Vocabolario della fine

Tutto quello che riuscivo a vedere era una V maiuscola. Sapevo che si trattava della prima lettera della parola Vocabolario, inscritta sulla copertina del manoscritto, ma preferivo credere fosse l’inizio di Vittoria, la nostra vittoria.
Continuavo a scavare, tirando via cumuli di terra e frammenti rocciosi mentre Alice, Leo e Tata ridevano come pazzi; le loro voci echeggiavano nella grotta caricando l’aria di una vibrante isteria, quasi a voler riempire la somma dei nostri vuoti, in attesa che l’esistenza si riappropriasse del senso perduto. Duecento anni prima, l’animo umano era stato squarciato e il suo contenuto gettato tra le gigantesche fiamme di un fuoco ingordo; la realtà aveva perso i propri colori e il Grigio era diventato il nuovo ed unico sentimento, la nuova ed unica emozione; le imperfezioni dello spirito erano state proibite da una Legge che noi, esplorando quella grotta e riesumando quel vecchio dizionario, avevamo violato.

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I Vertumni in topless

– Non si dovrebbe mai scopare per gratitudine.
Stava assumendo la forma di uno che ti prende per il culo. Quell’uomo di settant’anni, nudo e fiero come le statue delle piazze e le altre cose vecchie, era bloccato nel flash del momento, stregato da qualcosa che non era lì. Sì, però era nudo e non era il caso. Anche il suo sbattersene era sincero. Al punto che per noi diventava subito irresistibile. Gli davamo più o meno il fantomatico “lei”, esibendoci in formule discutibilmente ibride, del tipo:
– Ci scusi signore, ma che cazzo sta facendo?
Non che la cosa lo turbasse. Ci snobbava facilmente, cancellando i passi giù per una piccola discesa. Gli stavamo abbastanza dietro da renderci conto che si andava verso un delirio di sagome.
– Lampedusa, tu ti trastulli altrove; fossi qui, ti sentiresti come in una festa da Mcdonald’s.
Volevo fare il simpatico. La ressa se ne stava lì, immensa, e si sporgeva a forza di zoom nella nostra direzione. Smantellavano le strade con bozzetti argentati. Un lamento cigolava, fra gli angoli bianchi di quei capelli. A colpi di treppiede, buffetti sulle ruote e frustate di dentiera, orde di anziani ansimanti incedevano contro il sole. Ordinati che neppure una legione di Immortali persiani, e lenti che neanche l’esercito di terra cotta di quel famoso mausoleo cinese. Un cronista avrebbe detto che “infuriavano, infuriavano dipinti fuori da se stessi, desnudi e particolarmente affaticati”. Non ci spostammo prima che fra loro e noi si fosse creata una distanza di circa duecento metri. A quel punto, divenuto evidente che ci avrebbero arati nel giro di un’ora se non ci fossimo mossi, prendemmo una rincorsa eroica, con quella sincera disperazione di quando pare esserci in gioco la tua vita. In fondo potevamo anche essere in pericolo, no?

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L’ultimo giorno

Alcuni schizzi di caffè bollente mi riportano alla realtà. La pelle brucia, ignoro lo stimolo e guardo a terra.
La tazzina di plastica è raggrinzita come una foglia secca sul linoleum, la pozza di liquido scuro forma disegni ambigui. È evidente che il fisiologico ritardo cerebrale tra attualità e sua percezione si stia dilatando. Il siero fa effetto più velocemente del previsto. I colleghi sono tutti sui loro terminali nei loro cubicoli, non mi prestano attenzione.
Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere il capo che dalla sua scrivania nell’ufficio, protetto da un bozzolo di cristallo, mi osserva con piglio investigativo. Mi chino per pulire, il più velocemente possibile. Mi sforzo di colmare la latenza tra i miei gesti e la loro elaborazione, compito reso più difficile dal fatto che i bordi della mia mano sembrano sfaldarsi. Saranno le luci al neon, dico.
Butto la tazzina e la carta imbrattata nel cestino, mi alzo di scatto e quasi cado. Devo prestare più attenzione. Torno velocemente al mio posto, sperando che il capo non abbia capito tutto. Non so se sono già sulle mie tracce. Conoscendoli, probabilmente, sì. Nessuno sa che oggi è il mio ultimo giorno di lavoro, questo lavoro che odio. Sono la miccia della catastrofe. Il mondo così come lo conosciamo crollerà, forse tra dieci anni, ma la sua fine sta iniziando oggi.

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A bang in the void

Le persone con gli occhi silenziosi mi mettono i brividi.
Carl ha conosciuto questa sensazione quand’era priva di significato. L’ha scovata nella pancia del Tresor, prigioniera dell’atrofia muscolare.
Annaspava per una sorsata di calore, qualcosa che gli restituisse il battito cardiaco. All’improvviso, la pressione si abbassa.
Carl assaggia un odore di gesso nell’aria; di gesso e di muffa. Luci spente, cassa tesa, fragore di torce nel buio. Molto chiasso, troppe facce. Facce a intermittenza, facce bagnate di musica techno. Facce inzuppate di occhiaie, vene rigonfie che battono al ritmo dei synth. Sudore. Sudore in pista, sotto le suole di gomma; schizzi di piscio tra gli amplificatori. Schizzi e piastrelle grondanti di fango; piscio sui muri scavati di fresco.
Il Tresor ha la faccia scavata dagli anni che passano. Il Tresor ha la faccia escoriata di droghe. In questo locale c’è birra a sufficienza per ogni vescica della città, calcola Carl, grattandosi le nocche consumate d’inverno. Sono l’unico sfigato col bicchiere vuoto: è il momento di rimediare.
Il bar si scatena un paio di spintoni oltre il cesso che lo tiene in gabbia. Carl ha una pasticca in tasca: un regalo di Beda, pronto da scartare; però sente la gola secca, deglutisce a fatica persino l’ossigeno: cede all’impressione di respirare catrame bollente. Ha schiumato una canna di troppo. Una striscia di carta vetrata gli raschia l’esofago. Beda, maledetto figlio di puttana: quest’erba non è forte, aveva giurato, sputando dai denti marci il tedesco sbilenco che si ritrova; puoi gustartela con calma e andartene a spasso dove ti pare. Volerai in paradiso, te l’assicuro. Paradiso un corno, razza d’imbecille. La canna di quel bastardo mi sta trapanando le tempie; ma d’altra parte, lo diceva mio padre: mai fidarsi dei bavaresi. Sono una razza pericolosa. Ho lo stomaco ribaltato, Dio mio. Sto per svenire. Se scartassi il mio regalo, se ingoiassi la mia ecstasy, allora sì che filerebbe tutto liscio; e filerebbe tutto liscio lo stesso, cazzo, se non mi fossi fidato di un dannatissimo bavarese senza denti. Anche quest’ecstasy è roba sua, ma riconosco il disegno: ne ho viste a bizzeffe, di pillole così. Fila tutto liscio, e per davvero; è tutto nella norma. Anzi, questa roba è proprio buona. Fanculo, la prendo.

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Mucchio

La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia. Una Prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù.
— Aldous Huxley

Gli occhi di Irina si aprono alle prime luci del giorno. L’aria del mattino è tersa, e sotto di lei una montagnetta di aculei e cicche di sigaretta addolcisce la rudezza del suolo. Tutto attorno, gli alberi e il pallore dei volti dei ragazzi che le stanno di fianco, provati dal caldo e dalla stanchezza, i gazebo in lontananza ancora chiusi. Fra poco l’arena sarà piena di persone rimaste in coda dalla sera prima. Tutti si accalcheranno in massa per cercare di guadagnarsi l’ambita prima fila.
Irina viene controllata da capo a piedi. “Per la sua sicurezza e per quella degli altri”, dicono. Le viene sequestrato un fondotinta e le ordinano di aprire la bottiglietta d’acqua con gli integratori. Potrà riacquistarla all’interno, una volta finita, alla modica cifra di due euro e cinquanta.
A perquisirla sono due donne: una più esile, l’altra più corpulenta, la fronte sudata e le guance cariche di tessuto adiposo. Quella magra le palpa le cosce e le natiche per sentire se per caso nasconda oggetti contundenti nelle mutande. Le aprono lo zaino e la fanno piegare in avanti. “Cerchi di collaborare”, dicono. Se avesse nascosto anche un piccolo coltello su per il suo ano, a quest’ora le avrebbe squarciato l’addome. Se avesse fabbricato un minuscolo detonatore all’interno del suo fondotinta, la bomba non sarebbe esplosa. Almeno per oggi, siamo salvi. “Avanti, può andare”. La procedura è durata più o meno sessanta secondi.
Subito dopo, Irina viene spinta da una forza motrice incontrollabile dietro di sé e non può fare a meno di correre velocemente fino a raggiungere la meta. Prima di farla entrare, le mettono al polso un braccialetto elettronico, esercitando sulla pelle una piccola pressione.

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Gli amanti

 «Tutto questo delirio per qualche goccia», pensò Federico studiando il preservativo che si era appena sfilato. Il serbatoio era pieno. Pieno in modo ridicolo, ché lui non ne produceva molta.
Lara gli era sdraiata accanto, un neo sulla pancia, a sinistra dell’ombelico, e tre sul fianco destro. Era bella. Aveva i capelli lunghi, castani, il viso magro e gli occhi come uno strazio che si pianti nel cuore. Ogni uomo che guardasse diventava una bestia da macello.
Federico cercava d’intuire le conseguenze che sarebbero scaturite da quelle quattro lacrime di seme. Il suo pube era intriso delle secrezioni vaginali di Lara.
L’atto era durato nove minuti.
Federico e Lara si erano reciprocamente desiderati per otto mesi, respingendosi sempre, devastandosi a vicenda. Infine, inevitabili, quei nove minuti di gemiti e odori e saliva. Lei era venuta quasi subito. Lui aveva cercato di prolungare la cosa, poi si era reso conto che non occorreva. Lara non avrebbe raggiunto un altro orgasmo e a quel punto era meglio farla finita.

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In terza persona 

 

Il campanello suona proprio nel momento migliore del film, il momento preferito dello smembramento magistrale.
Clara cambia posizione, torcendo il collo verso di me. Fingo di concentrarmi sulla tv e di non aver sentito. Quando mi dice vai tu, io sbuffo e cerco di districarmi dall’equilibrio di coperte e gambe intrecciate sul divano. Clara si sposta e mi libera dalla sicurezza del suo peso morbido. Si mette subito a lisciare i cuscini e a piegare le coperte. Intorno a noi, tutto sembra pulito. Ho sempre amato la casa di Clara: due stanze più il bagno. Facile da ordinare. Mentre apro la porta, noto le ombre che, dal soffitto, la lampada disegna sugli oggetti.
Per guardare Patric in volto devo alzare gli occhi di molto rispetto al mio orizzonte abituale. Mi sorride sulla soglia e rimaniamo un attimo in silenzio prima che lui dica piacere, Patric, e io dica piacere, Leonardo. Lo faccio entrare con una pacca sulla spalla, come un amico di vecchia data.
Ci siamo sentiti molto, nei giorni precedenti a questa sera; lo osservo mappare la stanza, timido, e mi chiedo se questo possa valere come scorciatoia per la familiarità.
Bacia Clara sulle guance. Si studiano per una frazione di secondo, ma non si guardano gli occhi, piuttosto un punto imprecisato del viso, un dettaglio, e subito rivolgono lo sguardo altrove, verso di me. Lui sembra leggermente più vecchio rispetto alle foto, ma sorride come un ragazzino.
Dopo cinque minuti stiamo fumando. Patric racconta, ride molto e molto forte, e i capelli biondicci ondeggiano convulsamente. È gentile, come immaginavo.
Spio Clara con la coda dell’occhio, cercando di capire. Lei se ne accorge, mi bacia dolcemente, poi ci indica ridendo una scena del film, esilarante anche senza audio. Ridiamo tutti e tre, insieme. Io guardo quello che lei vuole che guardi.

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Chiedi a te stesso

 

Un anno fa nasceva Neutopia. Da allora molto è stato fatto e ancora molto c’è da fare. Anche quest’anno continueremo a rivolgerci al contemporaneo e a curare i contenuti di una rivista che, giunta al terzo numero, vorremmo trasformare in un punto di riferimento per le molte voci fuori dal coro letterariamente valide che fino a ieri sono rimaste escluse dal panorama editoriale per mancanza di lungimiranza dagli operatori di settore: esordienti, pubblicati o specificatamente contro l’editoria convenzionale, non come outsider isolati, ma come gruppo che cooperi per concretizzare l’obiettivo di creare una piattaforma editoriale: Neutopia Edizioni.

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Per riuscire in questa impresa, vogliamo aprire le nostre sezioni a nuovi autori (i cui testi migliori finiranno in due raccolte edite da Neutopia Edizioni) e formare una rete di menti e di corpi che funga da tramite per le nostre letture, presentazioni, performance. In questo modo, pensiamo di poter rendere la letteratura una base per un incontro possibile.

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La macchina perfetta (seconda parte)

Uscito dal tribunale prendo una navetta gratuita che mi può portare fino al centro della città.
Noto che però ci sono delle obliteratrici a bordo, e la gente timbra il biglietto, e mi viene il sospetto che la navetta non sia gratuita, e visto che l’ho presa solo per muovermi senza usare biglietti del bus scendo vicino alla stazione di Porta Nuova e prendo una bici del bike sharing.
In piazza San Carlo stanno montando un grande palco, e intorno alla piazza sbarramenti e metal detector per la festa di capodanno.
Con la bici attraverso in fretta il centro e scendo verso la Dora e verso Barriera di Milano. Vado in una biblioteca dove ho fatto il servizio civile fino ad alcuni mesi fa; continuo ad andarci quando mi capita per fare un po’ di volontariato, per continuare un’attività che avevo cominciato e che farei fatica ad abbandonare.
L’attività consiste nel dare una mano ai bambini a fare i compiti. In quel quartiere ci sono moltissime famiglie straniere, tanti genitori non sono in grado di aiutare i bambini a fare quello che la scuola dovrebbe insegnare. Vengono quasi solo bambini delle elementari, qualche ragazzino delle medie, qualche raro studente delle superiori: magrebini, cinesi, sudamericani, qualche rumeno – a volte anche italiani.
Ci vado sostanzialmente perché mi diverto. Aiuto bambini egiziani di sei anni a imparare a leggere, ragazzini nigeriani a studiare la storia dei persiani e degli assiri, ragazze marocchine a fare le espressioni di secondo grado. Nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai dato niente in cambio, se non l’affetto dei bambini e la gratitudine dei genitori. La maggior parte di quelle famiglie non avrebbe la possibilità di pagare qualcuno per dare ripetizioni ai loro figli.
Inoltre, molti di loro di solito non sono affatto abituati ad avere una figura maschile adulta che si prenda cura di loro, in particolare per una cosa come i compiti. La mia presenza, per certi versi, li elettrizza. Sono l’unico uomo a fare volontariato in quella circostanza – oltre a me ci sono alcune vecchine, maestre in pensione o semplici volontarie, e le ragazze del servizio civile che mi hanno sostituito quando il mio contratto è finito.
Quello forse è il lavoro più sensato della giornata. Perché poi torno a casa, pranzo da solo, vado in bici a fare un paio d’ore di ripetizioni, ma quello che ne ottengo sono venticinque euro, niente di più.

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La forma del tempo

– Sono quindici vittorie a testa, Erni. La prossima è la bella.
Terminato il Simposio degli Ufologi Italiani, Enrico Andrade ed Ernesto Levi avevano prolungato le loro sfide a scacchi all’Hotel Fiume per tredici giorni. Come se il calendario non fosse più composto di giornate, ma caselle bianche e nere da occupare. Come se nelle vene di quelle giornate non scorressero più le ore e i minuti.
Lo spazio imponeva la sua misura, il tempo aveva perso la sua forma.
– Giochiamo ora?
– Conosco un posto qua a Genova. Si gioca su scommessa. Tutto organizzato da un amico che conosco da anni. Sostiene sua moglie sia un marziano.
– Un Grigio?
– Sei il solito credulone, Erni. È solo la moglie a essere inquietante.
All’1.03 della notte, la Tv del bar dell’hotel, una Telefunken con il tubo catodico, trasmetteva senza volume un incontro di boxe: al primo round i pugili si studiano, clinch, qualche montante, non sembrano voler mantenere la distanza. Al secondo round sono più sciolti sulle braccia. Una combinazione a segno del pugile alto. L’altro rimane con un taglio al sopracciglio sinistro. L’arbitro controlla la ferita: è accidentale, si continua. Poi jab, ancora. Al minuto 1,27 secondi del terzo round il pugile con i calzoncini neri prima abbraccia, e quindi morde l’orecchio destro dell’avversario. Il pubblico esplode, festeggia il lobo destro mozzato.
– Il pensionamento è arrivato un giorno dopo il tuo.
– In ritardo su tutto. Come sempre.

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