quel caos. Eppure non ne sei immune. Corri e ti sposti con loro, finisci per tifare qualcuno – vi svelo un segreto: non esistono arbitri imparziali – partecipi muto all’orgasmo collettivo del goal, dopo la penetrazione del pallone nella rete. Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere. Perché ho perso, alla fine. Se a sessant’anni passati la mia unica soddisfazione è arbitrare chi mi insulta per un’ora e mezza, qualcosa dev’essere andato storto. Se sto preparando una cena della vigilia ad personam devo aver sbagliato, da qualche parte. Ci penso ogni volta che guido, solo, sentendomi finto e immobile come gli uccelli sulle barriere di vetro della tangenziale.
Qualche sfizio me lo son tolto. La Giulietta Sprint rossa che guido, ad esempio. Certe bottiglie millesimate, tipo quella che sto bevendo. Una sterminata biblioteca, casomai fosse tornata – Anita leggeva tanto, poi ho iniziato a prenderci gusto anch’io; una tv da trentadue pollici, un trapianto di capelli, che ormai me ne rimangono pochi e sottili come vetri di Murano. Ma non ha senso ammobiliare il nulla. Qualche signorina la conquisto ancora, non so se per la macchina, la tinta scura o per il fatto che abbia un’attività, anche se in fallimento. Ormai tutti si tagliano i capelli dai cinesi; ma è normale, adesso sono loro i siciliani di mezzo secolo fa ed è giusto che lavorino. L’ultima compagna, per dirne una, l’ho lasciata io. Era una zitella idiota, guardava Uomini & Donne tutti i giorni ma soprattutto ha mollato un libro di Bufalino che le prestai dopo poche pagine, dicendo che non le piaceva il suo modo di scrivere. Avevo voglia di tirarle il libro in testa ma mi trattenni – si sarebbe potuto rovinare. Compresi all’istante che non saremmo invecchiati insieme. Come si può disprezzare Bufalino, la penna più elegante partorita dall’isola, e nutrirsi della spazzatura di Canale 5?

Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere.

Non fidarsi mai. Anita mi ha insegnato questo, in fondo. È una brutta convinzione ma è necessaria. Ad ogni modo mi sta bene così, morirò scapolo. Chi viene da un’isola sa stare bene solo. L’unico problema di questa vita è la mancanza d’amore. Non vale la pena di viverla senza. E dopo Anita nessuna mi ha conquistato davvero. Non ho mai deciso nulla nella mia vita. L’unica decisione, fondamentale e feroce, l’ha presa lei. Forse è per questo che arbitro, per compensazione, per accumulare miliardi di piccole decisioni ma d’importanza epica in quel frangente; anche se sei in un campo di terra ghiacciata nel nulla brianzolo e arbitri una partita tra trogloditi e analfabeti, che ti salutano graffiandoti la portiera della Giulietta. Che provano a corromperti, per tre punti. Che ti minacciano di morte, per un gioco. Vista da qui, dalla fine, la mia esistenza somiglia ad un lancio di un difensore dai piedi quadrati, un lancio balordo e sghembo, che esce dalla recinzione del campo. Una traiettoria forte ma sbagliata, inutile e inconcludente. Non vale la pena di viverla, ormai. Vedo solo il male. Sono stanco, e bisogna saper finire dopo i tempi supplementari e questi giorni che sembrano calci di rigore a oltranza.
Perdonatemi, è vostra la vita che ho perso, scrisse una poetessa. Ho scritto questa lettera per testimoniare il mio passaggio a questo mondo. Non so chi la leggerà, probabilmente un giornalista o la portinaia quando mi troverà qui, appeso, il fischietto al collo e il cronometro con l’orologio fermo alle ore ventitré del ventiquattro dicembre duemilasedici. Dopo l’ultimo, triplice fischio finale.
Buon Natale.

Illustrazione di Gipi

Commiato

Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?

Vivevamo prose celeri senza chiuder capitoli
accontentandoci degli indici sporchi di fumo.
I miei versi sono più liberi di me. Libertà è volere
[quel che si fa.
Siamo fragili e irresponsabili costretti da barriere
[architettoniche
di cuori affaticati impenetrabili
[i suoi occhi quella notte d’ottobre.
La pazienza dei semafori i marciapiedi butterati
[interrotti da strisce
discontinue come noi. Passeggiate calpestate
[lungo la Martesana
sana come la morte – le prime e le ultime volte
[conservano eguale
intercedere d’incertezze – le frasi a effetto si pensano
[sempre dopo.
Districarci dal tempo. Tutto il resto lo aggiusteremo
[poco per volta.
Una pena e un canto. Il mistero di quando bambino
[pensavi la morte.
Succede solo agli onesti di perdere il treno
[mentre pagano il biglietto.
Il mondo impuro e la purezza d’immaginar la gioia
ripensandoci siamo palloncini dalla base di piombo.
Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?
Il cielo è lo stesso, il tempo una somma di respiri.
Non ricordo la voce di mia nonna – ma le mani sì.
Cosa volere quando si ha tutto – come evitare il niente?
Le città crescevano -noi no- giocavamo a farci la guerra.
La vita passa e non diciamo davvero
[quanto amiamo o meno.
Ci contavamo le costole – quanto costa amare?
[Conta fino a zero.
Un pogo al mese a rateizzare rabbia – centellinare morte
[fumando 100’s
avvelenarsi di vino – amnesie antimuse – musiche dei
[muscoli
più tonici del gin – attonito nei tropici tristi e rivisti
sogni palle al piede – scannerizza i pensieri
comprimili e lasciali alle nuvole.
Che ci piovano in testa.

Foto di Brassaï.