L’assedio dell’aria

Quest’anno ho preso parte al festival di poesia di strada che si è svolto a San Donato Milanese. Una costellazione di palazzi eretti dall’Eni, Metanopoli, le cui architetture hanno registrato, decade dopo decade, la percezione che la classe dirigente ha del suo stesso futuro, della sua stessa identità; identità che, in questi luoghi, è dunque impressa nelle superfici di vetro, nel calcestruzzo, che ridefinisce lo spazio pubblico e le sue relazioni.

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Il tempo

L’altro giorno è venuto da me il tempo. Abbiamo
fatto quattro chiacchiere, bevuto due bicchieri assieme,
giocato lunghe mani di carte e per finire, fumato il narghilè.
Ehi, aspetta, mi ha detto a un certo punto, ho due cose da fare.
Io gli ho detto, prendi le chiavi la strada la conosci. Non è
cambiata. Così è sceso giù, in fondo, in fondo e quando
è tornato qui mi ha dato i soldi che sarebbero bastati
per parecchi giorni. Poi, mentre se ne stava andando
ed era ormai sulla porta, mi ha raccomandato di innaffiarlo:
se stanotte non torno devi annaffiarlo domattina, all’alba.
E io lo annaffio ogni volta che il sole sorge, onoro sempre la parola
data a un caro amico. Il metronomo del tempo si deve annaffiare
con l’alba. La vernice bianca si squama, il ciliegio
si gonfia ed esplode. I tarli lo hanno bucherellato nei fianchi.
L’ago si è ammosciato, ridotto a un minuscolo
obelisco abbattuto. Il metronomo del tempo è nel centro
di un vassoio di plastica, il vassoio è sul fondo
della vasca da bagno della stanza che faccio pagare poco.
Questa vasca ha i piedi della bestia,
piedi che, ogni tanto, sbattono con forza
sul pavimento e così il fracasso arriva fino a quassù.
A volte il rumore è così forte che sveglia gli altri miei ospiti.
Nella stanza che faccio pagare poco c’è una feritoia
da cui entra una leggera luce, è sempre rigogliosa
la siepe delle spore. Il salnitro schiuma dalla carta
da parati. Dalla schiuma escono delle teste
di vecchi sdentati con la barba gialla, giovani che portano
l’apparecchio e hanno i primi peli in faccia, donne
con il trucco verde attorno agli occhi. Bambine
che sembrano bambini, che sembrano donne.
Mi sentono, quelle facce, quando sto per aprire la porta
e così si fanno tutte zitte.
Io allora entro e le saluto con la massima cordialità.
Mentre innaffio il metronomo del tempo provo a
fare due chiacchiere con loro ma raramente hanno voglia
di parlare. Nel frattempo il traffico sopra di noi
non conosce interruzioni, non conosce alcuna pietà.
Da questa feritoia intravedo la vecchia fabbrica,
la vecchia fabbrica che non ce l’ha fatta.
Intravedo la piccola stazione vicino alla fabbrica;
hanno fatto entrambe la stessa fine: fronde gialle: acacie
e noccioli come spazzole da scarpe. Il cielo, da queste parti,
ha il colore spento del cartone bruciato. A volte anche io
mi sento solo e non serve a nulla rifugiarsi in una delle stanze
dei miei ospiti. Non vale a niente la loro compagnia. Quando
mi sento solo vado a bussare alla porta di quella stanza
che faccio pagare poco. E se sono fortunato lo sento,
è lui, dall’altra parte. È il tempo. A volte ride,
dietro a quella porta, altre ancora piange e singhiozza.
A volte parla, potrebbe sembrare che parli con se stesso,
come un pazzo, le cose non stanno messe così. Mi parla.
Parla e parla, e posso capirlo. Devo solo prestargli
la dovuta attenzione perché parla una lingua lenta
come la noia (o veloce, come l’elettricità), una lingua
che ogni persona, con un po’ di allenamento, capisce
a modo suo; capisce nel modo
che le spetta. Come quando
si fa l’orecchio ai bambini più piccoli.

 

Già presente in: La generazione entrante, poeti nati negli anni ottanta; Ladolfi Editore, 2011, AA. VV., a cura di Matteo Fantuzzi; ISBN: 978-88-6644-029-1. Ora anche nella plaquette Caratteri.

Fotografia di Giorgio Barrera

Affinità e divergenze tra la Poesia di strada e me

Da alcuni anni mi interesso di Poesia di Strada; è un argomento, come la Street Art, al quale ho dedicato alcuni articoli e brevi saggi. Alcuni hanno definito questo mio lavoro pioneristico, di certo ha incontrato, e incontra, non poche difficoltà, soprattutto di ordine metodologico. Per prima cosa, individuare con certezza che cosa sia la Poesia di Strada non è molto semplice e dunque mi limiterò, in questa sede, a dire qualcosa di lapalissiano: una poesia collocata nello spazio urbano è una Poesia di Strada – è il contesto nel quale interviene che le conferisce questo attributo oltreché, si presuppone, altre caratteristiche. Street Art e Poesia di Strada si compenetrano e sono fenomeni che rientrano entrambi nell’ampio contenitore della Creatività Urbana. Proprio su quest’ultimo aggettivo, urbana, vorrei concentrare la prima parte di questa breve riflessione: è inevitabile che dei versi siano disposti nello spazio pubblico e, solo in tempi recenti, si è pensato che questa potesse essere una forma espressiva che godesse di una relativa indipendenza, nata dalla sovrapposizione di due esperienze divenute nel tempo contigue. Numerosi sono i graffiti a Pompei ed Ercolano, alcuni dei quali esprimono un certo grado di poeticità. Ovunque sia esistita una metropoli a qualcuno è passato per la testa di incidere un segno del suo passaggio su un muro e, in molti casi, queste impronte ci sono pervenute, ma niente sappiamo di chi sia stato il loro autore. Cambiano i mezzi, i luoghi, le lingue, lo stesso non accade per i campi semantici di riferimento e per alcune caratteristiche di formulazione, il fuoco del racconto non si spegne. Una volta c’era il carbone o un punteruolo, ora ci sono i marker e le bombolette, una volta c’erano i piombi veneziani o un’abside, oggi il retro di un supermercato o il seggiolino di un autobus.
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