Lontano dalle macchine

È l’alba e dalla massa di persone provengono discorsi in arabo, bengalese, wolof. Sono accalcato con i miei colleghi fuori dal portone di ingresso, imbacuccato come gli altri, in attesa che aprano le porte per poter iniziare il turno.
Anche se è luglio, alle cinque e mezza di mattina a Vicenza fa freddo.
Tutti parlano sottovoce perché la regola tacita del turno della mattina è che non si inizia a sbraitare almeno fino al primo caffè.
Il guardiano viene ad aprire ed entriamo nel fabbricato. Raggiungo assieme agli altri lo spogliatoio dove indosso la tuta e le scarpe da lavoro. Sistemo i vestiti nel mio armadietto e raggiungo l’interno della fabbrica.

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Via

Mi accoglie una serie di tubi arrotolati lungo le colonne che sostengono il tetto, di cavi che alimentano gli strumenti di lavoro, di armadi in acciaio ricolmi di viti, bulloni, martelli, lime. Su questo ammasso di metallo incombe un suono continuo proveniente dalle padrone di casa: le macchine. Macchine per sagomare fogli di alluminio, macchine per trapanare, per saldare, per il collaudo. Attorno formicola una massa di uomini in tuta verde per evitare che quel coacervo di cavi, ferro e plastica si trasformi in un caos indistricabile.
Lo stabilimento costruisce impianti di raffreddamento. Un fascio di tubicini di rame, fissato da un’intelaiatura di plastica, viene inserito in un cilindro di acciaio. In questo passerà il liquido che dovrà essere raffreddato mentre nei tubi di rame scorrerà un gas gelido che ne abbatterà la temperatura.

Su questo ammasso di metallo incombe un suono continuo proveniente dalle padrone di casa: le macchine. Macchine per sagomare fogli di alluminio, macchine per trapanare, per saldare, per il collaudo.

Tutto l’impianto ruota attorno alla costruzione di questo tipo di macchinario. In un settore si preparano i tubi di rame, in un altro i tubi vengono inseriti nella struttura di plastica che li tiene uniti, in un’ulteriore zona il fascio viene inserito nel tubo di acciaio che i saldatori hanno preparato in un altro settore ancora. Segue la sigillatura, il collaudo, la verniciatura, la spedizione.
Raggiungo la mia postazione, dove mi aspetta una sgangherata sedia da ufficio davanti alla quale è stato piazzato, sorretto da un cavalletto a ruote, uno dei grossi cilindri di acciaio. Il fascio di tubicini di rame è già stato inserito e il mio compito consiste nell’allargare con un trapano apposito le loro estremità: un accorgimento per renderli più resistenti al passaggio del gas in pressione.
I tubi di rame sono più di trecento, ognuno ha un diametro di circa 5 millimetri e l’operazione di allargamento di ciascuno richiede meno di mezzo minuto, avrò bisogno di quasi tre ore per completare l’opera.

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Accendo il trapano, inizio il lavoro e tengo gli occhi fissi sul punto dove opero. Dopo più di un’ora di lavoro cominciano a dolermi.
Spengo il trapano e segno con un pennarello dove sono arrivato, in modo da sapere da dove ripartire. Mi concedo qualche istante di riposo a occhi chiusi, fino a quando metto di nuovo a fuoco le bocche e riprendo a lavorare.
Trascorre un’altra ora quando vengo raggiunto da Valentina, una delle mie colleghe. Si siede a una postazione vicino alla mia dove è posizionato un apparecchio simile a quello di cui mi sto occupando io e inizia a fare il mio stesso lavoro. Chiacchieriamo del più e del meno, spettegoliamo degli altri colleghi e dei nostri superiori.
Discutiamo delle ore di straordinario calendarizzate per la prossima settimana, quando Valentina con il collo irrigidito smette di parlare e guarda dritta davanti a sé. Da principio non riesco a spiegarmi il suo comportamento ma non ci vuole molto per capire cosa sia successo. Trascorrono pochi secondi e davanti a noi, sfilano con passo lento, il direttore dello stabilimento e il responsabile del nostro settore.

Gabriele Basilico - Fabbriche

Il direttore è un uomo corpulento, sui settant’anni e cammina con passo claudicante. È l’unico tra i dipendenti ad avere il privilegio di poter entrare nei reparti con la camicia, senza indossare la tuta dei metalmeccanici.
Il responsabile del nostro settore ha da poco compiuto i trenta, esibisce un’aria da capo della banda, attento a radersi tutte le mattine e ad avere i capelli tenuti in posizione dalla brillantina. A differenza del direttore è asciutto, la camminata nervosa e ostenta un’assoluta ammirazione per il direttore.
I due sfilano davanti a noi e con loro un pezzo della storia della fabbrica.
Il direttore lavora qui da qualche anno, chiamato dalla proprietà per raddrizzare le sorti dell’azienda che navigava in acque burrascose. Pare abbia assolto bene il suo compito dato il flusso di ordini e di produzione che investe la fabbrica da mattina a sera.
Il direttore ha riportato la società in carreggiata con l’unico strumento che sembra oggi essere in grado di garantire la sopravvivenza di un’attività: spremendo fino all’ultima goccia la competitività dello stabilimento. Ha razionalizzato l’organizzazione interna della fabbrica, allungato l’orario di lavoro giornaliero e infiltrato i suoi uomini, tra cui l’imbrillantinato, tra le fila dei vecchi dipendenti.
Gli utili della fabbrica sono migliorati, ma non l’aria che si respira nello stabilimento. Tra le novità introdotte anche un irrigidimento delle relazioni gerarchiche tra i lavoratori, sempre con lo scopo di ottimizzare le potenzialità di produzione. Questo spiega il comportamento di Valentina: secondo la visione del direttore, «quando si lavora si lavora, non si parla» e chi viene colto in fallo va come minimo redarguito.

Tra le novità introdotte anche un irrigidimento delle relazioni gerarchiche tra i lavoratori, sempre con lo scopo di ottimizzare le potenzialità di produzione.

Il direttore passa davanti alle nostre postazioni in silenzio, lancia solo un’occhiata pigra verso di noi, senza poter capire se ci abbia colti in flagrante o meno; e si allontana, sempre seguito dal suo sottoposto imbrillantinato.
È necessario lasciar trascorrere qualche altro minuto prima che la tensione creata dal passaggio dell’autorità si sciolga e ci permetta di ritornare a conversare a bassa voce.
Verso le dieci di mattina finisco di lavorare sul pezzo, sono state necessarie più di quattro ore. Trascino il carrello che sostiene il cilindro di acciaio verso il reparto del collaudo e posiziono davanti alla mia sedia un altro pezzo, ancora più grosso del precedente. Se non ci saranno imprevisti lo completerò a pomeriggio inoltrato. Ricomincio a lavorare con il trapano, i minuti scorrono lenti, il fascio di tubi diventa ai miei occhi simile a una macchia indistinta di colore brunito.
Quando a mezzogiorno suona la sirena per il pranzo, sono a poco più di un terzo del lavoro. Vado verso la mensa in fretta, la pausa pranzo dura solo mezz’ora. La sala dove gli operai mangiano ha il soffitto basso ed è satura dell’odore del cibo industriale portato dalla ditta che prepara i pasti. Mi siedo con alcuni altri colleghi, mangiamo rapidi il pranzo confezionato nelle vaschette.

Solo il tempo di sciacquarsi la faccia e cercare di lavare via un po’ di stanchezza che il turno ricomincia.
Nel mio reparto sono avvolto di nuovo dal rumore delle macchine e dalla puzza di gomma bruciata che aleggia dentro tutta la fabbrica. Il tetto dello stabilimento grava sulla nostra testa, irto di costoni di cemento tappezzati da ragnatele mai rimosse. Alla mia postazione riprendo il lavoro con il trapano. Il mio turno dovrebbe finire alle due di pomeriggio ma sono già d’accordo con l’imbrillantinato di fermarmi per un paio di ore di straordinario.
Continuo nella mia opera da amanuense, uno dopo l’altro attraverso con il trapano le bocche di tutti i tubicini. Ogni tanto mi distraggo e perdo il conto. E sono costretto ad esaminare l’impercettibile differenza tra quelli già allargati e quelli ancora da fare.
Sono quasi le quattro quando finisco il secondo pezzo della giornata. Quando termino di allargare l’ultimo foro mi rendo conto che il mio corpo è anchilosato dalla posizione seduta e dal peso del trapano. Cerco di distendere la spina dorsale, faccio scrocchiare le vertebre del collo, compio ampi giri con le braccia per fare scricchiolare le clavicole.
Trascino il cilindro di metallo verso il collaudo e inizio a spazzare la mia postazione di lavoro. Manca meno di un quarto d’ora alla fine del mio turno e penso di trascorrerlo mettendo un po’ in ordine.
Mentre pulisco con un panno le punte del trapano vengo raggiunto dall’imbrillantinato che mi avvicina con i suoi movimenti nervosi. Trascina dietro a sé un cavalletto con sopra un cilindro simile per dimensione al primo di cui mi ero occupato e lo piazza giusto davanti alla mia poltrona.
Chiedo se è il pezzo di cui dovrò occuparmi domani, ma lui risponde che si tratta di un ordine urgente da eseguire entro sera.
Lo guardo perplesso. Per finire terminare il lavoro sarebbero necessarie almeno tre ore e io, sulle spalle, ne ho dieci di duro lavoro. Tento di svicolare ma non c’è modo di impietosirlo. Il nuovo corso della fabbrica passa anche da qui, dalla lenta erosione del diritto del lavoratore a non essere trattato come un animale da soma.
Mi rassegno e mi metto al lavoro sul pezzo, un lavoro che non può essere velocizzato in alcun modo. L’unica strategia è quella di cercare di fare meno errori possibile. Dopo la giornata che ho trascorso l’impresa è ardua.

La schiena, le ginocchia e i polsi sono sempre più indolenziti e la vista si ottunde a forza di essere focalizzata sull’alveare di forellini che ho davanti. Commetto molti errori, sono costretto spesso a fermarmi e a ricontrollare la parte di lavoro fatto. Il mezzo minuto necessario ad allargare ogni singolo tubo mi pare dilatarsi sempre più, fino a quando sembra che il tempo sia del tutto fermo.
I minuti passano lenti e diventano ore, fino a quando non finisco di allargare l’ultimo dei fori.
La testa mi ronza e la vista è appannata ma ho finito, la lunga giornata dentro la scatola è conclusa.
Porto il pezzo al collaudo e saluto i pochi operai che sono rimasti ancora al loro posto. Vado allo spogliatoio e mi cambio in tutta fretta, voglio uscire fuori da quelle quattro mura il prima possibile.
Nel parcheggio mi accoglie l’aria calda della sera, così diversa da quella arroventata all’interno della fabbrica. Il vento tiepido dell’estate mi porta il profumo dei campi e fa sparire l’odore di olio da motore che mi ha perseguitato per tutta la giornata. Il blu del cielo quasi scuro guarisce i miei occhi intorpiditi dalla prova che hanno dovuto sopportare. Lascio il mio sguardo perdersi nello spazio, lontano dalle macchine e dal rumore, e sempre più vicino alla falce di luna che fluttua nell’imbrunire.

Fotografie di Gabriele Basilico
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E ~ Equilibrista

equilibrista (e·qui·li·brì·sta) [der. di equilibrio] (pl. m. –i). – Chi è abile nel far giochi d’equilibrio, acrobata: gli esercizî degli e. sulla corda; in funzione appositiva: le foche equilibriste. Fig., persona scaltra, che sa destreggiarsi abilmente e anche, talora, spregiudicatamente nelle contingenze della vita o in particolari circostanze e situazioni.

 

Lettore,
se oscillassi s’una fune
barcollante in vetta ai monti,
alto, oltre le cupe nubi brune
che annoiate ingurgitano tramonti;
se spiassi l’alba, ne sfiorassi i seni
sensuali fra i grinzosi orizzonti
e poi, punito da casti arcobaleni,
precipitassi, d’incanto, verticale
in volo, ove di urlar t’astieni
– tant’è vano l’impatto col male;
se scivolassi in un eterno cadere,
ammutolito dal vuoto surreale
cui non segue schianto o cratere,
c’incontreremmo nell’eterea agonia
fluttuante; ma dall’istante in cui caddi
negli abissi dei suoi torbidi occhi verdi,
profondi, freddi come l’onda
che mi spinse all’armonioso salto,
eccomi libero, nell’azzurro nulla
in cui mi libro, in cerca d’un appiglio,
in cerca
d’equilibrio.

Poesia visiva di Luc Fierens

Vocabolario della fine

Tutto quello che riuscivo a vedere era una V maiuscola. Sapevo che si trattava della prima lettera della parola Vocabolario, inscritta sulla copertina del manoscritto, ma preferivo credere fosse l’inizio di Vittoria, la nostra vittoria.
Continuavo a scavare, tirando via cumuli di terra e frammenti rocciosi mentre Alice, Leo e Tata ridevano come pazzi; le loro voci echeggiavano nella grotta caricando l’aria di una vibrante isteria, quasi a voler riempire la somma dei nostri vuoti, in attesa che l’esistenza si riappropriasse del senso perduto. Duecento anni prima, l’animo umano era stato squarciato e il suo contenuto gettato tra le gigantesche fiamme di un fuoco ingordo; la realtà aveva perso i propri colori e il Grigio era diventato il nuovo ed unico sentimento, la nuova ed unica emozione; le imperfezioni dello spirito erano state proibite da una Legge che noi, esplorando quella grotta e riesumando quel vecchio dizionario, avevamo violato.

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Glitch Poetry

D ~ Dualismo

dualismo (dua·lì·ṣmo) [sostantivo maschile] 1. La presenza di due principi fondamentali, in relazione reciproca di complementarità o di opposizione. In filosofia, in opposizione al monismo, ogni concezione del mondo fondata su un’essenziale dualità di principî (per es., il dualismo platonico dei mondi sensibile e intelligibile, il dualismo cartesiano delle sostanze pensante ed estesa, il dualismo kantiano di noumenico e fenomenico). 2. Dissidio, rivalità, antagonismo fra due principî o tendenze, fra due persone, partiti, forze politiche, ecc.

 

C’era una donna a cui badavo
Dualè Dualè
una nonna a cui badavo
Dualè Dualè
la cassapanca su cui sedeva
aveva scompartimenti

Dualè Dualè
si alzava con quel verso
alzava cuscini e il resto
Dualè – diceva
aprendo cassettini

Sollevava – Dualè
scatoline e sacchetti
pacchi già visti – Dualè
custoditi nella memoria
spuntini giornali medicine
dissodati giornalmente radunati

Dualè in un tetris scomposto
ronfava gutturale, magari
pescava altro, per finta:
quel che cercava era già sul tavolo

Collage di Luc Fierens

I Vertumni in topless

– Non si dovrebbe mai scopare per gratitudine.
Stava assumendo la forma di uno che ti prende per il culo. Quell’uomo di settant’anni, nudo e fiero come le statue delle piazze e le altre cose vecchie, era bloccato nel flash del momento, stregato da qualcosa che non era lì. Sì, però era nudo e non era il caso. Anche il suo sbattersene era sincero. Al punto che per noi diventava subito irresistibile. Gli davamo più o meno il fantomatico “lei”, esibendoci in formule discutibilmente ibride, del tipo:
– Ci scusi signore, ma che cazzo sta facendo?
Non che la cosa lo turbasse. Ci snobbava facilmente, cancellando i passi giù per una piccola discesa. Gli stavamo abbastanza dietro da renderci conto che si andava verso un delirio di sagome.
– Lampedusa, tu ti trastulli altrove; fossi qui, ti sentiresti come in una festa da Mcdonald’s.
Volevo fare il simpatico. La ressa se ne stava lì, immensa, e si sporgeva a forza di zoom nella nostra direzione. Smantellavano le strade con bozzetti argentati. Un lamento cigolava, fra gli angoli bianchi di quei capelli. A colpi di treppiede, buffetti sulle ruote e frustate di dentiera, orde di anziani ansimanti incedevano contro il sole. Ordinati che neppure una legione di Immortali persiani, e lenti che neanche l’esercito di terra cotta di quel famoso mausoleo cinese. Un cronista avrebbe detto che “infuriavano, infuriavano dipinti fuori da se stessi, desnudi e particolarmente affaticati”. Non ci spostammo prima che fra loro e noi si fosse creata una distanza di circa duecento metri. A quel punto, divenuto evidente che ci avrebbero arati nel giro di un’ora se non ci fossimo mossi, prendemmo una rincorsa eroica, con quella sincera disperazione di quando pare esserci in gioco la tua vita. In fondo potevamo anche essere in pericolo, no?

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S ~ Sogno


sogno
(só·gno) [sostantivo maschile] 1. Attività mentale che si svolge durante il sonno, a carattere involontario e non intenzionale; si esprime prevalentemente con immagini visive, spesso a carattere molto vivido. Gli studi moderni sul s. hanno inizio con S. Freud (Die Traumdeutung, «L’interpretazione dei sogni», 1900) e la psicanalisi. 2. Speranza o desiderio vano e inconsistente: non si può vivere di sogni; quella ragazza rimarrà per sempre il suo s. proibito; vagheggiamento della fantasia: sogni di gioventù; esperienza vissuta al di fuori della coscienza: è stato un brutto s.; fantasma labile e caduco: la gloria è un breve s.; bellezza o cosa incantevole.

 

Si dice che il muschio, una volta staccato,
resti in una sorta di morte apparente anche per anni,
fino al momento in cui
non verrà di nuovo riposto nel terreno.

Si dice che al funerale di Tolstoj i contadini vennero fuori dalla terra,
da tutti i villaggi,
arrivarono a migliaia,
nonostante le autorità fecero di tutto per nascondere la sua morte,
quando ritrovarono il corpo nella piccola stazione di Astopovo,
il 7 novembre del 1910.

Si dice invece che a quello di Dubcek,
lo stesso giorno di ottantadue anni dopo,
Vaclav Havel se ne stesse nascosto in disparte,
su un balcone della piazza del teatro nazionale di Bratislava.
Il muro era caduto da poco meno di un anno
ma già il nazionalismo aveva preso il sopravvento.

Ma più di ogni altra cosa,
si dice che cento anni fa,
per le strade di Pietrogrado
risuonasse un urlo potente
che riecheggiò in tutto il mondo
dando coraggio e voce
alle masse impotenti:
“Tutto il potere ai Soviet!”
L’urlo dal quale scaturì l’incarnazione del sogno.

Si dice che quel sogno è oggi morto.
Si dice che non esiste più il proletariato.
Eppure io lo vedo.
Io ti vedo,
in fila alle Poste con le ballerine e i calzini, il velo,
i jeans con le paillettes,
nelle vecchie sale d’aspetto dell’Asl
tra il linoleum verde e
infissi in alluminio.

Io ti vedo,
alle file delle casse dei supermercati,
con gilet leopardati,
in piedi sugli autobus affollati
giacche che puzzano di fritto,
di cipolla,
di curry,
di alcol,
di sudore.

Io ti vedo, impotente, di nuovo e ancora,
ammassarti alle frontiere, arrestare il tuo viaggio,
fermato, isolato, ostacolato, vietato, proibito.

Io ti vedo
appoggiare la testa al finestrino del tram,
al ritorno dal lavoro,
lasciare il segno dell’unto dei capelli sul vetro,
i tetrapak di vino fetido nell’aiuola del parcheggio del discount.

Io ci vedo, fare la coda all’agenzia interinale,
ai centri per l’impiego, dichiarare di sapere parlare un ottimo inglese,
di avere eccellenti capacità di lavorare un gruppo,
di adattarsi ad ogni situazione,
di essere disponibili a lavorare nei week end, a Natale, in nero, in bici,
in motorino, a consegna, a progetto, a cottimo, a giornata.

Io ci vedo,
sempre più insofferenti agli altri miserabili,
sempre più lontani e isolati,
in appartamenti bui dai muri sottili,
illuminati di luce blu di schermi a bassa risoluzione.

E infine ti vedo,
come il muschio rinsecchito,
resistere in un torpore che sa di morte,
forse apparente,
attendere un nuovo sogno a cui attecchire
per tornare in vita
e ri(n)sorgere.

Poesia visiva di Luc Fierens

L’ultimo giorno

Alcuni schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo a terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. È evidente che il fisiologico ritardo cerebrale tra attualità e sua percezione si stia dilatando. Il siero fa effetto più velocemente del previsto. I colleghi sono tutti sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione.
Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo. Mi chino per pulire, il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi. Saranno le luci al neon, dico.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente, sì. Nessuno sa che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Sono la miccia della catastrofe. Il mondo così come lo conosciamo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

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:Onirico&semidizucca:

Il torpore d’identità sviluppa obliquo il movimento
consapevole il notturno vaneggia la nebbia
schiaffeggia insolito un buio
che d’istinto prescinde immediato da me e dall’ambiente
insiste a spostarmi il palmo con la mano
nella raccolta oggettiva riassunta nel crampo dello stomaco interiore della mia meteopatia

quando improvviso che dal ricordo pur:puro gesticola pur:sempre il gesto

     ops
oh

apparizione

oh
ops

elevata ipnagogia
in virtuale di me
in virtuosa separabile decadenza
in minuziosa silenziosa assenza
riassorbibile tutta riavvolgendola affusolata
perfettamente appuntita nella forma di senso dinamico dell’urgenza

divarica l’orgia del respiro accenna a liberarmi disintegra ciò che mi appanna la percezione

Illustrazione dell’autrice

A bang in the void

Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi.
Carl ha conosciuto questa sensazione quand’era priva di significato. L’ha scovata nella pancia del Tresor, prigioniera dell’atrofia muscolare.
Annaspava per una sorsata di calore, qualcosa che gli restituisse il battito cardiaco. All’improvviso, la pressione si abbassa.
Carl assaggia un odore di gesso nell’aria; di gesso e di muffa. Luci spente, cassa tesa, fragore di torce nel buio. Molto chiasso, troppe facce. Facce a intermittenza, facce bagnate di musica techno. Facce inzuppate di occhiaie, vene rigonfie che battono al ritmo dei synth. Sudore. Sudore in pista, sotto le suole di gomma; schizzi di piscio tra gli amplificatori. Schizzi e piastrelle grondanti di fango; piscio sui muri scavati di fresco.
Il Tresor ha la faccia scavata dagli anni che passano. Il Tresor ha la faccia escoriata di droghe. In questo locale c’è birra a sufficienza per ogni vescica della città, calcola Carl, grattandosi le nocche consumate d’inverno. Sono l’unico sfigato col bicchiere vuoto: è il momento di rimediare.
Il bar si scatena un paio di spintoni oltre il cesso che lo tiene in gabbia. Carl ha una pasticca in tasca: un regalo di Beda, pronto da scartare; però sente la gola secca, deglutisce a fatica persino l’ossigeno: cede all’impressione di respirare catrame bollente. Ha schiumato una canna di troppo. Una striscia di carta vetrata gli raschia l’esofago. Beda, maledetto figlio di puttana: quest’erba non è forte, aveva giurato, sputando dai denti marci il tedesco sbilenco che si ritrova; puoi gustartela con calma e andartene a spasso dove ti pare. Volerai in paradiso, te l’assicuro. Paradiso un corno, razza d’imbecille. La canna di quel bastardo mi sta trapanando le tempie; ma d’altra parte, lo diceva mio padre: mai fidarsi dei bavaresi. Sono una razza pericolosa. Ho lo stomaco ribaltato, Dio mio. Sto per svenire. Se scartassi il mio regalo, se ingoiassi la mia ecstasy, allora sì che filerebbe tutto liscio; e filerebbe tutto liscio lo stesso, cazzo, se non mi fossi fidato di un dannatissimo bavarese senza denti. Anche quest’ecstasy è roba sua, ma riconosco il disegno: ne ho viste a bizzeffe, di pillole così. Fila tutto liscio, e per davvero; è tutto nella norma. Anzi, questa roba è proprio buona. Fanculo, la prendo.

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