ABI550

Ne L’origine degli uccelli, secondo racconto della raccolta Ti con zero di Italo Calvino, il narratore Qfwfq si chiede come sarebbe ogni scena del racconto se fosse una vignetta fumettistica. Il risultato è sorprendente: un rapporto di perfetto equilibrio tra parola e immagine nel quale si viene trasportati sia nel mondo della lettera, sia nel mondo della pura immaginazione (il rapporto è ulteriormente sviscerato nelle considerazioni delle Lezioni Americane al capitolo dedicato alla visibilità, in cui Calvino sottolinea la necessità di pensare per immagini).
Giunti al secolo a cui erano destinate le Lezioni americane, la dicotomia tra parole e immagine non è più così evidente. La graphic novel contemporanea, a nostro modo di vedere, è l’esempio principe di questo avvicinamento tra gli elementi, passando dalla traslitterazione alla “trasmaginazione”.
Pubblicando l’anteprima di AB1550 di J. Le RoLi (opera collettiva e “ibrida” per eccellenza, in costante equilibrio tra disegno, musica, parola) in una rubrica di racconti, l’intenzione è proprio testimoniare un avvenuto contatto tra i due linguaggi che, liberati da vincoli formali, permettano finalmente al lettore di interpretare e vivere la narrazione come esperienza trasversale e fertile.

 

Il Team di After After,

Federico Armani,  Charlie D. Nan, Giovanni Schiavone

AB1550n1 (trascinato) 4AB1550n1 (trascinato) 5AB1550n1 (trascinato) 6AB1550n1 (trascinato) 7AB1550n1 (trascinato) 8AB1550n1 (trascinato) 9AB1550n1 (trascinato) 10AB1550n1 (trascinato) 11AB1550n1 (trascinato) 12AB1550n1 (trascinato) 13AB1550n1 (trascinato) 14Disegni di Rosi Marsala
Testi di Danilo Cusimano e Leo Rombolà
Per gentile concessione di ABISSO COMICS
Annunci

Pupazzen

Mi addentro nella Palermo delle sette di sera al n. 121 di via Lincoln, nella semi-oscurità della portineria dove due rampe di scale conducono all’ingresso della “Casa Mediterranea delle Donne”. Sul pianerottolo, la porta dell’appartamento è aperta. Lungo il corridoio a L guardo le foto in bianco e nero e i manifesti storici della lotta femminista, tra cui quello celebre della donna col foulard rosso in testa: il braccio piegato, il pugno stretto e chiuso e la scritta “We Can Do It”. Mi ritrovo in un’ampia sala dalle pareti bianche, un paio di ventilatori agli angoli e, l’una vicinissima all’altra, una cinquantina di sedie ancora vuote. Gli spettatori, riversati sul terrazzo vicino, approfittano della brezza serale.

E180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 026 1

Sono invitati a entrare da una delle organizzatrici dello spettacolo, che annuncia che purtroppo la pupazzen di Frida Kahlo è rimasta chiusa in una vetrina di cui non si trovano le chiavi.
“Pupazzen”, bambole di pezza, dà il nome allo spettacolo realizzato da Lara Salomone, Vivian Celestino e Anna Costantino, operatrici dell’associazione Handala per “FARO”, un progetto a favore dell’autodeterminazione femminile.
Mi assicuro il posto più vicino al ventilatore mentre gli spettatori riempiono la stanza e i ritardatari sono costretti a stare in piedi vicino alla porta. È il sette luglio e si sente.

B180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 173 1.jpg

Tre signore, in prima fila, sfoderano dalla borsa ventagli floreali ma gli sguardi di tutti sono rivolti verso l’ombra di una sedia proiettata su un lenzuolo bianco fissato al vano della porta. Preceduta da voci registrate su una base musicale, appare il profilo di un’ombra. Cammina a piccoli passi, controlla di essere perfettamente in linea con la sedia dietro di lei e si siede. Si chiama Angela; ma la presenteranno solo alla fine.

Preceduta da voci registrate su una base musicale, appare il profilo di un’ombra. Cammina a piccoli passi, controlla di essere perfettamente in linea con la sedia dietro di lei e si siede.

Con una mano tiene un libro, con l’altra il microfono all’altezza della bocca; la musica s’interrompe, la donna fa un respiro profondo e comincia: “Io sono una sedia. Una sedia su cui non si siede mai nessuno. Non so se ci sono delle piastrelle o del linoleum o della vernice fresca. Chi mi ha verniciato le mani? Un secondino immagino, ma ieri è venuta una visita. Una parola, pa-ro-la, parola, parola, mi bacia le labbra, pronuncio la parola”.

H180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 134.jpg

Dal bordo del lenzuolo si affaccia una bambola di pezza con i capelli corti, una collana di perle, una spilla verde smeraldo e una sigaretta cucita sulla mano. È Alda Merini, la poetessa.
L’ombra scandisce le parole sillaba per sillaba, come se Alda Merini in persona le stesse insegnando a leggere per la prima volta. S’inumidisce il dito, gira un’altra pagina. La bambola scompare dietro il lenzuolo, la donna chiude il libro e tra gli applausi esce di scena.
Ecco che la musica riprende e una voce squillante racconta le proprie impressioni sulla pittrice messicana Frida Kahlo.

 

Le tre operatrici usufruiscono tre volte a settimana dello “Spazio Donna”, un appartamento messo a disposizione dall’Onlus “WeWorld”, all’interno di uno dei padiglioni dello Z.E.N. 2, oggi quartiere di San Filippo Neri. Lo Z.E.N. 2, insieme al vicino Z.E.N. 1 con circa 30.000 abitanti, è considerato la più grande periferia in rovina d’Italia.
La seconda ombra occupa posto sulla sedia. “La mia notte è senza luna”.

G180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 041.jpg

“La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre…”. Le trema la voce ma va avanti fino alla fine della lettera che Frida scrive a suo marito, il pittore Diego Rivera.
S’interrompe per qualche secondo, si schiarisce la voce e legge alcuni versi della poesia: “L’amore non basta”. Infine si alza e va via. Mi guardo intorno per vedere la reazione degli altri spettatori; una donna alla mia destra, tre posti più in là, si asciuga le lacrime. Non è l’unica.

C180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 033 1

In una situazione di microcriminalità attiva 24 ore su 24 e di totale assenza d’infrastrutture, la maggioranza delle donne, dette “le Pigiamate”, sono segregate in casa, costrette a rinunciare a ogni diritto per sottostare al ruolo di moglie e di madre.

D180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 024 1.jpg

Da dietro il lenzuolo si sentono le operatrici bisbigliare. La terza ombra si siede, si rialza e torna indietro. Ritorna e ripete al microfono quello che un’operatrice sottovoce le suggerisce: “Vi canterò una canzone, la canzone che mi piace di più. Mori Mori”. Parte la base musicale e dal lenzuolo emerge la bambola della cantante Rosa Balistreri. L’ombra inizia a cantare le strofe in dialetto siciliano e la vediamo dondolare sulla sedia. I’istinto è di girarmi e riguardare il volto della donna commossa ma resto immobile ad ascoltare. La bambola di Rosa Balistreri ha la bocca aperta, ricamata col filo rosso e una chitarra cucita sul petto.
Al termine della canzone, tra gli applausi, le donne oltrepassano il lenzuolo e vengono presentate al pubblico: Angela, Sonia e Ignazia.

F180209-ZEN-CASA DELLE DONNE - 197.jpg

A causa di mancanza di fondi, dal 20 novembre 2017 il progetto “FARO” è stato interrotto e le donne, che come dice la coordinatrice del progetto Lara Salomone “trovavano allo spazio donna un luogo d’incontro in cui non esiste il giudizio in cui ognuna di loro può aprirsi e socializzare con rispetto e libertà”, per il momento sono rientrate nella solitudine delle loro case-prigioni. Tuttavia Lara, Vivian e Anna stanno facendo il possibile per trovare bandi per presentare progetti e con “Facciamo Spazio”, la raccolta fondi per lo spazio riservato alle donne dello Zen, sperano di poter tornare a offrire sostegno e amicizia a tutte le donne cui non è concesso di vivere dignitosamente.

Fotografie di Naomi Morello

 

Mente mia dissennata

Ti tormentino gli dèi in terra, poiché lassù il (loro) tempus fugit.
Creonte io, intransigente e tiranno, tragico e affatto comico,
ridi, ridi ancora, mia Antigone, se non riesco a decifrare il
trambusto eroico di cui ti fai vanto:

Mente mia dissennata di errori miei ostinati, di insensata mia volontà.

Ed ostile alle consequenzialità, all’angustia degli spazi,

io non leggo,
non mi soffermo,
non mi fermo:
sia una volontà di rappresentazione
patetica,
il mondo tutto,
nel tergiversare e nei quesiti
dei filosofi.

Ho smarrito il mio Logos, o meglio dirò, non mi è appartenuto
mai.

Non me ne voglia Kant se sragiono,
mi critichi piuttosto senza purezza né praticità;
Non me ne voglia Hegel se della verità ne faccio uso improprio,
se non mi appello alla logica aristotelica né alla (sua)
dialettica incostante.
Non me ne voglia Nietzsche se non sono un superuomo,
non pecco di presunzione
né possiedo alte ambizioni:

mente mia dissennata di errori miei ostinati, di insensata mia volontà.

Eros mi è stato accanto, mio compagno fedele, ora al fronte confinato.
Mea culpa non saper dare un nome ai corpi
da lui concessi a buone dosi: ne ho fatto indigestione.
Non ho niente di Paride, nulla di Zeus.
Non me ne vogliate se ho molteplicità ed una mente soltanto.

Mente mia dissennata di errori miei ostinati, di insensata mia volontà.

Sentenzio hic et nunc il (mio) (non) volere:
che per Venere avrei ucciso,
che per Saffo avrei tessuto versi sempre nuovi,
che per Calliope ne avrei proferiti altrettanti,
per Cibele mi sarei fatto bosco, e vento, e primavera,
e per Demetra sarei stato seme,
che per Ecate mi sarei incantato, commosso ed estasiato,
che per Iris mi sarei infervorato,
che per Lete me ne sarei poi scordato,
che per Nemesi mi sarei vendicato,
e che per Te,
e Te soltanto,
sarei stato.

ILLUSTRAZIONE DI ANDY MCFLY

Cane magro, la fame che non può essere appagata

canemagro libro

«Un tacito accordo di non legame» ci lega ai versi di Chiara De Cillis, classe ’95, poeta e compositrice di canti muti, anascritture, collage brillanti che proprio su Neutopia hanno trovato spazio per respirare e trovare una direzione nel marasma di internet. La sua prima raccolta di poesie, Cane Magro, trova ora realtà tangibile per i tipi di Italic Pequod prendendo spunto dal blog omonimo. Essa contiene la produzione meno sperimentale dell’autrice di Ostuni naturalizzata torinese, ma comunque emozionante e densa di significati. La potremmo definire una «raccolta adolescente», laddove l’adolescenza è rappresentata dall’urgenza, dalla fame, dalla mancanza di un posto nel mondo e da un vuoto da dover riempire. In apertura della silloge, troviamo una citazione – più tematica che stilistica – da Il flauto di vertebre di Vladimir Majakovskij, a voler sottolineare l’origine corporale, prettamente fisica, delle poesie. Quaranta piccole liriche che hanno nel sesso (più che nell’amore, eufemismo spesso abusato a causa di un cattolicesimo stantio) e nell’ambivalenza del piacere il proprio filo di Arianna.
Secondo la stessa De Cillis, la cui poetica si avvicina molto, in questo senso, a quella di Sandro Penna: «Io mi sento un cane magro, quando scrivo. Come quei cani che girano nei paesi di mare in inverno e incontrano un passante per strada e lo sbranano: scrivere è voler sbranare, saziare la fame». Il parallelismo con Penna qui risulta ancora più evidente se pensiamo alla natura figurativa ed emotiva dei suoi versi.
In una poesia come  «[…] tu fa’ che questo mio amore/sia il caldo che asciuga/ le guance dal sale, / – il sale alla lingua dei baci / incapaci a parlare a parole – […] » (poesia n. 9, p. 19), ci rendiamo conto perfettamente come il mare o, in questo caso, l’Oceano, possa essere il ponte ideale fra un tormento interiore e uno scabro paesaggio umano, costellato da desideri e da sentimenti a volte inappagati e, proprio per questo, ancora più forti e bisognosi di cure. Il «marinaio senza approdo» cui si fa riferimento nel passo « […] Per me di fatto non esiste faro / e sempre vago alla ricerca dell’incanto, / semmai qualcuno riuscirà a salvarmi /sarà di certo tra le onde alte […]» (poesia n. 13, p. 23) è chiaramente l’io poetico giovane, che chiede d’esser salvato ma non ha bisogno di porti sicuri, e che al contrario può vivere soltanto nella tempesta, nel tumulto, nella burrasca: «dimenticati i prati in fiore», quello che rimane è un inno al perdersi; come quando Thomas Stearns Eliot cantava della sua Terra desolata, e, parlando di Fleba il Fenicio, raccontava di come egli avesse dimenticato «il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare, e il guadagno e la perdita» (T. S. Eliot, The Waste Land, Einaudi, 2013, p. 41).
L’ossessione scaturita dal desiderio torna poi compulsivamente, abbandonate le dimore domestiche e i focolai di provincia, in versi che ricordano molto da vicino le liriche di Amelia Rosselli in Serie ospedaliera: «Mille quei boschi/ in cui rendemmo/ grazie a Dioniso. Molti di più / gli amplessi/ in cui io resi/ onore a te» (C. De Cillis, Cane Magro, poesia n. 16, p. 27).
Quando l’identità queer è già più consapevole, non si teme invece di affermare la predilezione per il femminile in una molteplicità di forme e di volti: «Amo le donne: / le ammiro: / nello specchio vastissimo/ delle possibili me […]» (poesia n. 12, p. 22).
È nella seconda metà della raccolta che troviamo infine la qualità più epica (una su tutti, la bella Antigone) e autenticamente libertaria dei componimenti della De Cillis, penna anarchica e speranza per la poesia contemporanea, il cui poetare oggi più che mai si ricongiunge alla sua etimologia artigianale, laddove il «fare», «poiein», sfoggia l’interpunto e l’enjembement, avvicinandola al modus operandi del Sanguineti di Novissimum Testamentum: «Tra questi pascoli urbani/ di troppo umana allegrezza/ io tram senza filo deraglio /alla ricerca costante, perenne/ di un capolinea che sia quello:/ che mi accolga come una cosa/ che ha compiuto il suo senso» (poesia n. 37, p. 49).
Ed è così che Torino e l’elettricità entrano di prepotenza a far parte del tempio profanato, straziando la nostalgia oscurantista dei paesaggi naturali, delle strade di campagna, della polvere, dei furbi riferimenti montaliani e pessoani per lasciare posto all’essenziale. Saffo morì sull’isola di Leucade e dalle spiagge di un’altra isola, stavolta quella di Nasso, una Saffo moderna si auto-condanna al silenzio, domandandosi cosa resterà del proprio dire una volta che non ci sarà più: una serie di «lettere senza risposta» e «destinatari ammutoliti» (Epitaffio, p. 53), in un finto-amore che non vuole più essere chiamato tale ed ha nel rimbombo della ribellione il suo attracco più sicuro per non perdersi nel vento.

Chiara De Cillis, Cane Magro, pp. 53, Italic Pequod, Brossura
Prefazione di Francesca Puopolo, Copertina di Elisa Camurati

 

Jedako, la terra della Luna

Il Chocó, Colombia, è una terra in bilico tra le onde aspre dell’oceano Pacifico e la fitta giungla tropicale, che con le sue palme da cocco si sporge fino a lambire la costa. I suoi abitanti, i chocoanos, si confondono con l’oscurità delle notti senza luna. Poiché la loro pelle nera non gli fa mai dimenticare l’Africa, a cui furono strappati cinquecento anni fa come schiavi e mai restituiti.
Nuquí, Panguí, Jurubidá, Jobí. I nomi dei villaggi hanno sapore indigeno, parlano di un passato in cui i nativi popolavano queste lande prima di ritirarsi in nidi remoti nel cuore della foresta e cedere il passo alle comunità di cimarrones, gli schiavi neri che fuggivano dalle miniere nelle fauci della terra e riparavano in luoghi impervi pur di sopravvivere.

I chocoanos sono i figli degli schiavi ribelli nella terra della luna, che ne è la signora.

La luna governa le maree col suo pallore di pietra. Puja y quiebra dicono i suoi abitanti quando parlano dell’alta e bassa marea che ingrossa i delta dei fiumi, divora le spiagge e i muri marciti delle case e trasforma i villaggi in isole sparute.
I chocoanos mangiano riso con platanos fritos e bevono il dolce siero delle noci di cocco come l’acqua, che in questa terra non è potabile. Vivono in case di legno colorato col tetto di foglie. Essi stessi le costruiscono a una spanna dal suolo, per non farsi inghiottire dal ribollire dell’oceano quando c’è l’alta marea o un fiume incollerito dalla pioggia.
Chi atterra a Nuquí avrà sorvolato l’incredibile coltre di alberi che invade il tropico, interrotta solo dallo scorrere di qualche lungo fiume serpeggiante tra le chiome. Il caldo assale come uno stormo di avvoltoi, l’afa infiacchisce, ma i chocoanos ridono sotto il sole sferzante e non si lamentano.
Non conoscono vetture private: a prestare servizio in paese è il chocho, una macchinina a tre ruote che non teme il fango delle strade terrose. Quando invece le circostanze impongono spostamenti più lunghi, la giungla non lascia scelta. Resta il mare, attraversare le sue acque a bordo di una vecchia lancia dal motore forte, con la probabilità di scorgere il nero di una coda di balena tra le onde.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
A simple conversation about the things that matter, via

I chocoanos sono falegnami, cacciatori, soprattutto pescatori. I Curanderos no. Nel municipio di Nuquí ne è rimasto solo uno, Emigdo, geloso custode delle sue conoscenze antiche. Parla di come curare i portatori del mal de ojos[1] disciogliendo sui loro occhi manteca di maiale nero, antidoto infallibile con cui ha guarito una donna che rischiava di ammazzare i propri figli per via del suo sguardo violento. Racconta di rimedi contro la sterilità, di come trattare il mal de nacimiento e di serpenti inviperiti che seguono le loro vittime fino all’uscio di casa per affondare i denti nella viva carne.
“Persino gli indios vengono da me a farsi curare”, commenta con una scintilla nello sguardo, quando una donna dai lunghi capelli scuri fa capolino dalla sua porta.

“Persino gli indios vengono da me a farsi curare”, commenta con una scintilla nello sguardo, commenta Emigdo, con una scintilla nello sguardo.

Emigdo lavora con le anime dei suoi pazienti, ma ne conosce anche i tre spiriti, quelli che accompagnano ciascun individuo  fino alla fossa e ne bisbigliano il destino a chi può sentirlo. Per vederli si alza all’alba e fissa gli occhi sulla luce del sol nascente, affinché i raggi gli rischiarino la vista.
I chocoanos maneggiano il machete con destrezza, come fosse il prolungamento affilato delle loro braccia.
I falegnami costruiscono le loro case poco a poco: ogni piccolo risparmio si converte in un’anta di finestra, una porta, un listone per il pavimento. Così fa Prudencio, falegname di Arusí, un paesino di trecento anime senza negozi, né chochos. Fabbrica letti, barche, piccole abitazioni, abbatte lui stesso gli alberi nel fitto della foresta. Mostra la sua dimora e ricordando con orgoglio il tempo in cui per arrangiarsi copriva il suolo con rottami di altre costruzioni. Gli manca ancora un po’ per finirla, ma ci vive già da anni.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Riconnettersi con il sé, via

I pescatori usano canoe scavate nei tronchi, così piccole e sottili che a starci seduti dentro ci si sente nel ventre di un’onda.
Prospero è un pescatore del piccolo comune di El Valle. Con la sua esile canoa risale il corridoio di mangrovie ai margini del fiume o getta l’amo in mare aperto. Non passa giorno senza che la sua lenza si tenda. Al resto ci pensa madre terra con i suoi frutti sugosi che pendono dagli alberi. Banane, cocco, papaya, anón. Le galline, che ruspano l’arena polverosa a ogni angolo di strada. Un uovo a tavola non manca quasi mai.
“Può darsi che qualcuno patisca la fame per un paio d’ore”, commenta Prospero, “ma poi sicuro troverà chi lo aiuta e, barattando un bene con un altro, un boccone lo si riesce sempre a rimediare”. Nessuno è mai morto di fame nel Chocó. La malaria, invece, quella sì che ammazza, quando l’aeroporto è lontano e le cure non si trovano che a qualche centimetro più a est sul mappamondo, oltre quella fitta coltre d’alberi che fa sentire su un’isola più di quanto non faccia il mare.
Ed è nei recessi più nascosti della giungla tropicale, lontano dalle pattuglie e dai posti di blocco, che i narcos esercitano indisturbati le loro attività. La coca, imbarcata nei porti lungo la costa, viene poi spedita a Panama e da là, attraverso il Messico, giunge a destinazione, negli Stati Uniti. Quando una lancia super veloce con a bordo un carico di droga viene abbattuta dall’esercito, el oro blanco si riversa in mare ed ecco che si scatena la pesca del carico perduto. La pesca bianca, come la chiamano, è un affare. Chi recupera la merce la rivende ai produttori e il ciclo si ripete.
Anche il ciclo delle acque si ripete: le onde tornano a inghiottire le spiagge, la pioggia ricade brutale dalle nubi e ancora una volta il Chocó cambia le sue vesti luminose del mattino per quelle opache della sera.
All’ora del tramonto, quando il sole è già annegato oltre la linea incurvata del globo, quando il temporale ha imperversato e i fulmini hanno irradiato il cielo come lampadine quasi fulminate, in quel momento in cui l’aria è sospesa, passeggiando per le strade limacciose si ascolta un’unica eco e una luce tremolante esce da ogni porticina aperta sull’orlo della notte. Tutti ridono all’unisono, stregati dalla stessa filastrocca.
Ficchi la testa oltre l’uscio di una casa e dovunque scorgi la stessa scena. Tutti pendono dalle immagini parlanti di un vecchio televisore, tutti sintonizzati sullo stesso canale, come ammaliati, ridono e piangono insieme, uguali a chi si stringe attorno al fuoco ad ascoltare le storie degli avi per scacciare i fantasmi della notte.

Opere di Valentina Brostean

[1] Malocchio.

Dilàniati

 

Dilàniati,
ché della lana avevo il nome
come l’edera ha il sangue.
Lungo tutti i binari
– scomposti:
tu spargiti e non tergere
le guance, sul lento aprirsi
della folla – come braccia
d’un mare già spoglio,
tremante
d’elettriche lingue
che attraversano il flusso
rosato del tempo
quando ha fame
e ruggine, ai lati.
Dìsfati:
ch’è presto per i ragni
e la terra non geme
– gremita –
se non per sgranchirsi

 le ali.

Strette
le tue radici, protese,
non toccano i sintomi
fondi del caos, i nervi
nel litio – solo austeri
corpi cinerei. N’eri:
figlio e motore.
Ché della lana avevo
il suono, sul labbro:
come ciglio increspato
di strade sfinite, venose;
pre/sfumature.
Lànciati:
e non temere i rovi che stringono;
certi flutti di luce;
certe incolpevoli aurore.
Ché non fanno rumore
se non dentro,
dov’è sera
e non restano braci.
Lì ti ho.
Come l’edera e il sangue;
dove la carne è foglio sottile.
E lì arde la voce – senz’arti
e non sa poggiarsi.
… Se non versano stragi, compagni,
Rosse son solo le dita!
Nel freddo ginnico
dei sotterranei e tra i cortili,
dove si spengono i nettari,
le stelle filanti.
Spingono.
Ché non c’è fiato
in aprile,
nei pugnali
di un tango.
Dove i ragni sono
punti.

Sui fili.

Copertina di Sarenco

L’orchestrina

Un abile direttore d’orchestra sa sempre come distinguere le voci dei singoli strumenti. Se una sola corda stride, se un tasto suona sghembo o un colpo arriva tardi, lui subito se ne accorge e riesce a intercettare, nel prodotto melodico della buca intera, l’esatta parte in errore. Ogni musicista lo sa e quando sbaglia, sbaglia sapendo di esser visto, perché sempre sente addosso l’attenzione del Maestro: l’infallibile giudizio del suo orecchio, che mai gli perdonerà una svista.
Così, non appena si accorse di aver cannato l’attacco, il Terzo si fermò e fece silenzio. Forse il fiato gli si era spento in gola, o forse la bocca aveva disegnato con le labbra un cerchio troppo stretto; fatto sta che la voce ne era uscita rotta, stonata e pure un po’ stridula, simile al gridolino di un bimbo più che all’ululato richiesto. Il Primo e il Secondo non si lasciarono scoraggiare e continuarono per un po’; ma le loro voci, da sole, non riuscivano a rendere tonda la gravità del suono, e per quanto i due si impegnassero, per quanto si guastassero la gola cercando di riempire il vuoto lasciato dal compagno, nient’altro ottenevano che un canto falso e fiacco, le cui note tradivano l’ideale profondità dell’ululato, ne snaturavano la terribilità e la risonanza. Il compito si era fatto insostenibile, e il Primo pensò che era inutile continuare così, se solo in tre potevano riuscire. Si fermò, e pochi secondi dopo anche il Secondo ammutolì. Tutti e tre rimasero zitti, fermi dov’erano nella radura, mentre attorno a loro la boscaglia ridonata al silenzio iniziava a riempiersi di nuove voci, intonate dal coro diverso e più ricco delle bestie: si riusciva a distinguere, sopra il cinguettio costante e eguale degli uccelli, l’improvviso ruggito di un lontano predatore, il bramito terrorizzato della preda in fuga, il grido folle e solo della scimmia; ma l’orchestrina, che sedeva per terra in mezzo all’erba, non ascoltava queste note, e attendeva impaurita un solo suono: quello sordo e secco dei passi di Pietro, che a breve avrebbero percorso la boscaglia, e l’avrebbero percorsa per punire.

Continue reading “L’orchestrina”