Belva alla finestra

Se vero è che il morto è come il pesce
è ninfa di sciagure la balena all’ora blu
che stringe in una morsa tra le cosce
il marinaio scalzo sul parquet di cenere
e tabacco e questa stanza è un capitolo
di Bibbia incancrenito sotto a un tacco.
Angelica pistola e stretto cappio al collo
si dondola sulle ginocchia, mi diagnostica
la fame del ribelle e invita alla rivolta:
sigaretta numero trecentocinquantatré.

Angelica sorella di vendetta non repressa
si scosta va alla porta e freme di minaccia:
pronostica fibrosi polmonari e una psicosi
(se solo il pianto non facesse suono alcuno
e il fulmine cadesse in questo mio digiuno)
fumo di distanza e di paura quanto basta
in me che sono un angelo mozzato fresco
e mezzo decaduto, son tenuto in piedi dalla
vecchia farsa, dalla malavita, dall’alata biga
che mi porta a rimirar l’estetica, le statue
e tu bloccata immobile accanto al lavello
con una frase errata strattonata in gola
con il sapor di oppiacei sopra al giugulo,
che niente fai se non fissare il nulla, il vuoto
lasciando a me il reale, a me l’ignoto tuo
spiccare il salto, terminare del discorso:
sigaretta numero cinquecentotrentanove.

Un paio di lenzuola verde acido giace
inerme nel coriandolo di bianco madido
e sembra che si odano strillare erinni
nell’esercizio del succhiare di falangi e
falangette e ulne e radio e femorali OH
di gemiti nascosti tra i cuscini:

Nessuno!
Nessuno.
Nessuno.

Belva alla finestra, isterica sigaretta che
consumi in taciturno rimembrare i tuoi
rancori e gesta clericali interscambiabili
se c’è un segreto tacilo, se c’è un mistero
negalo, ricorda ancora la parola sacra
l’ora, se vero è che Vardaman è impazzito
lo dico e lo rinnego anch’io follia vado
mirando e tremo in tale pozza e fango
di disastri pregustati e deboli memorie
ma pure di terribili sgomenti  e storie
se
– negli occhi
– nelle dita
– nei capelli

trovo:

un filo d’oro di pulviscolo di luce d’ombra
di giornate mal trascorse a grufolare tra
automobili sfreccianti e ritrovate frasche
amare dove tu a spogliare me e sovente
accompagnare lingua e denti sulla pelle:
sigaretta numero ottocentoventisette;

pioggia sul parapetto e batteria di gocce
mentre riporti il ritmo dimenando il tempo
e bevi dal mio lago il succo di un rapporto
fedifrago, malato, sciorinami i tuoi versi
Dolly e dimmi come muovere i miei fianchi,
inarcami la schiena tutta sotto i seni e
fatti bestia e fatti agreste e sii ninfetta
belva alla finestra e isterica manolesta che
si insinua che mi insidia nella fitta ressa
del locale, della stazione centrale e musica
signori, musica di vecchi suonatori Jones
e campi incolti nella nebbia, e tu maggese mia
in attesa che io seme sia, io pianta tesa come
corda, come crina, come nuca ossuta china;

io seme sia

io pianta tesa

come

corda

come

crina

come

nuca ossuta china.

ILLUSTRAZIONE DI ANDY MCFLY

 

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Dispnea

Scorre veloce il mercato occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
svolazzano fogli di via verso dove
il verso arriva, prega, il verso latra
nella latrina alla turca occupata
Occupato! Occupato! Occupato!
: TU – TU – TU- TU – TU – TU
risponde la segreteria telefonica;
e tele-fonografo tutte le grazie
se, graziosa, sotto la cassa sgrazi
illumini gli screzi, le pareti, gli anfratti
aspiri la vita, lo sballo, risucchi

[ e succhi

la pioggia da sparo, esplosiva
al mercato coperto di via Fioravanti
a Bologna, che è un bolo di pianti
piange la pista, la tasca, la cassa
NO MONEY: due rose, tre rose
le cose, le case su ruote, le scuse
a serraserrande e sirenenenenene
scavalcheremo la rete,

[ Bologna:

È un bolo di pianti, di mancati santi
spinosi alla gola, processi enzimatici
amilasi – ah, mi lasci? Mi lasci; Blurp.
Radio Alice è una campagna ecologica
per la sospensione di ogni forma
di trasmissione del sapere, Radio Alice
“è una battaglia persa per i porci”

(cit. 100,6 Mhz).

Per ogni tre kili di cibo fai un kilo di carne
e la tagli, la metti a bollire nel sugo; Blurp.
E carne, carne e rossa carne e carne rossa
di partigiano, per ogni tre kili di piombo
fai un kilo di guerra e per ogni kiletto
di sessantottino fai eserciti anarchici
smilzi di uni-versitari verso dove
il verso arriva, prega, il verso strappa
la carta dal cielo del teatro e la mangia.

*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:

Da quanto tempo è che non respiro;
e il corpo è l’ennesimo buco occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
e il foglio è l’ennesimo bianco pisciato
a serrare-le-cosce e l’imenenenenene
e il corpo è l’ennesimo buco bucato
a serra-paure e chimerenerenere

Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
è un bolo di pianti, da quanto tempo
al tempo in cui il tempo non c’è tempo
(Occupato! Occupato! Occupato!)
e ci vuol tempo per il tempo e quanto
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
da quanto tempo è che non respiro;

 

Immagine di Sammy Slabbinck

 

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Svendita totale

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck

Il coniglio del Miradouro de Santa Luzia

 

In una casa minuscola al centro dell’Alfama, qualcosa di rosa e peloso spunta tra le ante di un armadio, ma nel disordine generale e nella sostanziale solitudine della stanza non infastidisce nessuno, se non dieci vestiti anonimi che per fargli spazio si trovano costretti a starsene in un angolino.
Non è altro che un abito da lavoro, ma ha la forma di un coniglio, un coniglio paffuto con un occhio diverso dall’altro; uno di colore azzurro vivo, in plastica, l’altro un semplice bottone che si mantiene a stento a un filo di cotone. Joana lo aveva trovato un sabato mattina alla Feira da Ladra, dopo un’abbondante colazione a base di pasteis. Aveva tra i denti pezzettini di sfoglia e sulla lingua il sapore della crema, eppure si sentiva ancora affamata, mentre girovagava tra venditori di cianfrusaglie e ladruncoli di spiccioli.
Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata. Si era trasferito dritto nel suo stomaco, un po’ come succede quando si incontra qualcuno che sa di essere destinato a cambiare le carte in tavola.
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Simple things

Simple things, «cose semplici»: l’opera di Elisa C. G. Camurati è composta da vecchi giornali, scarti di tovagliette e pezzi di cartone. A renderli diversi dai collages che noi tutti ci siamo ritrovati a dover fare su ordine della maestra, c’è anzitutto la conoscenza del colore e la consapevolezza degli spazi, che l’artista ha acquisito durante gli studi grafici da lei condotti.

«Non consideratemi poeta» – afferma. Non si tratta di fatto di una scrittura consapevole, ragionata, ma di una poesia di non appartenenza, a più voci. Alle parole scritte di suo pugno, tracciate molto spesso al contrario, si fondono le parole ritagliate dai libri e dai quotidiani, scritte da chissà chi, creando un incastro perfetto, che esplode grazie agli interventi dei colori – colori forti: nero, rosso – colpendo l’osservatore con il loro carico di sentimenti contrastanti che vanno dalla rabbia feroce all’assoluta rassegnazione, alla pace dell’animo (sentimento ben più raro del primo).

Nel suo Groviglio isterico – Autoritratto dentro e fuori, le parole compongono:

“Non è più…
né più né meno
il fuoco che guizza
in fondo all’oceano
insofferente
del color della pece”.

Ed è nell’impossibilità del fuoco di guizzare al fondo dell’oceano che sta la chiave di tutto il lavoro dell’artista: una volontà estrema di bruciare, di vivere, primordiale, ma costretta nella gabbia delle costruzioni sociali, della quotidiana civiltà, dell’ipocrisia. Così spesso si incontrano versi pregni di sarcasmo, quasi volgari, degli sputi sul volto di chi si ritrova a leggerli, ma non tanti quante sono le note autoironiche ai margini o agli angoli, ammissioni nascoste di fragilità.
«Quello che non sono in grado di fare o di dire nella vita quotidiana, mi cresce dentro fino esasperarmi, finché finalmente non riesco a venirne a capo, a uscire dal vortice di mutismo in cui mi chiudo ed è una liberazione, un gesto catartico».
L’azione di cercare e ritagliare le parole è come un tentativo di riflettere all’esterno ciò che bolle nell’animo, un trovare fuori, ciò che non si riesce a chiarire dentro di sé. Così, come scrive Shopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione:

«Immediatamente e inseparabilmente il singolo oggetto intuito si eleva all’idea della sua specie, l’individuo conoscente si eleva a puro soggetto del conoscere libero dalla volontà, ed entrambi, in quanto tali, non si trovano più nella corrente del tempo e di tutte le altre relazioni».

Link al sito: 

http://www.keminthemiddle.tumblr.com 

Le parole

L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.

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