Eroi di carta

Siamo noi che sfrecciamo a velocità indicibili, a luce spenta, cadiamo o voliamo secondo la nostra natura, tutti accomunati da una rovente passione. Per cosa?

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Ritagliare/
Creare caos.

Scrivere/
Creare ordine.

Incollare/
Rendere la realtà maneggevole.

 

È sostanzialmente questo il mio lavoro, la mia dipendenza.
Per deformazione professionale, ho sempre trovato più semplice esprimere dei concetti attraverso un’immagine, ma – sia per papabili velleità letterarie che per spontanea propensione – utilizzo all’interno delle mie opere anche molte parole. Parole scritte da altri e poi decontestualizzate, mescolate, tosate e improfumate.
Tutto ciò potrebbe apparire vagamente fetish e probabilmente lo è, ma non importa.
L’atto di ritagliare fogli di giornale e di sporcarsi le mani di colla per creare consapevolmente qualcosa di nuovo è stato una sorta di battesimo: la carta sporca sul mio corpo come fosse acqua santa.

L’atto di ritagliare fogli di giornale e di sporcarsi le mani di colla per creare consapevolmente qualcosa di nuovo è stato una sorta di battesimo: la carta sporca sul mio corpo come fosse acqua santa.

Vorrei spendere due parole su un paio di collage in particolare, entrambi sono accomunati dalla figura dell’eroe, tema portante del prossimo numero cartaceo di Neutopia.
L’eroe appassionato è una storia, biografia di qualunque essere umano.
Siamo noi che sfrecciamo a velocità indicibili, a luce spenta, cadiamo o voliamo secondo la nostra natura, tutti accomunati da una rovente passione. Per cosa? A saperlo.
Coprotagonisti di tutto questo ruotare: il mondo e il cosmo, un po’ musoni e malinconici.
Del resto non si può sempre ridere.
Eroe è sinonimo di povero diavolo, tuffatore perpetuo per aria, asteroide verso una composizione astratta, geometrica, lunare. Come finirà? Dipende. La fine precede l’inizio.
Che cosa c’è di più eroico dell’atto di venire al mondo? Lusso temporaneo, lusso per tutti, guardare dall’alto imperturbabili e lievi per davvero, senza illusioni o bestialità.
Il mondo sottosopra, violentato e depresso, letto al contrario è un paradiso che ci spetta di diritto e non un premio da guadagnare: l’eroe ribalta il ribaltabile, riflette negli occhi quella luce feroce dei milioni di anni passati a saettare per il cosmo.
Eroe, infine, è anche uno stato d’animo. Vive tra i fusti dello struggimento e i nodi della rabbia, si riscalda tra le vibrazioni dell’entusiasmo. Gioca con le dimensioni e il loro significato, il nostro eroe personale sacrifica la profondità per diventare essenza ardente di inchiostro stampato.

Poesie visive dell’autrice

Sugli eventi passati, avanti!

vedrà un’altra alba questo mesto mondo:
camperemo con pellicce d’orso sulle spalle,
mangeremo terra e vedremo l’aurora

Arrivederci qui, non importa dove. Coscritti di buona volontà, avremo la filosofia feroce; ignoranti per la scienza, furbi per le comodità;
crepare per il mondo che avanza. È la vera marcia. Avanti, marsc!

Arthur Rimbaud, Democrazia

Snaturate le flessioni d’animo,
chiamate vita serena un’altra resa,
una pace sociale che non servirà,

sdradicate le strade impervie dell’uomo
non c’è più vita a cui appellarsi ora,
altri versi negli opuscoli delle oscenità,

lottammo per un secolo come tori
quando il massacro sopraggiunse crudele,
per le sue mute gole c’è chi ancora teme,

cosa chiameremo adesso forza,
(pianti nel lazzaretto, lutti scaduti)
la quercia forse, non più la vera potenza;

è stato un errore, vita, non credere
in Tolomeo ma nella scienza nuova,
spostarsi e non al centro rivolgere.

Scaraventate quindi le terre dei tori,
i cimiteri degli elefanti,
le pensioni delle vecchie insegnanti,

apriremo ad un nuovo mondo,
poesie nuove verranno create fra i morti,
occuperemo ancora il ducato di Spoleto,

rivendicheremo la sacra forza romana,
attestata dalle donazioni di Costantino il Cristiano,
noi curati dalle miracolose mani di Re Luigi Taumaturgo

raggiungeremo la Cina per le spezie,
schiavizzeremo ancora i figli degli africani,
tornerà Troia dalle ceneri di Anchise.

I pastori e i mendicanti al fronte,
annienteremo le case oltre il Reno:
saremo germani, ci chiameranno barbari,

cadrà come una frana dirompente
dai gelidi Urali il vulcano Attila
mangiando carne cruda e sputando sull’Europa,

saremo dotti, filosofi e guerrieri,
cercate la ragione fra i saccheggi,
Dio garantisce per noi, saremo martiri

il nostro sangue, la nostra croce,
la fede si serve di un ritorno alla forza,
iliadiche gesta, annientata la pace.

Chiederei dove trovare la ragione dei tempi,
qualora dovessi ammalarmi d’animo,
molle come gli Arabi nelle loro leziose corti purpuree,

la storia dell’uomo è macchiata di sangue:
costruite un altare di parole adesso,
rivendicate il nulla del progresso,

vedrà un’altra alba questo mesto mondo:
camperemo con pellicce d’orso sulle spalle,
mangeremo terra e vedremo l’aurora,

al centro, nuovamente, riconquistate
il sole, i racconti leggendari delle caverne,
innalzate statue e componete sacre novelle,

nel dolore, allora, rapace ferito,
scoprite la realtà trascendente del vero,
chiamate al telefono Averroè e Guinizzelli

e dite loro:
che i popoli si sveglino,
torni il Sacro Romano Impero e i Borboni in Sicilia,

fra grasse risate,
affacciati al balcone di fronte a piazza Venezia,
conquistate la vita nelle piaghe del mondo.

In copertina, DOGMA di Hidden Architecture

La città era un sacrificio di carta vetrata

A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito.

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
M’immettevo nel sottopasso di piazza della Repubblica, alle 08:09 di sera, diretto ai Murazzi del Po per recitare poesie in un bar vagamente underground e accordarmi per una presentazione del mio romanzo, ed era mercoledì 30 luglio dell’anno ancora indecifrato, e accendevo i fari e vedevo laggiù un’ambulanza sulla corsia d’emergenza, mentre gli uomini della nettezza urbana ripulivano il mercato. Parcheggiai in corso San Maurizio, non lontano dalla Mole Antonelliana. Ero in anticipo e decisi di ripercorrere via Napione, dove, meno di due anni prima, avevo abitato per circa nove mesi. Vanchiglia era un quartiere racchiuso in una teca di plexiglass su cui fosse rimasta la pellicola protettiva e offuscante; Vanchiglia collegava il mondo di là – un paio di chilometri dagli uffici dove lavoravo – a quello di qua, al mondo delle serate alcoliche e lisergiche attraverso le quali vagabondavo di tanto in tanto; Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi. Vanchiglia era una profezia non riconosciuta: la citazione ricorrente che solo a un certo punto acquisisce un senso, perché si concretizza e diviene significativa. Era il nome che quando ero stato bambino si era riversato a oltranza nelle mie orecchie, senza ch’io sapessi che un giorno vi avrei vissuto momenti destinati a rimanere appesi nell’eternità.

Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi.

  E così sorseggiavo ogni passo come se vi fosse dentro lo scopo ultimo, il senso arcano, come se il tempo divenisse sacro e non più profano, in via Bava, in via Artisti, in via Santa Giulia, in via Napione.
Il 30 luglio e il sudore sulla maglietta. Camminavo, trentunenne, più miserabile ormai ma più bello di prima, avvolto in corde di canapa spesse come lacci emostatici. Non volevo essere felice, non dovevo finire sopra le mine antiuomo del pensiero, non volevo finire sopra la felicità e dimenticare chi fossi stato. Non ero più uno scrittore, bensì un mulinello di punti interrogativi, un impiegato modello in una multinazionale del settore energia e petroli – avevo smesso di essere uno scrittore nel momento in cui il romanzo al quale avevo lavorato per quindici anni, Il dio osceno, era stato pubblicato. Nessuno poteva capire con quanta vergogna stessi andando davanti a un manipolo di esiliati a recitare poesie che non sarebbero state comprese nemmeno cinquant’anni dopo la mia morte, io che mi vergognavo persino di esistere e pronunciare il mio nome e che non ero mai stato un poeta per davvero, io mi accorgevo, mentre fumavo sotto al portone della casa in cui avevo vissuto nove mesi, che forse era tardi e che dovevo andare, ma prima entrai in un bar e presi da bere, qualcosa di forte, forse del whiskey, Tullamore. Il barista lo aveva, diosanto che bello, quel sapore arcaico di quand’ero un artista nomade, anzi apolide, lo assaporai lentamente sulle papille gustative di silicio rappreso. In quel mentre entrò un uomo che disse il mio nome, ma poi se ne andò e io mi guardai attorno e pareva che fosse stato un fantasma, perché nessuno aveva visto o udito qualcosa.
Ed ebbi paura, ma non seppi perché.

La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca.

 A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito. A dire il vero, c’erano i topi e gli scarafaggi e gli scarafaggi erano grossi come le nutrie, quindi i topi dovevano nascondersi dacché gli scarafaggi se li mangiavano.
A dire il vero, declamavo poesie di dieci anni prima perché avevo smesso di scriverne nel momento in cui si era palesata l’incapacità altrui di capirle – o la mia di farmi capire. E a me andava bene così. La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca. Però ero io a sembrare sciocco. Seguitavo a domandarmi perché mai qualcuno sentisse il desiderio anche solo indotto di ascoltare me. Seguitavo a domandare agli astanti se conoscessero ragazze senza dubbio serie, di quelle che lavorano e non di quelle che studiano, che nondimeno avessero la perversione di scopare con gli zingari che chiedono le elemosina fuori dai supermercati. Seguitavo a parlare dei Carabinieri che sparavano ai carrelli della spesa per fare uscire le monetine e scommettere sulle partite di calcio. La gente rideva. La gente rideva di meno quando dicevo che il Poeta della Materia si era inginocchiato dinnanzi al mio cazzo, disposto a ingoiare ogni goccia. La gente riprendeva a ridere di più se annunciavo che il Poeta della Materia aveva avuto da ridire sulla mia mancanza di igiene intima (la qual cosa era evidentemente un falso storico, dacché mi lavavo l’uccello dopo ogni pisciata).
Era tutto molto finto. E io ero ubriaco. Alcune facce le conoscevo, altre no. Nessuno mi stava antipatico, eccetto due signori in prima fila, vestiti come poliziotti da scrivania. Mi guardavano tenendo la testa leggermente storta, piegata sulla sinistra, come se non comprendessero davvero il senso della mia presenza laggiù – o della loro.
Dopo mezz’ora chiesi un’altra birra e una biondina me la portò sul palco, ma prima ne bevve un sorso e poi mi baciò e mi sputò la birra in bocca e io rimasi rigido come un altare e non me ne importava nulla.
La mia marchetta durò ancora poco, infine decisi che ne avevo avuto abbastanza.


Continua sul numero cartaceo in uscita a marzo

In copertina, collage di Archigram design

Oncologia pediatrica e altri scritti

La bellezza fa così:
viene a prenderti gli occhi
per tenerti un po’ nelle sue tasche di petali.

La bellezza fa così:
viene a prenderti gli occhi
per tenerti un po’ nelle sue tasche di petali.

Ecco che ne perde due:
e tu, non pensare di rubarli.

 

La pianura non so se ti consola

Facevo benzina,
volevo che qualcosa
prendesse fuoco,
in un momento:
avrei sentito calda la faccia,
pestavo i piedi sull’asfalto,
eppure pesavo pochissimo
e pensavo ancora meno,
solo a volte, alla pianura.

Certi giorni è impossibile
essere in sintonia
con la pianura e le case,
che sono recinti,
mentre avresti bisogno
di guardare
decisamente oltre.

Oncologia pediatrica

Oggi vediamo chi non è attaccato al tubo,
chi far giocare con i nostri deliziosi e stupidi acquerelli glitterati,
con la colla da attaccare alle mani, con l’accortezza grigia
degli anziani – dei giovani

pigiamo il sapone sterilizzato intere famiglie di batteri sterminati;
non avremo il loro peso sulla coscienza:
vogliamo rapirirvi tutti e attaccarvi al tubo delle malattie guarite.
Per guarire anche voi con noi o attrarci al tubo, noi stessi:
il tubo delle misericordie sbagliate,
date male.

Vorremmo rendere in prestito il cotone dei pupazzi,
mettercelo sotto le maglie o sotto i pantaloni, nelle calze,
per farvi ridere di più
e già ridete!
Morite, spesso, senza aver assaggiato una colazione diversa
da quella e quella di casa vostra.
La vita è un corridoio corto
che per voi
non ha voluto rimescolare nessuna carta.

Ho un pezzo di Medioevo

Ho un pezzo di Medioevo,
mi corre per le scale,
lo tengo al cornicione,
gli faccio un favore.

Mi offro volontaria
per badare ai sacerdoti
al posto suo.
Scappa da tutti i lati,
mi oscura la porta di casa
mi stacca le tende,
pesta i piedi.

Ho un pezzo di Medioevo
di un’età di mezzo,
è carne rossa e viola
– parte fresca, parte
marcia.

Ne stacco dei lembi,
li butto in metrò
– un pezzetto rosso,
un pezzetto viola –
la puzza
arriva a Rho Fiera,
a Corsico
mangian la rossa,
con le mani
sporche di plastica
delle maniglie
– ma che frenate brusche,
ma che frenate dolci –
i vetri spiovono
per non far buttare sotto
gli altri,
ma sotto le scale
ho il mio pezzo
di un Medioevo stanco
delle nostre scampagnate
e stanco
in generale.

In copertina, fotografia di Thomas Windisch

Opporre Opposizione

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio per l’operazione visiva di Elisa Camurati, Chiara De Cillis, Davide Galipò, Enrica Merlo, Renata Bolognesi, per lo spazio di Cecilia Gattullo e Piera Romeo.

La fotografia ci obbliga a riprenderci, per riconoscerci, anche se ritagliata da un giornale, per quotidiana opposizione allo scorrimento logico, imposto necessario, in comoda abitudine: così ci lega al nostro io, cauta libertà. Di noi rimane appena, tuttavia, il ritratto sbiadito, mal incorniciato, in sospensione lenta, temporale. Ammaccati, siamo costretti a disfarci delle figure, a stare fermi, in precarietà, a rimuginare.

La ricerca intellettuale per l’estetica novità ci acceca di fronte all’intrinseca bellezza, quale atto di viltà: creatività, sentimento, verità? Occorre scegliere una via e raccogliere la forza. Poi, colmi di energie, potremo dire. L’autore e il lettore sono ormai legati da un’incomprensione giocosa, che non dà vertigine soltanto se ci si lascia abbandonare: ciò che ci legge e ci scrive è il tassello mancante: la pura sostanza, la preziosa inanità.

Una musica soddisfa un’esigenza, talvolta. E il desiderio genera i sogni, le azioni e i bisogni, necessità dipendenza. Per questo, è nato lo spartito, in quanto spirito segnico, senso grafico verso esecuzione, quasi alchemica trasformazione in progresso e a ritroso. Limite verbale, infine, per germogliazione di capacità, talento, irraggiungibile perfezione.

La produzione di significato ci fa capire che la scelta è una scheggia di mina utile a ferire ed uccidere altri dai caduti sul campo. Fuori da noi, la battaglia è un prato di erica. Si ride così –  lo slancio rinnovano – di guerra come di un fiore, tra gli steli delle parole, sostegno dei petali: capriole sul prato.

Il potere delle coincidenze risulta e risalta dall’isteria collettiva che, volenti, rispecchiamo e, nolenti, riassorbiamo e rigettiamo. Cammineremmo a testa in giù, sul soffitto della rimessa in cui viviamo, pur di guarire dalla malattia. E l’indomani sapremmo ripartire con un misto di sorpresa e di terrore. I poeti sono spaventati, provando un tale movimento sussultorio. Scrollati dai ponti delle idee, affacciati alle balaustre del terremoto. Tenendo duro, restano, nella peggiore delle ipotesi, in quanto tramiti della tensione, i fili che depositano al sicuro la corrente: crasi minima evidente.

Un giorno la produzione supererà di gran lunga ogni necessità e l’uomo ne avrà abbastanza: s’accorgerà della vita, che lui stesso aveva scordato quando l’incubo del lavoro l’aveva soggiogato, assuefatto. Allora, l’arte sarà esistenza e niente di più – fare, disfare per nascere, crescere, amare, morire.

Le curve son lunghe. La Storia è una strada? Portiamo con noi una manciata d’immagini, originali, stampate, copiate, dattiloscritte, tirate in illimitata probabilità. Spendiamole bene per l’ultima volta. Non piangiamo, abbracciamoci, ché tanto son rose: di tutti i colori.

 

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Fotografie di Filippo Braga

Il S. Gesù sta arrivando

Un mantra tappezza i muri di Torino

01

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Un ubriaco dichiara a voce alta di essere ubriaco. Domanda all’aria stantia del mezzo pubblico quale sia la linea in cui si trova. Il tram si ferma, lui scende poi risale: ha dimenticato un sacchetto di plastica blu, scende. Domanda all’aria pesante di Torino quale sia la fermata in cui si trova, risale.

02

Nessuno è illegale

Imbocchiamo Corso Tassoni: dalle bocche fuoriescono lingue straniere che si attorcigliano tra loro. Il breve tratto di sottopassaggio in discesa di Corso Regina Margherita è buio e freddo. Risaliamo nello smog che riscalda l’aria, come un tasso che risale dalla tana dopo un inverno di letargo. Proseguiamo, ad una fermata una ragazza con passeggino chiede aiuto ad un giovane per salire sul tram.

03

Scende l’ubriaco che ha dichiarato di essere ubriaco.
La ragazza con passeggino si siede e domanda quale sia la fermata di Corso Vittorio. Le risponde in italiano una ragazza che prima parlava spagnolo, forse ti riferisci a Piazza Adriano, s’intromette un altro e poi un altro ancora. Si apre un dibattito. Le domandano se deve andare a Palazzo di Giustizia. Risponde di no deve andare dal pediatra, ma questo ha cambiato indirizzo dello studio. Le loro voci si perdono.
Imbocchiamo prima una direzione, quindi Corso Vittorio, due vie poi Corso Massimo. Sulla sinistra il Parco del Valentino.
Fuori dal finestrino un insetto indefinito sfida la trazione del tram in movimento.

04

Giriamo in Via Valperga Caluso e ci lasciamo indietro Corso Massimo e i palazzi stile liberty divorati da piante rampicanti stile shabby. Una scolaresca delle elementari irrompe nella quiete finta e instabile del tram, e rompe il silenzio. Una maestra grassa zittisce ripetutamente i bambini. Risate e schiamazzi e voci si mescolano ai clacson, al ritmo della città.
Come uscita da un racconto di Murakami, una bambina prende posto a sedere senza spostare l’aria: non si muove, non parla, non sorride. La maestra grassa sgrida un bambino proibendogli di bere e mangiare. Continua a zittirli. La sua presenza è pesante quanto la sua massa corporea.

05

La vostra sicurezza uccide

Nel frattempo due bambini intrattengono un’anziana signora dell’altolocato quartiere Crocetta. Le dicono dove sono diretti e ci tengono a precisare che loro sono una scuola; è una signora cordiale e si presta volentieri all’ascolto.
Prendiamo la rincorsa e continuiamo lungo il tratto in salita che cambia nome e diventa Corso Sommelier. Il tram corre lento, arranca lungo il ponte. Lo scorcio colore ruggine della stazione Porta Nuova. Le linee dei binari si intrecciano tra loro, i fili tesi dell’alta tensione corrono paralleli, vagoni abbandonati.

06

Viva Spartaco

Sale una donna molto alta. Capelli lisci neri e fili argentati raccolti in una coda bassa. Una rara scala di grigi presente solo nelle confezioni di pastelli Caran d’Ache.
All’incrocio con Corso Re Umberto un semaforo sospeso blocca l’anarchia degli automobilisti. La scolaresca scende.

07

Liberi tutti/e

Siamo fermi, siamo in attesa di un segnale per ripartire: quattro, le auto bianche ferme al semaforo, tre, quelle grigie, due, le persone che stanno registrando un messaggio vocale all’interno dell’auto, tre, quelle che lo stanno scrivendo; uno, il pastore tedesco sul sedile posteriore.

Al civico n. 30 di Corso Luigi Einaudi, la donna molto alta scende.

08

Proseguiamo dritti e ci lasciamo indietro i palazzi settecenteschi e le nicchie dei balconi e le colonne greche e le torri. All’incrocio con Corso Mediterraneo, Corso Einaudi diventa Corso Peschiera. Hotel Politecnico Best Quality Hotel in maiuscolo colore rosso.

09

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Fotografie di Chiara De Cillis

Flash-foward!

La notte sembrava separare anche la terra, così che lì tutti si potevano fare gli affari loro, separati dal mondo a qualche metro in più verso le stelle.

Oltre i docks dai muri zozzi di gasolio e il sudore e le bestemmie dei marinai, il mare disperdeva le sue acque. La Queen’s Mary era appollaiata all’orizzonte, una Venere d’acciaio devota a San Giorgio, che puntava verso il cielo tutta la batteria di cannoni e antenne varie, un’imperfezione che interrompeva la linea del tramonto di quel martedì di maggio alle 18.32.
Appresso lo scafo a picco della corazziera, un J/70 Speedster guadagnava alla bolina, lega dopo lega, un nuovo orizzonte; al timone Tom Hoak disse a Jess di slacciare il fiocco anche se Jess lo stava già facendo; Jess studiava medicina al King’s College ma se essere un veggente fosse stato un lavoro avrebbe fatto il veggente; sapeva ancora prima di sapere e udiva ancora prima di udire e se avesse potuto avrebbe agito ancora prima di agire.
Essere un veggente in pieno 2017 è una vera menata: brandelli di immagini del futuro scorrono come la pellicola di un film ma senza opzioni nelle scelte e nelle interpretazioni, senza che le conseguenze abbiano alcuna causa. Continue reading “Flash-foward!”

Salinika – Poesia e Rivoluzione è Poesia

Per fare una poesia «onesta» nell’era del tardo capitalismo

coverDa decenni il nostro paese è immerso in una rabbiosa reazione ideologica e culturale, abbacinato dalle luci del Grande Spettacolo. La politica produttivistica del neoliberismo ha strangolato nell’isolamento ogni tentativo di deviazione dal pensiero unico mercantile, lasciando ai lavoratori della cultura due possibilità: tagliare i ponti con la realtà o diventare operai dell’industria culturale monopolizzata – i più furbi e fortunati, funzionari.
Poesia e Rivoluzione è Poesia, il nuovo pamphlet di Salinika – Gruppo d’Azione Poetica stampato per le auto-produzioni di Neutopia, è una valida controffensiva all’estetica del tardo imperialismo e ai presupposti del suo sistema di produzione e riproduzione di suoni, immagini e cartastraccia. Di fronte al regno dell’intimismo e del neo-neo-neo-simbolismo, istituzione di individui alienati, la prima poderosa aggressione consiste nella rivendicazione del collettivo come ambito di elaborazione della prassi poetica, l’organizzazione come strumento di lotta ideologica; così l’Io viene proscritto come detentore dei significati del mondo, le sue arroganze tanto più inopportune, quanto più l’estetica decadentista è una maschera che non tiene più. Da questo non può che seguire un’implacabile dichiarazione di guerra al giusto, al vero, all’intero, come ricorda Davide Galipò in Che cos’è per noi l’azione poetica. Se la totalità potrà mai esistere, sarà solo quando, parafrasando Majakovskij, la vita l’avremo cambiata; per il momento, riproporla o rimpiangerla sono atti di criminale complicità.

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