Dedalo e Icaro

Eppure tra vane morali,
segni, riti, idoli vari,
c’è ancora una freccia che scocca
e forse ancora,
un paio di ali.

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Di nuovo,
nell’aria d’ardesia,
lampi e niente tuoni (spiriti
invano ne senti i giochi),
lampi; invano ne attendi
il rimbombo.

Respiri. La testa
una sonda (nero di gromma
nero su nero che pare di brace),
il piede che sbanda,
sgronda, traballa,
guadagna
la strada d’uscita
(tra poco, ora si arriva) –
un’ombra più scura,
che pare gigante,
alta, dura, fatta di roccia;
il piede si blocca, ansante:
ancora la cinta di mura.

Ancora.
Con l’aria che sbrana
una mano si stende, si spande,
poi frana
ritrova il suo posto tastando
baciando quell’aria
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Dedalo dimmi la strada d’uscita)
nera di gromma,
il piede che sgronda,
affonda,
ritorna e non torna
(la strada d’uscita
la strada d’uscita
Icaro non c’è la strada d’uscita).

Icaro mio,
un varco, un difetto
tra le maglie dei ceppi
(memoria a pezzetti,
la sorte dei vecchi)
io proprio non ricordo;
eppure tra vane morali,
segni, riti, idoli vari,
c’è ancora una freccia che scocca
e forse ancora,
forse,
un paio di ali.

Lampi e niente tuoni
suoni di chimere
(ma ora il tempo rintocca
ancora una volta
in quest’ultima notte).

Opera di Moreno Bondi

Le parole

Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.


L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.
La suspense stava toccando i massimi livelli, quando il campanello suonò. Lei andò ad aprire, spalancando le porte di Taldeitali Edizioni a un uomo paonazzo e alquanto sudato.
L’uomo si apprestò a recuperare il fiato per il saluto di apertura – si era preparato un discorsetto di presentazione – ma i nove piani di scale fatti gli impedivano di esplicitarlo.
Dapprima la signora Rinaldis rimase ferma a squadrarlo. Soffermò lo sguardo sulla camicia di lui dalla fantasia pittoresca, poi, tolti gli occhiali, spinse appena la sedia all’indietro con le punte dei piedi e si alzò, portando avanti la mano e dicendo il suo nome. Scambiati i convenevoli dettati dal buon costume e messo a tacere Mozart, il dunque si fece vicino.
Ramona offrì una delle sue sigarette lunghe e sottili all’uomo accomodato dall’altro lato della scrivania, il quale rifiutò l’offerta e continuò a gestire l’ansia con un tremolio incessante delle gambe, lasciando che lei si gustasse una Vogue slim e che ignorasse del tutto la sua presenza.
«Complimenti per l’ufficio, sa, il vintage va di moda, poi sa, tempi di crisi come questo e sa, il vintage ritorna, l’ha arredato facendo affari al mercatino del sabato? Sa, io ho sempre invidiato chi riesce a trovare qualcosa al mercatino del sabato, io non ci capisco di vintage, ma mi piace, mi piace davvero, la invidio sa».
Ramona rispose che quell’ufficio era semplicemente appartenuto a suo nonno e prima ancora al suo bisnonno e tagliando corto chiese all’uomo cosa volesse da lei.
«Ho scritto un libro, sa».
E subito mise le mani nella borsa a tracolla per tirare fuori l’opera e porgerla all’attenzione dell’anziana fumatrice, la quale, spegnendo la cicca, lo bloccò:
«Prima di tirar fuori oggetti da cui facendo due conti non raccoglierò nulla, mi dica, signor Alfonso – dico bene? – di cosa parla il suo libro?».
Alfonso intravide un barlume di speranza e sfregandosi le mani sulle ginocchia, quasi urlando, disse:
«Di me, ovviamente!».
Ramona sbuffò: «E, sentiamo, ha forse, per caso, letto qualcosa di Henry Miller?».
L’uomo tentennò, poi mosse la testa negando.
«D’accordo, quindi abbiamo appurato che non è Miller ad averla persuasa a osare una biografia di cui con molta probabilità non fotterà un cazzo a nessuno, perché lei non è Henry Miller e non ha l’aria – senza offesa, eh – di uno che se ne va a scopazzare in giro come se non ci fosse un domani e rende quelle scopate al gusto di sifilide e scolo degne di diventare un’opera d’arte».
L’aria era rarefatta, pregna di tabacco e incenso e imbarazzo.
«Mi dica, quali letture l’hanno formata? Quali autori sono stati d’esempio per lei?».
Alfonso si sentiva sempre più confuso e qualcosa nella sua testa gli suggeriva che forse sarebbe stato meglio non mettere quella camicia così sgargiante,  magari era colpa del contrasto eccessivo tra il giallo e il viola dei triangoli sulle maniche, se stava sempre più perdendo dignità e convinzione.
Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Gli ingegneri erano diventati semplicemente degli impiegati d’ufficio e il loro ruolo consisteva nel mettere una firma sotto gli schizzi degli architetti. L’importante non era più la funzionalità, ma la bellezza del prodotto e ancora più della bellezza del prodotto, era importante la presentazione. Per questo motivo i grafici detenevano la maggior parte delle risorse capitali e giorno e notte nuovi manifesti pubblicitari sostituivano quelli appesi il giorno prima.
Le scuole utilizzavano le immagini e i giochi come strumento didattico e per lo più vi si svolgevano attività a scopo pratico, perché uno scienziato aveva dimostrato che i metodi utilizzati fino a quel momento non avevano fatto altro che annoiare gli studenti allontanandoli dalle gioie della vita.
Le librerie erano tutte anche dei piccoli locali di ritrovo e ivi si riuniva la casta artistica per bere e giudicare i libri dalla copertina. Gli scaffali erano divisi in base al colore e al materiale di quest’ultima, e da questi due elementi si riusciva a risalire anche all’anno di pubblicazione e dunque alla moda del periodo. Erano praticamente dei pezzi di storia.

Alfonso non capiva, non gli era neppure stato dato modo di far vedere come il suo libro si sarebbe presentato con la copertina in fibra di carbonio progettata da suo cugino. Sarebbe stato ultraleggero e perfetto per arredare un loft cittadino con i muri in cemento. Se lo immaginava su una mensola nera, al centro della mensola nera, da solo. Il punto focale di tutta la stanza.
«Ho un sacco di libri a casa, sa. Ne ho persino alcuni con la copertina in plexiglass».
Ramona decise di prendersi una pausa di qualche minuto e si voltò a guardare il panorama dalla finestra alle sue spalle. Osservò il traffico sul nuovo cavalcavia e un aereo che stava atterrando lì vicino, poi tornò a rivolgersi all’aspirante scrittore:
«Le ho chiesto se ha mai letto qualcosa».
«Le ho detto che ho molti libri a casa».
«Ha mai letto qualcosa o no?».
«Signora, mi permetta, ma cosa intende?».
«Signore mio, cosa vuole che intenda se non quello che ho detto?».
«Signora, francamente non mi è chiara la domanda».

Erano passati molti anni dalla crisi dei lettori. Ramona si ricordava perfettamente i momenti di panico in piena rivoluzione tecnologica, la quale pian piano succhiava l’attenzione e l’anima alla gente e rendeva le cose che erano eterne, come fino a quell’istante erano state i libri, a scadenza.
La casa editrice dei Rinaldis era una delle poche a non aver rinunciato alla letteratura per riuscire a uscirne viva; di fatto somigliava ad una donna d’altri tempi, ma in coma.
Le altre avevano puntato su operazioni di marketing avventate e prive di sentimento e man mano le vendite avevano ripreso a salire e con loro pareva crescere anche il numero degli scrittori: i libri erano tornato in auge. Tutti volevano pubblicarne uno proprio, ricevere l’appellativo di vate o poter dire ai propri familiari di esser diventato uno scrittore. Inevitabilmente le caselle di posta delle case editrici cominciarono a intasarsi e fuori dagli uffici crescevano le code di gente che pretendeva una revisione, tanto che gli editori spesso leggevano soltanto il titolo dell’opera e in base a quello poi orientavano il loro giudizio. Il lavoro grosso l’avrebbe fatto l’ufficio artistico, quello che la Taldeitali Edizioni non aveva, per cui non si vendeva un libro da decenni e si tirava a campare di rendita.

«Signor Alfonso, giusto?».
«Sì, sono io».
«Voglio essere sincera con lei».
«Non frega un cazzo a nessuno della sua vita, davvero, a nessuno».
L’uomo ingoiò il rospo e chinò il capo perdendosi tra le geometrie delle mattonelle di cotto.
«Non è che io ci provi gusto a dirle queste cose, sia chiaro, è che non mi piace quello che succede lì fuori e neppure la sua camicia è originale, glielo volevo dire prima».
Lo sapeva che era colpa di quella maledetta camicia, lo sapeva.
«A me tutti questi ghirigori non piacciono, queste finzioni… E mi guardi negli occhi quando parlo!».
Alfonso stava per mettersi a frignare come quando da bambino era in punizione e sua madre gli impediva di uscire dalla stanza, si sentiva intrappolato.
Ramona lo fissò a lungo fino quasi a commuoversi. Si alzò e andò verso la libreria e lì davanti indugiò ancora.
«Voglio darle un’opportunità».
Alfonso non riusciva ad uscire da quel senso di inadeguatezza e da inetto se ne stava immobile sulla sedia, aggrappato ai bracci.
L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli. Solo dopo averli letti e compresi, sarebbe potuto tornare da lei e lei sarebbe stata contenta di osservare il frutto del suo lavoro.

L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli.


Quando uscì dal palazzo con in mano i tre libri, il sole stava calando, macchiando di luce le vetrine dei negozi. Fu una lunga passeggiata quella, percorse pensieroso quasi ogni porticato del centro, i passi attenti a non pestare le righe tra i mattoni della pavimentazione: era il suo personale esercizio di concentrazione.
Tornato a casa, scoprì sua moglie appisolata sul divano. Sullo schermo di fronte, a basso volume, scorreva un film sottotitolato in spagnolo. Si avvicinò piano e si mise a sedere vicino al corpo di lei che si sollevava e si abbassava impercettibilmente, seguendo il respiro. Le accarezzò il viso e le diede un bacio sulla fronte, poi fece per alzarsi, ma una mano sbucò dalla coperta e lo trattenne lì:
«Ehi».
«Ehi».
«Allora? Come è andata, cosa ha detto?».
Alfonso andò a prendere la borsa che aveva abbandonato all’ingresso e ne tirò fuori i volumi. Lanciò per aria prima di tutto “L’isola di Arturo”, poi gli scivolò tra le dita un’edizione del settanta di “Tropico del Cancro” e per finire lasciò cadere sul divano un volume di “Cent’anni di solitudine”.
Tutto si frantumò in un lungo, instancabile, inspiegabile silenzio.
La moglie raccolse ciò che lui aveva seminato e lo impilò sul tavolo, in ordine.
«Mi ha detto che devo leggerli».
«Ti ha detto solo questo?».
«No, mi ha detto anche che della mia vita non importa un cazzo a nessuno».

Il giorno dopo andò a lavorare e non fece nient’altro, come se nulla fosse successo, e così per molti giorni a seguire, cercando di dimenticarsi dell’incontro con Ramona. Non riusciva a cancellare l’immagine del volto annoiato di quella vecchia acida e bizzarra, come lo aveva squadrato da capo a piedi fino a considerarlo indegno.
I mesi si succedettero con le solite scadenze, poi giunse agosto e con agosto le ferie. Alfonso non aveva più distrazioni. La città pareva un fantasma travestito da vento caldo e seguitava a oscillare e ululare nell’afa, mettendo in fuga gli abitanti. Decise di arrendersi e aprì il primo volume.
Nel suo ufficio affacciato sulla piazza centrale, la signora Rinaldis sorrise, finalmente quello che aspettava da anni stava per accadere.
La moglie cominciò a temere che suo marito stesse ammattendo, avevano programmato di partire per il mare, ma lui adesso non faceva altro che zittirla, che dirle di non fiatare.
Ramona intanto contava le ore, accarezzando il quadrante scheggiato del suo orologio da polso.
Alfonso era preso da una febbre tremenda, grondava sudore gelido e spesso aveva come dei fremiti che lo facevano scattare su in piedi e correre in balcone a prendere aria.
Stava ormai per girare l’ultima pagina del terzo volume.
Sua moglie se ne stava in un angolo della casa, tenendo  le braccia conserte come per farsi forza.
«Le vedi anche tu?», disse infine l’uomo, chiudendo il libro con delicatezza.
«Cosa?», chiese la donna nell’angolo con un filo di voce.
«Le parole».
Le parole che aveva letto si erano staccate dalle pagine una ad una e adesso erano tutte lì, sospese nello spazio attorno alla sua anima, come uno sciame di moschine nere. Poteva afferrarle e sentirne la durezza, o anche, in taluni casi, la morbidezza. Lo avvolgevano per intero ed erano per lui uno scudo, un riparo.
«Quali parole Alfonso? Quali parole?».
«Le mie, quelle che ho conquistato».
Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.

Ramona lo stava attendendo standosene con lo sguardo fisso verso la porta d’ingresso, con la pazienza dei suoi cent’anni o quasi. Anche le piante ai davanzali volgevano le foglie verso quel punto focale unico e quando finalmente la porta si aprì furono pronte a sbocciare.
«Le parole».
«Le vedo, Alfonso».
Un sorriso tremendo tagliò il viso alla vecchia.
«Allora non sono pazzo».
«Forse sì, forse no, forse la pazzia sta nell’averle cercate».
Alfonso strizzò la fronte, tremò.
«E se poi se ne vanno?».
«Benvenuto all’inferno».

Illustrazione di Little Points

La vita accade

La vita accade, Livio Spanò, Edizioni Amande (2016)

14389945_10208843170790853_525046052_n“La vita accade dentro di me”, scrive Livio Spanò nella poesia omonima che dà il titolo alla sua silloge. Quarantasette componimenti che sciorinano un discorso poetico che si fa verboso, auto-critico e auto-riflessivo, nella presenza predominante di un io narrante che vede e provvede, che fa a modo suo, che non fa sconti e tutto regola, tutto ridice.
Il poeta e pittore di Agusta conferisce ai suoi versi la stessa sostanza delle pareti di casa o del vivaio dove si va a lavorare la terra – anzi li canta, perché la sua poetica si riallaccia da subito a quell’alfabeto di strade che fa del prendere fiato il suo andare a capo, in una cognizione del verso che nasce «per la voce», per essere letto e scandito verbalmente. Il versante della scrittura è qui teso verso le cose del mondo, non lascia spazio a metafore o correlativi oggettivi: sono le cose stesse a comporre i versi, e sono i versi a restituire concretezza e dignità alle cose di ogni giorno, alle ansie di ogni giorno che, visceralmente, vengono introiettate per poi essere «sputate fuori», in un presente tanto incerto quanto opprimente.
Il «circo degli orrori» di cui Spanò è anfitrione è costellato di frigoriferi vuoti e di bicchieri pieni solo a metà, laddove il cristallo si fa tramite per descrivere la fragilità di un’esistenza precaria, mentre l’anatomia serve a separare gli effetti di un malessere che spesso si fa anche fisico, aspro e proprio per questo, vitale. L’unica certezza è rappresentata dall’arte, che è consapevolmente collocata in un tempo di maniera che deve molto ai poeti maudit, trovando nella sua finitezza la propria forza e bellezza. “Lasciate che sia il tempo/ ad autunnare/ queste celesti interiora/ questo soggetto scarno/ inciso nell’ombra”. Così scrive Spanò, auspicando che il cielo e tutta la metafisica possano «sprodondare», insieme ad un amore univoco e monogamico, ad un lavoro stabile, in una poesia che non si spaventa di chiamare le cose col proprio nome, piuttosto che rinominare le cose del mondo, e che ha nella voce – quella del poeta stesso, così come quella di un adolescente che si possa imbattere nella sua lettura – il suo unico mezzo per farsi verbo e da lì, cominciare ad esistere.

Foto di davide idee

Cercasi paradisi artificiali

Tutti a sognare di volare,
senza considerare
che il volo presuppone il vuoto.

Cercasi Paradisi artificiali,
situazione di stasi
alla fermata del 3.
Tra gli scatoloni di Porta Palazzo
alzi il dito:
scenda chi deve scendere,
salga chi deve salire.
“Biglietti, prego”.
Chi è?, il controllore.
Macellerie messicane
e andiamo all’assemblea.

                                                                                                                      1.

Cercasi Paradisi fiscali,
situazionismo ed estasi.
“Prossima fermata: Rossini”.
“Next stop: Campus Einaudi”.
Alzi il dito, scenda chi deve salire,
salga chi deve scendere.
Un cinese guarda dal sedile:
“地狱你在看什么?回到上周五[1]”.

1.bis

Cercasi Paradisi nostrani,
tagliamo le cime dei tetti
e la noia che esala dai camini.
Credimi, siamo colpevoli
ormai freddi,
vittime del dolore
– Veleni & Sonniferi.

2.

“Sei tornato, Babar?”.
Imbocchiamo autostrade
tra radici d’autoscontro,
autogrill – neon sfrigolante
e centri massaggi per disoccupati:
50 € / 45 minuti.

2.bis

Avviso ai naviganti:
“Benvenuti nell’Interzona.
La primavera a Tel Aviv
non è mai giunta
e obbediamo ancora,
distaccati, putridi e falsi amici”.

3.

Sorridenti donzelle da operetta
collezionano sementi misoginie
come complimenti o medaglie
su panta-collant e minigonne:
“Piacere,
Camillo Benso, in arte Lillo”.

3.bis

Torino esplode, complice
di futili riversibilità sociali,
giocatori di fortuna,
i Padroni orgenti
cercano deserti segreti
e cartelli con su scritto “niente”.

3.ter.

Lucrezia di fronte a me, pavimenti,
potrebbero aiutarmi a rievocare il domani?
Cercasi cisterne di vini scadenti,
donne silenziose e sentimenti semplici,
Nirvana a buon mercato
e sudore di corpi decadenti.

4.

Colori complementari brillano
nella camera oscura d’amore precoce,
ingoiato fino all’ultimo respiro,
ricordo e batticuore
anelante di vita precostituita
e scevro da rassegnazione.

4.bis

Torino s’arresta
al capolinea delle mie tasche
e qui finisce il giro
di Gesù cristo alla crema,
sistole ed extra-sistole
all’incrocio d’una pizza prêt-à-porter.

4.ter.

Tutti a sorridere nel proprio ruolo,
dalle scelte ai modi di essere
– siamo corpi estranei,
virus e batteri nocivi
che si correggono e si correggono,
per continuare a sopravvivere.

                                                                                                             5.

Ogni anno ci ammaliamo
e ancora temiamo l’amore?
Eravamo mostri,
ancor prima di iniziare:
la realizzazione passa
per il recupero della materia.

5.bis

Una grande città industriale,
come arteria sacrificale
nel tempo del “tutto e subito”.
Dubito della mia incolumità,
mentre l’ingiustizia segnala
il nuovo boia dell’immaginazione.

5.ter

“La macchina killer, appunto”.

“Vieni a casa, ché qui
sto un altro anno”.
Se la Dora avesse labbra
e non argini
ingoierebbe tutto:
dai mercanti ai kebabbari
di via Po

6.

agli artisti nichilisti-dadaisti
della Cavallerizza
– la musica techno
mai cosi ballabile –
e le tue mani, tamburellanti
sul mio petto.

6.bis

Sentiresti ora il distacco
di un orizzonte degli eventi
fuori asse
schizzare via, impazzito,
ma non aver paura
di restare.

6.ter.

Siamo corpi estranei
corrosi dal ciclo rituale,
centimetro per centimetro:
il consumarsi di un bacio
è un retaggio del passato,
possiamo fare di meglio.

7.

De-generazione e rigenerazione
nella via tua, filosofica Sofia,
che hai preferito l’estetica
all’etica della concessione,
così te la sei presa.
(Fruga nella borsetta)
e troverai la tua realtà (intatta).

7.bis

Energia a 70 mm
fa’ il pieno di abbonamenti,
ancorché il bere
trionferà sul mare,
così noi, estremisti delle immersioni,
sfideremo il sottofondo del bicchiere.

8.

Ma non cantiamo favole:
nulla è, tutto appare.
Cambiamo punto di vista
– prospettivismo auratico invadente –
voliamo al contrario
per CONDIZIONE e(s)senza.

8.bis

Possiamo solo precipitare
insieme, capisci?
Perché l’azione è una realtà marginale
e tutti a sognare di volare,
senza considerare
che il volo presuppone il vuoto.

8.ter.

Il corso degli eventi è inarrestabile:
per tonnellate di miracoli
corrisponde un’equa quantità di prassi
e tu, tu vorresti veramente
essere l’eccezione?
Folle! Folle! Folle!

9.

Folle sogno d’un infante!
Eppure noi, così, seguiamo
da anni e, ancora, mesi
a preferire i mantra tantrici,
i Paradisi artificiali
a quelli fiscali

9.bis

sapendo che Natura
è solo imperfezione relativa,
magica scultura irripetibile,
ignota bellezza oltraggiosa,
curvatura universale della massa:
calcolo univoco e incalcolabile.

10.

[1] “Cazzo gualdi? Tolnale veneldì”

Davide Galipò
Charlie D. Nan
Torino, 07.02.2016

Illustrazione di Jiří Kolář

L’iconoclastia di Giordano

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016…

La tramontana può essere calda verso fine estate, un vento meglio noto come «Foehn». Il termine sta a indicare un vento caldo e secco, con spiccate caratteristiche «catabatiche» – ossia discendenti – che si attiva ogni volta che un flusso d’aria, esteso alle varie quote, è costretto a scavalcare una catena montuosa che si trova nella sua traiettoria. Il «Foehn» è un vento frequente in Italia, sia lungo la catena alpina che sulla dorsale appenninica, dove le correnti che rispondono a queste caratteristiche vengono definite «Garbino» – il Foehn degli Appennini.

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016: il vento cuoceva a 45 milioni di gradi il sonno e le labbra dei ragazzini – i vuoti di bottiglia e due zingare con le gonne larghe rattoppate che parlavano ad alta voce ad un vecchio cellulare modello sunnypeople nerazzurro – un ubriaco dall’addome gonfio, che pareva un bonzo addormentato su di uno scalino tra le spire delle tramontana calda, che aveva ancora addosso la felpa dell’azienda per cui aveva smesso di lavorare da almeno 10 anni.

Genova a metà settembre, con il ritorno degli studenti, tende a riabilitarsi all’ordine pubblico, con qualche ronda della polizia ad ammanettare lo spaccino di zona. Nel mentre, sulle guance di Giordano soffiavano gli ultimi giorni dell’estate cittadina, e attraversava Piazza delle Vigne con l’intenzione di scendere verso il porto. Passando di lì ancora una volta, non poteva sopportare la vista delle sei figure alte almeno tre metri, avvolte nelle loro toghe da dotti, che campeggiavano accostate due a due a partire dall’insegna del tipografo, e a salire proseguendo fino a che lo sguardo di Giordano giungeva alla cima dei palazzi che intingono i tetti nella notte buia. Forse si trattava di notabili genovesi del ‘600 – essendo il palazzo del ‘600, così come riportato dalla targhetta per i turisti.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante, e se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo. Dunque non fu difficile per Giordano trovare un motivo per diventare iconoclasta. Infatti, i servigi forniti alla città dalle sei figure di notabili genovesi non potevano essere sufficienti ad acquisire un tale diritto centenario – ma visto che a Giordano tale pensiero pareva un po’ troppo “socialista”, s’era messo a riflettere ancora, e alla fine aveva concluso che i sei notabili si erano arrogati scientemente il diritto di campeggiare dai muri sulle teste delle persone. Questo pensiero gli risultava intollerabile.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante e, se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo.

All’1.40 l’arsura bruciava come sempre, e gli alcolici non potevano placarla a dovere. Così Giordano, lasciate per strada le ultime apologie del caso, andò a casa a cercare la latta di vernice bianca, che sua madre aveva lasciato assieme alla pennellessa nello sgabuzzino. Nel portare a termine la propria azione, il primo problema che si presentò era relativo alla realizzazione rapida del proprio intento evitando sguardi indiscreti, cosa di per sé non facile in una piazzetta genovese.

Pertanto, alle 2.13 della notte, dovendo sperimentare una tecnica diretta a sfigurare efficacemente il volto delle sei figure dei notabili genovesi, fece il primo attentato all’immagine di Charlie Chaplin, ritratto nei panni dell’operaio interpretato nel celebre film “Tempi Moderni”, dipinta sulla serranda di una gelateria artigianale in via San Bernardo, subito prima del bar Moretti. Dal momento che il vicolo tendeva a restringersi proprio all’altezza dalla saracinesca della gelateria, fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Mentre, alle 3.56, rifletteva sulle altezze a cui si trovavano i notabili genovesi, Giordano pensò al bianco, reputandolo un’ottima scelta proprio perché, contenente l’intero spettro cromatico, in qualche modo avrebbe aiutato ad esorcizzare gli sguardi arroganti delle figure dei sei notabili.

Alle 4.35 il vento aumentò ulteriormente poiché, a ridosso dell’alba, le temperature diminuivano e per i pescatori sarebbe stato un buon momento per prendere il largo con le correnti a favore. Tutti sanno che settembre è periodo di tonni, e così fu. Alle 4.35 del 13 settembre 2016 si sgretolava una ballata di pescatori, luci dai retrobottega delle focaccerie, urla di uomini arsi dentro dagli sballi e dai pianti, uomini neri in continua divagazione. Alle 4.35 una ragazza con i jeans e i capelli raccolti risaliva la china di San Lorenzo. A quell’ora era difficile odiare il vento e la precarietà della vita, che trascinava con sé per andare ad accarezzare chissà quale terra.
Giordano vide l’immagine di una madonna a metà di Vico Canneto «il lungo», e dato che a fissarlo fu pure lei, allora senza badare troppo a chi potesse transitare fece un salto abbastanza alto da raggiungerle il volto con la pennellessa.
Alle 4.47 l’ora non gli parve tarda per andare al porto a sperimentare la questione, divenuta ormai annosa, di colpire un’opera realizzata in altezza: allora prese di mira uno dei graffiti giganti nei pressi di Palazzo San Giorgio, su uno dei piloni che inchiodavano la sopraelevata a terra. Non sembrava impossibile arrampicarsi sulle travi, inoltre la questione dell’arte contemporanea gli parve piuttosto chiara: l’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere e figuriamoci una bellezza contemporanea. Era un po’ come sostenere che esistesse uno stupore attuale ed uno stupore antico quando l’uomo, secondo Giordano, non faceva altro che rendersi conto di quanto sia precario su questa terra ergendosi sui muri, arrogandosi il diritto di stare lì, ad osservare la solitaria storia procedere tra i fischi del vento caldo di settembre. Il gigante pesce azzurro che afferra la nave, graffiato ad arte da dieci artisti canadesi di fama internazionale, nonostante fosse sempre piaciuto a Giordano, perse la testa nel bianco lo stesso.

L’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere.

Alle 5.02 dovette scappare da qualche curioso che aveva assistito alla scena. Alle 5.07 si diresse in Piazza delle Vigne per assaltare gli odiati sei notabili genovesi. Alle 5.12 notò che due ragazzi stavano fumando una sigaretta sulla scalinata della basilica, ma soffermandosi si pose anche il problema di arrampicarsi per almeno un metro su di una grondaia per poi mettersi in piedi sull’insegna spessa della tipografia, senza poi poter raggiungere i notabili ai piani più alti. Alternativamente, allora, avrebbe preso posto per la notte in uno degli affittacamere che piacciono tanto agli stranieri, con le stanze che davano appunto sulle teste dei primi due. Ciò gli avrebbe permesso con un minimo sforzo di raggiungere i primi quattro notabili, anche se si poneva ancora il problema di come raggiungere gli ultimi due. Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – una volta risalite le scale del palazzo dell’affittacamere, avrebbe colato il colore. Un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Alle 8.09 della mattina, dopo una lunga colazione, chiamò l’affittacamere. A Giordano piaceva la focaccia con le cipolle, lesse anche i giornali con le notizie sul Genoa, che doveva giocare in trasferta contro il Sassuolo.

Alle 12.22 entrò nella biblioteca comunale Berio in Via Fieschi, per prendere informazioni sui sei notabili. Alle 3.35 sostava al quinto piano, dove si trovano i libri di storia riguardanti Genova, ma ancora non aveva trovato informazioni sufficienti, se non che le sei figure di notabili genovesi erano probabilmente appartenenti alla famiglia proprietaria dell’edifico; in particolare, due alti prelati abbigliati di viola, di nero i notabili appartenenti al Consiglio della Città, di rosso porpora con mantello di ermellino i Dogi della Repubblica.

Alle 4.01 scoprì, a pagina 345 di un libro intitolato Storie delle famiglie genovesi, che uno dei notabili probabilmente fu un tal Francesco Maria Malacalza, cugino di secondo grado di Sant’Alessandro Sauli, nato a Genova intorno al 1583. Nel 1601 la famiglia Malacalza, della quale fu primogenito di tre fratelli, decadde e per fuggire dai creditori del padre Erminio Malacalza, andò a distribuire la zuppa sui Catrai del porto, sotto il nome di Sesto Castaneda. Con il suo nome di famiglia ricomparve solo nel 1614, dopo aver combattuto come soldato di ventura alle dipendenze della famiglia Doria. Trovando impieghi e mansioni in diversi uffici, si fece poi strada nella diplomazia, trattando anche come commerciante di armi. Uccise forse il fratello Camillo, rifugiatosi in Francia. Trasferendosi per lo scandalo politico derivante dal presunto omicidio, presso l’ambasciata francese a Parigi, dove cominciò a commerciare le prime baionette, nel 1642 divenne amico di Pascal. Nel 1646, in cambio dell’esclusiva del commercio delle baionette, si fece dipingere sul muro del Palazzo di proprietà di Agostino Doria, il quale lo fece nominare consigliere della città. Morì il 14 settembre 1647, senza potersi vedere dipinto, come però succedeva a Giordano tutte le notti che passava da Piazza delle Vigne. Il fatto che avrebbe compiuto il suo attentato iconoclasta proprio quel giorno, però, dava a Giordano un certo tono, ché alla fine la storia è un po’ come il vento caldo di quei giorni: un evento a cui partecipano sia gli uomini consapevoli che quelli inconsapevoli, le città con le loro mura e le armi con i loro boati. Quelle mura, appunto, erano lì a ricordarci che gli eventi si erano susseguiti ancora una volta, trascinando con loro qualche altro uomo.

Giordano pensò che Francesco Maria Malacalza, che aveva visto esplodere le prime baionette in funzione, probabilmente aveva capito che la sua glorificazione e la sua punizione sarebbero consistite nel dover restare lì, ad osservare altri eventi trascorrere. Anche Francesco Maria Malacalza divenne iconoclasta nel 1636, poco prima di uccidere il fratello, il quale deteneva l’unico quadro di loro padre e di cui Francesco Maria voleva cancellare lo sguardo.

Giordano divenne cacciatore di vento alle 17.47 di un pomeriggio del 14 settembre 2016.

Opera di Banksy

Una nuova utopia

Letteratura oggi è sinonimo di lavoro semi-clandestino, oscuro e per pochi adepti. Ha senso tutto questo?

La tipica conversazione da colloquio di lavoro è – ahinoi – arcinota. Ci viene chiesto cosa sappiamo fare, di cosa ci occupiamo, quali siano le nostre naturali predisposizioni.
Per cominciare, si risponde che abbiamo collaborato con «varie riviste, può vederlo dal curriculum», poi azzardiamo la parola impronunciabile, quella che da noi equivale ad essere considerati nel migliore dei casi un senzatetto o nel peggiore una prostituta: «letterato». A questo punto si viene guardati come si guarda un alieno proveniente da un altro pianeta, uno strano animale disperso, una razza in via d’estinzione.

Letteratura oggi è sinonimo, infatti, di lavoro semi-clandestino, oscuro e per pochi adepti, fatto di pubblicazioni sporadiche su un numero di blog imprecisato, partecipazioni alla replica della replica del reading di tizio o di caio, rapporti frammentati in conventicole ed élites, che poi si riducono a delle cerchie di amici; e i poeti da social, i militanti da tastiera ‒ avranno mai una vita, degli amici, degli affetti? A volte ce lo chiediamo. Se la letteratura debba essere difesa solo da addetti ai lavori, da professori stinti e avviliti o da improvvisati. Eppure ci sarebbe molto altro.

Ci sono realtà che, nonostante la marginalità, vivono e scrivono; ci sono poeti – non soltanto poeti che trattano delle proprie delusioni amorose, ma poeti autentici – sotto la finestra di casa nostra, se li sappiamo vedere. Poeti che magari non pubblicano, per scelta o per circostanza; o narratori che sono alle prime armi, all’opera prima; scrittori che non si vedono, ma esistono.

La convinzione secondo cui occuparsi di arte equivalga a lavorare nel disinteresse generale, in un Paese che spende pochissimo nell’università e nella ricerca, è sempre dietro l’angolo. Consapevoli del rischio che corriamo, apriamo questo spazio. Ecco dunque Neutopia: uno spazio telematico, ma anche qualcosa di più.

Questo non è un blog, questo non è un diario, questo non è un social network: questo è un piano. Per coloro che vorranno farne parte, potrà servire ad abbattere alcune frontiere – tra le arti in primis, ma anche altrove – per tentare di riportare la letteratura a ciò che era in origine: uno slancio dell’immaginario.

Questo non è un blog, questo non è un diario, questo non è un social network: questo è un piano. Per coloro che vorranno farne parte, potrà servire ad abbattere alcune frontiere, per tentare di riportare la letteratura a ciò che era in origine: uno slancio dell’immaginario.

La letteratura non può rimanere una parola fluida tra un post di Facebook e un altro. Deve incarnarsi: e dunque ecco che è necessaria un’organizzazione che, attraverso il web, porti alla creazione di eventi, di letture, di incontri. Poesia, racconto, critica, fotografia e molto altro. Le arti non vivono separate tra loro: vivono insieme, l’una è il secondo volto dell’altra. L’incontro tra le arti, la loro mescolanza, è una possibilità per ritornare a quella materia viva che è alla base dell’opera – quando sei lì e raccogli le idee, prima della creazione, prima che diventi un racconto, un film, una poesia: è lì – nel «prima» – che tutte le possibilità sono racchiuse. Grande attenzione alle contaminazioni e alle sperimentazioni, dunque; e contemporaneamente un occhio volto a raccogliere e unire le esperienze di chi, ancora, crede che l’arte esista e sia viva.

L’incontro tra le arti, la loro mescolanza, è una possibilità per ritornare a quella materia viva che è alla base dell’opera.

È un’utopia? Forse. Ma questo non ci spaventa. «L’utopia è come l’orizzonte», scriveva Galeano: si allontana sempre, ma tentare di raggiungerlo permette di continuare a camminare.

Mettiamoci in viaggio.

Illustrazione di Gipi