Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo

Chiari sintomi e possibili rimedi

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Ci hanno insegnato a non temere il nulla che governa le nostre esistenze. La mancanza di senso tra una parola e quella successiva, il trauma della pagina bianca. Le parole ‘violenza’, ‘guerra’, ‘amore’, ancora prima di significare qualcosa, sono suoni articolati che nella nostra mente riproducono determinate immagini delle cose e delle sensazioni che abitano il mondo. Infatti, siamo alla costante ricerca dell’esatta correlazione semantica tra parola e sua immagine evocata.
C’è una generica tendenza, nell’immaginario occidentale contemporaneo, di totale pessimismo e conseguente conservatorismo che io trovo – oltre che limitante – di una spocchia francamente insopportabile: l’abitudine eurocentrica e tipicamente nostrana a considerare il mondo esterno come qualcosa di finito, sepolto, non più capace di suggerirci alcunché di sensibile e degno di nota. Continue reading “Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo”

Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Sempre più spesso sembra che la letteratura del pensiero dominante sia l’unica in grado di finire sui nostri scaffali. Ma forse non tutto è perduto.

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

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Agire e non agire

Sulla necessità di una letteratura di conflitto

Dalla crime fiction al noir, dal poema cavalleresco alla distopia, dal war movie alla fantascienza, la letteratura si è sempre occupata del rapporto conflittuale dell’essere umano rispetto a ciò che lo circonda e non gli consente di esaudire i suoi innati desideri e le sue naturali pulsioni. Si parte dalla forma classica con il rapporto conflittuale tra uomo e natura, che si tramuta nello scontro omerico uomo-contro-uomo e finisce per arrivare, con l’avvento della modernità e successivamente alla rivoluzione francese, allo scontro uomo-contro-Dio. Vi è una letteratura ben disposta in questo senso, che va da Dostojevskij a Lautréamont e, in linea di massima, pone le angosce dell’uomo moderno in rapporto alla società stessa o, per dirla à la Sartre, “gli altri”. È l’inizio dell’era moderna, i bisogni dell’uomo sono profondamente cambiati ma, nella sua immutata volontà di espandersi e progredire, sente ancora il bisogno di un conflitto che non ponga come principio di fondo il giudizio divino. Assistiamo così a ciò che l’esistenzialismo francese ci ha abituati a considerare come inevitabile ed eterno: la condizione nichilista dell’uomo in reazione all’assenza di un principio ordinatore. Non a caso, ciò che mette in scacco l’esistenza di Kafka non è tanto il concetto di lecito e non lecito, quanto i terribili fantasmi che infestano la società in cui vive: il lavoro, la legge, la famiglia.

Ciò che mette in scacco l’esistenza di Kafka non è tanto il concetto di lecito e non lecito, quanto i terribili fantasmi che infestano la società in cui vive.

Per fortuna è poi arrivato Camus a ricordarci che potevamo senz’altro essere felici, come Sisifo, anche se il mondo non aveva alcun senso, e che l’uomo, anziché disperarsi nella propria condizione, poteva benissimo fregiarsi degli sforzi fatti, non per puro stoicismo, ma perché, al contrario, questi sforzi – e di conseguenza, anche questo rapporto conflittuale tra esistente e esistenza – rendevano la vita degna di essere vissuta.
Non che l’uomo sia mai potuto rimanere seduto in un angolo sentendosi realizzato senza avere un conflitto (interiore o esteriore) che lo tormenti. Infatti, in epoca postmoderna, assistiamo a una letteratura che, da Borges a David Foster Wallace ai fratelli Wachowski e passando per Umberto Eco, pone l’uomo in conflitto con la tecnologia, sorta di dio sostitutivo, fino a giungere al conflitto più grande, quello con la realtà stessa. È questo il concetto che Ballard (autore di Crash, da cui il film omonimo) proponeva a proposito del simulacro, ovvero del significante in assenza di un significato vero e proprio. “Accettiamo facilmente la realtà”, scriveva Borges, “forse perché intuiamo che niente è reale”.

“Accettiamo facilmente la realtà”, scriveva Borges, “forse perché intuiamo che niente è reale”.

Ebbene, quale intuizione può mai essere stata più azzeccata, dato che nessun libro di fantascienza – ad eccezione forse di Orwell – aveva effettivamente previsto internet?
Arriva poi Roland Barthes a introdurre il conflitto definitivo, quello del personaggio nei confronti dell’autore. È così che, finalmente, lo scrittore diventa libero di vivere avventure rocambolesche, storie di narcotraffico ed eccessi anche se non li ha vissuti sulla propria pelle: è la morte del biografismo.
Di fronte alla nuova letteratura, definita “senza inconscio” (cfr. minima&moralia) e ai vari e fortunatissimi memoire che riempiono gli scaffali delle librerie nostrane, a questo punto ci viene da domandarci se effettivamente la sovrabbondanza di noia presente in molti scrittori contemporanei sia dovuta a una mancanza di conflitto di fondo. Una mancanza di conflitto si traduce automaticamente in mancanza d’azione, non c’è mistero che tenga, ogni cosa viene svelata, ciò che conta è la mia esperienza diretta in rapporto ai fatti di cui sto parlando, e il fantasma del biografismo si ripresenta come una nemesi. In altre parole, l’eccessiva convergenza tra arte e vita dà luogo a un eccesso dell’una e all’assenza dell’altra. Non ricordo neanche più quand’è stata l’ultima volta che mi sono addormentato davanti a un film sul quale campeggiasse la dicitura “Tratto da una storia vera”.
C’è anche una letteratura di conflitto, un conflitto che a volte, ma non sempre, nasce da una questione di classe e approda anche per questo a un attrito con il mondo circostante. Spesso però questa non regge il paragone con la letteratura “ufficiale”, viene relegata agli ambienti militanti e non viene considerata dai grandi colossi editoriali, eccezion fatta per i Wu Ming, che comunque rientrano nel filone del romanzo storico con varianti postmoderne. Ciò non comporta, a nostro parere, alcuna innovazione, e deriva dal fatto che l’operazione del collettivo – ex Luther Blisset – appare tutt’al più come una forma di “conflitto simulato”.

Spesso la letteratura di conflitto non regge il paragone con quella “ufficiale”, viene relegata agli ambienti militanti e non viene considerata dai grandi colossi editoriali.

Sarebbe opportuno, invece, che gli scrittori contemporanei facessero un uso del conflitto in senso propriamente artistico – o se approdassero, se preferite, a un uso politico e dunque conflittuale dell’arte – in modo da trovare il proprio scontro per cercare di superarlo, perché da sempre è questa la condizione necessaria che produce l’azione, e che trasforma il pensiero in atto concreto, almeno per quanto riguarda le alte e fumose sfere dell’immaginario.

Foto di Gregory Crewdson

Una nuova utopia

Letteratura oggi è sinonimo di lavoro semi-clandestino, oscuro e per pochi adepti. Ha senso tutto questo?

La tipica conversazione da colloquio di lavoro è – ahinoi – arcinota. Ci viene chiesto cosa sappiamo fare, di cosa ci occupiamo, quali siano le nostre naturali predisposizioni.
Per cominciare, si risponde che abbiamo collaborato con «varie riviste, può vederlo dal curriculum», poi azzardiamo la parola impronunciabile, quella che da noi equivale ad essere considerati nel migliore dei casi un senzatetto o nel peggiore una prostituta: «letterato». A questo punto si viene guardati come si guarda un alieno proveniente da un altro pianeta, uno strano animale disperso, una razza in via d’estinzione.

Letteratura oggi è sinonimo, infatti, di lavoro semi-clandestino, oscuro e per pochi adepti, fatto di pubblicazioni sporadiche su un numero di blog imprecisato, partecipazioni alla replica della replica del reading di tizio o di caio, rapporti frammentati in conventicole ed élites, che poi si riducono a delle cerchie di amici; e i poeti da social, i militanti da tastiera ‒ avranno mai una vita, degli amici, degli affetti? A volte ce lo chiediamo. Se la letteratura debba essere difesa solo da addetti ai lavori, da professori stinti e avviliti o da improvvisati. Eppure ci sarebbe molto altro.

Ci sono realtà che, nonostante la marginalità, vivono e scrivono; ci sono poeti – non soltanto poeti che trattano delle proprie delusioni amorose, ma poeti autentici – sotto la finestra di casa nostra, se li sappiamo vedere. Poeti che magari non pubblicano, per scelta o per circostanza; o narratori che sono alle prime armi, all’opera prima; scrittori che non si vedono, ma esistono.

La convinzione secondo cui occuparsi di arte equivalga a lavorare nel disinteresse generale, in un Paese che spende pochissimo nell’università e nella ricerca, è sempre dietro l’angolo. Consapevoli del rischio che corriamo, apriamo questo spazio. Ecco dunque Neutopia: uno spazio telematico, ma anche qualcosa di più.

Questo non è un blog, questo non è un diario, questo non è un social network: questo è un piano. Per coloro che vorranno farne parte, potrà servire ad abbattere alcune frontiere – tra le arti in primis, ma anche altrove – per tentare di riportare la letteratura a ciò che era in origine: uno slancio dell’immaginario.

Questo non è un blog, questo non è un diario, questo non è un social network: questo è un piano. Per coloro che vorranno farne parte, potrà servire ad abbattere alcune frontiere, per tentare di riportare la letteratura a ciò che era in origine: uno slancio dell’immaginario.

La letteratura non può rimanere una parola fluida tra un post di Facebook e un altro. Deve incarnarsi: e dunque ecco che è necessaria un’organizzazione che, attraverso il web, porti alla creazione di eventi, di letture, di incontri. Poesia, racconto, critica, fotografia e molto altro. Le arti non vivono separate tra loro: vivono insieme, l’una è il secondo volto dell’altra. L’incontro tra le arti, la loro mescolanza, è una possibilità per ritornare a quella materia viva che è alla base dell’opera – quando sei lì e raccogli le idee, prima della creazione, prima che diventi un racconto, un film, una poesia: è lì – nel «prima» – che tutte le possibilità sono racchiuse. Grande attenzione alle contaminazioni e alle sperimentazioni, dunque; e contemporaneamente un occhio volto a raccogliere e unire le esperienze di chi, ancora, crede che l’arte esista e sia viva.

L’incontro tra le arti, la loro mescolanza, è una possibilità per ritornare a quella materia viva che è alla base dell’opera.

È un’utopia? Forse. Ma questo non ci spaventa. «L’utopia è come l’orizzonte», scriveva Galeano: si allontana sempre, ma tentare di raggiungerlo permette di continuare a camminare.

Mettiamoci in viaggio.

Illustrazione di Gipi