Sicilia saudita | Giulio Pitroso

La maldicenza scola come il percolato della discarica scassata, penetra in profondità, inquina la terra, sfigura i volti della gente. L’invidia la spinge giù, nelle budella. I giovani, quelli sanno anche troppo di come vanno certe faccende. I vecchi no, a quelli bisogna spiegarlo, perché devono imparare la maldicenza digitale. Certo, di chi ha fatto la cosa ne diranno male all’inizio, perché bisogna pure dare un poco di dignità alla vittima. Ma poi verrà a galla la natura vera del paese. Ed è sicuro come la morte, dopo questa cosa, non smetteranno mai di chiamarlo Sanguepazzo. Ma chi se ne frega. In fondo a Michele questo soprannome piace.

𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑢𝑡𝑜𝑝𝑖𝑐𝑜

Molto spesso, immaginiamo il corpo come l’eterotopia per eccellenza: il luogo – cioè – prediletto e al contempo il confine dell’essere umano, il nostro “qui e ora”; limite invalicabile e immenso, non lascia spazio ad altro che non siano i bisogni puramente fisiologici, in una netta distinzione tra corpo e mente, com’è tradizione in Occidente, come se il nostro corpo dovesse automaticamente negare ogni utopia e viceversa. Se travalichiamo questa separazione, però, scopriamo che il corpo potrebbe essere, dal punto di vista non solo strettamente biologico ma anche filosofico, il tramite per un altrove. Ed ecco allora che, per essere utopia, basta avere un corpo.