La città sostituita | Lo strano e l’insolito in Philip K. Dick

Perché è venuto a Millgate, una piccola città dove non passa mai nessuno?
– Ci sono venuto per ritrovare me stesso.

Immagina di vivere nello Stato di New York, negli Stati Uniti d’America. Hai una carriera spianata, sei sposato e vivi con tua moglie in un bell’appartamento. Un giorno di primavera però, complice la bella stagione, decidi di voler fare ritorno ai paesaggi della tua infanzia. Fai il viaggio in automobile, perché l’unico collegamento per la città dove sei cresciuto è una strada dissestata. Ci vai con tua moglie, che è stata così gentile da accompagnarti. Un po’ si è lamentata per il caldo e la mancanza di bar lungo il tragitto, ma quando arrivate sei comunque entusiasta di farle vedere la città dove hai vissuto fino alla maggiore età.

Presto, però, scopri che niente è più come prima. I negozi sono decaduti, molti hanno chiuso, le vie hanno cambiato nome. Un generale senso di decadenza percorre le strade che conoscevi a menadito. Cerchi la casa dove sei cresciuto con la tua famiglia, ma al suo posto c’è un altro edificio. Un po’ imbarazzato, prendi una camera d’albergo per te e tua moglie, cercando di capire cosa sia accaduto. In effetti è bizzarro, non riesci a capacitartene. Anche il gestore dell’albergo conferma che la via che stavi cercando non è mai esistita. Andando più a fondo, recandoti alla sede del giornale locale, scopri che i nomi della tua famiglia sono del tutto diversi da come li ricordavi e che un ragazzino con il tuo stesso nome è morto quindici anni prima. Di colpo, dubiti della tua stessa identità e della tua stessa vita.

È precisamente questo il senso di spaesamento messo in campo da Philip K. Dick ne La città sostituita (1956). All’epoca lo scrittore postmoderno non aveva ancora scritto i suoi capolavori, come Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldrich e Gli androidi sognano pecore elettriche? Dick non è ancora un classico della science fiction, ma i suoi temi più cari si trovano già tutti: la paranoia come forma di conoscenza, la solitudine epistemologica dell’essere umano e la realtà come simulacro. I tuoi ricordi sono veri o stai impazzando?
Come in Ubik, i personaggi si trovano in un mondo che si deteriora e si trasforma sotto i tuoi occhi, senza che nessuno riesca a capire pienamente le regole di ciò che sta accadendo. Tuttavia, mentre Ubik costruisce un sistema complesso e quasi metafisico per spiegare la realtà, La città sostituita rimane più essenziale: non offre risposte chiare, e proprio per questo risulta ancora più disturbante.
Come ne Le tre stimmate di Palmer Eldrich, anche in questo romanzo meno “spettacolare” di Dick il confine tra vero e falso si dissolve in modo esplicito e visionario. Nel racconto, il cambiamento è silenzioso, quasi burocratico: la città è stata “sostituita” senza che nessuno – a parte te – sembri accorgersene.
C’è poi un’eco molto forte di ciò che Dick svilupperà in Gli androidi sognano pecore elettriche?: l’idea che ciò che ti circonda possa essere una replica, una copia imperfetta, qualcosa di “quasi umano” ma non del tutto autentico. Anche se qui non ci sono androidi, il meccanismo psicologico è simile: riconoscere che qualcosa è sbagliato senza riuscire a dimostrarlo.

Non serve essere Ted Barton o essere vittima di un incantesimo con golem d’argilla per provare questo stesso senso di spaesamento. Basta recarsi in un quartiere a te familiare dopo dieci anni e scoprire che hanno cambiato completamente il piano regolatore. O che il caffè dove ti recavi tutte le mattine, dove parlavi con il barista, non esiste più, sostituito da un locale alla moda. Tutti quelli che conoscevi non abitano più lì e i pochi che sono rimasti ti guardano come se fossi un estraneo.

Cartesio si chiedeva: e se tutto ciò che percepisco fosse un inganno? Dick prende questa domanda e la rende concreta, quotidiana, quasi banale. Non c’è un “genio maligno” esplicito, ma il risultato è lo stesso: quando non puoi più fidarti dei sensi, né tuoi né degli altri, né della continuità del mondo, la città, simbolo per eccellenza della stabilità sociale, diventa improvvisamente qualcosa di sostituibile, come un oggetto qualsiasi. Come scriveva Jean Baudrillard: una copia che non rimanda più a un originale. La città sostituita non è semplicemente falsa; è autosufficiente. Funziona, è coerente, è abitata da persone che sembrano autentiche. Questo è il punto: non c’è un errore evidente che smascheri la finzione.
Se tutti accettano la nuova città come “normale”, allora cosa rende vera la tua percezione? L’unica distorsione che gli abitanti vedono sono gli Erranti nella clinica del dottor Maede, figure ectoplasmatiche di passaggio che hanno vissuto la città prima di loro.

Non è un caso che l’opera di Dick si ispiri allo zoroastrismo, vale a dire al culto di Zarathustra, che separa il mondo in forze contrapposte di Male e Bene: Ahriman e Ormazd. Queste due divinità governano il mondo da sempre e si combattono dall’inizio dei tempi. E non è nemmeno un caso che per capire di non essere pazzo tu debba confrontarti con un barbone alcolizzato, uno come il  vecchio Will Cristopher, che come te è abbastanza lucido da ricordare come fosse la città, prima

Per far prevalere le forze del Bene sul Male e spezzare l’incantesimo che sembra ipnotizzare la popolazione, occorre che tu sia abbastanza caparbio da attraversare la barriera che impedisce a tutti di vedere il cambiamento con i propri occhi. Come ricorda anche Mark Fisher in The weird and the eerie, questa sensazione di perturbante porta con sé un’inevitabile malinconia: una sorta di déjà-vu per una vita precedente, forse o più precisamente, una zona dell’inconscio che solo tu conosci. A volte può sembrare spaventosa, ma può portarti al raggiungimento della verità e a superare la distorsione.

La città sostituita, Philip K. Dick
Traduzione di Tommaso Pincio
157 pagine, Mondadori

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