La macchina perfetta (seconda parte)

Il cielo è ormai squarciato; per metà è ancora un’unica nube grigia di foschia, ma da una parte, verso sud, c’è un immenso varco dai bordi dorati, da cui si intravede la luce diretta del sole.

Annunci

Uscito dal tribunale prendo una navetta gratuita che mi può portare fino al centro della città.
Noto che però ci sono delle obliteratrici a bordo, e la gente timbra il biglietto, e mi viene il sospetto che la navetta non sia gratuita, e visto che l’ho presa solo per muovermi senza usare biglietti del bus scendo vicino alla stazione di Porta Nuova e prendo una bici del bike sharing.
In piazza San Carlo stanno montando un grande palco, e intorno alla piazza sbarramenti e metal detector per la festa di capodanno.
Con la bici attraverso in fretta il centro e scendo verso la Dora e verso Barriera di Milano. Vado in una biblioteca dove ho fatto il servizio civile fino ad alcuni mesi fa; continuo ad andarci quando mi capita per fare un po’ di volontariato, per continuare un’attività che avevo cominciato e che farei fatica ad abbandonare.
L’attività consiste nel dare una mano ai bambini a fare i compiti. In quel quartiere ci sono moltissime famiglie straniere, tanti genitori non sono in grado di aiutare i bambini a fare quello che la scuola dovrebbe insegnare. Vengono quasi solo bambini delle elementari, qualche ragazzino delle medie, qualche raro studente delle superiori: magrebini, cinesi, sudamericani, qualche rumeno – a volte anche italiani.
Ci vado sostanzialmente perché mi diverto. Aiuto bambini egiziani di sei anni a imparare a leggere, ragazzini nigeriani a studiare la storia dei persiani e degli assiri, ragazze marocchine a fare le espressioni di secondo grado. Nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai dato niente in cambio, se non l’affetto dei bambini e la gratitudine dei genitori. La maggior parte di quelle famiglie non avrebbe la possibilità di pagare qualcuno per dare ripetizioni ai loro figli.
Inoltre, molti di loro di solito non sono affatto abituati ad avere una figura maschile adulta che si prenda cura di loro, in particolare per una cosa come i compiti. La mia presenza, per certi versi, li elettrizza. Sono l’unico uomo a fare volontariato in quella circostanza – oltre a me ci sono alcune vecchine, maestre in pensione o semplici volontarie, e le ragazze del servizio civile che mi hanno sostituito quando il mio contratto è finito.
Quello forse è il lavoro più sensato della giornata. Perché poi torno a casa, pranzo da solo, vado in bici a fare un paio d’ore di ripetizioni, ma quello che ne ottengo sono venticinque euro, niente di più.

Continue reading “La macchina perfetta (seconda parte)”

La forma del tempo

Quando Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano perso la metà dei pezzi a testa, attaccò a suonare un sax. La calca degli scommettitori aumentò, anche se in pochi azzardavano pronostici sull’esito della partita.

– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

Continue reading “La forma del tempo”

Poema pornografico d’amore (2 di 2)

A Torino non si respira. Le mani non respirano. Io non respiro e li ho seguiti

Capitolo numero due

 

“Non ho alcuna voglia di andare domani al negozio. Il lavoro è una merda”.
“E cosa vorresti fare, se no? C’è qualcos’altro che vorresti fare?”.
“No, lo sai che non è questo… Non so”.
“Sei stanca? Vuoi che ti faccia un massaggio quando torniamo a casa?”.
“Forse. Perché no? Non mi dispiacerebbe. Sono sempre stanca, sai, amore?”.
“Lo so, amore, sei sempre stanca. Cosa dovrei fare con mio fratello? Ci tengo molto alla tua opinione e sono molto confuso”.
“Non so che dirti. Ma tu riesci sempre a cavartela e lui ha letteralmente un’adorazione nei tuoi confronti. Farebbe tutto ciò che gli dici”.
“Forse prima, ma adesso non ci sta più con la testa. E frequenta brutta gente. Temo che si sia messo a spacciare. Devo trovargli un lavoro”.
“Ma se a malapena ce l’hai tu. Magari Giacomo ti può dare una mano…”
“Sì, hai ragione. Lui ha molti contatti”.
“Ire?”.
“Sì”.
“Ti amo”.

Continue reading “Poema pornografico d’amore (2 di 2)”

Per cucinare l’aragosta occorre

Sono proprio dietro di lui, ma nessuno fa caso a me. Faccio parte dello sfondo, esattamente come le imitazioni di Masaccio che ho alle mie spalle.

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.

Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

Continue reading “Per cucinare l’aragosta occorre”

La matematica dei corpi

Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero.

– Accendi quella sigaretta.
– A che ti serve?
– Devo fare un buco qui… – disse lei, appoggiando la punta dell’indice sulla bottiglia in plastica.
– E poi ci serve la cenere.
– Mi fai ridere, sai? – le mormorò in un orecchio.
– Perché? – sorrise lei.
– Perché non sai nemmeno girarti una sigaretta in modo decente, ma sembri un maestro di cerimonia con questa merda. E ti trovo un poco triste anche, perché ti immagino la notte qui, mentre non prendi sonno e corri verso la dispensa a prendere il bicarbonato.
– C’è l’ho qui in stanza il bicarbonato. Ognuno prende sonno come vuole, tu non sei meglio di me e lo sai.
Attraverso le tapparelle socchiuse filtrava, pigro, il primo raggio di un sole troppo stanco per dare il via alla giornata che i due tentavano di scampare. Lui, seduto sulle lenzuola, si accese la sigaretta fissando il vuoto che le note del Duetto dei fiori di Delibès tentavano di fugare tramite le voci di Mallika e Lakmè. Il vuoto in loro: due brocche prosciugate che si sarebbero di nuovo unite nel coito, riempiendosi a vicenda con l’horror vacui dell’altra. Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero. Le due brocche erano divise da un fazzoletto di cotone sul quale lei aveva buttato un barattolo di bicarbonato di sodio e una busta.
– Sono due lesbiche… – languì eccitato, passandole la sigaretta, posando lo sguardo sulle sue cosce tornite, l’estremità decorata dall’invitante pizzo.
– Dici le due tizie che cantano?
– Sì, intendo i due personaggi dell’opera, non le cantanti.
– Immaginavo…
–  Cioè, ovviamente è tutto abbastanza sottile. Anzi, mi correggo, solo una pare sia lesbica, la schiava Mallika. E’ innamorata della padrona Lakmè, una principessa indiana. L’altra vorrebbe sforbiciarla di brutto ma la principessa è innamorata invece di un’ufficiale inglese, eppure la stronza gliela fa annusare alla grande. “Duomo di gelsomino, avviluppato alla rosa”, immagino si riferisca alla sua fica bagnata. “Entrambi fioriti, un fresco mattino, ci chiamano insieme. Ah! Scivoliamo seguendo la corrente fuggitiva: sull’onde frementi, con mano noncurante, guadagniamo la riva, dove l’uccello canta, duomo di gelsomino, bianco gelsomino, ci chiamano assieme”.
– Anche noi scivoleremo adesso, noncuranti, fuma – sussurrò lei, sfiorandogli il braccio, interrompendo quella maldestra recita.
Lui prese la bottiglia osservando il corpo in plastica deflorato dal cilindro di una bic.
– Sì, ma accendi tu.
Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere. Lui aspirò dalla cannuccia, i polmoni gli si riempirono di un saporaccio di plastica. L’ondata di calore cominciò ad attraversarlo, montando dalle spalle, scendendogli nel basso ventre che dolcemente si mise in moto. Appoggiò una mano sulla sua gamba, sentendone la carne, bramando l’assaggio di una felicità che si sarebbe consumata in fretta, svelata in un lampo nell’essenza della propria futilità. Il cuore cominciò a battere il tempo del sangue come un tamburo impazzito, mutando in una cassa da cento kilowatt.

Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere.

– Sì, scivoliamo l’uno nell’altra, scivoliamo… – la baciò, le morse le labbra e le strinse i fianchi con forza.
– Prima di scivolare, dimmi…
– Cosa, tesoro?
– Chi di noi due è la schiava innamorata?
– Nessuno. Siamo entrambi due bellissime principesse indiane, il cui cuore è stato drenato dalla voce marziale di un capitano inglese. Ma senti come batte adesso, sentilo, questo è reale, reale, non vale un cazzo ma è l’unica cosa vera, qui ed ora. Hic et nunc.
E le due voci esplosero, il canto della principessa e della schiava si fusero in un unico suono, mentre lui cominciava ad arrampicarsi sul suo corpo. Le scostò una ciocca dal volto, la guardò diritto negli occhi ambrati.
– È stupido, ma è reale ed è l’unica cosa che abbiamo.
Le strinse i fianchi e con un colpo di reni le fu dentro.

Viens, Mallika, les lianes en fleurs
Jettent déjà leur ombre
Sur le ruisseau sacré qui coule, calme et sombre,
Eveillé par le chant des oiseaux tapageurs! 

Ed era piacevole, ed era la cosa più bella che potessero pretendere di avere. E lui le scriveva dentro. In catalessi, ogni colpo tra le sue cosce era una lettera su un foglio da riempire; la punta di quella bic sventrata dal cilindro che toccava il bianco pallore della carta; il polpastrello che frenetico pigiava i tasti.

Oh! Maîtresse,
C’est l’heure ou je te vois sourire,
L’heure bénie où je puis lire dans le coeur toujours fermé de Lakmé!            

E la lettera mutava in frase e si abbracciavano e godevano, si mangiavano, e la frase diventava paragrafo, ansimavano, si sputavano in bocca e il paragrafo era già un’intera pagina, si graffiavano, cambiavano posizione sulle lenzuola fradice, passavano i minuti, le ore, si riposavano, ricominciavano e avevano scritto un libro. Come lei avvertì salire l’orgasmo dalle proprie viscere,  lui percepì l’arrivo dell’esplosione e il libro divenne il primo di una serie, e mentre venivano in sincro erano l’opera omnia di uno scrittore che abitava in completa solitudine un attico sulla rive Gauche. Come si staccarono e di nuovo si abbracciarono furono la solitudine con cui lo scrittore aveva scambiato la propria vita, riducendola in carta.
Erano gli amanti di Schiele che si abbracciavano isterici scrutando con la coda degli occhi chiusi l’abisso in cui annegava la riva del letto.
Si addormentarono.

Dôme épais le jasmin,
A la rose s’assemble, Rive en fleurs, frais matin,
Nous appellent ensemble.
Ah! glissons en suivant
Le courant fuyant:
Dans l’onde frémissante,
D’une main nonchalante,
Gagnons le bord
Où l’oiseau chante, l’oiseau, l’oiseau chante.
Dôme épais, blanc jasmin,
Nous appellent ensemble!

 

– Ehi…
– Dimmi – grugnì lui, grattandosi le palle sotto al lenzuolo.
– È come se fossimo in una sala d’attesa, io e te.
– Ha un bell’aspetto, però. Non sembra noioso, qui.
– Sì ma guarda là… – mormorò lei, indicando con un dito una crepa che si stava facendo lentamente strada lungo la parete della stanza.
– Ah guarda, ce n’è una anche qua – disse toccandole il volto.
– E anche qui… – rispose accarezzandogli una guancia.
– Comunque è come se fossimo in una sala d’attesa e stessimo solo aspettando che qualcuno venga a prenderci.
– Chi, i nostri ufficiali inglesi?
– Credo di sì…
– E perché aspettiamo, usciamo checcazzo?
– Immagino che nessuno dei due voglia andarsene per ora.
– Già, si sta bene qui, ma le crepe… – disse lui, stropicciando un foglietto.
– E quello cos’è?
– Il mio numero, guarda, ne hai uno anche tu.
– Ci sarà un bagno qui? –  sbadigliò la ragazza, cercando una posizione comoda per il proprio culo sulla sedia in plastica.
– Non ne ho idea, non c’è nessuno a cui chiederlo. Nemmeno un’indicazione. In ogni caso voglio dirti una cosa.  La pianta, sai quella pianta che raccogliemmo randagia all’angolo di un bar e io ti chiesi: di chi sarà? E tu rispondesti, sorridendo, sorridevi un sacco, sembravi felice, rispondesti: è tua tesoro, è tua! Ecco, la pianta sta fiorendo.  Eri così bella il giorno in cui la trovammo, con quel tuo vestito blu, ti stava bene, perché non te l’ho più visto addosso, eh? Sì, sembravi felice, era la prima volta che ti vedevo felice da quando… Beh, da quando ci fu l’esplosione, quando successe quel maledetto casino, quando tutto andò in pezzi e i pezzi si mescolarono, quando ci incontrammo tra le macerie e ci  abbracciammo, piangendo. Quel giorno eri felice, te lo potevo leggere negli occhi e pure io lo ero. Lo ero perché… Perché mi sembrava che il motivo, la fonte fossi io, quella mia camminata goffa per le vie del centro con la pianta in mano ti faceva sorridere, sorridevi e stavo bene nel vederti così viva; eri reale, davanti ai miei occhi con il vestito blu. E camminavamo, facendoci ombra sotto i portici, perché faceva caldo, c’era un caldo terribile e con una mano tenevo la pianta, con l’altra ti stringevo le dita. E vedemmo una ragazza seduta su di un drappo orientale, stupenda, con i capelli rossi. Ci voleva leggere i tarocchi, ma noi rifiutammo, avevamo maledettamente paura del futuro perché forse avremmo scorto questa sala orrenda. Io però sbirciai una carta e scoprii il diavolo, la testa di Baphomet, e mi sentii una merda, pensai che tutto era sbagliato, che i pezzi si erano mescolati male, che non avremmo dovuto essere lì, assieme. Ma non te lo dissi, eri così bella, felice, sembravi mia. E la ragazza ci chiese che pianta fosse e non sapemmo cosa risponderle, ma adesso ce l’ho forse una risposta, non ne conosco il nome, ma gliela posso descrivere. La pianta sta fiorendo, mi sembra di guardarla in questo preciso istante. Pensavo fosse una piantina del cazzo, ma devi vederla ora. I petali sembrano tizzoni infernali, e mi scotto le dita ogni volta che la tocco.  E continua a crescere e ne ignoro la geometria definitiva, in che punto si bloccherà per cominciare ad appassire? La guardo fiorire, adesso, e al contempo mi sembra che il mio desiderio, il mio desiderio cresca, il mio desiderio di averti ancora accanto per guardarla insieme. Capito, tesoro? Insieme, io e te, tesoro?
La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo, da sola. Si era semplicemente alzata dicendo a bassa voce:
– Cazzate, lo sai meglio di me… Tesoro.
Si era aggiustata il vestito blu e si era avviata alla porta, e il sorriso che gli fece – lui non lo colse – perché, impegnato nel suo monologo, continuava a guardare nel vuoto.  Lei sapeva fin dal principio come sarebbe andata a finire la cosa, ma non aveva voluto pensarci fino a quel preciso istante, perché non voleva mai riflettere su ciò che la riguardava; preferiva puntare gli occhi da un’altra parte e bastava chiuderli, aspettare che qualcuno la prendesse per mano. Si era chiusa in quella stanza con lui tappandosi le orecchie, evitando il sibilare dei proiettili delle truppe inglesi, aspettando, stretta tra le sue braccia, la grande esplosione, la seconda, che avrebbe distrutto quelle quattro mura sulle quali distinguevano le prime crepe. Ma adesso si era stancata.

La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo.

Uscì. Lui si accese una sigaretta e continuò ad aspettare, come aveva sempre fatto. Fumava e stringeva il foglietto, mentre guardava quello della ragazza, abbandonato a terra.  Mentre aspettava, la pianta appassiva. Lui le diede acqua, forse troppa, chissà, ma non la riparò mai dal sole, né dal vento, così i petali giorno dopo giorno se li prese la brezza e il corpo della pianta lentamente bruciò sotto al calore dei raggi solari. Non volle spostarla all’ombra, perché per un ingenuo vezzo estetico preferiva osservarla mentre faceva colazione, la porta del balcone aperta, per mostrare al mondo intero quanto fosse bello quel fiore. Aspettava, fumava, accartocciava il foglietto.

Un giorno alzò un piede, poi un altro, spense la brace sulla carta e la gettò in un angolo.
Uscì dalla sala sbattendo la porta. Né lui, né lei videro quella stanza esplodere, il letto, la bottiglia, le tracce del loro piacere dimenticate sulle lenzuola, deflagrare, inabissarsi e tornare da dove erano venute.
Zero più zero, uguale – nell’eterno pulsare dei secondi che abbiamo inciso sul tessuto del tempo – a zero.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti

Triplice fischio

“I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”. Gesualdo Bufalino


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare.

D’estate lavoravo la terra e vendemmiavo, pagato a giornata. A dieci anni lasciai la scuola per aiutare mio padre in cantiere. Arrivai a Milano a dodici primavere, insieme al mio compare Marcello, un uomo alto e scemo. Lavorai come fattorino e panettiere fino ai diciotto, dormendo in una cantina subaffittata a siciliani e calabresi.
Al militare imparai a tagliare i capelli. Il primo giorno chiesero chi sapeva fare il parrucchiere. Mentii spudoratamente ma riuscii a cavarmela piuttosto bene. Dopo la leva incominciai a lavorare da un coiffeur in centro, come li chiamano i milanesi danarosi. Un paio d’anni dopo aprii la mia bottega al Casoretto. Fu lì che conobbi Anita, l’unica donna che abbia mai amato. Passava in bicicletta ogni giorno per andare al lavoro, alla Lambretta. All’ora del suo passaggio facevo in modo di farmi trovare a fumare sull’uscio del salone. Non mi guardava mai. Un giorno passò a piedi per colpa della catena caduta. Gliela sistemai. Ci fidanzammo un mese dopo.
Erano gli anni settanta, io pensavo a lavorare duro per fare famiglia con lei e me ne fregavo della politica; Anita no, per lei era la cosa più importante. Fu quella crepa a dividerci. S’innamorò di un leaderino della contestazione e mi lasciò dopo tre anni senza troppi giri di parole. Non l’ho mai più vista. Non sto a raccontarvi la disperazione, è poco interessante e sempre uguale. Fu in quegli anni, ne avevo venti e rotti, che iniziai a bere, stringendo i pugni nelle tasche dalla rabbia. Persi parecchi clienti, lavoravo svogliato e con l’alito avvinazzato. Pensai di vendere la baracca e tornare in Sicilia. Poi pensai al paese, ai miei fratelli, alla vergogna di rincasare sconfitto. Mi ripresi in qualche mese, soprattutto grazie alla passione che ripescai dalla mia infanzia: arbitrare. Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Quando dai il fischio d’inizio, dopo aver controllato le reti, vedi ventidue corpi muoversi attorno a un pallone, e tutti dipendono da te. Tocca a te ordinare quel caos. Eppure non ne sei immune. Corri e ti sposti con loro, finisci per tifare qualcuno – vi svelo un segreto: non esistono arbitri imparziali – partecipi muto all’orgasmo collettivo del goal, dopo la penetrazione del pallone nella rete. Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere. Perché ho perso, alla fine. Se a sessant’anni passati la mia unica soddisfazione è arbitrare chi mi insulta per un’ora e mezza, qualcosa dev’essere andato storto. Se sto preparando una cena della vigilia ad personam devo aver sbagliato, da qualche parte. Ci penso ogni volta che guido, solo, sentendomi finto e immobile come gli uccelli sulle barriere di vetro della tangenziale.
Qualche sfizio me lo son tolto. La Giulietta Sprint rossa che guido, ad esempio. Certe bottiglie millesimate, tipo quella che sto bevendo. Una sterminata biblioteca, casomai fosse tornata – Anita leggeva tanto, poi ho iniziato a prenderci gusto anch’io; una tv da trentadue pollici, un trapianto di capelli, che ormai me ne rimangono pochi e sottili come vetri di Murano. Ma non ha senso ammobiliare il nulla. Qualche signorina la conquisto ancora, non so se per la macchina, la tinta scura o per il fatto che abbia un’attività, anche se in fallimento. Ormai tutti si tagliano i capelli dai cinesi; ma è normale, adesso sono loro i siciliani di mezzo secolo fa ed è giusto che lavorino. L’ultima compagna, per dirne una, l’ho lasciata io. Era una zitella idiota, guardava Uomini & Donne tutti i giorni ma soprattutto ha mollato un libro di Bufalino che le prestai dopo poche pagine, dicendo che non le piaceva il suo modo di scrivere. Avevo voglia di tirarle il libro in testa ma mi trattenni – si sarebbe potuto rovinare. Compresi all’istante che non saremmo invecchiati insieme. Come si può disprezzare Bufalino, la penna più elegante partorita dall’isola, e nutrirsi della spazzatura di Canale 5?

Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere.

Non fidarsi mai. Anita mi ha insegnato questo, in fondo. È una brutta convinzione ma è necessaria. Ad ogni modo mi sta bene così, morirò scapolo. Chi viene da un’isola sa stare bene solo. L’unico problema di questa vita è la mancanza d’amore. Non vale la pena di viverla senza. E dopo Anita nessuna mi ha conquistato davvero. Non ho mai deciso nulla nella mia vita. L’unica decisione, fondamentale e feroce, l’ha presa lei. Forse è per questo che arbitro, per compensazione, per accumulare miliardi di piccole decisioni ma d’importanza epica in quel frangente; anche se sei in un campo di terra ghiacciata nel nulla brianzolo e arbitri una partita tra trogloditi e analfabeti, che ti salutano graffiandoti la portiera della Giulietta. Che provano a corromperti, per tre punti. Che ti minacciano di morte, per un gioco. Vista da qui, dalla fine, la mia esistenza somiglia ad un lancio di un difensore dai piedi quadrati, un lancio balordo e sghembo, che esce dalla recinzione del campo. Una traiettoria forte ma sbagliata, inutile e inconcludente. Non vale la pena di viverla, ormai. Vedo solo il male. Sono stanco, e bisogna saper finire dopo i tempi supplementari e questi giorni che sembrano calci di rigore a oltranza.
Perdonatemi, è vostra la vita che ho perso, scrisse una poetessa. Ho scritto questa lettera per testimoniare il mio passaggio a questo mondo. Non so chi la leggerà, probabilmente un giornalista o la portinaia quando mi troverà qui, appeso, il fischietto al collo e il cronometro con l’orologio fermo alle ore ventitré del ventiquattro dicembre duemilasedici. Dopo l’ultimo, triplice fischio finale.
Buon Natale.

Illustrazione di Gipi

L’eroe

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare.

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono. – Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.
– Dobbiamo pregare – propose Quwymi. Soltanto lei non proveniva dall’Europa, però non aveva ancora voluto svelare la sua vera origine.
La temperatura aumentava. La Terra, nelle ultime settimane, si era avvicinata al Sole come mai prima, ravvivando la speranza che la realizzazione fosse imminente. Ormai il freddo esisteva solo nel ventre del pianeta e negli abissi marini.
– L’incenso di loto è bruciato – affermò Badìsi. – I nostri canti, senza un adeguato supporto, si romperanno in noi lacerandoci il respiro.
Quwymi spiegò che esisteva un’alternativa:
– Possiamo bruciare un loto diverso: quello che pulsa tra le nostre gambe. L’aquila accetterà l’offerta.
Miserpa e Badìsi si dissero d’accordo.
– Ebbene! – proruppe allora Quwymi – Che gli uomini ci incendino. Ogni angolo delle nostre membra sarà nobilitato dal fuoco della loro virilità.
Le tre donne s’inginocchiarono innanzi ai maschi, dacché era prescritto che la prima eiaculazione avvenisse nella bocca e per mezzo di essa. Quwymi, che era la sacerdotessa del coito, si dedicò a due uomini.
Dopo, le donne furono possedute. Le loro grida – limpide come squarci nel costato – si mescolavano all’ineffabile melodia della foresta. La vibrazione che scaturì parve giovare all’intero universo.
Miserpa, che aveva accolto il seme di Rtun’l, il custode dell’Urlo, si sedette su una roccia e si massaggiò le cosce. “Quanto è sacra questa vita che indosso?,” pensava. “Chi, se urlassi, guarderebbe i miei occhi?”.
Badìsi, che era stata con Tourgo, il detentore del Successo, cantò la Canzone dell’Enigma:

Dentro la Coppa scivola il pianto.
Tutto rinnego, anche il mio fuoco.

Dei cosmi che scorgo m’importa poco.
Non serve l’eroe, sgozza soltanto.

Del dio noi siamo il gioco.
Del dio noi siamo il vanto.

Quwymi, che si era concessa a Kyumte e a Swatn, condottieri del Sinistro Esercito, annunciò:
– Attenderemo che l’aquila ci parli. Se i nostri amplessi hanno placato la sua fame, allora ci sarà permesso agire.
– Sei sicura che l’aquila non ci abbia abbandonati? – domandò Rtun’l.
Quwymi lo guardò con ferocia. Agli uomini era concesso parlare solo se interpellati. Si credeva che il pomo di Adamo fosse stato maledetto dopo l’ultimo inverno, e che perciò bisognasse tenerlo in ceppi.
– Quwymi – disse Miserpa nella speranza di attenuare la rabbia della compagna. – Potente sorella, ascolta: anche se il custode dell’Urlo ha attentato alla nostra quiete, ti propongo di risparmiarlo, poiché grande è l’intensità del piacere che ci sa dare. Non roviniamo questo momento istituendo un processo.
La sacerdotessa del coito, ponderate le obiezioni di Miserpa, rispose:
– Sei saggia. Seppur rozzo e cacofonico, costui è abnorme. E però ci occorre la certezza che non sbaglierà più. Tagliamogli la lingua.
Rtun’l, a questo punto, ottenuto il permesso di parlare, poté difendersi:
– Mie sorelle, a cosa servirebbe tagliarmela?
– A te a cosa serve? – lo provocò Quwymi.
– È necessaria affinché il mio mutismo sia comunicativo. Senza lingua, infatti, dovrei tacere per obbligo, però solo un silenzio volontario, come quello dei santi, è utile. Lasciate che la mia lingua si attorcigli e forgi vuoti memorabili.
– Fino a quando dovremo sopportare la tua insolente ambiguità? – ribadì la sacerdotessa.
– La mia ambiguità perderà importanza dopo che io sarò morto.
Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.
E però il segnale tardava.

 ***

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare. La sabbia era blu e gigantesche tartarughe volavano nel cielo rosso fiammante. Dai loro corpi colava una pioggia di granelli d’oro. Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio. Nelle sue vene, infatti, scorreva il sangue raro del Vero Monte, che era il lascito di suo padre, caduto in battaglia durante la roboante guerra. Tourgo lesse ad alta voce, e ogni cosa del mondo fu resa più consapevole.
La lettura durò trentasei giorni. Tutti ascoltarono l’estatica lode meditando e pregando. Infine si addormentarono, stremati.

Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio.

Tourgo fu risvegliato da un suono osceno e sordo, che gli pareva fosse rimasto sepolto nell’oblio per molti secoli. Frastornato, svegliò Rtun’l.
– Quanto dio conosci? – gli chiese.
– Conosco un dio vasto ma non infinito.
– Rtun’l, io lo cerco. Vieni con me.
Silenzio.
– Vieni con me – ripeté.
– No. Il tuo destino ti corre incontro e scuote i mondi. Il mio è immobile – disse Rtun’l.
– Ma tu sai che dio ***. Io e te siamo le uniche due creature a saperlo. Allora possiamo sperare.
Rtun’l gli strinse il braccio:
– Vai tu! Io placherò le tre scrofe, impedendo loro di maledirti. E cercherò anche di ottenebrare la mente dell’aquila.
– E se il Proverbio è vero? – chiese Tourgo.
– Saremo congelati e distrutti.
– Lo accetti così? Ascolta, Rtun’l, le donne non hanno più cibo per l’aquila. Presto cominceranno a nutrirla con le vostre frattaglie. I primi saranno i condottieri, infine toccherà a te.
– Se prima di allora non sarai tornato, morirò inneggiando. Ora corri lontano dalla foresta, poiché già si destano le scrofe. Vai!
Tourgo abbracciò l’amico e andò via.

Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.

“Quanto dio conosci?”, si ripeteva Tourgo mentre fuggiva. La maledizione delle donne poteva colpirlo anche a distanze molto grandi, dunque doveva affrettarsi prima che fosse formulata. Era finalmente uscito dal deserto blu e si aggirava per le strade vuote dell’antica Città dei Pesci. Essa era stata l’ultima a soccombere, nonostante il male oscuro vi avesse fatto la sua prima comparsa. Un piccolo gruppo d’individui era sopravvissuto al fragoroso abbattimento dell’albero. Essi, riunitisi sul Vero Monte, avevano infine potuto appiccare i tromboni del giubilo e rendere grazie a dio per averli risparmiati. Li attendeva, avevano creduto, un’era di santità.
Ma quella convinzione si era sgretolata subito. Nel matriarcato, istituito seguendo le Leggi Piovute, si era insinuato un germe, e presto la situazione era mutata. La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila. Costei aveva rivelato il Proverbio, che era irripetibile. Tourgo, ripensandoci, si sentì mancare.

La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila.

Diede rapide occhiate alla città. Cominciava a trarre giovamento dalla fuga, la sua mente non era più confusa. Si sedette per riposare, perché gli doleva la muscolatura.
Nel cielo apparvero delle enormi narici, che soffiarono sul suo torace. Poi venne la Madre e gli gettò addosso delle Ombre. Lo guardava imperturbabile. La sua figura sovrastava la città.
– Sei tu la Madre? – le domandò.
– Io sono la forza che tiene Duat – rispose. Si esprimeva attraverso la combinazione di suoni e colori, emanandoli da sé sorridendo.
– Duat è il Proverbio?
– Di tuo padre sono figlia e sorella, e sua moglie. Dalla sua bocca partorisco questa bocca.
– Io non ricordo il senso! – gridò Tourgo.
– Il ricordo è la lapide di ciò che dovette essere, scolpita prima e dopo, contemporaneamente. La lapide fu distrutta ma ne rimane il ricordo.
– Chi sei tu?
– Io sono l’abisso. Tu sei la colpa.
Le Ombre si attorcigliarono attorno a Tourgo, impedendo al sole di scaldarlo. Il terrore lo paralizzò come un veleno di rettili.
Moriva. Le Ombre gli divorarono la carne. Rimasero le ossa.
A ventiquattro chilometri da lì, in direzione nord-ovest, sulla strada era comparsa una porta chiusa in legno di noce. Non aveva alcuna funzione, poiché era possibile aggirarla con pochi passi. Stava lì, in mezzo alla via, senza serrature, assolutamente inutile.

Opera di Arnold Böcklin

My baby shot me down

Che schifo le storie di amori finiti. Ognuno ha la sua e chissenefrega di quelle degli altri.

«Ma tu che sei intelligente, secondo te il Big Bang c’è stato veramente o è un complotto?».
Ma io che sono intelligente, come ci sono finita a cena con questo coglione? Mi guarda con gli occhi strabici del bisogno, di quello che vorrebbe una brava donna da sposare oppure una brava puttana da scopare. Un piccolo silenzioso buco si scava la strada nel mio cervello, sorrido dolceamaramente sperando che si asciughi in fretta questa cascata di idiozie. Volevo andare a vedere le Victoria’s Falls, sognavo l’Africa con Kuki Gallmann, volevo baciare la terra sotto i piedi di Nelson Mandela. Sono finita a farmi baciare da uno che pensa che con meno di 2000 euro al mese non si possa campare; solo per dimenticare chi se n’è andato. I’m so fucking happy, me lo scrivo sulla fronte con un coltello Miracle Blade, così mentre mi cola il sangue negli occhi diventa più vero.
Il bacio non si chiede, dice, nemmeno un calcio sui denti, dico. Ma lui non si accorge di niente, ho il sangue simpatico, che per vederlo bisogna bruciarmi la faccia con una candela. Sento un pezzo di guancia sciogliersi piano, un grammo al giorno, cola sul collo, sul collo che lui mi toccava. Che schifo le storie di amori finiti. Ognuno ha la sua e chissenefrega di quelle degli altri. Eppure tutto si concentra lì, tutto il purulento centro del mondo è Il giorno di dolore che uno ha. Che poi tutti finiamo ad ascoltare canzoni arrabbiate di artisti mediocri.
Una leggenda cinese dice che le anime gemelle sono legate da sempre con un filo rosso e che prima o dopo i loro destini si incroceranno. Dicono anche che parlarne fa bene, che bisogna mangiare tanto pesce e niente carne, cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, 2 litri d’acqua e nessun gin tonic, che poi se il gin è cattivo finisci abbracciata al cesso e ti addormenti appoggiata alla vasca. E adesso ho la testa che scoppia. BIG BANG. Ho un ascesso che pulsa dietro il terzo occhio. BIG BANG. Ho il cervello bacato di chi non dimentica, delle donne stupide che un giorno si sono fatte abbracciare. BIG BANG, è partito e mi ha strappato il ventricolo destro. Vado in giro senza ossigeno, i polmoni mummificati. Il figlio marcio della mia nostalgia pulsa ancora nella carezza ad un serval, il gattopardo africano. Ho il mal d’Africa e non ci sono mai stata. Ho mal d’amore e forse non lo sai ma pure questo è amore. BANG BANG, già vedo gli schizzi del capolavoro “Cervello su muro”. Materiale misto. Pezzi di osso volano dappertutto, mosaico bizantino impazzito di una mente ferita. Può esserci niente di più bello, niente di più vero? BIG BANG. Il mio cervello sul muro. Materiale misto (sangue, materia cerebrale, osso). He shot me down, BANG BANG.
Collage di Elisa C. G. Camurati

Il potere delle cose

L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.

Continuava a far scorrere la cordicella fra le dita, come se fosse animata da un’illogica vitalità. Il fremito che provava al tatto era difficile da descrivere.
«È così che nascono le ossessioni», pensò.
Di certo aveva tenuto legato qualcosa, un manoscritto, un papiro o quantomeno lo aveva legato a qualcuno.
La vista e il tatto di alcunché avesse per lui significato li sentiva a primo acchito: lo differenziavano, sostanzialmente, da un qualsiasi altro oggetto per cui non nutrisse il benché minimo interesse. Perché, altrimenti, continuare a conservare vestiti logori e carte sgualcite, invece che destinarle all’immondizia?
L’usura non poteva cancellare il legame; il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo. Quella corda gli stava narrando una storia, la coscienza razionale non accorreva in suo aiuto, ma i sensi l’avevano riconosciuta istintivamente.

Il tempo non faceva che acuire l’amore provato per quel dato elemento di passaggio, che gli era stato tramandato in precedenza da altre mani, assetate e polverose, prima che la memoria ne sbiadisse il ricordo.

Colui che è saggio sa bene che non occorre porsi certe domande: non è lecito, difatti, per gli uomini razionali soffermarsi a tal punto su una tale insignificanza senza fare i conti col presente, il passato, la tradizione che lascia spazio ad un futuro opaco e poco chiaro davanti a sé. Ma lui non voleva essere eterno, cristallino come il diamante; preferiva arrovellarsi su cose inutili e banali rispetto alle sorprese che la vita potesse offrirgli. Così, distese la corda sotto il cuscino e rimase in attesa che lo rapisse il sonno.
Il nostro non leggeva mai nel dormiveglia. «Mi dà fastidio», si ripeteva, «leggere qualcosa che possa conciliarmi». Quindi ostentava freschezza e lucidità delle sinapsi leggendo per diverse ore al giorno, dandosi alle letture più disparate – dai romanzi alle riviste, dalla saggistica alla poesia – fino a interrompere la sera e poi cedere di schianto, le forze allo stremo e le meningi che gli dolevano, per cadere subito dopo distrutto da un torpore letale, quello più simile alla morte, senza sogni.
Quella notte, però, qualcosa andò diversamente. La spina dorsale sembrava scottargli sotto la maglietta, e dentro la schiena faceva pressioni per uscire. I pensieri, gli stessi che solitamente tramortiva con la mole delle sue letture, erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse, che lo costringevano ad un’intensa attività cerebrale benché si fosse addormentato da circa due ore. Malgrado rimanesse ben conscio di tale avvenimento, continuavano a inserirsi scene di dubbio significato davanti ai suoi occhi, spesso scollegate tra loro, in cui persone a lui conosciute indossavano soavemente dei pantaloni bianchi, in un’oasi in mezzo al deserto, e tentavano di salvarlo da una calamità naturale.
«Qualcosa di atroce», sussurrava una voce ai suoi piedi.
Nel frattempo, continuava a contemplare l’immagine di sé in pantaloncini bianchi, disteso sul letto, dormiente. Qualcosa brillava sotto al cuscino, ma non riuscì ad assicurarsi di cosa si trattasse.

I pensieri erano riusciti a penetrare lo spioncino della coscienza e adesso il suo subconscio creava strati d’immagini disconnesse…

Allora la scena cambiò di ambientazione, riportandolo ad una situazione realmente accaduta la sera prima quando, uscito nel cortile della Cavallerizza Reale, aveva conosciuto una ragazza di nome Nadja, la quale gli chiese perché non ballasse.
«Non ho mai imparato», si era giustificato lui, imbarazzato.
Lei lo invitò a seguirlo con un cenno della mano. Allora si allontanarono dalla luce perpetua che brillava nella dark room e uscirono entrambi da una finestra. Il mondo fuori non era affatto freddo come se l’era immaginato, e i muscoli si sciolsero al tepore della temperatura mite, malgrado fosse notte. Sotto un cielo stellato d’estate, seguì Nadja per i cunicoli del quartiere, fino a fermarsi nei pressi del tetto di una casa a lui familiare.
In quell’istante lei indicò una scala antincendio:
«Scendendo», prese parola la giovane, «arriverai alla soluzione del mistero».
Era straordinaria, ma doveva darle ascolto. La salutò sfiorandole la guancia con le labbra – non si poteva definire esattamente ‘bacio’ – e discese i gradini delle scale antincendio, continuando per parecchi piani.
Si ritrovò in una strada semivuota, dove scorse in lontananza due giovani: uno dei due era lui, mentre parlava ad una sua vecchia amica di penna, la quale teneva stretto in mano un foglio, versando dense lacrime di sconforto sulle gote arrossate per il dispiacere. Egli si commosse alla vista di un tale strazio, ma venne richiamato alla freddezza da una voce in lontananza, che lo invitava a non distrarsi e andare avanti. Così salutò i due fantasmi, il se stesso spregevole e cinico di tre anni prima e la sua amica dal cuore ormai spezzato, mentre camminava già in direzione dell’edificio più vicino, preso da un senso di liberante eccitazione. Colui o colei fossero riusciti a rivelargli il contenuto del biglietto, gli avrebbero svelato l’arcano.
La casa di fronte a lui era di quelle con la palizzata bianca, coloniali, che si vedono in certi film americani anni ‘50. Un immaginario del tutto inedito, per lui ch’era russo. Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione, la routine.
Andò avanti verso l’ingresso, avendo cura di non fare rumore, vista l’ora tarda. La finestra a lato mostrava una scena d’una famiglia riunita durante le feste natalizie: chi si tirava i piatti, chi pisciava di nascosto nel sugo dell’arrosto e i soliti due cugini che tentavano di toccarsi sotto al tavolo, senza farsi notare dagli occhi disapprovanti dei genitori. Un abominio per l’immaginazione e per lo spirito, conclusosi con la morte del padre, accoltellato dalla sorella in preda a raptus di gelosia verso la madre, che meditava di far fuori in un secondo momento.

Esprimendo il potere delle cose, descrivendole, si potevano scoprire dettagli sulla vita privata di chiunque, rivelandone la sontuosa contraddizione.

Scostò lo sguardo giusto in tempo per rinsavire, chiamare un taxi e andare al bar più vicino, dove una donna di nome Lilia gli versò un doppio scotch in un bicchiere di cristallo. Allora si sedette e bevve un sorso, il primo da un centinaio di parole, e si soffermò sui suoi tatuaggi, sul suo piercing sotto al naso, sui suoi capelli a caschetto e sul suo trucco, per nulla sciatto. Ci mise un po’ a finire il drink, per non rovinarsi lo spettacolo, ma seguitò la sua ricerca senza chiederle il numero di telefono. Scorse un uomo incappucciato che stava per fare il suo colpo da maestro ad una cabina telefonica, telefonando al commissariato di polizia, dicendo:
«Tra un’ora e mezza, scoppierà un ordigno alla mole antonelliana!», ma nessuno gli credette, per cui la giornata proseguì insensatamente, senza sbrogliare la matassa.

Nei sogni non esistono volgarità né mezzi di comunicazione, né social network, né telegiornali. C’è spazio solamente per Eros e Thanatos, che talvolta si scambiano di posto per fare spazio ad un unico, solitario e desolato divenire, di quelli che non recapitano con sé alcun messaggio, ma ti fanno rendere conto di come tutto possa cambiare in pochi istanti.
Ebbene, si ritrovò d’un tratto in mezzo al bosco, con la sola immagine di un dio apollineo scolpita nel marmo. Il viso della statua, per nulla corrucciato, lasciava trasparire un auto-compiacimento difficilmente fraintendibile, chiaro sentore della scoperta d’una verità sconosciuta ai più. In quel momento suonarono gli ottoni dal vicino Teatro Regio, e la statua si animò, come d’incanto.
«Chi sei?», volle domandare il nostro al misterioso dio elegante nel suo smoking su misura.
«Sono Vertumno», egli rispose. «La sola certezza degli uomini».
Si trattava dunque della morte?
«No», rispose il dio, prima ancora che i pensieri di lui si potessero articolare in parole pronunciate.
«Io sono semplicemente colui che è, in rapporto a tutto ciò che era: io sono il mutare, dischiuso nell’incontenibile impulso delle cose a diventare altro da ciò che erano. Mia è la giurisdizione della maturazione dei frutti, mia la stagione degli amori, mia la pratica dell’innesto tra le creature, mio il mutamento degli eventi e l’atto di cambiare idea».
Sul serio?
«Niente affatto, in realtà non sono mai stato diverso da così, ma mi piace farmi rappresentazione dell’inevitabile. Ora osserva: ho con me questo biglietto, recapitatomi per te da una giovane ninfa di queste langhe».
Il biglietto, ma certo! Come aveva potuto dimenticarsene? Svelandone il contenuto, sarebbe giunto finalmente alla soluzione di quel mistero.
Appena toccò il foglio di carta con le dita, Vertumno scomparve. Rimase dunque solo, a decifrare quegli strani segni, che ricordavano moltissimo il greco antico. Quando ebbe finito, si era fatto giorno, e piccoli satiri cominciavano a fare jogging intorno a lui, mentre alcune bestie brucavano l’erba. La traduzione così riportava:

“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi. Salta intorno, mangia, riposa, digerisce e torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, poiché a confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello – giacché questo soltanto egli vuole, e lo vuole però invano, poiché non lo vuole come l’animale”.

Di fronte a tale lettura, si sentì scosso. Cosa poteva centrare tutto questo con le lacrime del suo giovane e acerbo amore? Ma non fece in tempo a darsi una risposta che la scena cambiò nuovamente. L’imperturbabile mutamento di ogni cosa lo aveva colto di sorpresa ancora una volta, lasciandolo spaventato e spaesato in un ambiente a lui sconosciuto.
Qui, sotto le ali dei gabbiani in volo, pescatori a migliaia gettavano le lenze in lontananza, in riva al Bosforo, alla luce del tramonto. Un’immagine idilliaca che per un momento lo aveva allietato, ma che non durò a lungo. Subito fecero irruzione le ruspe, che rasero al suolo ogni traccia di quello che un tempo era stato il mercato del pesce. A nulla erano servite le proteste dei pescatori e degli avventori sul posto, che erano stati presto allontanati da truppe di gendarmi a cavallo. Si sentì uno scoppio e subito le nuvole annerirono il cielo, come un calamaio che avesse rovesciato il suo contenuto d’inchiostro su un foglio bianco. I fulmini illuminavano le cupole delle moschee, così come le facciate delle case popolari. Ora in strada non c’era più nessuno, e il fiume in piena rischiava di rompere gli argini. Decise allora che forse era meglio cambiare aria, e si incamminò verso il portico più vicino, scendendo fino alla parte della città più antica, per ripararsi dalla pioggia all’interno di un chiostro.
Lì dentro, non fece più caso alla bufera. Si tolse le scarpe e ammirò la maestria con cui gli antichi amanuensi avevano realizzato gli arabeschi. Pur non riuscendo a comprendere la maggioranza delle incisioni, ne era rimasto profondamente affascinato. Una donna, seduta sugli scalini esterni, riposava poggiandosi su di una colonna. Il suo vestito scuro lasciava trasparire le bianche gambe nude, che invitavano a una sosta ulteriore. Le sedette accanto e le sfiorò i polsi con due dita. Quella si svegliò di soprassalto, aveva occhi come ghiaccio, e gli sorrise. Purtroppo non parlava la sua lingua, ma con pochi e inconfondibili gesti acconsentirono ad abbracciarsi, tenendosi stretti a lungo, per poi fare l’amore. Venne compulsivamente, venne a tal punto da ridursi ad uno stelo, una pallida ombra dell’uomo che era stato.
Niente, passata quella notte, era rimasto dell’esoterismo portato da quell’atmosfera incredibile, quasi irreale, della sera prima. L’aria della mattina era insapore, la luce pornografica, e quel senso di disagio li accompagnò entrambi anche nelle ore successive, quando le nuvole si diradarono e il sole ricominciò a splendere nel cortile interno. Solo allora videro l’albero di pesco fiorire incontrastato contro il cielo limpido, ergendosi ben oltre le colonne e i capitelli della struttura, fino a espandere la chioma al di là del tetto.
Un uomo, ai suoi piedi, teneva una corda tra le mani. Realizzò risolutivamente un nodo scorsoio e la adattò intorno al collo. Fece due o tre prove, per vedere se teneva. La donna cominciò a singhiozzare e a piangere, allora il nostro corse velocemente i cinque piani di scale che lo separavano dal cortile, per impedire all’uomo di compiere l’insano gesto. Quando mancarono ormai pochi gradini, riuscì solo a urlare fermo!, ma arrivato al piano terra il corpo già pendeva da un ramo, rantolante. Restò così pochi minuti, poi si fermò, sospinto appena da un alito di vento. Il volto del giovane suicida sembrava fisso in un riso di scherno verso la mutevolezza di tutte le cose.
Si arrampicò sul tronco, cercando di sciogliere la corda che lo teneva legato all’albero, ma il nodo era troppo stretto. Allora cominciò a piangere anche lui, e le sue lacrime formavano fiori ogni qualvolta toccavano terra. Poco distante, un bambino passava di lì a giocare, punzecchiando con un ramoscello la corolla di una violetta appena sbocciata.

Immagine di Gregory Crewdson

Il dito del re

Nel gelo delle montagne, i paesi minuscoli, quando cade la neve, scompaiono, rimanendo bianchi.

Sângele apă nu se face  [1]
(Proverbio rumeno)

Portarono al re le carte dei suoi possedimenti. C’erano tutti i boschi, i campi e le fortezze, annotate una per una dalla perizia dei suoi scrupolosissimi geografi. E in ogni punto della carta egli aveva un emissario, legato col sangue; e tutti questi puntolini di sangue facevano tra loro una rete saldissima, e ogni regione era una pietra da custodire, una pietra salda su cui edificare.
Aveva spinto i cartografi ovunque, in ogni recesso di quel mondo sconosciuto, a migliaia e migliaia di pertiche lontano; nel gelo delle montagne, in paesi minuscoli, inaccessibili, circondati da foreste e radure, paesi che quando cade la neve scompaiono, rimangono bianchi, bianchissimi: li aveva mandati in mezzo ai deserti, nelle profondità dei mari, quello di sopra e quello di sotto, fino alla terra del Signore, l’incredibile Gerusalemme, a vedere il grande cerchio del Santo Sepolcro. Come aveva fatto Alexandros, il grande re di tutti i tempi, che prima di mettersi in viaggio faceva correre esploratori per tutta l’Asia: e la conquistò, la sottomise tutta, senza tralasciarne un palmo.
Quanto si sa su di lui, il re l’aveva letto. Si era fatto copiare dal vescovo due libroni, e li custodiva insieme al sacro tesoro; li mandava a memoria in modo che entrassero nelle sue fibre, scendessero nel suo corpo, e lo spirito del condottiero lo guidasse.
Con l’indice scorse le sacre mappe. Il piacere di sentire sotto di sé la carta pergamena, il segno del suo possesso, gli fece brillare gli occhi; e ancor più perché era volere del Signore. Ogni bene era per Dio; tanto più si conquistava, tanto più questo piacere era grande, ed era ben grato a Dio, era l’intimo piacere di chi svolge il suo compito con dedizione e amore, del sacrestano diligente, del buon vassallo.

Il piacere di sentire sotto di sé la carta pergamena, il segno del suo possesso, gli fece brillare gli occhi; e ancor più perché era volere del Signore.

Gli brillarono gli occhi. Ma subito si chetarono, a vedere quanto grande e quanto complicata era la scacchiera dei suoi possessi. Quella terra era del tale, l’altra dell’altro; quella, del suocero; questa qui, in mezzo a due fortezze, di quelle migliori, di quelle che quando ci entravi ti sentivi subito a casa, quella terra era del cognato: sa Dio quanto avrebbe voluto levargliela, che insidiava le donne, lì, in casa sua, sotto gli occhi suoi…. quanto avrebbe voluto mettere le mani su quelle corone, dare un taglio a quelle alleanze di comodo, senza fiducia, senza sangue… Il suo regno sembrava fatto a macchie rade, come le prime gocce di pioggia sulla sabbia, che fanno dei cerchiolini piccini, l’uno lontano dall’altro, e solo quando piove davvero nessun granello di sabbia si può distinguere da quello a fianco. E c’erano le terre dei vescovi e quelle dei signori, e c’erano le città degli arricchiti, con le torri alte a sfidare Babilonia, ed erano le porte dell’inferno.

Il suo regno sembrava fatto a macchie rade, come le prime gocce di pioggia sulla sabbia che fanno piccoli cerchi, l’uno lontano dall’altro.

Egli le assediava, le città. E come le assediava. Quando ne prendeva una, la radeva al suolo e non faceva prigionieri, come non ne fece il Signore su Gomorra. Il maglio cadeva pesante per tutti. Quell’esempio sarebbe rimasto nella storia per secoli e secoli, qui come tra le genti dalla pelle bruciata o dagli occhi a mandorla. Perché eterna è la vendetta di Dio.
Guardava quelle terre disgregate e si sentiva avvampare, come si sentì avvampare non il buon Salomone che non ne sarebbe stato capace, ma Davide sì, Davide di fronte al gigante.

Sarebbe arrivata la pioggia. Arriverà il temporale e tutti i granelli di sabbia saranno uguali. Quel mondo empio e traditore sarebbe soffocato, doveva soffocare, non vi sarebbe stato scampo. Allora le squadre si sarebbero misurate, i cavalieri in porpora rossa avrebbero eruttato lava e sangue, la linea dei cavalli si sarebbe increspata, in un tripudio gioioso come le feste dei contadini. E, una volta sgozzato il maiale, grande e goffo, ci si sarebbe sdraiati per terra, come mazzi di fiori, senza più contare i morti e i vivi, che tutti avevano vinto, e Dio avrebbe trionfato un’altra volta. Sarebbe stato uno scintillare di lame e di elmi, un gioire di spade, e Le schiere come le onde che si ammassano sulle onde; il re, irrigidendosi in un lampo rivelatore, guardò gli astanti, l’unghia toccò un punto della carta. Arriverà il temporale.

Illustrazione di Gipi

[1]   Letteralmente: “il sangue non si fa acqua”, riferito alle relazioni famigliari.

.