Sono nel dehor di un locale in cui ho appena terminato il pranzo. Appoggio sul tavolino Raving di McKenzie Wark, l’ho finito dopo una lettura a cascata nell’arco della mattinata e il concetto residuo che ho più trattenuto è qualcosa che, negli anni post-liceo in cui stavo imparando a liberarmi il corpo nel ballo, avevo tanto rimasticato chiacchierando con molte persone come me, umani che cercavano qualcos’altro nella festa a parte la festa stessa: il farsi fottere dal suono nel senso più carnale del termine, più sincero. Pieno d’amore.
Sei ancora con me? Il bianco pietra delle strade, il sole che comincia a picchiare un po’ meno: è Ostuni, inizio settembre 2023, nel mio zaino un registratore con dentro, per il mio archivio, l’audio delle performance che hanno dato vita al Klohi Fest, una tre-giorni di spoken word music che non ha avuto repliche. Nella giornata centrale, in fase ancora estremamente embrionale, viene portata al pubblico anche la prima restituzione pubblica del nuovo progetto dei Mezzopalco dopo cinque anni dalla loro vittoria al Premio Dubito. Riccardo Iachini e Toi Giordani espandono il campo del desiderio del loro progetto: passano dai brani separati di IMPRE a una narrazione unitaria, esplorano tutto quel mondo di sonorità che l’elaborazione elettronica del segnale concede, restando tuttavia fedeli al loro desiderio di produrre suono esclusivamente tramite la bocca. Il tentativo è ambizioso, la materia è ancora molto da lavorare, ma in questo poema, ANSA, rispetto al lavoro precedente, pulsa una vita più personale e urgente. Mi auguro prendano in mano questa incandescenza con cura – te lo auguro, mentre cerchiamo di coprirci dall’aria fredda che quella sera si era alzata sul parco archeologico nel quale era stato montato il palco del festival. C’è ancora tanto da ascoltare.

Nel raggiungere la forma che puoi ascoltare adesso, però, ANSE si è dipanato ancora un po’ di volte. Mica puoi aspettarti un processo lineare con questo nome, dai. Dopo un annetto il loro Instagram cambia immagine profilo: è parte di una sinusoide, spancia verso il basso. Dopo un po’ ANSE viene annunciato come progetto teatrale, debutta a Romaeuropa dopo aver vinto il bando Forever Young ed essersi fatto attraversare, giocare, amare e rimaneggiare da Usine Baug, compagnia teatrale visionaria (basti pensare all’impianto scenico à la Dogville del loro TOPI – altro nome breve e in capslock – necessario spettacolo sul G8 di Genova) alla quale è stata affidata, non a caso, la drammaturgia visiva dell’intero lavoro. Strati di lettura vengono sovrapposti e strappati, tridimensionalizzano le intenzioni del poema e, spostandolo nel contesto d’ascolto di un teatro, consentono un respiro molto più ampio all’opera. Il racconto – anche per questo ti voglio con me – insiste tra le altre cose nello spostamento del soggetto – esterno/interno, individuale/folla – protagonista del viaggio, e il rito comunitario che ancora il teatro ogni tanto concede è la cornice giusta per far risuonare un pubblico come unico organismo, per far empatizzare ogni ascoltatore con quel che ha davanti al punto da spostargli la prospettiva. Non serve aver letto Lapassade per constatare che è il dancefloor, soprattutto quello meno mondano, un altro dei rari contesti che ancora facilita questa pratica. È anche la direzione che, nel dipanarsi della notte, la storia raccontata prende mentre il punto di vista comincia a sciogliersi. Anche per questo processo, realizzo, è stata fatta una delle modifiche che più mi erano saltate agli occhi in teatro con ancora nel cuore la restituzione pugliese: una delle molte cose che tornavano nella fitta ragnatela di rimandi interni intessuta dentro all’opera – ragnatela sia testuale che sonora – era un “Hermano, ti amo”, poi trasformato in “Amore, ti amo”, nel testo sulla copertina persino completamente eliso: il perchè lo si comprende quando, ormai entrati nella fase fusionale del poema, Toi intona con eleganza “Amore che rimane, che fa rimanere sveglx”, svicolando dalla genderizzazione di un plurale corpo unico. Connesso, tessuto a maglie fitte eppure fluido nel suo continuo rimescolarsi. Ci sei ancora, cuore mio?

Questo continuo abbracciarsi di riferimenti è significativo, richiama alcuni dei punti stessi su cui il testo insiste: uno scorrere temporale altro che diventa sovversivo appena ce ne si riappropria (già mi venne detto che una delle più grandi influenze tematiche in fase di scrittura arrivò da Disertate di Bifo), lo sciogliere la stretta su ogni aspetto di sé per potersi fare attraversare davvero da questo flusso, con quell’amore che è trasformazione (era lo stesso anno in cui, se ricordi, era diventato virale “to be loved is to be changed“) o forse radicale connessione a un tessuto sottostante. Così anche i suoni, non solo gli elementi testuali: sample tra loro fratelli, manipolati differentemente, sbucano in diversi punti ad anticipare scene future, a stringere l’occhiolino a chi ripeterà più volte l’ascolto, e che oscillano in una drammaturgia sonora che nel suo alternare pieni e vuoti richiama anche qua ad una forma d’onda. Così anche gli elementi drammaturgici più disparati, come la voce-guida (voce non accreditata) che compare all’inizio come extradiegetica, ma entra ed esce dalla vicenda rappresentata come per farlo fare anche a te – con un ultimo spin senza spiegazione, sul fondo, ad aprire. E in questo ondeggiare è dolce veder tornare nell’audiodramma anche Ninjoh, il beatboxer presente in IMPRE, proprio a confermare un interlacciarsi caldo, atemporale, che fa collassare distanza e prossimità. Il desiderio è di raggiungere, e in questo il lavoro sul suono di Luca Jacoboni è magistrale: il master finale riesce a restituire ogni suono nella sua natura più immediata senza semplificarlo, l’efficacia è quasi pop, su dei suoni che non lo sono affatto. E in un lavoro come questo, in cui il termine “audiodramma” prende del tutto vita nel comprendere come ogni scelta anche nel campo sonoro sia portatrice di senso, una decisione simile è una dichiarazione – anche d’amore, sì, per te.
Per te che potresti essere tra le migliaia delle persone con cui nella vita ho ballato (anche al Klohi stesso, il giorno prima, nell’amalgama sonoro degli Addict Ameba), per te che potresti viverti questo viaggio – che sia il poema, una serata o la vita – in maniere così diverse da non poterle immaginare tutte, in questa reciproca ricerca di catarsi e sollievo, d’indagarsi e lasciarsi andare che ha regalato a ogni generazione output che vanno dalla produzione di teorie alla morte prematura, dalla costruzione di comunità alle fughe più isolate. Scelte protette dall’assenza di giudizio che, quando va bene, la festa garantisce. Siamo al riaccendersi delle luci in sala, o al momento in cui ti togli le cuffie, che non è lo stesso (per quanto i tuoi occhi giurerebbero che la copertina tu l’abbia già vista in scena, in uno dei quadri più efficaci dello spettacolo): “L’arte, se cambia di medium, deve cambiare del tutto” lo diceva una poeta estremamente a loro prossima proprio nel periodo in cui, come ZPL, stavano pensando assieme al come tradurre dalla scena al disco il loro precedente lavoro. In ANSE questo portato è ancora più evidente, forse complice il passaggio attraverso una regia più dettagliata (il teatro, quell’arte che non può non esser fatta assieme) o una crescita della penna di Iachini e Giordani nella direzione dell’essenzialità (oltre che della brutale sincerità, con sé e col pubblico, attorno a un dolore assieme intimo e collettivo). Gronda, ogni elemento, di consapevolezza, e nessuna chiusura sarebbe potuta essere più adatta di quella adottata, sempre più ampia e destrutturata, immersa in un metafisico vuoto pienissimo e vibrante, dove concettuale e fisico desiderano unirsi – È col desiderio che ti muovono. Nessuna soluzione, in una dimensione dove il tempo sospeso non consente l’imposizione verticale di significato: questo lavoro riporta alla vita post-fruizione col desiderio di attraversarla con apertura, di metterti nelle mani (come nel finale di quest’altro disco) il tuo tempo. E ora sai ancora meglio quanto tutto ciò non possa che reciprocarsi.
