Havana

I dipendenti dell’aeroporto sono tutti più giovani di me: le loro carnagioni hanno varie tonalità, i loro volti sono scazzati o allegri mentre mi ignorano, parlando dei fatti loro o sbrigando con efficienza le mie pratiche. Quella della dogana non mi guarda nemmeno. Quello del passaporto osserva il mio documento per qualche istante. Mi dice “ciao″ e pone quasi subito la fatale domanda: “Juve o Toro?”. Poi mi annuncia, teatralmente, “benvenuto a Cuba”.
Quando mia moglie ed io usciamo dall’aeroporto, nel caldo opprimente che ricorda Torino ad agosto, non troviamo il taxi che avevamo prenotato e pagato dall’Italia. Attraversiamo una larga via piena di taxi gialli e raggiungiamo una galleria dove hanno sede varie agenzie di viaggio. Entriamo in una e spieghiamo la nostra situazione. Un signore grasso mangia riso e fagioli da un contenitore di plastica, una donna di mezza età si alza e ci segue fuori. Ci chiede di mostrarle “el voucher”, il foglio della prenotazione, poi ci riaccompagna nell’atrio dell’aeroporto, tra folate gelide di aria condizionata, nel caos dell’alto portico lì davanti. Famiglie spaesate da ogni parte del mondo, cubani con cartelli con scritti cognomi e messaggi di benvenuto e cubani senza cartelli, un po’ più equivoci, che girano ripetendo a mezza voce: “Taxi?”.

Un grosso americano con bambini e moglie al seguito vede la nostra accompagnatrice e senza dire niente le mette in mano un foglio di carta, come per dare un ordine a un diretto sottoposto. Quella dà a vedere di non capire e l’americano si spiega in inglese: vuole un taxi anche lui, per la sua famiglia. La donna gli spiega con sbrigativa cortesia che ha da fare e continua a cercare il nostro tassista, che a quanto pare se n’è andato.
Dopo poco la donna si allontana e poi riappare gesticolando – lo stesso americano di prima la intercetta e nello stesso modo, senza dire nulla, le mette il solito foglio in mano –, lei lo ignora e ci indica un tizio sulla quarantina, appena sceso da uno dei taxi gialli, che carica la nostra roba nel portabagagli e senza dire una parola si mette alla guida.

Durante il tragitto, rimane in silenzio. Dai bocchettoni dell’aria condizionata esce un getto forte e freddo, il taxi procede lentamente. Due poliziotti, un uomo e una donna, attraversano una strada a tre corsie sotto il sole cocente. Ora il tassista supera i cento chilometri orari in un rettilineo. Non c’è molto traffico, ma per strada si vede ogni sorta di veicolo: vecchi modelli di auto Lada e Bentley variopinte che mandano in solluchero i vecchi italiani, camion di ogni tipo, vecchi scuolabus vuoti con scritte in francese, jeep, minuscoli autobus strapieni, lentissimi sidecar, gruppi di lavoratori a piedi o trasportati sui cassoni di camion che sembrano marciare per miracolo. Le fermate sono piattaforme di cemento, segnalate da un palo. La gran parte della gente in attesa tiene il braccio alzato per fare autostop, nella speranza di ottenere un passaggio prima che arrivi il bus. Bastano pochi mezzi per creare un ingorgo: il tassista tenta di superare, ma resta fregato al semaforo perché il guidatore di un camioncino sembra intento a cercare qualcosa che gli è caduto sotto al sedile. Non parte, non presta attenzione al gigantesco timer che indica quanti secondi mancano al rosso.

La strada è costeggiata da viottoli sterrati, giganteschi baobab, edifici fatiscenti dai colori accesi, file di capannoni turchesi deserti. Si vedono sparuti greggi di capre e vacche bianche. Dal cruscotto del taxi pende un piccolo crocefisso.
Ci addentriamo nella parte orientale della città, nel quartiere Vedado: vecchie ville variopinte e fatiscenti, di molte non si riesce a capire se siano abitate. Grandi cartelli di propaganda, con gigantografie a colori: “Fidel vivira para siempre in nosotros” e, davanti a un centro sportivo, “Listos para vencir”.

All’hotel, la chiave della nostra camera non funziona. Nel frattempo l’inserviente ha fatto in tempo a sparire per diversi minuti e tornare di corsa con un enorme mazzo di chiavi, e a provarle tutte senza nessun esito. Al momento di scendere, troviamo la pulsantiera dell’ascensore con tutte le luci accese e lampeggianti. Decidiamo allora di fare le scale, le  cui ultime due rampe sono completamente al buio e prive di pavimentazione.
Il cortile dell’albergo è per gran parte occupata da una piscina frequentata da cubani del quartiere, che pagano un tot per farci il bagno anche senza pernottare nell’albergo. Lì si passa il pomeriggio, bevendo rum e mangiando panini di proporzioni statunitensi.

Quando il sole tramonta cominciamo una lunga camminata sul Malecòn, il lungomare dell’Havana, che collega il centro storico al Vedado. Davanti a certi monumenti, in certe piazze, si fermano i grandi bus delle agenzie. Gente seduta o sdraiata per terra, nel vento forte, caldo e saturo di umidità che arriva dall’oceano.
Il Malecòn è una imponente strada a tre corsie oltre al quale c’è solo qualche scoglio piatto e nero, di roccia magmatica, in lieve declivio verso onde basse, una forte corrente scorre verso ovest, dove il sole sta scomparendo oltre ai grattacieli.
Sul parapetto, centinaia di ragazzi, di uomini e di donne bevono birra, suonano chitarre, percussioni o ascoltano musica da casse Bluetooth o semplicemente stanno appartati a guardare il mare, vicini, in silenzio. Le rocce ai piedi della passeggiata sono piene di bottiglie e lattine vuote. Sull’altro lato della strada c’è una fila di case molte delle quali sono antiche, con colonnati al pianterreno. Altre sono perfettamente restaurate e pulite, bene illuminate ma vuote, occupate da negozi, ristoranti di lusso o hotel. A un certo punto una vecchia camionetta militare accosta e ne scendono poliziotti e soldati che, a coppie, si sparpagliano sul lungomare e iniziano a pattugliarlo lentamente.

Al ritorno percorriamo una lunga via chiamata calle Animas. La strada, quasi del tutto occupata da mucchi di immondizia e macerie, è percorsa da passanti e vecchi taxi. La via è buia e non ci sono bar né ristoranti – solo vecchie case a due piani, dai pianterreni altissimi che spesso sono stati divisi creando ammezzati soffocanti. Le porte e le finestre aperte lasciano intravedere le persone che vivono in quei luoghi – vecchie, ragazzine e grandi cani assonnati e annichiliti dal caldo – si capisce dai loro volti consunti e dall’immobilità dei loro corpi che il caldo è la dimensione in cui vivono perennemente, in cui sono immersi e da cui non possono o non vogliono fuggire.

Fotografie di Steve McCurry
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#213

 

Quel tavolino che sorreggeva la catena di mani iniziò a vibrare suoni secchi, crepitanti. Il piano incominciava ad alzarsi insieme al volume di gemiti, singhiozzi e lamenti. Era giunto qualcuno: i suoi movimenti strisciavano contro gli indumenti delle persone astanti, rispondendo con versi alle loro domande; seguirono solo fallimenti perché esso non parlava nessuna lingua dei mortali presenti. Non poteva essere un animale perché il suo pianto era lo stesso degli esseri umani. Una donna di scatto lasciò la catena di mani scoppiando in lacrime sul suo giaciglio, soffiando sul gruppo un’aria gelata da ansia e scompiglio: Forse è mio figlio!, – un ululato irruppe il silenzio – non aveva neanche un anno quando mi colse un lampo di cieco delirio, piangeva troppo e l’ho ucciso. Un brivido scosse le ossa del pubblico e un piccolo volto bianco stava comparendo al suo fianco. Era un neonato dal viso sciolto e deformato. La madre aggiunse che gli aveva versato addosso la pentola dell’acqua che bolliva sul fuoco, poi durante il racconto, un uomo, di colpo, si è alzato e con una pistola le ha sparato in testa. La bianca figura del fantasma divenne una fiamma rossa e la seduta ormai finita si spostò in giardino per scavare una fossa.

Glitch-art di Giacomo Carmagnola

Gli amanti

 «Tutto questo delirio per qualche goccia», pensò Federico studiando il preservativo che si era appena sfilato. Il serbatoio era pieno. Pieno in modo ridicolo, ché lui non ne produceva molta.
Lara gli era sdraiata accanto, un neo sulla pancia, a sinistra dell’ombelico, e tre sul fianco destro. Era bella. Aveva i capelli lunghi, castani, il viso magro e gli occhi come uno strazio che si pianti nel cuore. Ogni uomo che guardasse diventava una bestia da macello.
Federico cercava d’intuire le conseguenze che sarebbero scaturite da quelle quattro lacrime di seme. Il suo pube era intriso delle secrezioni vaginali di Lara.
L’atto era durato nove minuti.
Federico e Lara si erano reciprocamente desiderati per otto mesi, respingendosi sempre, devastandosi a vicenda. Infine, inevitabili, quei nove minuti di gemiti e odori e saliva. Lei era venuta quasi subito. Lui aveva cercato di prolungare la cosa, poi si era reso conto che non occorreva. Lara non avrebbe raggiunto un altro orgasmo e a quel punto era meglio farla finita.

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Chi si addormenta da solo lenzuola da solo – Concerto punk per sole voci

Il pregevole lavoro di Luca Atzori, poeta e musicista sardo naturalizzato torinese, e di Sandro Sandri, voce de Lo Zoo Degli Unni e interprete, tra gli altri, dei testi di Antonin Artaud e Carmelo Bene, è un miscuglio di sussurri, di suoni, di urla che abitano i versi e che hanno come unica protagonista la voce.
Chi si addormenta da solo lenzuola da solo, titolo ironico di derivazione situazionista, è un viaggio nella psiche dell’uomo contemporaneo, lo schizo che non può essere coercito, la contraddizione che non può essere livellata, parola poetica in libertà che ci consente di abbandonare i luoghi comuni e capire cosa si provi ad essere un bruco nella notte patetica dell’esistenza, tra canti tipici sardi e polifonie tibetane. Le culture e i riferimenti – si va dagli jodel alpini agli Animals – si mescolano di fronte a un’incontenibile decadenza culturale accompagnata con onorata spudoratezza, che si auto-infligge la pena di essere ancora ai tempi dell’ordine e del lavoro, quando – cito dai versi di Atzori – “non bisogna provare troppi sentimenti/ davanti all’ingiustizia/ ci vuole solo freddezza/ e pietà/ della propria morte”. Morte della ragion pratica che percorre tutto l’audiolibro.

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Belva alla finestra

Se vero è che il morto è come il pesce
è ninfa di sciagure la balena all’ora blu
che stringe in una morsa tra le cosce
il marinaio scalzo sul parquet di cenere
e tabacco e questa stanza è un capitolo
di Bibbia incancrenito sotto a un tacco.
Angelica pistola e stretto cappio al collo
si dondola sulle ginocchia, mi diagnostica
la fame del ribelle e invita alla rivolta:
sigaretta numero trecentocinquantatré.

Angelica sorella di vendetta non repressa
si scosta va alla porta e freme di minaccia:
pronostica fibrosi polmonari e una psicosi
(se solo il pianto non facesse suono alcuno
e il fulmine cadesse in questo mio digiuno)
fumo di distanza e di paura quanto basta
in me che sono un angelo mozzato fresco
e mezzo decaduto, son tenuto in piedi dalla
vecchia farsa, dalla malavita, dall’alata biga
che mi porta a rimirar l’estetica, le statue
e tu bloccata immobile accanto al lavello
con una frase errata strattonata in gola
con il sapor di oppiacei sopra al giugulo,
che niente fai se non fissare il nulla, il vuoto
lasciando a me il reale, a me l’ignoto tuo
spiccare il salto, terminare del discorso:
sigaretta numero cinquecentotrentanove.

Un paio di lenzuola verde acido giace
inerme nel coriandolo di bianco madido
e sembra che si odano strillare erinni
nell’esercizio del succhiare di falangi e
falangette e ulne e radio e femorali OH
di gemiti nascosti tra i cuscini:

Nessuno!
Nessuno.
Nessuno.

Belva alla finestra, isterica sigaretta che
consumi in taciturno rimembrare i tuoi
rancori e gesta clericali interscambiabili
se c’è un segreto tacilo, se c’è un mistero
negalo, ricorda ancora la parola sacra
l’ora, se vero è che Vardaman è impazzito
lo dico e lo rinnego anch’io follia vado
mirando e tremo in tale pozza e fango
di disastri pregustati e deboli memorie
ma pure di terribili sgomenti  e storie
se
– negli occhi
– nelle dita
– nei capelli

trovo:

un filo d’oro di pulviscolo di luce d’ombra
di giornate mal trascorse a grufolare tra
automobili sfreccianti e ritrovate frasche
amare dove tu a spogliare me e sovente
accompagnare lingua e denti sulla pelle:
sigaretta numero ottocentoventisette;

pioggia sul parapetto e batteria di gocce
mentre riporti il ritmo dimenando il tempo
e bevi dal mio lago il succo di un rapporto
fedifrago, malato, sciorinami i tuoi versi
Dolly e dimmi come muovere i miei fianchi,
inarcami la schiena tutta sotto i seni e
fatti bestia e fatti agreste e sii ninfetta
belva alla finestra e isterica manolesta che
si insinua che mi insidia nella fitta ressa
del locale, della stazione centrale e musica
signori, musica di vecchi suonatori Jones
e campi incolti nella nebbia, e tu maggese mia
in attesa che io seme sia, io pianta tesa come
corda, come crina, come nuca ossuta china;

io seme sia

io pianta tesa

come

corda

come

crina

come

nuca ossuta china.

ILLUSTRAZIONE DI ANDY MCFLY

 

In terza persona 

 

Il campanello suona proprio nel momento migliore del film, il momento preferito dello smembramento magistrale.
Clara cambia posizione, torcendo il collo verso di me. Fingo di concentrarmi sulla tv e di non aver sentito. Quando mi dice vai tu, io sbuffo e cerco di districarmi dall’equilibrio di coperte e gambe intrecciate sul divano. Clara si sposta e mi libera dalla sicurezza del suo peso morbido. Si mette subito a lisciare i cuscini e a piegare le coperte. Intorno a noi, tutto sembra pulito. Ho sempre amato la casa di Clara: due stanze più il bagno. Facile da ordinare. Mentre apro la porta, noto le ombre che, dal soffitto, la lampada disegna sugli oggetti.
Per guardare Patric in volto devo alzare gli occhi di molto rispetto al mio orizzonte abituale. Mi sorride sulla soglia e rimaniamo un attimo in silenzio prima che lui dica piacere, Patric, e io dica piacere, Leonardo. Lo faccio entrare con una pacca sulla spalla, come un amico di vecchia data.
Ci siamo sentiti molto, nei giorni precedenti a questa sera; lo osservo mappare la stanza, timido, e mi chiedo se questo possa valere come scorciatoia per la familiarità.
Bacia Clara sulle guance. Si studiano per una frazione di secondo, ma non si guardano gli occhi, piuttosto un punto imprecisato del viso, un dettaglio, e subito rivolgono lo sguardo altrove, verso di me. Lui sembra leggermente più vecchio rispetto alle foto, ma sorride come un ragazzino.
Dopo cinque minuti stiamo fumando. Patric racconta, ride molto e molto forte, e i capelli biondicci ondeggiano convulsamente. È gentile, come immaginavo.
Spio Clara con la coda dell’occhio, cercando di capire. Lei se ne accorge, mi bacia dolcemente, poi ci indica ridendo una scena del film, esilarante anche senza audio. Ridiamo tutti e tre, insieme. Io guardo quello che lei vuole che guardi.

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Tempo diversi sui monumenti

A un mese e mezzo da quella notte, scrivo qualche riga su Monumenti, perché credo sia utile fare il punto sull’operato, talvolta virtuoso, del collettivo Tempi diVersi. Nato come compagine di ventenni improvvisata e mutevole, ha posto l’accento sulla condivisione e l’ascolto della poesia; il gruppo, che comprende, tra gli altri, Tommaso Russi, Andrea Viecelli, Antonio Paciello e Francesco Carlucci, è stato capace di mettere in luce un aspetto poco conosciuto della nostra città.

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Il collettivo Tempi diVersi, nato come compagine di ventenni improvvisata e mutevole, ultimamente è stato capace di mettere in luce un aspetto poco conosciuto di Milano.

Non scriverò una cronaca della passeggiata – ci ha già pensato Luigi Cannillo sul Corriere, qui –, bensì un’associazione di pensieri; preferisco sottolineare il contatto con il mondo, prerogativa necessaria ad ogni scrittore per acquisire la sua materia prima, che nella kermesse di Monumenti è stata costantemente ricercata.
Ciò che secondo molti pareri ha ridotto l’impatto e la rilevanza della poesia nel sentire comune sono l’autoreferenzialità e l’isolamento del poeta. I versi di per sé non significano nulla; certo, si può parlare del proprio personalissimo sentire o dolore o visione del mondo, ma occorre anche che questi lascino qualcosa al lettore perché poi vengano riconosciuti e tutelati.

Ciò che secondo molti pareri ha ridotto l’impatto e la rilevanza della poesia nel sentire comune sono l’auto-referenzialità e l’isolamento del poeta.

Il collettivo Tempi DiVersi ha raccontato la mutazione di Milano nel corso del proprio tempo attraverso la passeggiata di Cabine in via d’estinzione (2015) – concentrandosi sull’abbandono di una modalità di comunicazione vissuta da tutti e presto sostituita da un’altra più interconnessa –, seguita da Il sole sorge anche a Milano e Stati d’animo (2016), incentrate invece sul rapporto con la città, fino all’eterno limbo dei ventenni narrato in L’amaro miele della giovinezza (2017), prendendo spunto dai versi di Gesualdo Bufalino. Il tutto con uno sguardo generazionale, saldo al terreno e astratto come le nuvole, calpestando le vie della metropoli lombarda.

Di questi giochi rimane pochissimo, il ricordo di chi vi ha partecipato, forse, ma sono pur sempre semi gettati che speriamo qualcuno raccolga in ogni città, perché ogni città è muta, quindi distante. I monumenti dovrebbero esserne i portavoce; abbiamo provato a farli parlare con poeti, attori e scrittori dai venti ai sessant’anni. Raccontarvi com’è andata annoierebbe per primo me, quindi non lo farò. Chi c’era sa il clima che si è creato, la sensazione di abitare uno spazio pulsante e vivo ma invisibile e cieco, come un bimbo nel grembo materno.

L’invito è di replicare Monumenti in ogni città, perché ogni città è muta, quindi distante.

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Lo scrittore Marco Philopat in un momento della manifestazione

Scrivo queste righe al tavolino di un monumento di quest’epoca; sono seduto a un McDonald croato senza aver consumato neanche una patatina, spero non mi caccino prima della fine della pagina. È la notte di Halloween, i ragazzini zagrebelesky sono travestiti e bevono per forza dai beveroni, prendono l’autobus verso feste che non vedrò. Ho comprato una penna e una vodka da pochi centilitri per undici kune, un euro e mezzo. È bello essere nessuno. Forse pensano sia zagrebese anch’io. Io quando vedo qualcuno scrivere lo interrompo e gli chiedo come sporca quel foglio, è una curiosità più forte di me. Nessuno mi si avvicina, però. Quattro ragazze addentano i loro cheeseburger, probabilmente parlano di niente. Come tutti. Anche io mi do arie da scrittore senza scrivere nulla di significativo.
La vodka è a metà. Le ragazze hanno finito i cheeseburger. L’ennesima cicca mi brucia le dita. Se qualcuno si avvicinasse a chiedermi cosa scrivo direi: la vita. Irrilevante come queste pagine sporche e come solo i monumenti, apparentemente, sanno essere.

Fotografie di Morgane Quere
Grafica di Isabella Cortese

 

Come il giovane Luperio

Come il giovane Luperio
biondo germanico tarchiato

amico d’infanzia

amico mio

che ricordava
con orgogliosa nostalgia
il tedio di settembre
la nostra prima vecchiaia
davanti a un televisore

come Psyche
compagna di banco
che studia lingue
e rivede me
fuori dalla provincia
 “fin troppo magro”
e aspetta gli appelli di giugno

tornava dall’Albania
muscolosissimo fra i marines
ritrovato spento e spo(s)sato
Licinio che protegge
le ville dei ricchi
“…almeno uno che ha fatto carriera!”

Ai Sicardi è avanzata con successo
in Bangladesh e sporchi dintorni
l’azienda di famiglia
e adesso nel lusso
digrignati, nel collasso del lusso
ridacchiano sbevazzanti
in una casa meritata
sotto lo sguardo padrone
imprenditorialmente ricco
vedere dalla loro suite imperiale
i passanti  calpestati
in blocchi ceramicizzati
laccati di marmo
con il futuro in vendita,
e chi gli urla contro?

Noi c’avremmo provato,

forse

ma poi
con uno sguardo lontano
sbircia fra i suoi sogni
ancora narcotizzati
Ftide pacata

eccoti!

magra brancolante
sta bene così
distopica e
migrante nell’urbe
nella sua casa palatina
attraccano
fattorini e postini
immediatamente disarmati
nel pomerio allargato
oltre le mura
intacca in
sempre nuove
impressioni;
lei Ftide che vive
con il telefono zeppo
di chiamate
le stesse vecchie
di trent’anni sebbene pochi
pochissimi
in questi rugosi tempi
siano rimasti davvero
così vecchi
da risponderti
sempre

(eccomi)

Opera di Carol Rama