Dispnea*

Da quanto tempo è che non respiro

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Scorre veloce il mercato occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
svolazzano fogli di via verso dove
il verso arriva, prega, il verso latra
nella latrina alla turca occupata
Occupato! Occupato! Occupato!
: TU – TU – TU- TU – TU – TU
risponde la segreteria telefonica;
e tele-fonografo tutte le grazie
se, graziosa, sotto la cassa sgrazi
illumini gli screzi, le pareti, gli anfratti
aspiri la vita, lo sballo, risucchi

[ e succhi

la pioggia da sparo, esplosiva
al mercato coperto di via Fioravanti
a Bologna, che è un bolo di pianti
piange la pista, la tasca, la cassa
NO MONEY: due rose, tre rose
le cose, le case su ruote, le scuse
a serraserrande e sirenenenenene
scavalcheremo la rete,

[ Bologna:

È un bolo di pianti, di mancati santi
spinosi alla gola, processi enzimatici
amilasi – ah, mi lasci? Mi lasci; Blurp.
Radio Alice è una campagna ecologica
per la sospensione di ogni forma
di trasmissione del sapere, Radio Alice
“è una battaglia persa per i porci”

(cit. 100,6 Mhz).

Per ogni tre kili di cibo fai un kilo di carne
e la tagli, la metti a bollire nel sugo; Blurp.
E carne, carne e rossa carne e carne rossa
di partigiano, per ogni tre kili di piombo
fai un kilo di guerra e per ogni kiletto
di sessantottino fai eserciti anarchici
smilzi di uni-versitari verso dove
il verso arriva, prega, il verso strappa
la carta dal cielo del teatro e la mangia.

*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:

Da quanto tempo è che non respiro;
e il corpo è l’ennesimo buco occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
e il foglio è l’ennesimo bianco pisciato
a serrare-le-cosce e l’imenenenenene
e il corpo è l’ennesimo buco bucato
a serra-paure e chimerenerenere

Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
è un bolo di pianti, da quanto tempo
al tempo in cui il tempo non c’è tempo
(Occupato! Occupato! Occupato!)
e ci vuol tempo per il tempo e quanto
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
da quanto tempo è che non respiro;

 

Immagine di Sammy Slabbinck

*dispnèa = s. f. [dal lat. tardo dyspnoea, gr. δύσπνοια]. – In medicina, difficoltà, permanente o occasionale, della respirazione, dovuta ad ostacoli alla circolazione dell’aria nelle vie respiratorie, a malattie dell’apparato circolatorio, a cause di origine nervosa o stati tossinfettivi.

Svendita totale

Annuncio svendita totale
per totale fallimento

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck

Il coniglio del Miradouro de Santa Luzia

Dal Miradouro de Santa Luzia si ha a tratti l’impressione di guardare l’oceano, quando in realtà è soltanto un fiume.

 

In una casa minuscola al centro dell’Alfama, qualcosa di rosa e peloso spunta tra le ante di un armadio, ma nel disordine generale e nella sostanziale solitudine della stanza non infastidisce nessuno, se non dieci vestiti anonimi che per fargli spazio si trovano costretti a starsene in un angolino.
Non è altro che un abito da lavoro, ma ha la forma di un coniglio, un coniglio paffuto con un occhio diverso dall’altro; uno di colore azzurro vivo, in plastica, l’altro un semplice bottone che si mantiene a stento a un filo di cotone. Joana lo aveva trovato un sabato mattina alla Feira da Ladra, dopo un’abbondante colazione a base di pasteis. Aveva tra i denti pezzettini di sfoglia e sulla lingua il sapore della crema, eppure si sentiva ancora affamata, mentre girovagava tra venditori di cianfrusaglie e ladruncoli di spiccioli.
Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata. Si era trasferito dritto nel suo stomaco, un po’ come succede quando si incontra qualcuno che sa di essere destinato a cambiare le carte in tavola.

Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata.

Il rigattiere era incredulo nel constatare che davvero al mondo ci potessero essere acquirenti per robaccia del genere. Non si ricordava nemmeno più dove lo avesse recuperato, quel dannato costume che troppe volte era stato costretto a riportare nel furgone. Puzzava neanche fosse stato un animale vero, un pezzo di selvaggina andato a male, ma Joana con pazienza lo aveva lavato e profumato, sistemando il pelo e il contropelo e l’occhio che mancava. Era stato come una sorta di rituale di purificazione, sia per il coniglio che per lei stessa, che non ricordava più cosa significasse prendersi cura di qualcuno o qualcosa.
Una volta infilatasi all’interno del costume, si era avvicinata lentamente allo specchio. Teneva gli occhi chiusi, ogni tanto si divertiva a non vederci per qualche minuto, per poi riacquistare la vista all’improvviso e godere di quei secondi di meraviglia pura.
Era nata lo stesso giorno in cui pochi anni prima Teodomiro Leite de Vasconcelos aveva trasmesso su Radio Renascença “Grândola vila morena”, dando inizio, poco dopo la mezzanotte, alla rivoluzione. Un venticinque aprile qualunque che ora è il nome del grande ponte sospeso sul fiume Tago, un venticinque aprile iniziato con un canto.

Afferrando e tirando un orecchio, Joana spalanca le ante liberando dal mobile la sua austera divisa. La stanza è piccola, quasi da claustrofobia, ma a lei piace così, si sente protetta.
Da che se ne ricordi, ha sempre vissuto immersa in una morbida paura. Non si tratta di ansia o di ipocondria, è piuttosto una certezza: la certezza che qualunque cosa possa prima o poi accaderle. È una paura che difende, la sua, è la paura delle prede. Una cosa che adora del proprio mestiere è il fatto che il tragitto per arrivarci sia sempre differente o quasi, così esce di casa tenendo appiattite le orecchie con una mano, con l’altra chiude la porticina alle sue spalle, e decide se camminare o arrischiarsi a prendere uno di quei vecchi tram scricchiolanti che ancora a stento si ostinano ad arrampicarsi per le viuzze della città.
Le piace sorprendere i suoi clienti con quel costume tremendo, molti vedendola sull’uscio così conciata si spaventano, istintivamente provano a chiuderla fuori, ma molti di più sono attratti da quella assoluta e insensata bruttezza, perdendosi di fronte a quella impenetrabile provocazione. Una volta in intimità, Joana non abbandona subito il ruolo del coniglio sgraziato. Pensa che sia utile lasciare che il cliente si abitui a un concetto diverso di bellezza, convincerlo che tutto in fondo possa suscitare attrazione.
Ogni volta che un cliente finisce, Joana si accende una sigaretta e stendendosi sul letto, adagia una guancia sul petto dello sconosciuto. Quando il fumo brucia, lo guarda negli occhi e gli chiede di spiegarle, sbattendo le ciglia civettuola, cosa sia la saudade.
Chico Buarque aveva detto che era come mettere in ordine la camera del figlio morto, ma i figli non c’entravano niente.
I clienti il più delle volte non rispondevano, ma rimanevano come stizziti, si alzavano di scatto e raccoglievano i propri vestiti dal pavimento per ingannare il silenzio. Di tanto in tanto qualcuno azzardava una definizione, ma senza riuscire a convincerla:
«La saudade è un azulejo crepato su un muro altissimo».
Lei allora gli leccava l’orecchio con la punta della lingua e rideva di gusto, ma poi smetteva di colpo, chiedeva i soldi e scappava via lasciando che il cliente pensasse che fosse solo un’altra puttana triste con una bizzarra passione per i travestimenti.
La saudade sono tutti i tetti rossi di Lisbona, sono le case in cui non ha abitato quando avrebbe potuto, sono gli uomini che non ha sposato e le vite possibili che non ha avuto, sta nella scelta stessa di essere ciò che si è, nella vita dei giorni.

La saudade sono tutti i tetti rossi di Lisbona, sono le case in cui non ha abitato quando avrebbe potuto, sono gli uomini che non ha sposato e le vite possibili che non ha avuto, sta nella scelta stessa di essere ciò che si è, nella vita dei giorni.

Tornata a casa si spoglia e si accarezza un po’ i capezzoli fino a renderli turgidi, vorrebbe quasi succhiarseli se non le venisse difficile – amando se stessa prima ancora di qualsiasi altro suo prossimo. Lascia cadere le dita sui fianchi morbidi, poi apre un cassetto e prende delle lunghe bende. Riesce a fare tutto da sola: è passato quasi un secolo dalla prima volta in cui aveva provato a nascondersi nel completo gessato del padre. Tiene da parte un bicchierino con all’interno piccolissimi frammenti di capelli.
È convinta che un giorno morirà affogando nel suo stesso riflesso, mentre si ammira, ed è per questo che cerca di confondere lo specchio proponendogli sovente un’immagine diversa. Ha perso il conto dei riflessi che ha visto di sé, così che adesso è facile riconoscersi in ognuno di essi, senza cercarne il peso o la rilevanza nell’insieme, lasciando che vivano e respirino come un coro di voci differenti in cui è impossibile distinguere chi sia il tenore e chi il soprano.
Suo padre le raccontava sempre la storia di un Re solo. Tutti i sudditi del regno lo avevano abbandonato, così lui – per vincere la noia – mutava forma. La mattina si svegliava e ordinava la colazione, subito dopo diventava il domestico e se la serviva. Altre volte si trasformava nel nemico e si dichiarava guerra, combattendo con se stesso per ore e ore. Era una storia molto triste, quella del Re solo, così triste che si era chiesta perché mai suo padre gliela avesse raccontata. Le ritornava in mente di continuo, era un’ossessione. Il Re solo non poteva abbandonare il regno, aveva scritto l’autore, poiché se così avesse fatto, anche il regno avrebbe smesso di esistere.
Con una pinzetta afferra i ciuffetti di capelli dal bicchiere e se li incolla sul viso in maniera ordinata, prima le basette e poi i baffi, infoltisce appena le sopracciglia.

Nel ristorante in Rua dos Remedios c’è un uomo giovane, che ogni notte canta le canzoni di José Afonso; le canta come solo lui sa fare, dondolandosi appena aggrappato ad un filo invisibile. Canta del fatum, di quel destino di separazione e lontananza. Del resto nessuno è mai stato più lontano dal proprio destino di lui, lui che se ne è privato. Ha capelli neri cortissimi e un gran bel paio di occhiali, null’altro: non ha passato, non ha una terra, non ha una donna.
Un tempo ce n’era stata una che tutte le sere sedeva dinanzi al suo palco e lo fissava finché non si apriva di azzurro chiarissimo il cielo. All’alba in punto afferrava la borsetta, pagava il conto e tornava chissà dove stretta nel calore del cappotto e dell’aguardiente.  Che storia d’amore sarebbe potuta nascere, entrambi la immaginavano in privato, ma lui non esisteva davvero e pertanto lei un dì si era arresa e non aveva preso più posto al concerto. Non seppe mai il suo nome, nessuno lo volle sapere, la salutò con un garofano rosso.
Alla Revolução dos Cravos, le truppe governative opposero minima resistenza.

Dopo il grande terremoto del giorno di Ognissanti del 1755, l’oceano si era ritirato e aveva abbandonato i porti, per poi tornare con furia inaudita a colpire la costa con oltre quindici metri d’acqua. Si era salvata solo l’Alfama, oppure l’Alfama aveva salvato l’oceano. Tutt’ora sussiste un rapporto confuso tra la città e il mare che si stanzia sul fronte. Una guerra muta li unisce e gli abitanti non hanno una via di fuga: esistono, prigionieri del blu.
Dal Miradouro de Santa Luzia si ha a tratti l’impressione di guardare l’oceano, quando in realtà è soltanto il Tago, soltanto un fiume, un inganno.  La città si trasforma, è Joana, è un coniglio.
Di Lisbona non si sa se sia un re o una regina, ma non ha alcuna importanza spiegarlo, poiché in un regno così vuoto le tocca d’essere entrambi.
Un giovane cantante di fado passeggerà in piena notte, fumerà una sigaretta e toglierà i ganci alle bende. Guarderà un attimo l’ombra delle sue lunghe orecchie sulla strada e ci salterà sopra. L’indomani il giornale locale riporterà: “Trovata uccisa per terra l’anima della Saudade”.

 

Illustrazione di Lilia Miceli

Simple things

La poesia nascosta nei collages di Elisa C. G. Camurati

Simple things, «cose semplici»: l’opera di Elisa C. G. Camurati è composta da vecchi giornali, scarti di tovagliette e pezzi di cartone. A renderli diversi dai collages che noi tutti ci siamo ritrovati a dover fare su ordine della maestra, c’è anzitutto la conoscenza del colore e la consapevolezza degli spazi, che l’artista ha acquisito durante gli studi grafici da lei condotti.

«Non consideratemi poeta» – afferma. Non si tratta di fatto di una scrittura consapevole, ragionata, ma di una poesia di non appartenenza, a più voci. Alle parole scritte di suo pugno, tracciate molto spesso al contrario, si fondono le parole ritagliate dai libri e dai quotidiani, scritte da chissà chi, creando un incastro perfetto, che esplode grazie agli interventi dei colori – colori forti: nero, rosso – colpendo l’osservatore con il loro carico di sentimenti contrastanti che vanno dalla rabbia feroce all’assoluta rassegnazione, alla pace dell’animo (sentimento ben più raro del primo).

Nel suo Groviglio isterico – Autoritratto dentro e fuori, le parole compongono:

“Non è più…
né più né meno
il fuoco che guizza
in fondo all’oceano
insofferente
del color della pece”.

Ed è nell’impossibilità del fuoco di guizzare al fondo dell’oceano che sta la chiave di tutto il lavoro dell’artista: una volontà estrema di bruciare, di vivere, primordiale, ma costretta nella gabbia delle costruzioni sociali, della quotidiana civiltà, dell’ipocrisia. Così spesso si incontrano versi pregni di sarcasmo, quasi volgari, degli sputi sul volto di chi si ritrova a leggerli, ma non tanti quante sono le note autoironiche ai margini o agli angoli, ammissioni nascoste di fragilità.
«Quello che non sono in grado di fare o di dire nella vita quotidiana, mi cresce dentro fino esasperarmi, finché finalmente non riesco a venirne a capo, a uscire dal vortice di mutismo in cui mi chiudo ed è una liberazione, un gesto catartico».
L’azione di cercare e ritagliare le parole è come un tentativo di riflettere all’esterno ciò che bolle nell’animo, un trovare fuori, ciò che non si riesce a chiarire dentro di sé. Così, come scrive Shopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione:

«Immediatamente e inseparabilmente il singolo oggetto intuito si eleva all’idea della sua specie, l’individuo conoscente si eleva a puro soggetto del conoscere libero dalla volontà, ed entrambi, in quanto tali, non si trovano più nella corrente del tempo e di tutte le altre relazioni».

Link al sito: 

http://www.keminthemiddle.tumblr.com 

Le parole

Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.


L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.
La suspense stava toccando i massimi livelli, quando il campanello suonò. Lei andò ad aprire, spalancando le porte di Taldeitali Edizioni a un uomo paonazzo e alquanto sudato.
L’uomo si apprestò a recuperare il fiato per il saluto di apertura – si era preparato un discorsetto di presentazione – ma i nove piani di scale fatti gli impedivano di esplicitarlo.
Dapprima la signora Rinaldis rimase ferma a squadrarlo. Soffermò lo sguardo sulla camicia di lui dalla fantasia pittoresca, poi, tolti gli occhiali, spinse appena la sedia all’indietro con le punte dei piedi e si alzò, portando avanti la mano e dicendo il suo nome. Scambiati i convenevoli dettati dal buon costume e messo a tacere Mozart, il dunque si fece vicino.
Ramona offrì una delle sue sigarette lunghe e sottili all’uomo accomodato dall’altro lato della scrivania, il quale rifiutò l’offerta e continuò a gestire l’ansia con un tremolio incessante delle gambe, lasciando che lei si gustasse una Vogue slim e che ignorasse del tutto la sua presenza.
«Complimenti per l’ufficio, sa, il vintage va di moda, poi sa, tempi di crisi come questo e sa, il vintage ritorna, l’ha arredato facendo affari al mercatino del sabato? Sa, io ho sempre invidiato chi riesce a trovare qualcosa al mercatino del sabato, io non ci capisco di vintage, ma mi piace, mi piace davvero, la invidio sa».
Ramona rispose che quell’ufficio era semplicemente appartenuto a suo nonno e prima ancora al suo bisnonno e tagliando corto chiese all’uomo cosa volesse da lei.
«Ho scritto un libro, sa».
E subito mise le mani nella borsa a tracolla per tirare fuori l’opera e porgerla all’attenzione dell’anziana fumatrice, la quale, spegnendo la cicca, lo bloccò:
«Prima di tirar fuori oggetti da cui facendo due conti non raccoglierò nulla, mi dica, signor Alfonso – dico bene? – di cosa parla il suo libro?».
Alfonso intravide un barlume di speranza e sfregandosi le mani sulle ginocchia, quasi urlando, disse:
«Di me, ovviamente!».
Ramona sbuffò: «E, sentiamo, ha forse, per caso, letto qualcosa di Henry Miller?».
L’uomo tentennò, poi mosse la testa negando.
«D’accordo, quindi abbiamo appurato che non è Miller ad averla persuasa a osare una biografia di cui con molta probabilità non fotterà un cazzo a nessuno, perché lei non è Henry Miller e non ha l’aria – senza offesa, eh – di uno che se ne va a scopazzare in giro come se non ci fosse un domani e rende quelle scopate al gusto di sifilide e scolo degne di diventare un’opera d’arte».
L’aria era rarefatta, pregna di tabacco e incenso e imbarazzo.
«Mi dica, quali letture l’hanno formata? Quali autori sono stati d’esempio per lei?».
Alfonso si sentiva sempre più confuso e qualcosa nella sua testa gli suggeriva che forse sarebbe stato meglio non mettere quella camicia così sgargiante,  magari era colpa del contrasto eccessivo tra il giallo e il viola dei triangoli sulle maniche, se stava sempre più perdendo dignità e convinzione.
Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Gli ingegneri erano diventati semplicemente degli impiegati d’ufficio e il loro ruolo consisteva nel mettere una firma sotto gli schizzi degli architetti. L’importante non era più la funzionalità, ma la bellezza del prodotto e ancora più della bellezza del prodotto, era importante la presentazione. Per questo motivo i grafici detenevano la maggior parte delle risorse capitali e giorno e notte nuovi manifesti pubblicitari sostituivano quelli appesi il giorno prima.
Le scuole utilizzavano le immagini e i giochi come strumento didattico e per lo più vi si svolgevano attività a scopo pratico, perché uno scienziato aveva dimostrato che i metodi utilizzati fino a quel momento non avevano fatto altro che annoiare gli studenti allontanandoli dalle gioie della vita.
Le librerie erano tutte anche dei piccoli locali di ritrovo e ivi si riuniva la casta artistica per bere e giudicare i libri dalla copertina. Gli scaffali erano divisi in base al colore e al materiale di quest’ultima, e da questi due elementi si riusciva a risalire anche all’anno di pubblicazione e dunque alla moda del periodo. Erano praticamente dei pezzi di storia.

Alfonso non capiva, non gli era neppure stato dato modo di far vedere come il suo libro si sarebbe presentato con la copertina in fibra di carbonio progettata da suo cugino. Sarebbe stato ultraleggero e perfetto per arredare un loft cittadino con i muri in cemento. Se lo immaginava su una mensola nera, al centro della mensola nera, da solo. Il punto focale di tutta la stanza.
«Ho un sacco di libri a casa, sa. Ne ho persino alcuni con la copertina in plexiglass».
Ramona decise di prendersi una pausa di qualche minuto e si voltò a guardare il panorama dalla finestra alle sue spalle. Osservò il traffico sul nuovo cavalcavia e un aereo che stava atterrando lì vicino, poi tornò a rivolgersi all’aspirante scrittore:
«Le ho chiesto se ha mai letto qualcosa».
«Le ho detto che ho molti libri a casa».
«Ha mai letto qualcosa o no?».
«Signora, mi permetta, ma cosa intende?».
«Signore mio, cosa vuole che intenda se non quello che ho detto?».
«Signora, francamente non mi è chiara la domanda».

Erano passati molti anni dalla crisi dei lettori. Ramona si ricordava perfettamente i momenti di panico in piena rivoluzione tecnologica, la quale pian piano succhiava l’attenzione e l’anima alla gente e rendeva le cose che erano eterne, come fino a quell’istante erano state i libri, a scadenza.
La casa editrice dei Rinaldis era una delle poche a non aver rinunciato alla letteratura per riuscire a uscirne viva; di fatto somigliava ad una donna d’altri tempi, ma in coma.
Le altre avevano puntato su operazioni di marketing avventate e prive di sentimento e man mano le vendite avevano ripreso a salire e con loro pareva crescere anche il numero degli scrittori: i libri erano tornato in auge. Tutti volevano pubblicarne uno proprio, ricevere l’appellativo di vate o poter dire ai propri familiari di esser diventato uno scrittore. Inevitabilmente le caselle di posta delle case editrici cominciarono a intasarsi e fuori dagli uffici crescevano le code di gente che pretendeva una revisione, tanto che gli editori spesso leggevano soltanto il titolo dell’opera e in base a quello poi orientavano il loro giudizio. Il lavoro grosso l’avrebbe fatto l’ufficio artistico, quello che la Taldeitali Edizioni non aveva, per cui non si vendeva un libro da decenni e si tirava a campare di rendita.

«Signor Alfonso, giusto?».
«Sì, sono io».
«Voglio essere sincera con lei».
«Non frega un cazzo a nessuno della sua vita, davvero, a nessuno».
L’uomo ingoiò il rospo e chinò il capo perdendosi tra le geometrie delle mattonelle di cotto.
«Non è che io ci provi gusto a dirle queste cose, sia chiaro, è che non mi piace quello che succede lì fuori e neppure la sua camicia è originale, glielo volevo dire prima».
Lo sapeva che era colpa di quella maledetta camicia, lo sapeva.
«A me tutti questi ghirigori non piacciono, queste finzioni… E mi guardi negli occhi quando parlo!».
Alfonso stava per mettersi a frignare come quando da bambino era in punizione e sua madre gli impediva di uscire dalla stanza, si sentiva intrappolato.
Ramona lo fissò a lungo fino quasi a commuoversi. Si alzò e andò verso la libreria e lì davanti indugiò ancora.
«Voglio darle un’opportunità».
Alfonso non riusciva ad uscire da quel senso di inadeguatezza e da inetto se ne stava immobile sulla sedia, aggrappato ai bracci.
L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli. Solo dopo averli letti e compresi, sarebbe potuto tornare da lei e lei sarebbe stata contenta di osservare il frutto del suo lavoro.

L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli.


Quando uscì dal palazzo con in mano i tre libri, il sole stava calando, macchiando di luce le vetrine dei negozi. Fu una lunga passeggiata quella, percorse pensieroso quasi ogni porticato del centro, i passi attenti a non pestare le righe tra i mattoni della pavimentazione: era il suo personale esercizio di concentrazione.
Tornato a casa, scoprì sua moglie appisolata sul divano. Sullo schermo di fronte, a basso volume, scorreva un film sottotitolato in spagnolo. Si avvicinò piano e si mise a sedere vicino al corpo di lei che si sollevava e si abbassava impercettibilmente, seguendo il respiro. Le accarezzò il viso e le diede un bacio sulla fronte, poi fece per alzarsi, ma una mano sbucò dalla coperta e lo trattenne lì:
«Ehi».
«Ehi».
«Allora? Come è andata, cosa ha detto?».
Alfonso andò a prendere la borsa che aveva abbandonato all’ingresso e ne tirò fuori i volumi. Lanciò per aria prima di tutto “L’isola di Arturo”, poi gli scivolò tra le dita un’edizione del settanta di “Tropico del Cancro” e per finire lasciò cadere sul divano un volume di “Cent’anni di solitudine”.
Tutto si frantumò in un lungo, instancabile, inspiegabile silenzio.
La moglie raccolse ciò che lui aveva seminato e lo impilò sul tavolo, in ordine.
«Mi ha detto che devo leggerli».
«Ti ha detto solo questo?».
«No, mi ha detto anche che della mia vita non importa un cazzo a nessuno».

Il giorno dopo andò a lavorare e non fece nient’altro, come se nulla fosse successo, e così per molti giorni a seguire, cercando di dimenticarsi dell’incontro con Ramona. Non riusciva a cancellare l’immagine del volto annoiato di quella vecchia acida e bizzarra, come lo aveva squadrato da capo a piedi fino a considerarlo indegno.
I mesi si succedettero con le solite scadenze, poi giunse agosto e con agosto le ferie. Alfonso non aveva più distrazioni. La città pareva un fantasma travestito da vento caldo e seguitava a oscillare e ululare nell’afa, mettendo in fuga gli abitanti. Decise di arrendersi e aprì il primo volume.
Nel suo ufficio affacciato sulla piazza centrale, la signora Rinaldis sorrise, finalmente quello che aspettava da anni stava per accadere.
La moglie cominciò a temere che suo marito stesse ammattendo, avevano programmato di partire per il mare, ma lui adesso non faceva altro che zittirla, che dirle di non fiatare.
Ramona intanto contava le ore, accarezzando il quadrante scheggiato del suo orologio da polso.
Alfonso era preso da una febbre tremenda, grondava sudore gelido e spesso aveva come dei fremiti che lo facevano scattare su in piedi e correre in balcone a prendere aria.
Stava ormai per girare l’ultima pagina del terzo volume.
Sua moglie se ne stava in un angolo della casa, tenendo  le braccia conserte come per farsi forza.
«Le vedi anche tu?», disse infine l’uomo, chiudendo il libro con delicatezza.
«Cosa?», chiese la donna nell’angolo con un filo di voce.
«Le parole».
Le parole che aveva letto si erano staccate dalle pagine una ad una e adesso erano tutte lì, sospese nello spazio attorno alla sua anima, come uno sciame di moschine nere. Poteva afferrarle e sentirne la durezza, o anche, in taluni casi, la morbidezza. Lo avvolgevano per intero ed erano per lui uno scudo, un riparo.
«Quali parole Alfonso? Quali parole?».
«Le mie, quelle che ho conquistato».
Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.

Ramona lo stava attendendo standosene con lo sguardo fisso verso la porta d’ingresso, con la pazienza dei suoi cent’anni o quasi. Anche le piante ai davanzali volgevano le foglie verso quel punto focale unico e quando finalmente la porta si aprì furono pronte a sbocciare.
«Le parole».
«Le vedo, Alfonso».
Un sorriso tremendo tagliò il viso alla vecchia.
«Allora non sono pazzo».
«Forse sì, forse no, forse la pazzia sta nell’averle cercate».
Alfonso strizzò la fronte, tremò.
«E se poi se ne vanno?».
«Benvenuto all’inferno».

Illustrazione di Little Points