La forma del tempo

Quando Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano perso la metà dei pezzi a testa, attaccò a suonare un sax. La calca degli scommettitori aumentò, anche se in pochi azzardavano pronostici sull’esito della partita.

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– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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Al servizio della Poesia

Se la poesia è rivoluzione, deve essere la poesia al servizio della poesia?

Mettere la Rivoluzione al servizio della Poesia e non la Poesia al servizio della Rivoluzione. Che quella dei Situazionisti fosse o meno una provocazione, ad oggi è un assunto ancora discusso in ambito poetico; un assunto che a mio modo di vedere non ha margine di discussione, in quanto la poesia è di per sé rivoluzione.
E. Cioran nel primo capitolo di Squartamento sosteneva che nei momenti di stasi della storia fosse necessaria un’aggressione della lingua, nel senso di mettere in discussione un linguaggio storicizzato, e si riportava come esempio il francese (sua lingua di scrittura). Sotto questo punto di vista, credo che il fardello, anche del più accademico dei poeti è appunto l’impellenza, la necessità di riscrivere la propria realtà in contrapposizione alla rappresentazione dominante dei propri contemporanei. Dico così perché l’atteggiamento del poeta, che sia quello di un ritorno alle forme del passato, che sia quello di innovazione del linguaggio contemporaneo proteso quindi ad una veggenza del futuro, essendo volto appunto alla crisi, è palese che non viva nel presente. Sia chiaro che la poesia, accettato quest’ultimo passaggio, non è più una rivoluzione in senso politico, ma nel senso più universale del termine, nel senso di un moto, di movimento nello spazio e nel tempo, nel caso di un poeta di un movimento, un’azione nella propria storia. Continue reading “Al servizio della Poesia”

Flash-foward!

La notte sembrava separare anche la terra, così che lì tutti si potevano fare gli affari loro, separati dal mondo a qualche metro in più verso le stelle.

Oltre i docks dai muri zozzi di gasolio e il sudore e le bestemmie dei marinai, il mare disperdeva le sue acque. La Queen’s Mary era appollaiata all’orizzonte, una Venere d’acciaio devota a San Giorgio, che puntava verso il cielo tutta la batteria di cannoni e antenne varie, un’imperfezione che interrompeva la linea del tramonto di quel martedì di maggio alle 18.32.
Appresso lo scafo a picco della corazziera, un J/70 Speedster guadagnava alla bolina, lega dopo lega, un nuovo orizzonte; al timone Tom Hoak disse a Jess di slacciare il fiocco anche se Jess lo stava già facendo; Jess studiava medicina al King’s College ma se essere un veggente fosse stato un lavoro avrebbe fatto il veggente; sapeva ancora prima di sapere e udiva ancora prima di udire e se avesse potuto avrebbe agito ancora prima di agire.
Essere un veggente in pieno 2017 è una vera menata: brandelli di immagini del futuro scorrono come la pellicola di un film ma senza opzioni nelle scelte e nelle interpretazioni, senza che le conseguenze abbiano alcuna causa. Continue reading “Flash-foward!”

Io sono il vento

Un’anteprima da “Cantico del Vento”

La mia profonda riconoscenza nei confronti della redazione di Neutopia, in particolare a Davide Galipò, che ha sempre creduto nella redazione dei Cantici Elettrici, ma non solo, è il vettore di preziosa letteratura e riflessioni contemporanee.

In questo ultimo anno e mezzo mi sono dedicato alla redazione dei Cantici Elettrici, progetto composto da sette testi per più di cinquantamila battute. L’esigenza non nacque sin da subito, ma a seguito della stesura del Cantico Elettrico, una rielaborazione del Cantico delle Creature e una venerazione dei Demoni della società contemporanea. In quella notte di Novembre, mi ero accorto della mia personale esigenza di cantare la contemporaneità in cui ero immerso.
Come potevo erigere un complesso letterario tale da coinvolgere i lettori? Come potevo dare alla parola sonorità ed efficacia allo stesso tempo?
A quelle domande ho provato a rispondere con la violazione della semantica, sorretta da strutture che potessero trasmettere un immaginario contemporaneo, da tenere a portata di mano nella tasca del cappotto.
Il linguaggio di alcuni Cantici con il passare del tempo è lievemente cambiato. Ho abbandonato la ricerca puramente semiotica e ho utilizzato un linguaggio maggiormente storicizzato poeticamente. Non so se questo sia un bene o un male. I miei più cari amici e la mia fidanzata sostengono sia un lavoro più maturo. Ho sempre rifiutato questa accezione perché dall’interno della fucina dove i Cantici sono stati fabbricati, le scelte erano guidate dalla consapevolezza di dare letture delle realtà anche in maniera maggiormente lirica. Ad oggi rimango fiducioso che l’individuo sia ancora protagonista dell’immaginario urbano. Qui si fonda la mia speranza di presentare un lavoro organico, che non risenta delle scelte linguistiche di un Cantico piuttosto che di un altro.
Passando da un aspetto più discorsivo ad uno più tecnico, credo che il valore dei Cantici  risieda in una riproposizione di quella che fu l’esperienza del Futurismo. Non nego gli aspetti più critici di quella che fu l’espressione italiana dal punto di vista intellettuale. Forse quest’ultimo è il dato che mi ha avvicinato maggiormente al Futurismo Russo e al Futurismo Giapponese.
In sintesi, essendo questo luogo deputato alla presentazione della raccolta, ritengo che l’aspetto più interessante della sopracitata avanguardia storica sia il ruolo che ha riservato al “caso”.
Inoltre, cosciente che relegarsi ad un movimento letterario ultracentenario non sarebbe proficuo, già in Dal Dripping allo Zapping (pubblicato su Neutopia, NdA)  ho espresso le mie opinioni, tenendo anche conto di ciò che ha rappresentato la grande avventura Dadaista.
Per ultimo, non mi rimane che un’eterna dichiarazione alla Beat Generation, il cui ritmo ha certamente contaminato i miei testi, come la mia vita.

I testi riportati sono uno stralcio del Cantico del Vento. Buona lettura.

IO SONO IL VENTO
e osservo sogni astratti
scivolare tra il traffico di ottobre
ho un menù cinese nella tasca
all you can eat 8,90 euro
e se è vero che tutto ha un suo tempo
il rumore di una crepa è il mio dolore
e non temo chi ha tentato
quando il sole si leva e il sole tramonta
tra un via vai di cose fatte e che saranno fatte per chi guarda la casa
e per chi guarda la notte
la caccia aperta alle teste mozze è slegata dalla vita
mente la pupilla rigida di cori greci
risolve gli improbabili grovigli del Cosmo
e avvolge le stelle che bruciano a miliardi di gradi
sulla vita di uomini soli
e testimoni confusi di un solo paradiso
Antichi Ateniesi non si sono resi conto della fine del Mondo
e riordinano i sorridenti soli dei calendari

[…]

Le discussioni per stanotte sono terminate nell’ultimo sorso di Pastis 51
e il tempo dura meno dell’amore tra una bicicletta e il suo palo a cui è legata
difronte all’Ambharabar
allitterazione assoluta dei sentimenti umani
E se io fossi la notte starei ai confini del cosmo dove la contraddizione tra la forza della vita e il rigore delle forme

che contempla  milioni di
sogni in formaldeide

Le belve in sosta contano la parcellizzazione dell’essere in ogni suo attributo
tra il tutto che esiste e il sacrificio dei nostri quotidiani stupori
tanto che San Giorgio muore milioni di volte sul ciglio della strada
comincio a confondere la stazione dal resto
l’ingresso della città
con la porta dell’armadio del bagno

[…]

Medusa rivolge sguardi

a spiriti disossati senza
tornare all’implicazione

mentre Canti Uraniani bruciano
sul greto della strada
e i soli sorridenti mangiati vivi
mentre Canti Uraniani BRUCIANO
e BRUCIANO LE MAESTOSE 24 ORE
e BRUCIA ALESSANDRIA D’EGITTO
e alberi sepolti volano
in una notte immersa nel traffico
dove qualcuno sognava sopra la sua testa

Belve appoggiate al cadavere di un sospiro
mentre accarezzo la notte
ma adesso che ho già visto fucilati il 3 maggio e i marmi
i menestrelli meccanici cantano ad intermittenza la
Cosmogonia anatomica dello scheletro nero:


(Continua sul numero cartaceo in uscita a Marzo)

In copertina, Shadows di Paul Delvaux

Dal dripping allo zapping

La parola poetica nei non-luoghi della modernità.

Di recente, il Gruppo d’azione poetica SALINIKA ha redatto un articolo – Da Dante alla performancenel quale si spiega come la delegazione della parola poetica alla sola pagina scritta equivalga a costringerla ad una marginalità rispetto al ruolo specificatamente orale che le sarebbe proprio. A questo punto non rimane che indagare quali siano – o quali potrebbero essere – le implicazioni generali di una poesia moderna e contemporanea sul versante della scrittura. Del resto furono i futuristi russi, per primi, ad accorgersi delle potenzialità della parola poetica sganciata dalla pagina, traendone un’esplosione sonora e immaginifica allo stesso tempo.

In Italia fu Leskovic, in Immensificare la poesia (1933), a intuire che la parola, con l’avvento della modernità, aveva assunto sembianze nuove, proponendo, per analogia, gli advertisment luminosi nelle città. Di fatto la parola – tramite la pubblicità – si era già liberata del foglio.

Hong Kong At Night

Il concetto di parola come «oggetto verbale» nasce con il Suprematismo e successivamente entra a far parte del lessico dei futuristi. Tuttavia, l’attuale sviluppo tecnologico ci mette di fronte al superamento di tutto questo. Si pensi ad una parola battuta in un documento di Word: la si può tagliare, copiare e modificare in infinite combinazioni, tanto da poter parlare di essa come oggetto «ipertestuale».

L’ipertesto è alla base di molte poesie digitali esposte alla Pinakothek der Moderne. Immaginiamo per un momento se, in un futuro prossimo, potessimo creare parole giganti in una realtà virtuale, creando effetti luminosi come quelli di Leskovic, non più per mezzo di neon sfrigolanti ma solamente grazie all’impulso elettrico contenuto all’interno di un microchip. A quel punto la parola sarà ancora categorizzata come «oggetto» oppure la sua dimensione oggettiva sarà superata da qualcos’altro?

La parola ha conosciuto, in epoca postmoderna, una nuova dimensione immateriale. Per citare Majakovskij, «la parola entra in una nuova era; come renderla poetica?».  Scevri da ogni forma di cinismo non rimane che celebrare la ferocia del segno, con la quale esso si manifesta poiché ognuno di questi segni è parola e quindi linguaggio.

“La parola entra in una nuova era; come renderla poetica?”.

– Vladimir Majakovskij

Al Festival della scienza di Genova è stato presentato il modello di un robot in grado di replicare alcune delle più basilari reazioni umane. L’emulazione è figlia della ripetizione e, proprio quest’ultima, è l’aspetto più evidente per distinguere la postmodernità rispetto alle altre epoche. Essa si è manifestata nella riproduzione perfetta e continua di centinaia di migliaia di oggetti con caratteristiche l’una eguale all’altra. Si faccia caso ai libri: una casa editrice stampa milioni di copie di un bestseller senza che vi sia una sbavatura. Il led compone insegne luminose per la strada che stanno illuminate per anni sempre con la stessa tensione e garantendo la stessa luminosità. Pertanto viene messa in crisi la naturale imperfezione di ciò che sta in natura, ma anche di ciò che era artificio. Il pezzo unico non ha più senso di esistere. Warhol, intuendo questo fatto, cominciò la produzione in serie delle sue opere che ritraevano icons del capitalismo: dalla bellissima e perfetta Marylin ai fagioli ottimamente inscatolati.

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Un ruolo di rottura nei confronti della ripetizione perpetua nella storia dell’arte rappresentativa e letteraria è stato assunto, invece, dal caso come rifiuto di ogni atteggiamento razionale e del modello organizzativo della società moderna. I dadaisti ne erano estremamente coscienti. Hans Arp affermava: «La legge del caso, che racchiude in sé tutte le leggi e resta a noi incomprensibile come la causa prima onde origina la vita, può essere conosciuta soltanto in un completo abbandono all’inconscio. Io affermo che chi segue questa legge creerà la vita vera e propria». Il vetro di Duchamp, quando venne trasferito in Europa, si ruppe e lo stesso artista chiese che fosse lasciato così, con la polvere che aveva accumulato sopra, considerando arte l’apporto che il caso aveva fornito.

Nel dripping il gesto è medium del disagio dell’artista nei confronti della società organizzata. Solo ed unicamente l’assonanza tra i colori dona equilibrio all’opera, tanto da procedere verso un’idea di libertà assoluta e non di un imprigionamento della frenesia del pittore. L’unico limite al colore è la gravità, alla quale tutto il mondo è inesorabilmente soggetto.

Arrivando alla letteratura, la mente va subito al cut-up di burroughsiana memoria, di cui tanto si è detto e sul quale non mi soffermerò più di tanto. Basti pensare che Burroughs affermava: «La coscienza è un cut-up; la vita è un cut-up. Ogni volta che andate giù per la strada o guardate fuori dalla finestra, il fluire della vostra coscienza è tagliato da fattori a casaccio».

“La coscienza è un cut-up; la vita è un cut-up. Ogni volta che andate giù per la strada o guardate fuori dalla finestra, il fluire della vostra coscienza è tagliato da fattori a casaccio”.

– William S. Burroughs

Ad ogni modo, considerando la potenza con cui la macchina incide sulla realtà, mettere in discussione  il linguaggio poetico e letterario non è più sufficiente. Pare necessario, quindi, compiere un passo ulteriore: la riconnessione tra arte e vita operata in termini industriali dalla neoavanguardia non è che il punto di partenza. Con la fusione tra l’uomo e la macchina giunta al culmine, essa opera in termini di impulso come «produzione continua» di segni per associazione meccanica. Se con i primi futuristi lo schema potrebbe essere riassunto come caos vs ordine mentre con i dadaisti e nella seconda metà del ‘900 lo schema è ordine vs caso è necessario, ora come ora, che l’opera d’arte incarni un intreccio cosciente di caos—ordine—caso—- – – – di immagini, eventi, suoni e linguaggi.

Appropriandosi della definizione zapping, lo si considererà un gesto di frammentazione di realtà esistenti in uno stesso momento. Si immagini un documentario che riproduce l’esplosione della bomba atomica: sta accadendo di fatto nelle immagini, anche se è già accaduta nella storia. Estremizzando il concetto, se un giorno riprendessero la vita di un uomo dall’inizio alla fine e tali immagini fossero salvate in un database, chi le vedrebbe potrebbe dire di aver assistito alla vita di tale soggetto e tale vita si ripeterebbe nei fatti tutte le volte in cui essa viene riassunta dal video. Lo zapping è un gesto di ripetuta coscienza legato irrimediabilmente al caso. Le immagini si susseguono entropicamente in successione e per quanto si procederà volontariamente, involontaria-mente ci si imbatterà in una nuova storia trasversale alla realtà. Solo una volta conosciuti i contenuti dei vari canali si potrà tornare a cercare quello che si desidera senza avere la certezza di ritrovarlo e senza certamente ritrovare la stessa immagine. Così anche il poeta procederà con il proprio testo. La crisi del linguaggio è la crisi della realtà proposta fotogramma dopo fotogramma dal poeta. Ordine e caos si intrecciano legati dalla volontà di partecipare alla proiezione del futuro e la proiezione stessa del futuro di un mondo disciolto nella frenesia contemporanea.

La crisi del linguaggio è la crisi della realtà proposta fotogramma dopo fotogramma dal poeta.

Rispetto alle tecniche di collage e di dripping, vi è in questo caso una lucidità ulteriore. Vi è una crisi semantica, una crisi di linguaggio ma affine ad un concetto di trasmedialità vicino allo ZAUM di Khlebnikov[1] che ne pervade le strutture. La poesia abbandona la sua dimensione convenzionale e, semplicemente, si manifesta.

Per evitare che lo zapping lavori unicamente sui significanti, si sostiene che il significato si riesca a trovare nella capacità di un continuo generatore di emozioni. Potremmo quindi percepire una realtà diversa rispetto a ciò che realmente dovremmo toccare o vedere o assaporare nelle parole del poeta. Il risultato è un linguaggio estremizzato nella sua forma più piena.

La parola (o oggetto verbale, ipertestuale, virtuale) assume dunque un significato assoluto. Assoluto nel senso delle libertà della sua interpretazione e nella propria attribuzione. Ecco perché, come sosteneva Percy Bysshe Shelley: «I poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo».

Ciò si evince, inoltre, nell’aspetto grammaticale, poiché la parola è isolata dal periodo ma ne dà significato allo stesso tempo. Già Nanni Balestrini in Caosmogonia (Mondadori, Lo Specchio, 2010) sembra cosciente di questo. In Empty cage i versi sono un generatore automatico di impulsi ritmici e neuronali. La parola è il medium di un mondo travolto dalla sclerosi del segno. La proposizione della doppia sestina assoluta è la testimonianza del sincretismo tra composizione metrica e parola.

La parola è il medium di un mondo travolto dalla sclerosi del segno.

Nello zapping sono stati proposti alcuni esperimenti sugli schemi metrici e la loro fusione con la parola. Il più recente è stato sviluppato tenendo in considerazione i poeti della tradizione russa di metà ‘900[2]. Comunque, a partire dalle nuove combinazioni, si è pensato di immaginare tali schemi metrici come realtà oggettive quali mondi o storie che, tagliate, potessero essere riproposte durante lo scorrimento del testo poetico.

Questa è una presentazione in termini generali di ciò che è lo zapping e di cui si avranno ulteriori approfondimenti anche in relazione alle ulteriori sperimentazioni. In conclusione, si può certamente affermare che lo zapping è solo una delle tante letture di una modernità complessa. Se la poesia parla del principio delle cose, finché scorrerà il tempo e la storia dell’umanità procederà verso la sua fine inesorabile, lo spirito di ricerca animerà il poeta e la sua lettura della realtà che lo circonda.

Illustrazione di Mirko Matricardi


[1] Per approfondimenti, è consigliata la lettura di Franco Berardi Bifo, Dopo il Futuro, DeriveApprodi 2013

[2] Per capire un po’ la storia dell’evoluzione del sonetto russo è estremamente consigliato l’articolo http://www.europaorientalis.it/uploads/files/1999%20n.1/1999%20n.%201.3.pdf.

Tv notturna

(Trasmissioni delle 3:53)

Tv notturna! Tv notturna! TV notturna!
insediamenti lirici per provincie sfittiche
salutano gli idoli mattutini
TV notturna! Tv notturna! Tv notturna!
epistassi alle 3.53
di boulevard di solitudini e vuoto
soluzioni e vuoto
strutture ed eventi variabili
nostalgia dello spazio
nostalgia del tempo
nostalgia del cemento
Tv notturna! tv notturna!
per anime nere e
pupille luminose
in puntuale movimento e
visioni provate in laboratorio
sul limite dell’orizzonte
ho trovato: 1548 città,
i mie sogni magnifici,
diaspora di nostalgia e speranza
Tv notturna!
trasmette l’America viola ed elettrica
per il raggiungimento di Majakovskij
in questa esistenza
e staremo tutti rintanati qui dentro a guardare
in faccia i mercatuncoli
e sfiorando l’acqua
alle 9.30 con la sirena che urla
dai tetti della città lontana
al di là di queste terre
in cui forse la vita scorre ancora
tv notturna!
forse Settembre sarà il nuovo padrone
di corpi in continua progettazione
nell’esistenza nascosta
di truppe di abiti in marcia
schizzando vapore sulla via

FOTOGRAMMA N.3

4

il candore del corridoio d’ufficio illuminato
torna a dormire
dietro le finestre di plastica
ascoltano il silenzio della strada sottostante
ascoltano dettagli svaniti
calpestando le usanze di un quartiere arabo
e la memoria di una domanda inevitabile
in un canto distante per vecchie canzoni
con il dovere di ascoltarle
sempre più semplice
di proteggersi da un solo paradiso
e parla apertamente il 17 gennaio 2016
perché il giorno è vero soltanto
quando svanisce

FOTOGRAMMA N.15

149626087

 
mi sdraio con lo Xolog
che rimbomba
con sopra le stelle brillantissime
a 30 cm sul mare
tanto in un Bazar lanterne giapponesi
e la freddezza delle viscere
e la disillusione nella bocca di un amante
senza apprensione dei muri
all’arrivo del treno
mi sdraio con lo Xolog
che rimbomba
difronte all’imminente sconfitta
è rimasto solo settembre
e la definizione del tempo
allo stesso luogo e stessa ora

FOTOGRAMMA N.26

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trasmissione di mappe
trasmissione di canti d’amore, di lotta e di lavoro
trasmissione della storia di Fregeni
trasmissione del dietro il sipario
trasmissione della voce profonda di Verena
trasmissione della pancia di un aereo cargo
ricordi il dominio dell’alba a Varsavia
e il mondo con le sue marce
niente era più sconosciuto del tuo viso
e voci nude
nell’immensa virtù del piacere
fianco a fianco e più
pochi giri di immagini

fab6

Tv notturna! Tv notturna!
sangue, macchine, ripetizioni
e baci mai dati
Tv notturna!
fotogrammi circolano da est a ovest
da nord a sud e viceversa
Tv notturna! mia sibilla,
Roma è caduta con poco dolore.

 

 

Immagine di copertina di Antoine D’Agata
Foto di repertorio

L’iconoclastia di Giordano

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016…

La tramontana può essere calda verso fine estate, un vento meglio noto come «Foehn». Il termine sta a indicare un vento caldo e secco, con spiccate caratteristiche «catabatiche» – ossia discendenti – che si attiva ogni volta che un flusso d’aria, esteso alle varie quote, è costretto a scavalcare una catena montuosa che si trova nella sua traiettoria. Il «Foehn» è un vento frequente in Italia, sia lungo la catena alpina che sulla dorsale appenninica, dove le correnti che rispondono a queste caratteristiche vengono definite «Garbino» – il Foehn degli Appennini.

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016: il vento cuoceva a 45 milioni di gradi il sonno e le labbra dei ragazzini – i vuoti di bottiglia e due zingare con le gonne larghe rattoppate che parlavano ad alta voce ad un vecchio cellulare modello sunnypeople nerazzurro – un ubriaco dall’addome gonfio, che pareva un bonzo addormentato su di uno scalino tra le spire delle tramontana calda, che aveva ancora addosso la felpa dell’azienda per cui aveva smesso di lavorare da almeno 10 anni.

Genova a metà settembre, con il ritorno degli studenti, tende a riabilitarsi all’ordine pubblico, con qualche ronda della polizia ad ammanettare lo spaccino di zona. Nel mentre, sulle guance di Giordano soffiavano gli ultimi giorni dell’estate cittadina, e attraversava Piazza delle Vigne con l’intenzione di scendere verso il porto. Passando di lì ancora una volta, non poteva sopportare la vista delle sei figure alte almeno tre metri, avvolte nelle loro toghe da dotti, che campeggiavano accostate due a due a partire dall’insegna del tipografo, e a salire proseguendo fino a che lo sguardo di Giordano giungeva alla cima dei palazzi che intingono i tetti nella notte buia. Forse si trattava di notabili genovesi del ‘600 – essendo il palazzo del ‘600, così come riportato dalla targhetta per i turisti.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante, e se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo. Dunque non fu difficile per Giordano trovare un motivo per diventare iconoclasta. Infatti, i servigi forniti alla città dalle sei figure di notabili genovesi non potevano essere sufficienti ad acquisire un tale diritto centenario – ma visto che a Giordano tale pensiero pareva un po’ troppo “socialista”, s’era messo a riflettere ancora, e alla fine aveva concluso che i sei notabili si erano arrogati scientemente il diritto di campeggiare dai muri sulle teste delle persone. Questo pensiero gli risultava intollerabile.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante e, se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo.

All’1.40 l’arsura bruciava come sempre, e gli alcolici non potevano placarla a dovere. Così Giordano, lasciate per strada le ultime apologie del caso, andò a casa a cercare la latta di vernice bianca, che sua madre aveva lasciato assieme alla pennellessa nello sgabuzzino. Nel portare a termine la propria azione, il primo problema che si presentò era relativo alla realizzazione rapida del proprio intento evitando sguardi indiscreti, cosa di per sé non facile in una piazzetta genovese.

Pertanto, alle 2.13 della notte, dovendo sperimentare una tecnica diretta a sfigurare efficacemente il volto delle sei figure dei notabili genovesi, fece il primo attentato all’immagine di Charlie Chaplin, ritratto nei panni dell’operaio interpretato nel celebre film “Tempi Moderni”, dipinta sulla serranda di una gelateria artigianale in via San Bernardo, subito prima del bar Moretti. Dal momento che il vicolo tendeva a restringersi proprio all’altezza dalla saracinesca della gelateria, fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Mentre, alle 3.56, rifletteva sulle altezze a cui si trovavano i notabili genovesi, Giordano pensò al bianco, reputandolo un’ottima scelta proprio perché, contenente l’intero spettro cromatico, in qualche modo avrebbe aiutato ad esorcizzare gli sguardi arroganti delle figure dei sei notabili.

Alle 4.35 il vento aumentò ulteriormente poiché, a ridosso dell’alba, le temperature diminuivano e per i pescatori sarebbe stato un buon momento per prendere il largo con le correnti a favore. Tutti sanno che settembre è periodo di tonni, e così fu. Alle 4.35 del 13 settembre 2016 si sgretolava una ballata di pescatori, luci dai retrobottega delle focaccerie, urla di uomini arsi dentro dagli sballi e dai pianti, uomini neri in continua divagazione. Alle 4.35 una ragazza con i jeans e i capelli raccolti risaliva la china di San Lorenzo. A quell’ora era difficile odiare il vento e la precarietà della vita, che trascinava con sé per andare ad accarezzare chissà quale terra.
Giordano vide l’immagine di una madonna a metà di Vico Canneto «il lungo», e dato che a fissarlo fu pure lei, allora senza badare troppo a chi potesse transitare fece un salto abbastanza alto da raggiungerle il volto con la pennellessa.
Alle 4.47 l’ora non gli parve tarda per andare al porto a sperimentare la questione, divenuta ormai annosa, di colpire un’opera realizzata in altezza: allora prese di mira uno dei graffiti giganti nei pressi di Palazzo San Giorgio, su uno dei piloni che inchiodavano la sopraelevata a terra. Non sembrava impossibile arrampicarsi sulle travi, inoltre la questione dell’arte contemporanea gli parve piuttosto chiara: l’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere e figuriamoci una bellezza contemporanea. Era un po’ come sostenere che esistesse uno stupore attuale ed uno stupore antico quando l’uomo, secondo Giordano, non faceva altro che rendersi conto di quanto sia precario su questa terra ergendosi sui muri, arrogandosi il diritto di stare lì, ad osservare la solitaria storia procedere tra i fischi del vento caldo di settembre. Il gigante pesce azzurro che afferra la nave, graffiato ad arte da dieci artisti canadesi di fama internazionale, nonostante fosse sempre piaciuto a Giordano, perse la testa nel bianco lo stesso.

L’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere.

Alle 5.02 dovette scappare da qualche curioso che aveva assistito alla scena. Alle 5.07 si diresse in Piazza delle Vigne per assaltare gli odiati sei notabili genovesi. Alle 5.12 notò che due ragazzi stavano fumando una sigaretta sulla scalinata della basilica, ma soffermandosi si pose anche il problema di arrampicarsi per almeno un metro su di una grondaia per poi mettersi in piedi sull’insegna spessa della tipografia, senza poi poter raggiungere i notabili ai piani più alti. Alternativamente, allora, avrebbe preso posto per la notte in uno degli affittacamere che piacciono tanto agli stranieri, con le stanze che davano appunto sulle teste dei primi due. Ciò gli avrebbe permesso con un minimo sforzo di raggiungere i primi quattro notabili, anche se si poneva ancora il problema di come raggiungere gli ultimi due. Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – una volta risalite le scale del palazzo dell’affittacamere, avrebbe colato il colore. Un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Alle 8.09 della mattina, dopo una lunga colazione, chiamò l’affittacamere. A Giordano piaceva la focaccia con le cipolle, lesse anche i giornali con le notizie sul Genoa, che doveva giocare in trasferta contro il Sassuolo.

Alle 12.22 entrò nella biblioteca comunale Berio in Via Fieschi, per prendere informazioni sui sei notabili. Alle 3.35 sostava al quinto piano, dove si trovano i libri di storia riguardanti Genova, ma ancora non aveva trovato informazioni sufficienti, se non che le sei figure di notabili genovesi erano probabilmente appartenenti alla famiglia proprietaria dell’edifico; in particolare, due alti prelati abbigliati di viola, di nero i notabili appartenenti al Consiglio della Città, di rosso porpora con mantello di ermellino i Dogi della Repubblica.

Alle 4.01 scoprì, a pagina 345 di un libro intitolato Storie delle famiglie genovesi, che uno dei notabili probabilmente fu un tal Francesco Maria Malacalza, cugino di secondo grado di Sant’Alessandro Sauli, nato a Genova intorno al 1583. Nel 1601 la famiglia Malacalza, della quale fu primogenito di tre fratelli, decadde e per fuggire dai creditori del padre Erminio Malacalza, andò a distribuire la zuppa sui Catrai del porto, sotto il nome di Sesto Castaneda. Con il suo nome di famiglia ricomparve solo nel 1614, dopo aver combattuto come soldato di ventura alle dipendenze della famiglia Doria. Trovando impieghi e mansioni in diversi uffici, si fece poi strada nella diplomazia, trattando anche come commerciante di armi. Uccise forse il fratello Camillo, rifugiatosi in Francia. Trasferendosi per lo scandalo politico derivante dal presunto omicidio, presso l’ambasciata francese a Parigi, dove cominciò a commerciare le prime baionette, nel 1642 divenne amico di Pascal. Nel 1646, in cambio dell’esclusiva del commercio delle baionette, si fece dipingere sul muro del Palazzo di proprietà di Agostino Doria, il quale lo fece nominare consigliere della città. Morì il 14 settembre 1647, senza potersi vedere dipinto, come però succedeva a Giordano tutte le notti che passava da Piazza delle Vigne. Il fatto che avrebbe compiuto il suo attentato iconoclasta proprio quel giorno, però, dava a Giordano un certo tono, ché alla fine la storia è un po’ come il vento caldo di quei giorni: un evento a cui partecipano sia gli uomini consapevoli che quelli inconsapevoli, le città con le loro mura e le armi con i loro boati. Quelle mura, appunto, erano lì a ricordarci che gli eventi si erano susseguiti ancora una volta, trascinando con loro qualche altro uomo.

Giordano pensò che Francesco Maria Malacalza, che aveva visto esplodere le prime baionette in funzione, probabilmente aveva capito che la sua glorificazione e la sua punizione sarebbero consistite nel dover restare lì, ad osservare altri eventi trascorrere. Anche Francesco Maria Malacalza divenne iconoclasta nel 1636, poco prima di uccidere il fratello, il quale deteneva l’unico quadro di loro padre e di cui Francesco Maria voleva cancellare lo sguardo.

Giordano divenne cacciatore di vento alle 17.47 di un pomeriggio del 14 settembre 2016.

Opera di Banksy