Verlaine fuori tempo massimo

Ovvero: Les sanglots des violons de l’automne blessent la Rote Armee Fraktion

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Tournez cent tours, tournez mille tours
Tournez souvent, tournez toujours.

Nelle moschee non troverete
Che i vostri occhi rivoltati,
Nelle tasche,
Le più belle e slavate
Tabaccaie minorenni e il naso fine
Dei principi indiani,
Con le rose e le cartine lunghe;
Dietro i vostri scudi
Le bombe aratro su Kobane.

Tournez cent tours, tournez mille tours
Tournez souvent, tournez toujours

Dichiaro guerra a tutte le metafisiche poliziesche
E ai tuoi occhi militari e alle dita socialdemocratiche
BIANCHE come le pagine dietro i tuoi pensieri;
Dichiaro guerra alle cosce fritte di pollo
E, dunque, in ultima analisi,
Allo Stato borghese.

E ai miei amici poeti
– Se ricordano che i poeti
Sono come i chihuahua –
Proclamo (ma temo di sbagliarmi)
Che il sogno è vita e la vita non è niente.

Pertanto dichiaro guerra anche
Agli stupratori di Ulrike Meinhof
– Fuori tempo massimo –
Benché rimanga vero
Che l’articolo 3 del Codice anale affermi
Il diritto a pregare e rinnegare
Dio e il Padre
Cinque volte al giorno.

In copertina, illustrazione di Frédillo

Cartolina da Belgrado

Beograd, libro aperto, parola soffocata, le pagine dei volumi in biblioteca bruciate dal massacro della Guerra Imperversante – prove tecniche di sottomissione.

Beograd, la ferita non si rimargina: si medica con lingue d’asfalto che fagocitano cemento, in un cuore pulsante di ribalta e dissenso. I graffiti colorati riempiono gli occhi e contrastano il grigiore che, muto, sale dai quartieri astratti.
Beograd, la crisi non si arresta: santi, puttane e sante puttane tra moderni ecomostri e scheletri edili, mozziconi di candele nella chiesa ortodossa, accenno di preghiere di donne silenziose – a chiedere perdono per il peccato più grave, quello di non ambire.
Così ti mostri, mia Serbia mancante di superbia e gonfia di miseria. La vita qui non costa, ma si ripete sui volti dei tuoi figli, animi zingari dal cuore zigano, perduti per le fiere zigzaganti, con un coltello sempre nelle tasche, con un pensiero fisso nella mente: prendere e fuggire, andare via lontano, all’assalto di treni in corsa sopra i ponti e giù, salti dirompenti.
Beograd, libro aperto, parola soffocata, le pagine dei volumi in biblioteca bruciate dal massacro della Guerra Imperversante – prove tecniche di sottomissione.
Nema problema: non so tradurre dal cirillico il degrado, ma posso tentare di trasformarlo in altro.
Io santo, tu musa; una donna sorridente in automobile si ferma e mi apre la portiera – io salgo. La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani. Priva della limpidezza di certe nostre città moderne, il tuo cuore è nei Balcani. Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani.[…] Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

Beograd alle cinque di mattina ad ascoltare dopo un rave i CCCP Fedeli Alla Linea con un ragazzo sull’autobus che mi parla con rispetto dell’Italia, e della sua totale assenza di odio o di rancore. Lo guardo negli occhi: è orfano di Marx, di dio e di madre (cit.) – la statua di Lenin nel museo del comunismo, quella di Trotzki chiusa nei libri di storia e l’ex compagno Gorbachev nelle scuole durante i ricevimenti.
Beograd, divisa nelle tue due metà dalle acque del Danubio andante (torneremo infanti ed io ci sarò), un fuoco divampante uccide lo sciame di luci elettriche. Il sole sorge: Oriente.

In copertina, scatto dell’autore, opera anonima

Memorie in spostamento

Uno sguardo sui mezzi di trasporto nella fotografia di Naomi Morello

Un piano di fuga dalla rete è uno spazio virtuale che viene, ma soprattutto vuole essere attraversato da molteplici contributi letterari e visuali provenienti dal profondo mondo della rete. La sezione Aleph, non per nulla intitolata Reportage & Visioni, vuole concentrare appunto la sua attenzione su quelli che sono i metodi narrativi ed espressivi visuali toccati dalla poesia visiva e dalla fotografia. Infatti, ogni immagine, come la parola, possiede di per sé un potere narrativo che è capace di insinuare nella mente di chi le osserva il desiderio di ricavarne una storia.

Ciò che vorrei presentarvi oggi in questa sezione di Neutopia è una serie di lavori di una fotografa di nome Naomi Morello. Molto attiva all’interno del web, colpisce per fotografie caratterizzate da uno sguardo che ha raggiunto una elevata maturità ponendosi in maniera sensibile nei confronti della figura umana e della vita che la circonda.

I suoi scatti sono caratterizzati da uno sguardo che ha raggiunto una elevata maturità, ponendosi in maniera sensibile nei confronti della figura umana e della vita che la circonda.

Esplorando le pagine web, mi sono imbattuto in una serie di fotografie che hanno attirato la mia attenzione: si tratta di un cospicuo numero di foto che immortalano uno degli aspetti più quotidiani della vita metropolitana, lo spostamento. Raggiungere un punto preciso o attraversare la città da parte a parte è qualcosa che accomuna orizzontalmente le vite delle persone che vivono in città. Questo incessante spostarsi viene però spesso vissuto dall’uomo in maniera individualizzata e soggettiva, come chiuso nel proprio guscio corporeo-sensoriale. Il mezzo pubblico, luogo dello spostamento, è infatti frequentemente concepito come un non-luogo nell’immaginario sociale di oggi; si trasforma così in uno spazio e in un tempo che viene vissuto con quell’atteggiamento blasé, indifferente e scettico, che già G. Simmel descriveva nei suoi scritti sul rapporto tra uomo e metropoli.

Le linee della metropolitana, i tram e gli autobus di qualsiasi città sono dimensioni con cui molti individui entrano in contatto nella loro quotidianità; con le sue ore di punta, il trasporto pubblico offre ad un attento osservatore un meraviglioso panorama di umanità: sguardi, volti e gestualità tutta in movimento. In sostanza riflette come uno specchio la brulicante vita metropolitana. Credo sia stato proprio questo affascinante intrecciarsi tra uomo e metropoli che ha fatto scaturire in Naomi Morello la scintilla per far scattare l’otturatore della sua macchina fotografica, anche se in questo caso si tratta di una fotocamera del telefono e non di una reflex. L’uso dello smartphone, in questo caso, è dovuto non solo ad una questione di praticità, ma anche al fatto che si tratta di istantanee della realtà che documentano il vissuto personale della fotografa durante i suoi spostamenti quotidiani con i mezzi pubblici.

Con le sue ore di punta, il trasporto pubblico offre ad un attento osservatore un meraviglioso panorama di umanità.

Dalla fotografia di Naomi Morello emerge con evidenza uno sguardo allenato, scaltro e spontaneo nella ricerca di quell’attimo significativo, di quelle fuggevoli espressioni dei volti che la circondano o di un particolare dettaglio. La spontaneità nei suoi scatti non è esclusivamente unidirezionale, in quanto si può ben notare come l’espressività dei soggetti ripresi non sia minimamente condizionata dalla presenza del suo obiettivo.

L’osservatore viene così condotto a intuire il rapporto che la fotografa ricerca con i soggetti: attraverso la ricerca di sguardi e di gestualità semplici viene messa in luce la relazione di sensibilità che può emergere nella banalità di uno spostamento quotidiano, imprimendolo nella propria memoria e nel vissuto personale con una fotografia.

In copertina, scatto dell’autrice

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Il teppismo di Venere

io scorgevo anfratti di specchio, detergevo i miei occhi, raddrizzavo la mia estetica delinquenziale e non mi riconoscevo più

Ciononostante brillavano poche, saltuarie, ebbre stelle tra i bassifondi che sapevano di piombo fuso – tracannando arrese e Campari il ventre della malavida oscillava al ritmo di una polka contraffatta e raramente mi addormentavo, l’insonnia strillando alcolica, poesie gettate via, lacerate, bruciate tra roghi di pneumatici Goodyear, fumanti, come il tombino da cui straripavano branchi di piccoli intellettuali, giovani giovani (cit.), mentre fra il cielo e la terra ogni metafisica imputridiva, l’umano deponeva le sue armi, smarriva ogni senso nel falso sentire di preghiere avvelenate: la suburra schiattava di tanfo, immunodeficenze, sfregi, feci, lattice e gocce di mercurio che tutti i clienti del bar inghiottivano, in quel dopo-lavoro pornografico tutti quanti inghiottivano rifiuti, birre da 66 cl versate nel tam tam di accenti palermitani, pizzaioli dannati, spacciatori ammaliati, sufisti clandestini, rifugiati politici, bengalesi malinconici, segmenti di notti migranti sperimentando la paura, il piacere e tutti quei poveri in canna, strapazzandosi nel décolleté della puerile barista, Josette che attendendo impaziente e timorosa e troppo giovane la chiusura scansava artigli e tutti i licantropi dell’ozio, denti intenti a mordere rifugi lungo vicoli bisunti ed il mito di Lucrezia prendeva vita, vivisezione di destini emarginati e bislacca procedeva la prassi, le ore colavano a picco tra meningiti epidemiche, populismi sul nascere, io scorgevo anfratti di specchio, detergevo i miei occhi, raddrizzavo la mia estetica delinquenziale e non mi riconoscevo più – intento a sopravvivere attendevo l’erotismo, che tu uscissi dai tuoi restauri barocchi, che il sole sorgesse, attendevo il sonno, attendevo unghie dal gusto angelico, aspettavo un’immanenza più lucida mentre nel fondo, nel mosto della società emergevano sporchi miraggi, tentazioni etnografiche presso tormentati andirivieni, locali consunti, consumati i giorni ritornavano su loro stessi; tra il cielo e la terra i desideri affogavano tra cosce, lenzuola e appartamenti di passaggio, sperma, angosce e simulacri di perversione poggiavano sul bancone come gomiti incollati, testosterone che tutto taceva tra il clangore di fantasmi senza documento d’identità e ristagnavano i presupposti, i ricordi, esalava questa pallida luna, collaudavo questa vita altalenante, attendendo ideali, procacciando tabacco, ricercando sogni vitrei, contrabbandando lusinghe – come pezzi di vetro, abbondanti noie si frapponevano fra lo spirito del tempo tetraplegico e il romanticismo dei reietti, lungo i margini antropologici nascevano contatti, ibridi, forme di sapere che in un balzo da luridi pavimenti raggiungevano quelle poche, saltuarie, ebbre stelle, stelle che tutto osservavano, che tutto contemplavano mentre il continente si corrodeva, la storia esplodeva, gli oracoli trattenevano la rauca voce che più non avevano, mercenari dell’Essere lustrando il presagio della dipartita e rari, visionari, poeti fumavano in silenzio.

In copertina, poesia visiva dell’autore

 

La matematica dei corpi

Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero.

– Accendi quella sigaretta.
– A che ti serve?
– Devo fare un buco qui… – disse lei, appoggiando la punta dell’indice sulla bottiglia in plastica.
– E poi ci serve la cenere.
– Mi fai ridere, sai? – le mormorò in un orecchio.
– Perché? – sorrise lei.
– Perché non sai nemmeno girarti una sigaretta in modo decente, ma sembri un maestro di cerimonia con questa merda. E ti trovo un poco triste anche, perché ti immagino la notte qui, mentre non prendi sonno e corri verso la dispensa a prendere il bicarbonato.
– C’è l’ho qui in stanza il bicarbonato. Ognuno prende sonno come vuole, tu non sei meglio di me e lo sai.
Attraverso le tapparelle socchiuse filtrava, pigro, il primo raggio di un sole troppo stanco per dare il via alla giornata che i due tentavano di scampare. Lui, seduto sulle lenzuola, si accese la sigaretta fissando il vuoto che le note del Duetto dei fiori di Delibès tentavano di fugare tramite le voci di Mallika e Lakmè. Il vuoto in loro: due brocche prosciugate che si sarebbero di nuovo unite nel coito, riempiendosi a vicenda con l’horror vacui dell’altra. Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero. Le due brocche erano divise da un fazzoletto di cotone sul quale lei aveva buttato un barattolo di bicarbonato di sodio e una busta.
– Sono due lesbiche… – languì eccitato, passandole la sigaretta, posando lo sguardo sulle sue cosce tornite, l’estremità decorata dall’invitante pizzo.
– Dici le due tizie che cantano?
– Sì, intendo i due personaggi dell’opera, non le cantanti.
– Immaginavo…
–  Cioè, ovviamente è tutto abbastanza sottile. Anzi, mi correggo, solo una pare sia lesbica, la schiava Mallika. E’ innamorata della padrona Lakmè, una principessa indiana. L’altra vorrebbe sforbiciarla di brutto ma la principessa è innamorata invece di un’ufficiale inglese, eppure la stronza gliela fa annusare alla grande. “Duomo di gelsomino, avviluppato alla rosa”, immagino si riferisca alla sua fica bagnata. “Entrambi fioriti, un fresco mattino, ci chiamano insieme. Ah! Scivoliamo seguendo la corrente fuggitiva: sull’onde frementi, con mano noncurante, guadagniamo la riva, dove l’uccello canta, duomo di gelsomino, bianco gelsomino, ci chiamano assieme”.
– Anche noi scivoleremo adesso, noncuranti, fuma – sussurrò lei, sfiorandogli il braccio, interrompendo quella maldestra recita.
Lui prese la bottiglia osservando il corpo in plastica deflorato dal cilindro di una bic.
– Sì, ma accendi tu.
Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere. Lui aspirò dalla cannuccia, i polmoni gli si riempirono di un saporaccio di plastica. L’ondata di calore cominciò ad attraversarlo, montando dalle spalle, scendendogli nel basso ventre che dolcemente si mise in moto. Appoggiò una mano sulla sua gamba, sentendone la carne, bramando l’assaggio di una felicità che si sarebbe consumata in fretta, svelata in un lampo nell’essenza della propria futilità. Il cuore cominciò a battere il tempo del sangue come un tamburo impazzito, mutando in una cassa da cento kilowatt.

Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere.

– Sì, scivoliamo l’uno nell’altra, scivoliamo… – la baciò, le morse le labbra e le strinse i fianchi con forza.
– Prima di scivolare, dimmi…
– Cosa, tesoro?
– Chi di noi due è la schiava innamorata?
– Nessuno. Siamo entrambi due bellissime principesse indiane, il cui cuore è stato drenato dalla voce marziale di un capitano inglese. Ma senti come batte adesso, sentilo, questo è reale, reale, non vale un cazzo ma è l’unica cosa vera, qui ed ora. Hic et nunc.
E le due voci esplosero, il canto della principessa e della schiava si fusero in un unico suono, mentre lui cominciava ad arrampicarsi sul suo corpo. Le scostò una ciocca dal volto, la guardò diritto negli occhi ambrati.
– È stupido, ma è reale ed è l’unica cosa che abbiamo.
Le strinse i fianchi e con un colpo di reni le fu dentro.

Viens, Mallika, les lianes en fleurs
Jettent déjà leur ombre
Sur le ruisseau sacré qui coule, calme et sombre,
Eveillé par le chant des oiseaux tapageurs! 

Ed era piacevole, ed era la cosa più bella che potessero pretendere di avere. E lui le scriveva dentro. In catalessi, ogni colpo tra le sue cosce era una lettera su un foglio da riempire; la punta di quella bic sventrata dal cilindro che toccava il bianco pallore della carta; il polpastrello che frenetico pigiava i tasti.

Oh! Maîtresse,
C’est l’heure ou je te vois sourire,
L’heure bénie où je puis lire dans le coeur toujours fermé de Lakmé!            

E la lettera mutava in frase e si abbracciavano e godevano, si mangiavano, e la frase diventava paragrafo, ansimavano, si sputavano in bocca e il paragrafo era già un’intera pagina, si graffiavano, cambiavano posizione sulle lenzuola fradice, passavano i minuti, le ore, si riposavano, ricominciavano e avevano scritto un libro. Come lei avvertì salire l’orgasmo dalle proprie viscere,  lui percepì l’arrivo dell’esplosione e il libro divenne il primo di una serie, e mentre venivano in sincro erano l’opera omnia di uno scrittore che abitava in completa solitudine un attico sulla rive Gauche. Come si staccarono e di nuovo si abbracciarono furono la solitudine con cui lo scrittore aveva scambiato la propria vita, riducendola in carta.
Erano gli amanti di Schiele che si abbracciavano isterici scrutando con la coda degli occhi chiusi l’abisso in cui annegava la riva del letto.
Si addormentarono.

Dôme épais le jasmin,
A la rose s’assemble, Rive en fleurs, frais matin,
Nous appellent ensemble.
Ah! glissons en suivant
Le courant fuyant:
Dans l’onde frémissante,
D’une main nonchalante,
Gagnons le bord
Où l’oiseau chante, l’oiseau, l’oiseau chante.
Dôme épais, blanc jasmin,
Nous appellent ensemble!

 

– Ehi…
– Dimmi – grugnì lui, grattandosi le palle sotto al lenzuolo.
– È come se fossimo in una sala d’attesa, io e te.
– Ha un bell’aspetto, però. Non sembra noioso, qui.
– Sì ma guarda là… – mormorò lei, indicando con un dito una crepa che si stava facendo lentamente strada lungo la parete della stanza.
– Ah guarda, ce n’è una anche qua – disse toccandole il volto.
– E anche qui… – rispose accarezzandogli una guancia.
– Comunque è come se fossimo in una sala d’attesa e stessimo solo aspettando che qualcuno venga a prenderci.
– Chi, i nostri ufficiali inglesi?
– Credo di sì…
– E perché aspettiamo, usciamo checcazzo?
– Immagino che nessuno dei due voglia andarsene per ora.
– Già, si sta bene qui, ma le crepe… – disse lui, stropicciando un foglietto.
– E quello cos’è?
– Il mio numero, guarda, ne hai uno anche tu.
– Ci sarà un bagno qui? –  sbadigliò la ragazza, cercando una posizione comoda per il proprio culo sulla sedia in plastica.
– Non ne ho idea, non c’è nessuno a cui chiederlo. Nemmeno un’indicazione. In ogni caso voglio dirti una cosa.  La pianta, sai quella pianta che raccogliemmo randagia all’angolo di un bar e io ti chiesi: di chi sarà? E tu rispondesti, sorridendo, sorridevi un sacco, sembravi felice, rispondesti: è tua tesoro, è tua! Ecco, la pianta sta fiorendo.  Eri così bella il giorno in cui la trovammo, con quel tuo vestito blu, ti stava bene, perché non te l’ho più visto addosso, eh? Sì, sembravi felice, era la prima volta che ti vedevo felice da quando… Beh, da quando ci fu l’esplosione, quando successe quel maledetto casino, quando tutto andò in pezzi e i pezzi si mescolarono, quando ci incontrammo tra le macerie e ci  abbracciammo, piangendo. Quel giorno eri felice, te lo potevo leggere negli occhi e pure io lo ero. Lo ero perché… Perché mi sembrava che il motivo, la fonte fossi io, quella mia camminata goffa per le vie del centro con la pianta in mano ti faceva sorridere, sorridevi e stavo bene nel vederti così viva; eri reale, davanti ai miei occhi con il vestito blu. E camminavamo, facendoci ombra sotto i portici, perché faceva caldo, c’era un caldo terribile e con una mano tenevo la pianta, con l’altra ti stringevo le dita. E vedemmo una ragazza seduta su di un drappo orientale, stupenda, con i capelli rossi. Ci voleva leggere i tarocchi, ma noi rifiutammo, avevamo maledettamente paura del futuro perché forse avremmo scorto questa sala orrenda. Io però sbirciai una carta e scoprii il diavolo, la testa di Baphomet, e mi sentii una merda, pensai che tutto era sbagliato, che i pezzi si erano mescolati male, che non avremmo dovuto essere lì, assieme. Ma non te lo dissi, eri così bella, felice, sembravi mia. E la ragazza ci chiese che pianta fosse e non sapemmo cosa risponderle, ma adesso ce l’ho forse una risposta, non ne conosco il nome, ma gliela posso descrivere. La pianta sta fiorendo, mi sembra di guardarla in questo preciso istante. Pensavo fosse una piantina del cazzo, ma devi vederla ora. I petali sembrano tizzoni infernali, e mi scotto le dita ogni volta che la tocco.  E continua a crescere e ne ignoro la geometria definitiva, in che punto si bloccherà per cominciare ad appassire? La guardo fiorire, adesso, e al contempo mi sembra che il mio desiderio, il mio desiderio cresca, il mio desiderio di averti ancora accanto per guardarla insieme. Capito, tesoro? Insieme, io e te, tesoro?
La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo, da sola. Si era semplicemente alzata dicendo a bassa voce:
– Cazzate, lo sai meglio di me… Tesoro.
Si era aggiustata il vestito blu e si era avviata alla porta, e il sorriso che gli fece – lui non lo colse – perché, impegnato nel suo monologo, continuava a guardare nel vuoto.  Lei sapeva fin dal principio come sarebbe andata a finire la cosa, ma non aveva voluto pensarci fino a quel preciso istante, perché non voleva mai riflettere su ciò che la riguardava; preferiva puntare gli occhi da un’altra parte e bastava chiuderli, aspettare che qualcuno la prendesse per mano. Si era chiusa in quella stanza con lui tappandosi le orecchie, evitando il sibilare dei proiettili delle truppe inglesi, aspettando, stretta tra le sue braccia, la grande esplosione, la seconda, che avrebbe distrutto quelle quattro mura sulle quali distinguevano le prime crepe. Ma adesso si era stancata.

La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo.

Uscì. Lui si accese una sigaretta e continuò ad aspettare, come aveva sempre fatto. Fumava e stringeva il foglietto, mentre guardava quello della ragazza, abbandonato a terra.  Mentre aspettava, la pianta appassiva. Lui le diede acqua, forse troppa, chissà, ma non la riparò mai dal sole, né dal vento, così i petali giorno dopo giorno se li prese la brezza e il corpo della pianta lentamente bruciò sotto al calore dei raggi solari. Non volle spostarla all’ombra, perché per un ingenuo vezzo estetico preferiva osservarla mentre faceva colazione, la porta del balcone aperta, per mostrare al mondo intero quanto fosse bello quel fiore. Aspettava, fumava, accartocciava il foglietto.

Un giorno alzò un piede, poi un altro, spense la brace sulla carta e la gettò in un angolo.
Uscì dalla sala sbattendo la porta. Né lui, né lei videro quella stanza esplodere, il letto, la bottiglia, le tracce del loro piacere dimenticate sulle lenzuola, deflagrare, inabissarsi e tornare da dove erano venute.
Zero più zero, uguale – nell’eterno pulsare dei secondi che abbiamo inciso sul tessuto del tempo – a zero.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti