Il dito del re

Sângele apă nu se face  [1]
(Proverbio rumeno)

Portarono al re le carte dei suoi possedimenti. C’erano tutti i boschi, i campi e le fortezze, annotate una per una dalla perizia dei suoi scrupolosissimi geografi. E in ogni punto della carta egli aveva un emissario, legato col sangue; e tutti questi puntolini di sangue facevano tra loro una rete saldissima, e ogni regione era una pietra da custodire, una pietra salda su cui edificare.
Aveva spinto i cartografi ovunque, in ogni recesso di quel mondo sconosciuto, a migliaia e migliaia di pertiche lontano; nel gelo delle montagne, in paesi minuscoli, inaccessibili, circondati da foreste e radure, paesi che quando cade la neve scompaiono, rimangono bianchi, bianchissimi: li aveva mandati in mezzo ai deserti, nelle profondità dei mari, quello di sopra e quello di sotto, fino alla terra del Signore, l’incredibile Gerusalemme, a vedere il grande cerchio del Santo Sepolcro. Come aveva fatto Alexandros, il grande re di tutti i tempi, che prima di mettersi in viaggio faceva correre esploratori per tutta l’Asia: e la conquistò, la sottomise tutta, senza tralasciarne un palmo.
Quanto si sa su di lui, il re l’aveva letto. Si era fatto copiare dal vescovo due libroni, e li custodiva insieme al sacro tesoro; li mandava a memoria in modo che entrassero nelle sue fibre, scendessero nel suo corpo, e lo spirito del condottiero lo guidasse. Continue reading “Il dito del re”

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Dedalo e Icaro

Di nuovo,
nell’aria d’ardesia,
lampi e niente tuoni (spiriti
invano ne senti i giochi),
lampi; invano ne attendi
il rimbombo.

Respiri. La testa
una sonda (nero di gromma
nero su nero che pare di brace),
il piede che sbanda,
sgronda, traballa,
guadagna
la strada d’uscita
(tra poco, ora si arriva) –
un’ombra più scura,
che pare gigante,
alta, dura, fatta di roccia;
il piede si blocca, ansante:
ancora la cinta di mura.

Ancora.
Con l’aria che sbrana
una mano si stende, si spande,
poi frana
ritrova il suo posto tastando
baciando quell’aria
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Dedalo dimmi la strada d’uscita)
nera di gromma,
il piede che sgronda,
affonda,
ritorna e non torna
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Icaro non c’è la strada d’uscita).

Icaro mio,
un varco, un difetto
tra le maglie dei ceppi
(memoria a pezzetti,
la sorte dei vecchi)
io proprio non ricordo;
eppure tra vane morali,
segni, riti, idoli vari,
c’è ancora una freccia che scocca
e forse ancora,
forse,
un paio di ali.

Lampi e niente tuoni
suoni di chimere
(ma ora il tempo rintocca
ancora una volta
in quest’ultima notte).

Opera di Moreno Bondi

Una nuova utopia

La tipica conversazione da colloquio di lavoro è – ahinoi – arcinota. Ci viene chiesto cosa sappiamo fare, di cosa ci occupiamo, quali siano le nostre naturali predisposizioni.
Per cominciare, si risponde che abbiamo collaborato con «varie riviste, può vederlo dal curriculum», poi azzardiamo la parola impronunciabile, quella che da noi equivale ad essere considerati nel migliore dei casi un senzatetto o nel peggiore una prostituta: «letterato». A questo punto si viene guardati come si guarda un alieno proveniente da un altro pianeta, uno strano animale disperso, una razza in via d’estinzione.

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