S ~ Sogno

 

Si dice che il muschio,
una volta staccato,
resti in una sorta di morte apparente anche per anni,
fino al momento in cui
non verrà di nuovo riposto nel terreno.

Si dice che al funerale di Tolstoj
i contadini vennero fuori dalla terra,
da tutti i villaggi,
arrivarono a migliaia,
nonostante le autorità fecero di tutto per nascondere la sua morte,
quando ritrovarono il corpo nella piccola stazione di Astopovo,
il 7 novembre del 1910.

Si dice invece che a quello di Dubcek,
lo stesso giorno di ottantadue anni dopo,
Vaclav Havel se ne stesse nascosto in disparte,
su un balcone della piazza del teatro nazionale di Bratislava.
Il muro era caduto da poco meno di un anno
ma già il nazionalismo aveva preso il sopravvento.

Ma più di ogni altra cosa,
si dice che cento anni fa,
per le strade di Pietrogrado
risuonasse un urlo potente
che riecheggiò in tutto il mondo
dando coraggio e voce
alle masse impotenti:
“Tutto il potere ai Soviet!”
L’urlo dal quale scaturì l’incarnazione del sogno.

Si dice che quel sogno è oggi morto.
Si dice che non esiste più il proletariato.
Eppure io lo vedo.
Io ti vedo,
in fila alle Poste con le ballerine e i calzini, il velo,
i jeans con le paillettes,
nelle vecchie sale d’aspetto dell’Asl
tra il linoleum verde e
infissi in alluminio.

Io ti vedo,
alle file delle casse dei supermercati,
con gilet leopardati,
in piedi sugli autobus affollati
giacche che puzzano di fritto,
di cipolla,
di curry,
di alcol,
di sudore.

Io ti vedo, impotente, di nuovo e ancora,
ammassarti alle frontiere, arrestare il tuo viaggio,
fermato, isolato, ostacolato, vietato, proibito.

Io ti vedo
appoggiare la testa al finestrino del tram,
al ritorno dal lavoro,
lasciare il segno dell’unto dei capelli sul vetro,
i tetrapak di vino fetido nell’aiuola del parcheggio del discount.

Io ci vedo, fare la coda all’agenzia interinale,
ai centri per l’impiego, dichiarare di sapere parlare un ottimo inglese,
di avere eccellenti capacità di lavorare un gruppo,
di adattarsi ad ogni situazione,
di essere disponibili a lavorare nei week end, a Natale, in nero, in bici,
in motorino, a consegna, a progetto, a cottimo, a giornata.

Io ci vedo,
sempre più insofferenti agli altri miserabili,
sempre più lontani e isolati,
in appartamenti bui dai muri sottili,
illuminati di luce blu di schermi a bassa risoluzione.

E infine ti vedo,
come il muschio rinsecchito,
resistere in un torpore che sa di morte,
forse apparente,
attendere un nuovo sogno a cui attecchire
per tornare in vita
e ri(n)sorgere.

Poesia visiva di Luc Fierens
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L’ultimo giorno

Alcuni schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo a terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. È evidente che il fisiologico ritardo cerebrale tra attualità e sua percezione si stia dilatando. Il siero fa effetto più velocemente del previsto. I colleghi sono tutti sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione.
Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo. Mi chino per pulire, il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi. Saranno le luci al neon, dico.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente, sì. Nessuno sa che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Sono la miccia della catastrofe. Il mondo così come lo conosciamo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

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:Onirico&semidizucca:

Il torpore d’identità sviluppa obliquo il movimento
consapevole il notturno vaneggia la nebbia
schiaffeggia insolito un buio
che d’istinto prescinde immediato da me e dall’ambiente
insiste a spostarmi il palmo con la mano
nella raccolta oggettiva riassunta nel crampo dello stomaco interiore della mia meteopatia

quando improvviso che dal ricordo pur:puro gesticola pur:sempre il gesto

     ops
oh

apparizione

oh
ops

elevata ipnagogia
in virtuale di me
in virtuosa separabile decadenza
in minuziosa silenziosa assenza
riassorbibile tutta riavvolgendola affusolata
perfettamente appuntita nella forma di senso dinamico dell’urgenza

divarica l’orgia del respiro accenna a liberarmi disintegra ciò che mi appanna la percezione

Illustrazione dell’autrice

A bang in the void

Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi.
Carl ha conosciuto questa sensazione quand’era priva di significato. L’ha scovata nella pancia del Tresor, prigioniera dell’atrofia muscolare.
Annaspava per una sorsata di calore, qualcosa che gli restituisse il battito cardiaco. All’improvviso, la pressione si abbassa.
Carl assaggia un odore di gesso nell’aria; di gesso e di muffa. Luci spente, cassa tesa, fragore di torce nel buio. Molto chiasso, troppe facce. Facce a intermittenza, facce bagnate di musica techno. Facce inzuppate di occhiaie, vene rigonfie che battono al ritmo dei synth. Sudore. Sudore in pista, sotto le suole di gomma; schizzi di piscio tra gli amplificatori. Schizzi e piastrelle grondanti di fango; piscio sui muri scavati di fresco.
Il Tresor ha la faccia scavata dagli anni che passano. Il Tresor ha la faccia escoriata di droghe. In questo locale c’è birra a sufficienza per ogni vescica della città, calcola Carl, grattandosi le nocche consumate d’inverno. Sono l’unico sfigato col bicchiere vuoto: è il momento di rimediare.
Il bar si scatena un paio di spintoni oltre il cesso che lo tiene in gabbia. Carl ha una pasticca in tasca: un regalo di Beda, pronto da scartare; però sente la gola secca, deglutisce a fatica persino l’ossigeno: cede all’impressione di respirare catrame bollente. Ha schiumato una canna di troppo. Una striscia di carta vetrata gli raschia l’esofago. Beda, maledetto figlio di puttana: quest’erba non è forte, aveva giurato, sputando dai denti marci il tedesco sbilenco che si ritrova; puoi gustartela con calma e andartene a spasso dove ti pare. Volerai in paradiso, te l’assicuro. Paradiso un corno, razza d’imbecille. La canna di quel bastardo mi sta trapanando le tempie; ma d’altra parte, lo diceva mio padre: mai fidarsi dei bavaresi. Sono una razza pericolosa. Ho lo stomaco ribaltato, Dio mio. Sto per svenire. Se scartassi il mio regalo, se ingoiassi la mia ecstasy, allora sì che filerebbe tutto liscio; e filerebbe tutto liscio lo stesso, cazzo, se non mi fossi fidato di un dannatissimo bavarese senza denti. Anche quest’ecstasy è roba sua, ma riconosco il disegno: ne ho viste a bizzeffe, di pillole così. Fila tutto liscio, e per davvero; è tutto nella norma. Anzi, questa roba è proprio buona. Fanculo, la prendo.

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