Dedalo e Icaro

Di nuovo,
nell’aria d’ardesia,
lampi e niente tuoni (spiriti
invano ne senti i giochi),
lampi; invano ne attendi
il rimbombo.

Respiri. La testa
una sonda (nero di gromma
nero su nero che pare di brace),
il piede che sbanda,
sgronda, traballa,
guadagna
la strada d’uscita
(tra poco, ora si arriva) –
un’ombra più scura,
che pare gigante,
alta, dura, fatta di roccia;
il piede si blocca, ansante:
ancora la cinta di mura.

Ancora.
Con l’aria che sbrana
una mano si stende, si spande,
poi frana
ritrova il suo posto tastando
baciando quell’aria
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Dedalo dimmi la strada d’uscita)
nera di gromma,
il piede che sgronda,
affonda,
ritorna e non torna
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Icaro non c’è la strada d’uscita).

Icaro mio,
un varco, un difetto
tra le maglie dei ceppi
(memoria a pezzetti,
la sorte dei vecchi)
io proprio non ricordo;
eppure tra vane morali,
segni, riti, idoli vari,
c’è ancora una freccia che scocca
e forse ancora,
forse,
un paio di ali.

Lampi e niente tuoni
suoni di chimere
(ma ora il tempo rintocca
ancora una volta
in quest’ultima notte).

Opera di Moreno Bondi
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Le parole

L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.

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La vita accade

14389945_10208843170790853_525046052_n“La vita accade dentro di me”, scrive Livio Spanò nella poesia omonima che dà il titolo alla sua silloge. Quarantasette componimenti che sciorinano un discorso poetico che si fa verboso, auto-critico e auto-riflessivo, nella presenza predominante di un io narrante che vede e provvede, che fa a modo suo, che non fa sconti e tutto regola, tutto ridice.
Il poeta e pittore di Agusta conferisce ai suoi versi la stessa sostanza delle pareti di casa o del vivaio dove si va a lavorare la terra – anzi li canta, perché la sua poetica si riallaccia da subito a quell’alfabeto di strade che fa del prendere fiato il suo andare a capo, in una cognizione del verso che nasce «per la voce», per essere letto e scandito verbalmente. Il versante della scrittura è qui teso verso le cose del mondo, non lascia spazio a metafore o correlativi oggettivi: sono le cose stesse a comporre i versi, e sono i versi a restituire concretezza e dignità alle cose di ogni giorno, alle ansie di ogni giorno che, visceralmente, vengono introiettate per poi essere «sputate fuori», in un presente tanto incerto quanto opprimente.
Il «circo degli orrori» di cui Spanò è anfitrione è costellato di frigoriferi vuoti e di bicchieri pieni solo a metà, laddove il cristallo si fa tramite per descrivere la fragilità di un’esistenza precaria, mentre l’anatomia serve a separare gli effetti di un malessere che spesso si fa anche fisico, aspro e proprio per questo, vitale. L’unica certezza è rappresentata dall’arte, che è consapevolmente collocata in un tempo di maniera che deve molto ai poeti maudit, trovando nella sua finitezza la propria forza e bellezza. “Lasciate che sia il tempo/ ad autunnare/ queste celesti interiora/ questo soggetto scarno/ inciso nell’ombra”. Così scrive Spanò, auspicando che il cielo e tutta la metafisica possano «sprodondare», insieme ad un amore univoco e monogamico, ad un lavoro stabile, in una poesia che non si spaventa di chiamare le cose col proprio nome, piuttosto che rinominare le cose del mondo, e che ha nella voce – quella del poeta stesso, così come quella di un adolescente che si possa imbattere nella sua lettura – il suo unico mezzo per farsi verbo e da lì, cominciare ad esistere.

Foto di davide idee

Cercasi paradisi artificiali

Cercasi Paradisi artificiali,
situazione di stasi
alla fermata del 3.
Tra gli scatoloni di Porta Palazzo
alzi il dito:
scenda chi deve scendere,
salga chi deve salire.
“Biglietti, prego”.
Chi è?, il controllore.
Macellerie messicane
e andiamo all’assemblea.

                                                                                                                      1.

Cercasi Paradisi fiscali,
situazionismo ed estasi.
“Prossima fermata: Rossini”.
“Next stop: Campus Einaudi”.
Alzi il dito, scenda chi deve salire,
salga chi deve scendere.
Un cinese guarda dal sedile:
“地狱你在看什么?回到上周五[1]”.

1.bis

Cercasi Paradisi nostrani,
tagliamo le cime dei tetti
e la noia che esala dai camini.
Credimi, siamo colpevoli
ormai freddi,
vittime del dolore
– Veleni & Sonniferi.

2.

“Sei tornato, Babar?”.
Imbocchiamo autostrade
tra radici d’autoscontro,
autogrill – neon sfrigolante
e centri massaggi per disoccupati:
50 € / 45 minuti.

2.bis

Avviso ai naviganti:
“Benvenuti nell’Interzona.
La primavera a Tel Aviv
non è mai giunta
e obbediamo ancora,
distaccati, putridi e falsi amici”.

3.

Sorridenti donzelle da operetta
collezionano sementi misoginie
come complimenti o medaglie
su panta-collant e minigonne:
“Piacere,
Camillo Benso, in arte Lillo”.

3.bis

Torino esplode, complice
di futili riversibilità sociali,
giocatori di fortuna,
i Padroni orgenti
cercano deserti segreti
e cartelli con su scritto “niente”.

3.ter.

Lucrezia di fronte a me, pavimenti,
potrebbero aiutarmi a rievocare il domani?
Cercasi cisterne di vini scadenti,
donne silenziose e sentimenti semplici,
Nirvana a buon mercato
e sudore di corpi decadenti.

4.

Colori complementari brillano
nella camera oscura d’amore precoce,
ingoiato fino all’ultimo respiro,
ricordo e batticuore
anelante di vita precostituita
e scevro da rassegnazione.

4.bis

Torino s’arresta
al capolinea delle mie tasche
e qui finisce il giro
di Gesù cristo alla crema,
sistole ed extra-sistole
all’incrocio d’una pizza prêt-à-porter.

4.ter.

Tutti a sorridere nel proprio ruolo,
dalle scelte ai modi di essere
– siamo corpi estranei,
virus e batteri nocivi
che si correggono e si correggono,
per continuare a sopravvivere.

                                                                                                             5.

Ogni anno ci ammaliamo
e ancora temiamo l’amore?
Eravamo mostri,
ancor prima di iniziare:
la realizzazione passa
per il recupero della materia.

5.bis

Una grande città industriale,
come arteria sacrificale
nel tempo del “tutto e subito”.
Dubito della mia incolumità,
mentre l’ingiustizia segnala
il nuovo boia dell’immaginazione.

5.ter

“La macchina killer, appunto”.

“Vieni a casa, ché qui
sto un altro anno”.
Se la Dora avesse labbra
e non argini
ingoierebbe tutto:
dai mercanti ai kebabbari
di via Po

6.

agli artisti nichilisti-dadaisti
della Cavallerizza
– la musica techno
mai cosi ballabile –
e le tue mani, tamburellanti
sul mio petto.

6.bis

Sentiresti ora il distacco
di un orizzonte degli eventi
fuori asse
schizzare via, impazzito,
ma non aver paura
di restare.

6.ter.

Siamo corpi estranei
corrosi dal ciclo rituale,
centimetro per centimetro:
il consumarsi di un bacio
è un retaggio del passato,
possiamo fare di meglio.

7.

De-generazione e rigenerazione
nella via tua, filosofica Sofia,
che hai preferito l’estetica
all’etica della concessione,
così te la sei presa.
(Fruga nella borsetta)
e troverai la tua realtà (intatta).

7.bis

Energia a 70 mm
fa’ il pieno di abbonamenti,
ancorché il bere
trionferà sul mare,
così noi, estremisti delle immersioni,
sfideremo il sottofondo del bicchiere.

8.

Ma non cantiamo favole:
nulla è, tutto appare.
Cambiamo punto di vista
– prospettivismo auratico invadente –
voliamo al contrario
per CONDIZIONE e(s)senza.

8.bis

Possiamo solo precipitare
insieme, capisci?
Perché l’azione è una realtà marginale
e tutti a sognare di volare,
senza considerare
che il volo presuppone il vuoto.

8.ter.

Il corso degli eventi è inarrestabile:
per tonnellate di miracoli
corrisponde un’equa quantità di prassi
e tu, tu vorresti veramente
essere l’eccezione?
Folle! Folle! Folle!

9.

Folle sogno d’un infante!
Eppure noi, così, seguiamo
da anni e, ancora, mesi
a preferire i mantra tantrici,
i Paradisi artificiali
a quelli fiscali

9.bis

sapendo che Natura
è solo imperfezione relativa,
magica scultura irripetibile,
ignota bellezza oltraggiosa,
curvatura universale della massa:
calcolo univoco e incalcolabile.

10.

Davide Galipò
Charlie D. Nan
Torino, 07.02.2016

Illustrazione di Jiří Kolář

[1] “Cazzo gualdi? Tolnale veneldì”

L’iconoclastia di Giordano

La tramontana può essere calda verso fine estate, un vento meglio noto come «Foehn». Il termine sta a indicare un vento caldo e secco, con spiccate caratteristiche «catabatiche» – ossia discendenti – che si attiva ogni volta che un flusso d’aria, esteso alle varie quote, è costretto a scavalcare una catena montuosa che si trova nella sua traiettoria. Il «Foehn» è un vento frequente in Italia, sia lungo la catena alpina che sulla dorsale appenninica, dove le correnti che rispondono a queste caratteristiche vengono definite «Garbino» – il Foehn degli Appennini.

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016: il vento cuoceva a 45 milioni di gradi il sonno e le labbra dei ragazzini – i vuoti di bottiglia e due zingare con le gonne larghe rattoppate che parlavano ad alta voce ad un vecchio cellulare modello sunnypeople nerazzurro – un ubriaco dall’addome gonfio, che pareva un bonzo addormentato su di uno scalino tra le spire delle tramontana calda, che aveva ancora addosso la felpa dell’azienda per cui aveva smesso di lavorare da almeno 10 anni.
Genova a metà settembre, con il ritorno degli studenti, tende a riabilitarsi all’ordine pubblico, con qualche ronda della polizia ad ammanettare lo spaccino di zona. Nel mentre, sulle guance di Giordano soffiavano gli ultimi giorni dell’estate cittadina, e attraversava Piazza delle Vigne con l’intenzione di scendere verso il porto. Passando di lì ancora una volta, non poteva sopportare la vista delle sei figure alte almeno tre metri, avvolte nelle loro toghe da dotti, che campeggiavano accostate due a due a partire dall’insegna del tipografo, e a salire proseguendo fino a che lo sguardo di Giordano giungeva alla cima dei palazzi che intingono i tetti nella notte buia. Forse si trattava di notabili genovesi del ‘600 – essendo il palazzo del ‘600, così come riportato dalla targhetta per i turisti.
Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante, e se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo. Dunque non fu difficile per Giordano trovare un motivo per diventare iconoclasta. Infatti, i servigi forniti alla città dalle sei figure di notabili genovesi non potevano essere sufficienti ad acquisire un tale diritto centenario – ma visto che a Giordano tale pensiero pareva un po’ troppo “socialista”, s’era messo a riflettere ancora, e alla fine aveva concluso che i sei notabili si erano arrogati scientemente il diritto di campeggiare dai muri sulle teste delle persone. Questo pensiero gli risultava intollerabile.
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Una nuova utopia

La tipica conversazione da colloquio di lavoro è – ahinoi – arcinota. Ci viene chiesto cosa sappiamo fare, di cosa ci occupiamo, quali siano le nostre naturali predisposizioni.
Per cominciare, si risponde che abbiamo collaborato con «varie riviste, può vederlo dal curriculum», poi azzardiamo la parola impronunciabile, quella che da noi equivale ad essere considerati nel migliore dei casi un senzatetto o nel peggiore una prostituta: «letterato». A questo punto si viene guardati come si guarda un alieno proveniente da un altro pianeta, uno strano animale disperso, una razza in via d’estinzione.

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