Glitch Poetry

I Vertumni in topless

«Non si dovrebbe mai scopare per gratitudine.»
Stava assumendo la forma di chi ti prende per il culo. Quell’uomo di settant’anni, nudo e fiero come le statue delle piazze e altre cose vecchie, bloccato nel flash del momento, stregato da qualcosa che non era lì. Però era nudo e non era il caso. Anche il suo sbattersene era sincero. Per noi diventò irresistibile. Gli davamo più o meno il fantomatico “lei”, in formule discutibilmente ibride, del tipo:
«Scusi signore, ma che cazzo sta facendo?».
Non lo turbava. Ci snobbava cancellando i passi giù per una breve discesa. Gli stavamo talmente dietro da renderci conto che si andava verso un delirio di sagome.
«Lampedusa, tu ti trastulli altrove; fossi qui, ti sentiresti a una festa da McDonald’s.»
Volevo fare il simpatico. La ressa se ne stava lì, e si sporgeva a forza di zoom nella nostra direzione. Smantellavano le strade con bozzetti argentati. Un lamento cigolava fra gli angoli bianchi di quei capelli. A colpi di treppiede, buffetti sulle ruote e frustate di dentiera, orde di anziani ansimanti incedevano contro il sole. Ordinati tipo una legione di Immortali persiani, lenti come l’esercito di terra cotta di quel famoso mausoleo cinese. Un cronista avrebbe detto che «infuriavano, infuriavano dipinti fuori da sé stessi, desnudi e particolarmente affaticati». Non ci spostammo finché tra loro e noi si creò una distanza di circa duecento metri. A quel punto, divenuto evidente che ci avrebbero arati nel giro di un’ora se non ci fossimo mossi, prendemmo una rincorsa eroica, con quella sincera disperazione di quando c’è in gioco la vita. In fondo potevamo essere in pericolo, no?

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L’ultimo giorno

Schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo per terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. I colleghi sono sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione. Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo.
Mi chino per pulire il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi nell’ambiente circostante. Saranno le luci al neon, forse.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente. Nessuno sa che è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Il mondo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

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