Commiato

Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?

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Vivevamo prose celeri senza chiuder capitoli
accontentandoci degli indici sporchi di fumo.
I miei versi sono più liberi di me. Libertà è volere
[quel che si fa.
Siamo fragili e irresponsabili costretti da barriere
[architettoniche
di cuori affaticati impenetrabili
[i suoi occhi quella notte d’ottobre.
La pazienza dei semafori i marciapiedi butterati
[interrotti da strisce
discontinue come noi. Passeggiate calpestate
[lungo la Martesana
sana come la morte – le prime e le ultime volte
[conservano eguale
intercedere d’incertezze – le frasi a effetto si pensano
[sempre dopo.
Districarci dal tempo. Tutto il resto lo aggiusteremo
[poco per volta.
Una pena e un canto. Il mistero di quando bambino
[pensavi la morte.
Succede solo agli onesti di perdere il treno
[mentre pagano il biglietto.
Il mondo impuro e la purezza d’immaginar la gioia
ripensandoci siamo palloncini dalla base di piombo.
Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?
Il cielo è lo stesso, il tempo una somma di respiri.
Non ricordo la voce di mia nonna – ma le mani sì.
Cosa volere quando si ha tutto – come evitare il niente?
Le città crescevano -noi no- giocavamo a farci la guerra.
La vita passa e non diciamo davvero
[quanto amiamo o meno.
Ci contavamo le costole – quanto costa amare?
[Conta fino a zero.
Un pogo al mese a rateizzare rabbia – centellinare morte
[fumando 100’s
avvelenarsi di vino – amnesie antimuse – musiche dei
[muscoli
più tonici del gin – attonito nei tropici tristi e rivisti
sogni palle al piede – scannerizza i pensieri
comprimili e lasciali alle nuvole.
Che ci piovano in testa.

Foto di Brassaï.

My baby shot me down

Che schifo le storie di amori finiti. Ognuno ha la sua e chissenefrega di quelle degli altri.

«Ma tu che sei intelligente, secondo te il Big Bang c’è stato veramente o è un complotto?».
Ma io che sono intelligente, come ci sono finita a cena con questo coglione? Mi guarda con gli occhi strabici del bisogno, di quello che vorrebbe una brava donna da sposare oppure una brava puttana da scopare. Un piccolo silenzioso buco si scava la strada nel mio cervello, sorrido dolceamaramente sperando che si asciughi in fretta questa cascata di idiozie. Volevo andare a vedere le Victoria’s Falls, sognavo l’Africa con Kuki Gallmann, volevo baciare la terra sotto i piedi di Nelson Mandela. Sono finita a farmi baciare da uno che pensa che con meno di 2000 euro al mese non si possa campare; solo per dimenticare chi se n’è andato. I’m so fucking happy, me lo scrivo sulla fronte con un coltello Miracle Blade, così mentre mi cola il sangue negli occhi diventa più vero.
Il bacio non si chiede, dice, nemmeno un calcio sui denti, dico. Ma lui non si accorge di niente, ho il sangue simpatico, che per vederlo bisogna bruciarmi la faccia con una candela. Sento un pezzo di guancia sciogliersi piano, un grammo al giorno, cola sul collo, sul collo che lui mi toccava. Che schifo le storie di amori finiti. Ognuno ha la sua e chissenefrega di quelle degli altri. Eppure tutto si concentra lì, tutto il purulento centro del mondo è Il giorno di dolore che uno ha. Che poi tutti finiamo ad ascoltare canzoni arrabbiate di artisti mediocri.
Una leggenda cinese dice che le anime gemelle sono legate da sempre con un filo rosso e che prima o dopo i loro destini si incroceranno. Dicono anche che parlarne fa bene, che bisogna mangiare tanto pesce e niente carne, cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, 2 litri d’acqua e nessun gin tonic, che poi se il gin è cattivo finisci abbracciata al cesso e ti addormenti appoggiata alla vasca. E adesso ho la testa che scoppia. BIG BANG. Ho un ascesso che pulsa dietro il terzo occhio. BIG BANG. Ho il cervello bacato di chi non dimentica, delle donne stupide che un giorno si sono fatte abbracciare. BIG BANG, è partito e mi ha strappato il ventricolo destro. Vado in giro senza ossigeno, i polmoni mummificati. Il figlio marcio della mia nostalgia pulsa ancora nella carezza ad un serval, il gattopardo africano. Ho il mal d’Africa e non ci sono mai stata. Ho mal d’amore e forse non lo sai ma pure questo è amore. BANG BANG, già vedo gli schizzi del capolavoro “Cervello su muro”. Materiale misto. Pezzi di osso volano dappertutto, mosaico bizantino impazzito di una mente ferita. Può esserci niente di più bello, niente di più vero? BIG BANG. Il mio cervello sul muro. Materiale misto (sangue, materia cerebrale, osso). He shot me down, BANG BANG.
Collage di Elisa C. G. Camurati

Il potere delle cose

L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.

Continuava a far scorrere la cordicella fra le dita, come se fosse animata da un’illogica vitalità. Il fremito che provava al tatto era difficile da descrivere.
«È così che nascono le ossessioni», pensò.
Di certo aveva tenuto legato qualcosa, un manoscritto, un papiro o quantomeno lo aveva legato a qualcuno.
La vista e il tatto di alcunché avesse per lui significato li sentiva a primo acchito: lo differenziavano, sostanzialmente, da un qualsiasi altro oggetto per cui non nutrisse il benché minimo interesse. Perché, altrimenti, continuare a conservare vestiti logori e carte sgualcite, invece che destinarle all’immondizia?
L’usura non poteva cancellare il legame; il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo. Quella corda gli stava narrando una storia, la coscienza razionale non accorreva in suo aiuto, ma i sensi l’avevano riconosciuta istintivamente.

Il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo.

Colui che è saggio sa bene che non occorre porsi certe domande: non è lecito, difatti, per gli uomini razionali soffermarsi a tal punto su una tale insignificanza senza fare i conti col presente, il passato, la tradizione che lascia spazio ad un futuro opaco e poco chiaro davanti a sé. Ma lui non voleva essere eterno, cristallino come il diamante; preferiva arrovellarsi su cose inutili e banali rispetto alle sorprese che la vita potesse offrirgli. Così, distese la corda sotto il cuscino e rimase in attesa che lo rapisse il sonno.
Il nostro non leggeva mai nel dormiveglia. «Mi dà fastidio», si ripeteva, «leggere qualcosa che possa conciliarmi». Quindi ostentava freschezza e lucidità delle sinapsi leggendo per diverse ore al giorno, dandosi alle letture più disparate – dai romanzi alle riviste, dalla saggistica alla poesia – fino a interrompere la sera e poi cedere di schianto, le forze allo stremo e le meningi che gli dolevano, per cadere subito dopo distrutto da un torpore letale, quello più simile alla morte, senza sogni.
Quella notte, però, qualcosa andò diversamente. La spina dorsale sembrava scottargli sotto la maglietta, e dentro la schiena faceva pressioni per uscire. I pensieri, gli stessi che solitamente tramortiva con la mole delle sue letture, erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse, che lo costringevano ad un’intensa attività cerebrale benché si fosse addormentato da circa due ore. Malgrado rimanesse ben conscio di tale avvenimento, continuavano a inserirsi scene di dubbio significato davanti ai suoi occhi, spesso scollegate tra loro, in cui persone a lui conosciute indossavano soavemente dei pantaloni bianchi, in un’oasi in mezzo al deserto, e tentavano di salvarlo da una calamità naturale.
«Qualcosa di atroce», sussurrava una voce ai suoi piedi.
Nel frattempo, continuava a contemplare l’immagine di sé in pantaloncini bianchi, disteso sul letto, dormiente. Qualcosa brillava sotto al cuscino, ma non riuscì ad assicurarsi di cosa si trattasse.

I pensieri erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse…

Allora la scena cambiò di ambientazione, riportandolo ad una situazione realmente accaduta la sera prima quando, uscito nel cortile della Cavallerizza Reale, aveva conosciuto una ragazza di nome Nadja, la quale gli chiese perché non ballasse.
«Non ho mai imparato», si era giustificato lui, imbarazzato.
Lei lo invitò a seguirlo con un cenno della mano. Allora si allontanarono dalla luce perpetua che brillava nella dark room e uscirono entrambi da una finestra. Il mondo fuori non era affatto freddo come se l’era immaginato, e i muscoli si sciolsero al tepore della temperatura mite, malgrado fosse notte. Sotto un cielo stellato d’estate, seguì Nadja per i cunicoli del quartiere, fino a fermarsi nei pressi del tetto di una casa a lui familiare.
In quell’istante lei indicò una scala antincendio:
«Scendendo», prese parola la giovane, «arriverai alla soluzione del mistero».
Era straordinaria, ma doveva darle ascolto. La salutò sfiorandole la guancia con le labbra – non si poteva definire esattamente ‘bacio’ – e discese i gradini delle scale antincendio, continuando per parecchi piani.
Si ritrovò in una strada semivuota, dove scorse in lontananza due giovani: uno dei due era lui, mentre parlava ad una sua vecchia amica di penna, la quale teneva stretto in mano un foglio, versando dense lacrime di sconforto sulle gote arrossate per il dispiacere. Egli si commosse alla vista di un tale strazio, ma venne richiamato alla freddezza da una voce in lontananza, che lo invitava a non distrarsi e andare avanti. Così salutò i due fantasmi, il se stesso spregevole e cinico di tre anni prima e la sua amica dal cuore ormai spezzato, mentre camminava già in direzione dell’edificio più vicino, preso da un senso di liberante eccitazione. Colui o colei fossero riusciti a rivelargli il contenuto del biglietto, gli avrebbero svelato l’arcano.
La casa di fronte a lui era di quelle con la palizzata bianca, coloniali, che si vedono in certi film americani anni ‘50. Un immaginario del tutto inedito, per lui ch’era russo. Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione, la routine.
Andò avanti verso l’ingresso, avendo cura di non fare rumore, vista l’ora tarda. La finestra a lato mostrava una scena d’una famiglia riunita durante le feste natalizie: chi si tirava i piatti, chi pisciava di nascosto nel sugo dell’arrosto e i soliti due cugini che tentavano di toccarsi sotto al tavolo, senza farsi notare dagli occhi disapprovanti dei genitori. Un abominio per l’immaginazione e per lo spirito, conclusosi con la morte del padre, accoltellato dalla sorella in preda a raptus di gelosia verso la madre, che meditava di far fuori in un secondo momento.

Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione.

Scostò lo sguardo giusto in tempo per rinsavire, chiamare un taxi e andare al bar più vicino, dove una donna di nome Lilia gli versò un doppio scotch in un bicchiere di cristallo. Allora si sedette e bevve un sorso, il primo da un centinaio di parole, e si soffermò sui suoi tatuaggi, sul suo piercing sotto al naso, sui suoi capelli a caschetto e sul suo trucco, per nulla sciatto. Ci mise un po’ a finire il drink, per non rovinarsi lo spettacolo, ma seguitò la sua ricerca senza chiederle il numero di telefono. Scorse un uomo incappucciato che stava per fare il suo colpo da maestro ad una cabina telefonica, telefonando al commissariato di polizia, dicendo:
«Tra un’ora e mezza, scoppierà un ordigno alla mole antonelliana!», ma nessuno gli credette, per cui la giornata proseguì insensatamente, senza sbrogliare la matassa.

Nei sogni non esistono volgarità né mezzi di comunicazione, né social network, né telegiornali. C’è spazio solamente per Eros e Thanatos, che talvolta si scambiano di posto per fare spazio ad un unico, solitario e desolato divenire, di quelli che non recapitano con sé alcun messaggio, ma ti fanno rendere conto di come tutto possa cambiare in pochi istanti.
Ebbene, si ritrovò d’un tratto in mezzo al bosco, con la sola immagine di un dio apollineo scolpita nel marmo. Il viso della statua, per nulla corrucciato, lasciava trasparire un auto-compiacimento difficilmente fraintendibile, chiaro sentore della scoperta d’una verità sconosciuta ai più. In quel momento suonarono gli ottoni dal vicino Teatro Regio, e la statua si animò, come d’incanto.
«Chi sei?», volle domandare il nostro al misterioso dio elegante nel suo smoking su misura.
«Sono Vertumno», egli rispose. «La sola certezza degli uomini».
Si trattava dunque della morte?
«No», rispose il dio, prima ancora che i pensieri di lui si potessero articolare in parole pronunciate.
«Io sono semplicemente colui che è, in rapporto a tutto ciò che era: io sono il mutare, dischiuso nell’incontenibile impulso delle cose a diventare altro da ciò che erano. Mia è la giurisdizione della maturazione dei frutti, mia la stagione degli amori, mia la pratica dell’innesto tra le creature, mio il mutamento degli eventi e l’atto di cambiare idea».
Sul serio?
«Niente affatto, in realtà non sono mai stato diverso da così, ma mi piace farmi rappresentazione dell’inevitabile. Ora osserva: ho con me questo biglietto, recapitatomi per te da una giovane ninfa di queste langhe».
Il biglietto, ma certo! Come aveva potuto dimenticarsene? Svelandone il contenuto, sarebbe giunto finalmente alla soluzione di quel mistero.
Appena toccò il foglio di carta con le dita, Vertumno scomparve. Rimase dunque solo, a decifrare quegli strani segni, che ricordavano moltissimo il greco antico. Quando ebbe finito, si era fatto giorno, e piccoli satiri cominciavano a fare jogging intorno a lui, mentre alcune bestie brucavano l’erba. La traduzione così riportava:

“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi. Salta intorno, mangia, riposa, digerisce e torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, poiché a confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello – giacché questo soltanto egli vuole, e lo vuole però invano, poiché non lo vuole come l’animale”.

Di fronte a tale lettura, si sentì scosso. Cosa poteva centrare tutto questo con le lacrime del suo giovane e acerbo amore? Ma non fece in tempo a darsi una risposta che la scena cambiò nuovamente. L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.
Qui, sotto le ali dei gabbiani in volo, pescatori a migliaia gettavano le lenze in lontananza, in riva al Bosforo, alla luce del tramonto. Un’immagine idilliaca che per un momento lo aveva allietato, ma che non durò a lungo. Subito fecero irruzione le ruspe, che rasero al suolo ogni traccia di quello che un tempo era stato il mercato del pesce. A nulla erano servite le proteste dei pescatori e degli avventori sul posto, che erano stati presto allontanati da truppe di gendarmi a cavallo. Si sentì uno scoppio e subito le nuvole annerirono il cielo, come un calamaio che avesse rovesciato il suo contenuto d’inchiostro su un foglio bianco. I fulmini illuminavano le cupole delle moschee, così come le facciate delle case popolari. Ora in strada non c’era più nessuno, e il fiume in piena rischiava di rompere gli argini. Decise allora che forse era meglio cambiare aria, e si incamminò verso il portico più vicino, scendendo fino alla parte della città più antica, per ripararsi dalla pioggia all’interno di un chiostro.
Lì dentro, non fece più caso alla bufera. Si tolse le scarpe e ammirò la maestria con cui gli antichi amanuensi avevano realizzato gli arabeschi. Pur non riuscendo a comprendere la maggioranza delle incisioni, ne era rimasto profondamente affascinato. Una donna, seduta sugli scalini esterni, riposava poggiandosi su di una colonna. Il suo vestito scuro lasciava trasparire le bianche gambe nude, che invitavano a una sosta ulteriore. Le sedette accanto e le sfiorò i polsi con due dita. Quella si svegliò di soprassalto, aveva occhi come ghiaccio, e gli sorrise. Purtroppo non parlava la sua lingua, ma con pochi e inconfondibili gesti acconsentirono ad abbracciarsi, tenendosi stretti a lungo, per poi fare l’amore. Venne compulsivamente, venne a tal punto da ridursi ad uno stelo, una pallida ombra dell’uomo che era stato.
Niente, passata quella notte, era rimasto dell’esoterismo portato da quell’atmosfera incredibile, quasi irreale, della sera prima. L’aria della mattina era insapore, la luce pornografica, e quel senso di disagio li accompagnò entrambi anche nelle ore successive, quando le nuvole si diradarono e il sole ricominciò a splendere nel cortile interno. Solo allora videro l’albero di pesco fiorire incontrastato contro il cielo limpido, ergendosi ben oltre le colonne e i capitelli della struttura, fino a espandere la chioma al di là del tetto.
Un uomo, ai suoi piedi, teneva una corda tra le mani. Realizzò risolutivamente un nodo scorsoio e la adattò intorno al collo. Fece due o tre prove, per vedere se teneva. La donna cominciò a singhiozzare e a piangere, allora il nostro corse velocemente i cinque piani di scale che lo separavano dal cortile, per impedire all’uomo di compiere l’insano gesto. Quando mancarono ormai pochi gradini, riuscì solo a urlare fermo!, ma arrivato al piano terra il corpo già pendeva da un ramo, rantolante. Restò così pochi minuti, poi si fermò, sospinto appena da un alito di vento. Il volto del giovane suicida sembrava fisso in un riso di scherno verso la mutevolezza di tutte le cose.
Si arrampicò sul tronco, cercando di sciogliere la corda che lo teneva legato all’albero, ma il nodo era troppo stretto. Allora cominciò a piangere anche lui, e le sue lacrime formavano fiori ogni qualvolta toccavano terra. Poco distante, un bambino passava di lì a giocare, punzecchiando con un ramoscello la corolla di una violetta appena sbocciata.

Immagine di Gregory Crewdson

Sulla questione del poetry slam

In che modo la performance sta modificando il modo di far poesia?

L’avvicinamento al mondo del poetry slam rappresenta una piccola, traumatica sconfitta personale. Spesso mi capita di rivedere, nelle facce stranite e un po’ deluse sparse per il pubblico allenato alle serate di poesia, la stessa faccia che avevo io quando, appena uscito dal tropico dell’aula studio per una meritata birra, mi trovavo per le prime volte di fronte all’orgiastica ed esplosiva miscela di due tra le cose da cui mi sento più umanamente ed esteticamente distante dell’universo tutto: la rap battle e il talent show. Tutto questo applicato alla cosa che è stata la più tenace e coriacea tra tutte le mie testarde passioni e ricerche: nemmeno a dirlo, la poesia.
Più che un agone, un gran magone. Un minestrone riscaldato e indigeribile. Dopo la fine del piacere del testo e la ricerca del fastidio letterario, il vettore torna indietro raggiante, si fa scherzoso, trendy, gradevolissimo sottofondo di chiacchiera da votare in decimale.
Crolla tutto. Anche qui. Eppure la Storia, per quanto sbriciolata nella modernità e amalgamata ed emulsionata dalla manona capitalistica, qualche sostegno ce lo dà, oh noi delusi.

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Una serata di poetry slam

In particolar modo la Storia della Letteratura, che nella sua fervente culla critica, in senso letterario e letterale, ha spesso portato la fortuna nella borsa di quelle persone e di quei movimenti che tanto la facevano inorridire.
Non sempre si è trattato di propulsioni d’avanguardia, disprezzabili in quanto incomprensibili, elitarie; spesso, piuttosto, ci si è trovati di fronte ad un rifiuto di gusto, pur veicolato dalla Critica istituzionale – conservativa perché espressione di uno stato di cose – generato dal fastidio nell’occhio e nell’orecchio che si fossero posati controvoglia su qualcosa di desueto, quando andava bene. Altrimenti di stupido.
È stata una sorte comune a molti dei personaggi che di quella inusualità e di quegli attriti hanno saputo fare virtù, finendo poi per essere rivolgimenti storico-estetici opinabili quanto influenti o almeno riconoscibili.
No, non faccio neanche un esempio.

Io vorrei dire, di adesso, una cosa probabilmente abbastanza banale ma molto ambigua: gli eventi che fanno parlare di sé, nel bene e nel male, che agitano le coscienze dei puristi e avvicinano i mondi paralleli, sono positivi.
Perché non mi sto accingendo a dire che lo slam ha rivoluzionato il modo di fare poesia (non me lo sogno nemmeno). Nemmeno che ne abbia la potenzialità (non lo penso).  Anzi, credo che il ricongiungimento che normalmente si fa con l’ars oratoria, quella dinamica orale che è stata il primate delle forme di letteratura, sia funzionale e plausibile soprattutto per il bisogno, sacrosanto, di legittimarsi a partire da una tradizione. Una tradizione che per alcuni ha anche un significato produttivo, che viene percepita come un’eredità su cui radicare un percorso o, almeno, una sperimentazione; mentre altri attingono da campi artistici, generi, storie ed epoche differenti e dell’oralità fanno solo uno strumento (poco male: la coesistenza di processi creativi e di eredità culturali differenti fa parte dell’espressione artistica del nostro tempo).

Credo che il ricongiungimento con l’ars oratoria […] sia funzionale e plausibile soprattutto per il bisogno di legittimarsi a partire da una tradizione.

Questo per dire che l’indubitabile struggle di ogni operaio culturale (polemiche?) del XXI secolo inoltrato è predisporre i propri arnesi intellettuali, faticosamente acquisiti in percorsi di studi macchinosi e indiretti, al servizio della comprensione di un determinato fenomeno culturale in cui inserirsi, dico io circoscritto ad un ambito, e dico speriamo. Trovare la quadra per di quel fenomeno farsi espressione, carico, compromesso, per esserne promotore e divulgatore credibile. A tratti, purtroppo, venditore.
Con questo, però, non voglio intendere l’arte come business personale, pur fallimentare, il poeta imprenditore di sé stesso, la spasmodica ricerca di una gratificazione/riconoscimento popolare. Questa cosa esiste, viene praticata da molti, è forse anche piuttosto proficua, chissà.
A me pare molto più proficuo, invece, parlare di modo di fare, di come. Non di cosa, non di chi. È in questa ottica che il format del poetry slam, pieno di problematiche e punti critici, avrebbe un ruolo fondamentale. Intendo il come in modo davvero angolare, anti-machiavellico in punta di megalomania. E intendo modo, non medium. Il medium è l’elezione della voce rispetto alla carta, in quell’eterna sòla di contesa concentrica tra poesia performativa e «vera» poesia. Il modo è un insieme di forze di diversa natura, di contingenze sociali, di fattori storici, di condizioni ambientali, di circostanze culturali che modificano la creazione, la percezione, l’influenza e la diffusione della poesia nella nostra passante e adorabile contemporaneità.

Il medium è l’elezione della voce rispetto alla carta, in quell’eterna sòla di contesa concentrica tra poesia performativa e “vera” poesia.

Questi elementi modificano la struttura biologica della poesia, e la poesia viva li incorpora volentieri in quanto ben contenta di essere, tra le arti, quella più viscerale (travalicando le differenze di stile ed anzi, intendendo con Barthes lo stile come la parte più organica e fisica di chi scrive… – polemiche!).
Dunque il modo come luogo della ricerca espressiva, sfruttamento delle possibilità reali e ripensamento dei propri (pochi) mezzi, cioè la voce, in primo luogo, ed in secondo luogo quei limitati spazi fisici in cui è stato possibile portare un discorso poetico negli ultimi anni.

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Performance ZooPalco, Bologna

Ora, partiamo dall’opinabile presupposto che oggi la poesia orale e performativa non solo esista, ma che sia il luogo figurato dove più facilmente si può venire a contatto con le nuove forme dell’espressione poetica contemporanea. Partiamo da questo presupposto saldi di alcuni opinabili dati concreti: un’epoca incontrovertibilmente multimediale, in cui il contenuto audio/video è privilegiato in visibilità dagli algoritmi dei social network e delle SERP dei motori di ricerca; la crisi del mondo dell’editoria, che si riorganizza faticosamente in piccole realtà e autoproduzioni, perché no, multimediali; l’abissale differenza nei termini di offerta e di “sforzo”, intellettuale e sociale, che passa tra andare ad una serata di poesia performativa al circolo, sorseggiando vino in compagnia, e andare in libreria a cercare libri di poesia contemporanea (sì, comunque si possono fare entrambe le cose).
Pare un andamento incontrastabile, testimoniato dallo sviluppo del fenomeno in alcuni stati d’Europa e negli Stati Uniti. Il motivo cardine della sua diffusione è la sua accessibilità come modo o se vogliamo la semplicità di entrarvi in contatto e l’immediatezza del risultato, inteso come reazione del pubblico. L’accessibilità dei contenuti ed il meticciamento dei generi sono inevitabili conseguenze.

Il motivo cardine della diffusione del poetry slam è la sua accessibilità […] e l’immediatezza del risultato, la reazione del pubblico.

Lo slam ha molte limitazioni, perché ha delle regole da rispettare. Però fornisce anche uno spunto in più, ambiguamente efficace: la competizione, avvincente e magnetica per un pubblico (noi tutti?) istruito con il culto dell’agonismo.
Tuttavia si suole dire nell’ambiente che nel poetry slam vinca la Poesia, nel senso che vince la diffusione della poesia, vince la gente che finalmente si diverte a una serata di poesia, vince la partecipazione alla poesia. Certo detto con molta ironia, auto-ironia.
Ma fatteci le umili risatine e, lo dico con molta leggerezza, fuor d’ipocrisia, dovremmo prenderci un poco sul serio.
Il poetry slam non è l’open day della letteratura, è una competizione di poesia orale e performativa, un campionato nazionale. La poesia performativa non è la versione divulgativa o opportunista della poesia, è un genere, ha una storia e un futuro (anche se sul tema gli amici di Salinika hanno già avuto da ridire). E poi? È una potenziale rete di artisti e collettivi sparsi per tutta Italia, con i propri campioncini, i propri criticini, le proprie influenze, le proprie iniziative, le proprie poetiche, i propri stili. Le proprie ricerche, il proprio pubblico, i propri haters.

La poesia performativa non è la versione divulgativa o opportunista della poesia, è un genere, ha una storia e un futuro.

Questo discorso tende quasi a definire l’efficacia di qualcosa come proporzionale alla sua visibilità. Già, benvenuti. In un mondo tanto convesso l’autoreferenzialità lascia un po’ il tempo che trova. Efficace è qualcosa che accoglie, in sé, anime e inflessioni differenti, consensi e dissensi, banalità e stramberie. E lasciamo perdere che così facendo si dà il via al processo di putrescenza che porta tutti i buoni propositi, le cose interessanti, a diventare prodotti, a cambiare di forma, a dimenticare con il tempo fini e presupposti iniziali. Il male della poesia non è l’ibridazione e la “banalizzazione” del poetry slam, che è invece una forma viva e vitale nei suoi contrasti, ma la pochezza di pensare al poetry slam come un punto di arrivo e non come un’opportunità, un “apripista”.
Il poetry slam nel suo piccolo ha solo l’ingrato compito di facilitare (nel bene e nel male) la conoscenza e la fruizione della poesia orale e performativa, la quale ha il malavitoso compito di divincolare la poesia da alcune delle catene accademico/neuronali che l’hanno portata allo stato comatoso, o se vogliamo marginale. Quali sono le ragioni per cui la poesia si è allontanata dalle Università e dalle Istituzioni? Una è di sicuro la nostra mediocrità. Un’altra è la mefitica ostinazione nel criticare letterariamente soltanto ciò che si confà alle strutture critiche del passato recente. Non è che dopo gli anni della neo-avanguardia, delle sperimentazioni, abbiamo avuto il privilegio di toccare delle sponde tanto lontane e brillanti che ci hanno inebetito la creatività, azzerato lo stile? Ci sentiamo così piccoli?
Sì, siamo proprio piccoli così. Ma se probabilmente il gesto dello scrivere non è mai stato significativo, o a-scopi, sicuramente è una posizione eletta, una scelta deliberata, per quanto necessaria alcuni la raccontino.
Essendo lo specchio dell’esercizio della vita, l’esercizio della scrittura poetica non può disattendere le risposte del mondo, non può diventare un tornaconto personale, un mucchietto di notorietà da portare in giro al posto dei piano bar, per racimolare risatine e compiacenze. Non può nemmeno essere oggetto di una petizione di principio sulla base delle proprie convinzioni letterarie disattese. Non ora almeno, non ora che abbiamo più che mai gli strumenti per accomunare gli intenti, per costruire una rete credibile e dei contenuti, più che delle opere, di qualità, per aprire un confronto diretto con altri paesi sorpassando finalmente la moda dei lamentosi paragoni al ribasso. Tutto ciò sta già avvenendo ma dobbiamo capire come, nella prassi, come fare meglio, e di più.
Per riuscirci ci adoperiamo a tastare, conoscere e innaffiare la nascente scena poetica performativa italiana, per esserne parte, farcene carico ed evolverla soprattutto. Attraverso e oltre i poetry slam, con open mic, spettacoli, piccoli festival, webzine… Piano piano lo sforzo prende corpo e senso.

Poi, comunque, il tutto rimane, per ora, molto divertente.

Illustrazione di Giovanni Monti
Foto di Bice Iezzi

Pianto e parenesi

Libertà, si parlava di guerra.

Il gioco delle carte:
chi si infiamma, infiamma
di libertà e calmanti,
per andarsene
in qualche luogo – e comunque
da un’altra parte.

Ho giustificato anche la morte
(in basso a sinistra),
si giustifica anche
il ritmo, il rumore;
ti ho dato
da costruire

(mi hai dato):

equazioni e rumore
delle ultime fabbriche,
sogni e polvere
anche, certo;
costruzioni spaziali
costruttivismo
per lo più stradale

suprematismo e ripensamento,
rivoluzione,
la volontà di cadere
(Rainer Maria),
ma soprattutto di saltare;
la volontà di cadere
ma soprattutto di saltare
(Rainer Maria),
in più, intimo, volo.

Libertà, la tua statua
senza vestiti;
Libertà,
del tuo seno facciamo
strazi d’armenti.

Libertà, il vomere
e l’indicibile.
Libertà,
tu che sei il simbolico e ancora
sei il mondo.

Libertà,
tu che sei il MODO:
non c’è più tempo per abbandonarsi
al nichilismo europeo e sentimentale,
soprattutto
al gruppo Gutai,
al languore esterrefatto.

Dinanzi alla guerra
(non ci vergogniamo di dire la parola speranza),
ne servono di gonne, di alcool,  di spettacolo per farci abituare a questo languore.

Esterrefatto dinanzi alla guerra.

Libertà, si parlava di guerra.

Fotografia di Helmut Newton

Il dito del re

Nel gelo delle montagne, i paesi minuscoli, quando cade la neve, scompaiono, rimanendo bianchi.

Sângele apă nu se face  [1]
(Proverbio rumeno)

Portarono al re le carte dei suoi possedimenti. C’erano tutti i boschi, i campi e le fortezze, annotate una per una dalla perizia dei suoi scrupolosissimi geografi. E in ogni punto della carta egli aveva un emissario, legato col sangue; e tutti questi puntolini di sangue facevano tra loro una rete saldissima, e ogni regione era una pietra da custodire, una pietra salda su cui edificare.
Aveva spinto i cartografi ovunque, in ogni recesso di quel mondo sconosciuto, a migliaia e migliaia di pertiche lontano; nel gelo delle montagne, in paesi minuscoli, inaccessibili, circondati da foreste e radure, paesi che quando cade la neve scompaiono, rimangono bianchi, bianchissimi: li aveva mandati in mezzo ai deserti, nelle profondità dei mari, quello di sopra e quello di sotto, fino alla terra del Signore, l’incredibile Gerusalemme, a vedere il grande cerchio del Santo Sepolcro. Come aveva fatto Alexandros, il grande re di tutti i tempi, che prima di mettersi in viaggio faceva correre esploratori per tutta l’Asia: e la conquistò, la sottomise tutta, senza tralasciarne un palmo.
Quanto si sa su di lui, il re l’aveva letto. Si era fatto copiare dal vescovo due libroni, e li custodiva insieme al sacro tesoro; li mandava a memoria in modo che entrassero nelle sue fibre, scendessero nel suo corpo, e lo spirito del condottiero lo guidasse.
Con l’indice scorse le sacre mappe. Il piacere di sentire sotto di sé la carta pergamena, il segno del suo possesso, gli fece brillare gli occhi; e ancor più perché era volere del Signore. Ogni bene era per Dio; tanto più si conquistava, tanto più questo piacere era grande, ed era ben grato a Dio, era l’intimo piacere di chi svolge il suo compito con dedizione e amore, del sacrestano diligente, del buon vassallo.

Il piacere di sentire sotto di sé la carta pergamena, il segno del suo possesso, gli fece brillare gli occhi; e ancor più perché era volere del Signore.

Gli brillarono gli occhi. Ma subito si chetarono, a vedere quanto grande e quanto complicata era la scacchiera dei suoi possessi. Quella terra era del tale, l’altra dell’altro; quella, del suocero; questa qui, in mezzo a due fortezze, di quelle migliori, di quelle che quando ci entravi ti sentivi subito a casa, quella terra era del cognato: sa Dio quanto avrebbe voluto levargliela, che insidiava le donne, lì, in casa sua, sotto gli occhi suoi…. quanto avrebbe voluto mettere le mani su quelle corone, dare un taglio a quelle alleanze di comodo, senza fiducia, senza sangue… Il suo regno sembrava fatto a macchie rade, come le prime gocce di pioggia sulla sabbia, che fanno dei cerchiolini piccini, l’uno lontano dall’altro, e solo quando piove davvero nessun granello di sabbia si può distinguere da quello a fianco. E c’erano le terre dei vescovi e quelle dei signori, e c’erano le città degli arricchiti, con le torri alte a sfidare Babilonia, ed erano le porte dell’inferno.

Il suo regno sembrava fatto a macchie rade, come le prime gocce di pioggia sulla sabbia che fanno piccoli cerchi, l’uno lontano dall’altro.

Egli le assediava, le città. E come le assediava. Quando ne prendeva una, la radeva al suolo e non faceva prigionieri, come non ne fece il Signore su Gomorra. Il maglio cadeva pesante per tutti. Quell’esempio sarebbe rimasto nella storia per secoli e secoli, qui come tra le genti dalla pelle bruciata o dagli occhi a mandorla. Perché eterna è la vendetta di Dio.
Guardava quelle terre disgregate e si sentiva avvampare, come si sentì avvampare non il buon Salomone che non ne sarebbe stato capace, ma Davide sì, Davide di fronte al gigante.

Sarebbe arrivata la pioggia. Arriverà il temporale e tutti i granelli di sabbia saranno uguali. Quel mondo empio e traditore sarebbe soffocato, doveva soffocare, non vi sarebbe stato scampo. Allora le squadre si sarebbero misurate, i cavalieri in porpora rossa avrebbero eruttato lava e sangue, la linea dei cavalli si sarebbe increspata, in un tripudio gioioso come le feste dei contadini. E, una volta sgozzato il maiale, grande e goffo, ci si sarebbe sdraiati per terra, come mazzi di fiori, senza più contare i morti e i vivi, che tutti avevano vinto, e Dio avrebbe trionfato un’altra volta. Sarebbe stato uno scintillare di lame e di elmi, un gioire di spade, e Le schiere come le onde che si ammassano sulle onde; il re, irrigidendosi in un lampo rivelatore, guardò gli astanti, l’unghia toccò un punto della carta. Arriverà il temporale.

Illustrazione di Gipi

[1]   Letteralmente: “il sangue non si fa acqua”, riferito alle relazioni famigliari.

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Dal dripping allo zapping

La parola poetica nei non-luoghi della modernità.

Di recente, il Gruppo d’azione poetica SALINIKA ha redatto un articolo – Da Dante alla performancenel quale si spiega come la delegazione della parola poetica alla sola pagina scritta equivalga a costringerla ad una marginalità rispetto al ruolo specificatamente orale che le sarebbe proprio. A questo punto non rimane che indagare quali siano – o quali potrebbero essere – le implicazioni generali di una poesia moderna e contemporanea sul versante della scrittura. Del resto furono i futuristi russi, per primi, ad accorgersi delle potenzialità della parola poetica sganciata dalla pagina, traendone un’esplosione sonora e immaginifica allo stesso tempo.

In Italia fu Leskovic, in Immensificare la poesia (1933), a intuire che la parola, con l’avvento della modernità, aveva assunto sembianze nuove, proponendo, per analogia, gli advertisment luminosi nelle città. Di fatto la parola – tramite la pubblicità – si era già liberata del foglio.

Hong Kong At Night

Il concetto di parola come «oggetto verbale» nasce con il Suprematismo e successivamente entra a far parte del lessico dei futuristi. Tuttavia, l’attuale sviluppo tecnologico ci mette di fronte al superamento di tutto questo. Si pensi ad una parola battuta in un documento di Word: la si può tagliare, copiare e modificare in infinite combinazioni, tanto da poter parlare di essa come oggetto «ipertestuale».

L’ipertesto è alla base di molte poesie digitali esposte alla Pinakothek der Moderne. Immaginiamo per un momento se, in un futuro prossimo, potessimo creare parole giganti in una realtà virtuale, creando effetti luminosi come quelli di Leskovic, non più per mezzo di neon sfrigolanti ma solamente grazie all’impulso elettrico contenuto all’interno di un microchip. A quel punto la parola sarà ancora categorizzata come «oggetto» oppure la sua dimensione oggettiva sarà superata da qualcos’altro?

La parola ha conosciuto, in epoca postmoderna, una nuova dimensione immateriale. Per citare Majakovskij, «la parola entra in una nuova era; come renderla poetica?».  Scevri da ogni forma di cinismo non rimane che celebrare la ferocia del segno, con la quale esso si manifesta poiché ognuno di questi segni è parola e quindi linguaggio.

“La parola entra in una nuova era; come renderla poetica?”.

– Vladimir Majakovskij

Al Festival della scienza di Genova è stato presentato il modello di un robot in grado di replicare alcune delle più basilari reazioni umane. L’emulazione è figlia della ripetizione e, proprio quest’ultima, è l’aspetto più evidente per distinguere la postmodernità rispetto alle altre epoche. Essa si è manifestata nella riproduzione perfetta e continua di centinaia di migliaia di oggetti con caratteristiche l’una eguale all’altra. Si faccia caso ai libri: una casa editrice stampa milioni di copie di un bestseller senza che vi sia una sbavatura. Il led compone insegne luminose per la strada che stanno illuminate per anni sempre con la stessa tensione e garantendo la stessa luminosità. Pertanto viene messa in crisi la naturale imperfezione di ciò che sta in natura, ma anche di ciò che era artificio. Il pezzo unico non ha più senso di esistere. Warhol, intuendo questo fatto, cominciò la produzione in serie delle sue opere che ritraevano icons del capitalismo: dalla bellissima e perfetta Marylin ai fagioli ottimamente inscatolati.

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Un ruolo di rottura nei confronti della ripetizione perpetua nella storia dell’arte rappresentativa e letteraria è stato assunto, invece, dal caso come rifiuto di ogni atteggiamento razionale e del modello organizzativo della società moderna. I dadaisti ne erano estremamente coscienti. Hans Arp affermava: «La legge del caso, che racchiude in sé tutte le leggi e resta a noi incomprensibile come la causa prima onde origina la vita, può essere conosciuta soltanto in un completo abbandono all’inconscio. Io affermo che chi segue questa legge creerà la vita vera e propria». Il vetro di Duchamp, quando venne trasferito in Europa, si ruppe e lo stesso artista chiese che fosse lasciato così, con la polvere che aveva accumulato sopra, considerando arte l’apporto che il caso aveva fornito.

Nel dripping il gesto è medium del disagio dell’artista nei confronti della società organizzata. Solo ed unicamente l’assonanza tra i colori dona equilibrio all’opera, tanto da procedere verso un’idea di libertà assoluta e non di un imprigionamento della frenesia del pittore. L’unico limite al colore è la gravità, alla quale tutto il mondo è inesorabilmente soggetto.

Arrivando alla letteratura, la mente va subito al cut-up di burroughsiana memoria, di cui tanto si è detto e sul quale non mi soffermerò più di tanto. Basti pensare che Burroughs affermava: «La coscienza è un cut-up; la vita è un cut-up. Ogni volta che andate giù per la strada o guardate fuori dalla finestra, il fluire della vostra coscienza è tagliato da fattori a casaccio».

“La coscienza è un cut-up; la vita è un cut-up. Ogni volta che andate giù per la strada o guardate fuori dalla finestra, il fluire della vostra coscienza è tagliato da fattori a casaccio”.

– William S. Burroughs

Ad ogni modo, considerando la potenza con cui la macchina incide sulla realtà, mettere in discussione  il linguaggio poetico e letterario non è più sufficiente. Pare necessario, quindi, compiere un passo ulteriore: la riconnessione tra arte e vita operata in termini industriali dalla neoavanguardia non è che il punto di partenza. Con la fusione tra l’uomo e la macchina giunta al culmine, essa opera in termini di impulso come «produzione continua» di segni per associazione meccanica. Se con i primi futuristi lo schema potrebbe essere riassunto come caos vs ordine mentre con i dadaisti e nella seconda metà del ‘900 lo schema è ordine vs caso è necessario, ora come ora, che l’opera d’arte incarni un intreccio cosciente di caos—ordine—caso—- – – – di immagini, eventi, suoni e linguaggi.

Appropriandosi della definizione zapping, lo si considererà un gesto di frammentazione di realtà esistenti in uno stesso momento. Si immagini un documentario che riproduce l’esplosione della bomba atomica: sta accadendo di fatto nelle immagini, anche se è già accaduta nella storia. Estremizzando il concetto, se un giorno riprendessero la vita di un uomo dall’inizio alla fine e tali immagini fossero salvate in un database, chi le vedrebbe potrebbe dire di aver assistito alla vita di tale soggetto e tale vita si ripeterebbe nei fatti tutte le volte in cui essa viene riassunta dal video. Lo zapping è un gesto di ripetuta coscienza legato irrimediabilmente al caso. Le immagini si susseguono entropicamente in successione e per quanto si procederà volontariamente, involontaria-mente ci si imbatterà in una nuova storia trasversale alla realtà. Solo una volta conosciuti i contenuti dei vari canali si potrà tornare a cercare quello che si desidera senza avere la certezza di ritrovarlo e senza certamente ritrovare la stessa immagine. Così anche il poeta procederà con il proprio testo. La crisi del linguaggio è la crisi della realtà proposta fotogramma dopo fotogramma dal poeta. Ordine e caos si intrecciano legati dalla volontà di partecipare alla proiezione del futuro e la proiezione stessa del futuro di un mondo disciolto nella frenesia contemporanea.

La crisi del linguaggio è la crisi della realtà proposta fotogramma dopo fotogramma dal poeta.

Rispetto alle tecniche di collage e di dripping, vi è in questo caso una lucidità ulteriore. Vi è una crisi semantica, una crisi di linguaggio ma affine ad un concetto di trasmedialità vicino allo ZAUM di Khlebnikov[1] che ne pervade le strutture. La poesia abbandona la sua dimensione convenzionale e, semplicemente, si manifesta.

Per evitare che lo zapping lavori unicamente sui significanti, si sostiene che il significato si riesca a trovare nella capacità di un continuo generatore di emozioni. Potremmo quindi percepire una realtà diversa rispetto a ciò che realmente dovremmo toccare o vedere o assaporare nelle parole del poeta. Il risultato è un linguaggio estremizzato nella sua forma più piena.

La parola (o oggetto verbale, ipertestuale, virtuale) assume dunque un significato assoluto. Assoluto nel senso delle libertà della sua interpretazione e nella propria attribuzione. Ecco perché, come sosteneva Percy Bysshe Shelley: «I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo».

Ciò si evince, inoltre, nell’aspetto grammaticale, poiché la parola è isolata dal periodo ma ne dà significato allo stesso tempo. Già Nanni Balestrini in Caosmogonia (Mondadori, Lo Specchio, 2010) sembra cosciente di questo. In Empty cage i versi sono un generatore automatico di impulsi ritmici e neuronali. La parola è il medium di un mondo travolto dalla sclerosi del segno. La proposizione della doppia sestina assoluta è la testimonianza del sincretismo tra composizione metrica e parola.

La parola è il medium di un mondo travolto dalla sclerosi del segno.

Nello zapping sono stati proposti alcuni esperimenti sugli schemi metrici e la loro fusione con la parola. Il più recente è stato sviluppato tenendo in considerazione i poeti della tradizione russa di metà ‘900[2]. Comunque, a partire dalle nuove combinazioni, si è pensato di immaginare tali schemi metrici come realtà oggettive quali mondi o storie che, tagliate, potessero essere riproposte durante lo scorrimento del testo poetico.

Questa è una presentazione in termini generali di ciò che è lo zapping e di cui si avranno ulteriori approfondimenti anche in relazione alle ulteriori sperimentazioni. In conclusione, si può certamente affermare che lo zapping è solo una delle tante letture di una modernità complessa. Se la poesia parla del principio delle cose, finché scorrerà il tempo e la storia dell’umanità procederà verso la sua fine inesorabile, lo spirito di ricerca animerà il poeta e la sua lettura della realtà che lo circonda.

Illustrazione di Mirko Matricardi


[1] Per approfondimenti, è consigliata la lettura di Franco Berardi Bifo, Dopo il Futuro, DeriveApprodi 2013

[2] Per capire un po’ la storia dell’evoluzione del sonetto russo è estremamente consigliato l’articolo http://www.europaorientalis.it/uploads/files/1999%20n.1/1999%20n.%201.3.pdf.

Il tempo

A volte ride,
dietro a quella porta, altre ancora piange e singhiozza.

L’altro giorno è venuto da me il tempo. Abbiamo
fatto quattro chiacchiere, bevuto due bicchieri assieme,
giocato lunghe mani di carte e per finire, fumato il narghilè.
Ehi, aspetta, mi ha detto a un certo punto, ho due cose da fare.
Io gli ho detto, prendi le chiavi la strada la conosci. Non è
cambiata. Così è sceso giù, in fondo, in fondo e quando
è tornato qui mi ha dato i soldi che sarebbero bastati
per parecchi giorni. Poi, mentre se ne stava andando
ed era ormai sulla porta, mi ha raccomandato di innaffiarlo:
se stanotte non torno devi annaffiarlo domattina, all’alba.
E io lo annaffio ogni volta che il sole sorge, onoro sempre la parola
data a un caro amico. Il metronomo del tempo si deve annaffiare
con l’alba. La vernice bianca si squama, il ciliegio
si gonfia ed esplode. I tarli lo hanno bucherellato nei fianchi.
L’ago si è ammosciato, ridotto a un minuscolo
obelisco abbattuto. Il metronomo del tempo è nel centro
di un vassoio di plastica, il vassoio è sul fondo
della vasca da bagno della stanza che faccio pagare poco.
Questa vasca ha i piedi della bestia,
piedi che, ogni tanto, sbattono con forza
sul pavimento e così il fracasso arriva fino a quassù.
A volte il rumore è così forte che sveglia gli altri miei ospiti.
Nella stanza che faccio pagare poco c’è una feritoia
da cui entra una leggera luce, è sempre rigogliosa
la siepe delle spore. Il salnitro schiuma dalla carta
da parati. Dalla schiuma escono delle teste
di vecchi sdentati con la barba gialla, giovani che portano
l’apparecchio e hanno i primi peli in faccia, donne
con il trucco verde attorno agli occhi. Bambine
che sembrano bambini, che sembrano donne.
Mi sentono, quelle facce, quando sto per aprire la porta
e così si fanno tutte zitte.
Io allora entro e le saluto con la massima cordialità.
Mentre innaffio il metronomo del tempo provo a
fare due chiacchiere con loro ma raramente hanno voglia
di parlare. Nel frattempo il traffico sopra di noi
non conosce interruzioni, non conosce alcuna pietà.
Da questa feritoia intravedo la vecchia fabbrica,
la vecchia fabbrica che non ce l’ha fatta.
Intravedo la piccola stazione vicino alla fabbrica;
hanno fatto entrambe la stessa fine: fronde gialle: acacie
e noccioli come spazzole da scarpe. Il cielo, da queste parti,
ha il colore spento del cartone bruciato. A volte anche io
mi sento solo e non serve a nulla rifugiarsi in una delle stanze
dei miei ospiti. Non vale a niente la loro compagnia. Quando
mi sento solo vado a bussare alla porta di quella stanza
che faccio pagare poco. E se sono fortunato lo sento,
è lui, dall’altra parte. È il tempo. A volte ride,
dietro a quella porta, altre ancora piange e singhiozza.
A volte parla, potrebbe sembrare che parli con se stesso,
come un pazzo, le cose non stanno messe così. Mi parla.
Parla e parla, e posso capirlo. Devo solo prestargli
la dovuta attenzione perché parla una lingua lenta
come la noia (o veloce, come l’elettricità), una lingua
che ogni persona, con un po’ di allenamento, capisce
a modo suo; capisce nel modo
che le spetta. Come quando
si fa l’orecchio ai bambini più piccoli.

 

Già presente in: La generazione entrante, poeti nati negli anni ottanta; Ladolfi Editore, 2011, AA. VV., a cura di Matteo Fantuzzi; ISBN: 978-88-6644-029-1. Ora anche nella plaquette Caratteri.

Fotografia di Giorgio Barrera