Commiato

Vivevamo prose celeri senza chiuder capitoli
accontentandoci degli indici sporchi di fumo.
I miei versi sono più liberi di me. Libertà è volere quel che si fa.
Siamo fragili e irresponsabili costretti da barriere architettoniche
di cuori affaticati impenetrabili i suoi occhi quella notte d’ottobre.
La pazienza dei semafori i marciapiedi butterati interrotti da strisce
discontinue come noi. Passeggiate calpestate lungo la Martesana
sana come la morte – le prime e le ultime volte conservano eguale
intercedere d’incertezze – le frasi a effetto si pensano sempre dopo.
Districarci dal tempo. Tutto il resto lo aggiusteremo poco per volta.
Una pena e un canto. Il mistero di quando bambino pensavi la morte.
Succede solo agli onesti di perdere il treno mentre pagano il biglietto.
Il mondo impuro e la purezza d’immaginar la gioia
ripensandoci siamo palloncini dalla base di piombo.
Ricordi Parigi, la neve, la notte in cui credesti d’amarmi?
Il cielo è lo stesso, il tempo una somma di respiri.
Non ricordo la voce di mia nonna – ma le mani sì.
Cosa volere quando si ha tutto – come evitare il niente?
Le città crescevano -noi no- giocavamo a farci la guerra.
La vita passa e non diciamo davvero quanto amiamo o meno.
Ci contavamo le costole – quanto costa amare? Conta fino a zero.
Un pogo al mese a rateizzare rabbia – centellinare morte fumando 100’s
avvelenarsi di vino – amnesie antimuse – musiche dei muscoli
più tonici del gin – attonito nei tropici tristi e rivisti
sogni palle al piede – scannerizza i pensieri
comprimili e lasciali alle nuvole.
Che ci piovano in testa.

Illustrazione di Chiara Morra
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My baby shot me down

«Ma tu che sei intelligente, secondo te il Big Bang c’è stato veramente o è un complotto?».
Ma io che sono intelligente, come ci sono finita a cena con questo coglione? Mi guarda con gli occhi strabici del bisogno, di quello che vorrebbe una brava donna da sposare oppure una brava puttana da scopare. Un piccolo silenzioso buco si scava la strada nel mio cervello, sorrido dolceamaramente sperando che si asciughi in fretta questa cascata di idiozie. Volevo andare a vedere le Victoria’s Falls, sognavo l’Africa con Kuki Gallmann, volevo baciare la terra sotto i piedi di Nelson Mandela. Sono finita a farmi baciare da uno che pensa che con meno di 2000 euro al mese non si possa campare; solo per dimenticare chi se n’è andato. I’m so fucking happy, me lo scrivo sulla fronte con un coltello Miracle Blade, così mentre mi cola il sangue negli occhi diventa più vero.
Il bacio non si chiede, dice, nemmeno un calcio sui denti, dico. Ma lui non si accorge di niente, ho il sangue simpatico, che per vederlo bisogna bruciarmi la faccia con una candela. Sento un pezzo di guancia sciogliersi piano, un grammo al giorno, cola sul collo, sul collo che lui mi toccava. Che schifo le storie di amori finiti. Ognuno ha la sua e chissenefrega di quelle degli altri. Eppure tutto si concentra lì, tutto il purulento centro del mondo è Il giorno di dolore che uno ha. Che poi tutti finiamo ad ascoltare canzoni arrabbiate di artisti mediocri.
Una leggenda cinese dice che le anime gemelle sono legate da sempre con un filo rosso e che prima o dopo i loro destini si incroceranno. Dicono anche che parlarne fa bene, che bisogna mangiare tanto pesce e niente carne, cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, 2 litri d’acqua e nessun gin tonic, che poi se il gin è cattivo finisci abbracciata al cesso e ti addormenti appoggiata alla vasca. E adesso ho la testa che scoppia. BIG BANG. Ho un ascesso che pulsa dietro il terzo occhio. BIG BANG. Ho il cervello bacato di chi non dimentica, delle donne stupide che un giorno si sono fatte abbracciare. BIG BANG, è partito e mi ha strappato il ventricolo destro. Vado in giro senza ossigeno, i polmoni mummificati. Il figlio marcio della mia nostalgia pulsa ancora nella carezza ad un serval, il gattopardo africano. Ho il mal d’Africa e non ci sono mai stata. Ho mal d’amore e forse non lo sai ma pure questo è amore. BANG BANG, già vedo gli schizzi del capolavoro “Cervello su muro”. Materiale misto. Pezzi di osso volano dappertutto, mosaico bizantino impazzito di una mente ferita. Può esserci niente di più bello, niente di più vero? BIG BANG. Il mio cervello sul muro. Materiale misto (sangue, materia cerebrale, osso). He shot me down, BANG BANG.

 

Collage di Elisa C. G. Camurati

Il potere delle cose

Continuava a far scorrere la cordicella fra le dita, come se fosse animata da un’illogica vitalità. Il fremito che provava al tatto era difficile da descrivere.
«È così che nascono le ossessioni», pensò.
Di certo aveva tenuto legato qualcosa, un manoscritto, un papiro o quantomeno lo aveva legato a qualcuno.
La vista e il tatto di alcunché avesse per lui significato li sentiva a primo acchito: lo differenziavano, sostanzialmente, da un qualsiasi altro oggetto per cui non nutrisse il benché minimo interesse. Perché, altrimenti, continuare a conservare vestiti logori e carte sgualcite, invece che destinarle all’immondizia?

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Sulla questione del poetry slam

L’avvicinamento al mondo del poetry slam rappresenta una piccola, traumatica sconfitta personale. Spesso mi capita di rivedere, nelle facce stranite e un po’ deluse sparse per il pubblico allenato alle serate di poesia, la stessa faccia che avevo io quando, appena uscito dal tropico dell’aula studio per una meritata birra, mi trovavo per le prime volte di fronte all’orgiastica ed esplosiva miscela di due tra le cose da cui mi sento più umanamente ed esteticamente distante dell’universo tutto: la rap battle e il talent show. Tutto questo applicato alla cosa che è stata la più tenace e coriacea tra tutte le mie testarde passioni e ricerche: nemmeno a dirlo, la poesia.
Più che un agone, un gran magone. Un minestrone riscaldato e indigeribile. Dopo la fine del piacere del testo e la ricerca del fastidio letterario, il vettore torna indietro raggiante, si fa scherzoso, trendy, gradevolissimo sottofondo di chiacchiera da votare in decimale.
Crolla tutto. Anche qui. Eppure la Storia, per quanto sbriciolata nella modernità e amalgamata ed emulsionata dalla manona capitalistica, qualche sostegno ce lo dà, oh noi delusi.
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Pianto e parenesi

Il gioco delle carte:
chi si infiamma, infiamma
di libertà e calmanti,
per andarsene
in qualche luogo – e comunque
da un’altra parte.

Ho giustificato anche la morte
(in basso a sinistra),
si giustifica anche
il ritmo, il rumore;
ti ho dato
da costruire

(mi hai dato):

equazioni e rumore
delle ultime fabbriche,
sogni e polvere
anche, certo;
costruzioni spaziali
costruttivismo
per lo più stradale

suprematismo e ripensamento,
rivoluzione,
la volontà di cadere
(Rainer Maria),
ma soprattutto di saltare;
la volontà di cadere
ma soprattutto di saltare
(Rainer Maria),
in più, intimo, volo.

Libertà, la tua statua
senza vestiti;
Libertà,
del tuo seno facciamo
strazi d’armenti.

Libertà, il vomere
e l’indicibile.
Libertà,
tu che sei il simbolico e ancora
sei il mondo.

Libertà,
tu che sei il MODO:
non c’è più tempo per abbandonarsi
al nichilismo europeo e sentimentale,
soprattutto
al gruppo Gutai,
al languore esterrefatto.

Dinanzi alla guerra
(non ci vergogniamo di dire la parola speranza),
ne servono di gonne, di alcool,  di spettacolo per farci abituare a questo languore.

Esterrefatto dinanzi alla guerra.

Libertà, si parlava di guerra.

Fotografia di Helmut Newton

Il dito del re

Sângele apă nu se face  [1]
(Proverbio rumeno)

Portarono al re le carte dei suoi possedimenti. C’erano tutti i boschi, i campi e le fortezze, annotate una per una dalla perizia dei suoi scrupolosissimi geografi. E in ogni punto della carta egli aveva un emissario, legato col sangue; e tutti questi puntolini di sangue facevano tra loro una rete saldissima, e ogni regione era una pietra da custodire, una pietra salda su cui edificare.
Aveva spinto i cartografi ovunque, in ogni recesso di quel mondo sconosciuto, a migliaia e migliaia di pertiche lontano; nel gelo delle montagne, in paesi minuscoli, inaccessibili, circondati da foreste e radure, paesi che quando cade la neve scompaiono, rimangono bianchi, bianchissimi: li aveva mandati in mezzo ai deserti, nelle profondità dei mari, quello di sopra e quello di sotto, fino alla terra del Signore, l’incredibile Gerusalemme, a vedere il grande cerchio del Santo Sepolcro. Come aveva fatto Alexandros, il grande re di tutti i tempi, che prima di mettersi in viaggio faceva correre esploratori per tutta l’Asia: e la conquistò, la sottomise tutta, senza tralasciarne un palmo.
Quanto si sa su di lui, il re l’aveva letto. Si era fatto copiare dal vescovo due libroni, e li custodiva insieme al sacro tesoro; li mandava a memoria in modo che entrassero nelle sue fibre, scendessero nel suo corpo, e lo spirito del condottiero lo guidasse. Continue reading “Il dito del re”

Dal dripping allo zapping

Di recente, il Gruppo d’azione poetica SALINIKA ha redatto un articolo – Da Dante alla performancenel quale si spiega come la delegazione della parola poetica alla sola pagina scritta equivalga a costringerla ad una marginalità rispetto al ruolo specificatamente orale che le sarebbe proprio. A questo punto non rimane che indagare quali siano – o quali potrebbero essere – le implicazioni generali di una poesia moderna e contemporanea sul versante della scrittura. Del resto furono i futuristi russi, per primi, ad accorgersi delle potenzialità della parola poetica sganciata dalla pagina, traendone un’esplosione sonora e immaginifica allo stesso tempo.
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Il tempo

L’altro giorno è venuto da me il tempo. Abbiamo
fatto quattro chiacchiere, bevuto due bicchieri assieme,
giocato lunghe mani di carte e per finire, fumato il narghilè.
Ehi, aspetta, mi ha detto a un certo punto, ho due cose da fare.
Io gli ho detto, prendi le chiavi la strada la conosci. Non è
cambiata. Così è sceso giù, in fondo, in fondo e quando
è tornato qui mi ha dato i soldi che sarebbero bastati
per parecchi giorni. Poi, mentre se ne stava andando
ed era ormai sulla porta, mi ha raccomandato di innaffiarlo:
se stanotte non torno devi annaffiarlo domattina, all’alba.
E io lo annaffio ogni volta che il sole sorge, onoro sempre la parola
data a un caro amico. Il metronomo del tempo si deve annaffiare
con l’alba. La vernice bianca si squama, il ciliegio
si gonfia ed esplode. I tarli lo hanno bucherellato nei fianchi.
L’ago si è ammosciato, ridotto a un minuscolo
obelisco abbattuto. Il metronomo del tempo è nel centro
di un vassoio di plastica, il vassoio è sul fondo
della vasca da bagno della stanza che faccio pagare poco.
Questa vasca ha i piedi della bestia,
piedi che, ogni tanto, sbattono con forza
sul pavimento e così il fracasso arriva fino a quassù.
A volte il rumore è così forte che sveglia gli altri miei ospiti.
Nella stanza che faccio pagare poco c’è una feritoia
da cui entra una leggera luce, è sempre rigogliosa
la siepe delle spore. Il salnitro schiuma dalla carta
da parati. Dalla schiuma escono delle teste
di vecchi sdentati con la barba gialla, giovani che portano
l’apparecchio e hanno i primi peli in faccia, donne
con il trucco verde attorno agli occhi. Bambine
che sembrano bambini, che sembrano donne.
Mi sentono, quelle facce, quando sto per aprire la porta
e così si fanno tutte zitte.
Io allora entro e le saluto con la massima cordialità.
Mentre innaffio il metronomo del tempo provo a
fare due chiacchiere con loro ma raramente hanno voglia
di parlare. Nel frattempo il traffico sopra di noi
non conosce interruzioni, non conosce alcuna pietà.
Da questa feritoia intravedo la vecchia fabbrica,
la vecchia fabbrica che non ce l’ha fatta.
Intravedo la piccola stazione vicino alla fabbrica;
hanno fatto entrambe la stessa fine: fronde gialle: acacie
e noccioli come spazzole da scarpe. Il cielo, da queste parti,
ha il colore spento del cartone bruciato. A volte anche io
mi sento solo e non serve a nulla rifugiarsi in una delle stanze
dei miei ospiti. Non vale a niente la loro compagnia. Quando
mi sento solo vado a bussare alla porta di quella stanza
che faccio pagare poco. E se sono fortunato lo sento,
è lui, dall’altra parte. È il tempo. A volte ride,
dietro a quella porta, altre ancora piange e singhiozza.
A volte parla, potrebbe sembrare che parli con se stesso,
come un pazzo, le cose non stanno messe così. Mi parla.
Parla e parla, e posso capirlo. Devo solo prestargli
la dovuta attenzione perché parla una lingua lenta
come la noia (o veloce, come l’elettricità), una lingua
che ogni persona, con un po’ di allenamento, capisce
a modo suo; capisce nel modo
che le spetta. Come quando
si fa l’orecchio ai bambini più piccoli.

 

Già presente in: La generazione entrante, poeti nati negli anni ottanta; Ladolfi Editore, 2011, AA. VV., a cura di Matteo Fantuzzi; ISBN: 978-88-6644-029-1. Ora anche nella plaquette Caratteri.

Fotografia di Giorgio Barrera