𝕽𝖎𝖓𝖆𝖘𝖈𝖎𝖒𝖊𝖓𝖙𝖔!

Quante volte, nel corso della Storia, ci sono state proposte incredibili soluzioni alla decadenza del presente? Non si contano nemmeno più. Se consideriamo quanto è stato detto e scritto da professori, funzionari, giornalisti, creativi, operatori culturali, poi – ci si perde.
Sentiamo spesso ribadire – ora che il pericolo di una “svolta autoritaria” in Italia sembra essere, se non del tutto superato, quantomeno rimandato – la necessità di un “nuovo umanesimo” che rimetta al centro l’individuo e restituisca agli artisti, agli intellettuali, alle élite il ruolo che gli sarebbe “proprio”. Allora nei sogni dei redattori potrebbero balenare l’arte rinascimentale, le sculture del Buonarroti, le mirabolanti macchine di Leonardo, gli anatemi di Savonarola e gli scritti di Machiavelli; ma nella realtà di tutti i giorni, non si respirerebbe comunque la benché minima ripresa e tutti resterebbero in attesa di non si sa quale miracolo, prigionieri del fatalismo e della superstizione, e di “rinascita” neanche l’ombra.
L’uscita dai tempi bui della Storia comporta invece – se non l’immediata estinzione degli atteggiamenti citati finora – per lo meno una presa di coscienza da parte di una minoranza “illuminata” verso una direzione specifica.

L’uscita dai tempi bui della Storia comporta – se non l’immediata estinzione degli atteggiamenti citati finora – per lo meno una presa di coscienza da parte di una minoranza “illuminata” verso una direzione specifica.

Siamo, in questo senso, concordi con Goffredo Fofi, che nel suo recente saggio, L’oppio del popolo (Elèuthera, 2019), individua nella cultura e in molti suoi adepti il ruolo che un tempo sarebbe stato della religione: di assopire, come “giocondi lotofagi”, la collettività nell’accettazione del mondo così com’è, in un riconoscimento rassicurante di quelli che sono i nostri valori essenziali e che determinano la nostra condizione di “privilegiati” rispetto alle “masse” – oggi per lo più alfabetizzate e perfettamente orientate verso il consumo di quelle “droghe” culturali, per nulla secondarie, che creano assuefazione e dipendenza. E se – riprendendo ancora l’intuizione fofiana – scrivere fosse un altro modo di «aiutare le masse a non pensare, a non guardare in faccia i problemi del presente, le sue disparità, i suoi orrori»?[1]
Da qui la nostra perplessità e la nostra distanza, per non diventare a nostra volta complici di questo appiattimento, di questa funzione di “tranquillizzatori sociali.”

Da qui la nostra perplessità e la nostra distanza, per non diventare a nostra volta complici di questo appiattimento, di questa funzione di “tranquillizzatori sociali.”

Chiunque di noi sa che il Rinascimento è nato alle soglie del Cinquecento in seguito a importanti sconvolgimenti geografici e politici. Che l’incertezza di oggi possa essere il preludio a un nuovo Rinascimento non possiamo certo dirlo – ma possiamo ancora rivolgerci a un impegno collettivo, ragionato, non affidato a tanti piccoli IO allo sbaraglio, verso qualcosa d’altro – se non migliore, diverso – cercando di creare la base per possibili collaborazioni, confronti, proposte con realtà vecchie e nuove che – come noi – avvertono il disagio dell’impasse culturale che stiamo vivendo e vogliono contribuire a costruire un orizzonte più vasto. Senza prescrivere un “metodo”, ma indicando una direzione.

𝓐𝓯𝓽𝓮𝓻 𝓐𝓯𝓽𝓮𝓻 𝓡𝓪𝓬𝓬𝓸𝓷𝓽𝓲

La città è un alfabeto di strade che, una volta compreso, può raccontare una storia diversa con un suo linguaggio specifico e innovativo. La città è una grande macchina pulsante che, ogni giorno, si mette in moto. Tutti sanno chi sono gli agenti che fanno muovere l’ingranaggio – o almeno, così ci viene detto; ribaltando il concetto di “città ideale” coniato utopisticamente dagli urbanisti italiani del Cinque e Seicento, però, quello che rimane è il suo rovescio. Quale può essere l’immagine speculare e nascosta, suburbana e sotterranea, dei nostri agglomerati urbani? Quali sono i veri personaggi che fanno sì che lo stesso meccanismo – psicologico, narrativo – si compia?  E quanto di questo progetto di città ideali va a influire sulla vita dei singoli, quanto modifica il tessuto relazionale? Può costruire una narrazione corale? E quanto resta nelle nostre città del loro originario antropocentrismo?
La letteratura viene oggi spesso concepita come uno scrigno delle nostre possibilità immaginifiche di cui si è perduta la chiave, in un individualismo portato all’eccesso, nella verosimiglianza del particolare rispetto all’insieme. Ma come sarebbe se, invece, la letteratura potesse servire a immaginare mondi altri da quelli che periodicamente ci vengono imposti? In letteratura, gli hanno affibbiato un genere e un nome – “science fiction” – senza considerare che oggi le stesse domande poste dalla fantascienza possono interessare gli ambiti più diversi: la tecnologia ci domina oppure è una possibilità per fuggire dai ritmi impostati dal lavoro? C’è vita fuori dal mio quartiere? Altre persone che, come noi, fanno o hanno fatto parte di un determinato contesto, cosa possono insegnarci le loro storie?
Partite dall’osservazione di ciò che merita attenzione e approfondimento.
Perdetevi in questa disperata creatività.

𝓟𝓸𝓲𝓮𝓲𝓷 𝓮 𝓞𝓭𝓲𝓵𝓮 𝓟𝓸𝓮𝓼𝓲𝓪 𝓮 𝓢𝓹𝓸𝓴𝓮𝓷 𝔀𝓸𝓻𝓭

Così come il Cinquecento vide l’uomo affrancarsi dal ripiegamento del e nello spirito per una nuova riscoperta di sé e dello spazio circostante, la poesia del nostro Rinascimento è in grado di scrollarsi dal suo torpore per agire – e non essere agita – in molteplici direzioni, spostandosi tra i poli del suono e del segno e occupando uno spazio – in senso fluido e non indifferenziato – che è determinato dalla sua applicazione. Se, infatti, Goldsmith riconosce nel linguaggio un «codice in continua evoluzione, che a volte si manifesta come immagini, poi si trasforma in parole, suoni o video»[2], noi auspichiamo una poesia che assumendo ogni forma, ogni mezzo ed uso, proprio o improprio, come suo campo d’azione, inneschi una rinascita del codice stesso. 

A sinistra, immagine .jpg aperta con un comune lettore di foto per Windows.
A destra, il file sorgente della stessa immagine aperta con Wordpad.

Rifiutando, ça va sans dire, il regolismo e la codificazione maniacale – colpevoli d’aver generato la metastasi del petrarchismo (tuttora in moltiplicazione) – creiamo sì un codice, ma la cui espressione sia mutevole e malleabile – come può esserlo, ad esempio, l’espressione di un linguaggio di programmazione informatica. Così come un’immagine .jpeg è un linguaggio organizzato per permetterci di vedere determinate immagini e non altre, così la poesia è un linguaggio organizzato per evocare alcune immagini del presente, del passato e del futuro.
Superando qualsiasi visione trascendentista o teocentrica, osserviamo il presente con sguardo immanentista e antropocentrico, come avvenne durante la rinascimentale rottura coi tempi detti bui del Medioevo.  Generiamo nuovi Mondi celesti, terrestri e infernali, titolo con il quale scelse di nominare le sue Utopie lo scapigliato Doni, sempre lontani però dall’essere al servizio dei signori della corte: indipendenti nel pensiero e nello stile e più vicini quindi allo sperimentalismo e al senso critico di quegli autori che, grazie alla loro irriverenza, si guadagnarono di esser relegati nella bolla di contrasto detta Antirinascimento.

𝓐𝓵𝓮𝓹𝓱 𝓡𝓮𝓹𝓸𝓻𝓽𝓪𝓰𝓮 𝓮 𝓿𝓲𝓼𝓲𝓸𝓷𝓲

Il persistere di una società instabile incoraggia la sfiducia dei singoli individui che la caratterizzano. Ideali, certezze, progetti per il progresso sbiadiscono lasciando spazio ad un cinismo e a un’apatia distruttivi. Tale condizione sembrerebbe giustificare il pessimismo, tuttavia esiste un fatale errore che accompagna lentamente l’umanità verso il punto di non ritorno: l’idea che l’influenza del singolo non possa nulla contro – o per – le cattive abitudini della massa e che il suo futuro sia limitato dalle aspirazioni di autorità sovrastanti. L’obiettivo di Aleph sarà quello di proporre esperienze e visioni che dimostrino quanto sia necessaria una controtendenza, non più MACRO -> MICRO, ma MICRO -> MACRO. Credere che agire per l’evoluzione non sia responsabilità del singolo e che le sue azioni e obiettivi non siano le cause per gli effetti del domani, è una visione ottusa che condanna a retrocedere. È dovere dell’essere umano giustificare la sua esistenza e assicurarsi un futuro e per fare questo egli non solo deve soddisfare il ruolo che gli è proprio, ma comprendere l’ambizione di condurre la vita a un livello qualitativo superiore ancora sconosciuto. La macchina e il codice, ad esempio, possono sorprendentemente aprire nuove strade nella scultura di artisti contemporanei, come nei lavori di Fabio Viale.

Risultati immagini per fabo viale pietà
Pietà di Fabio Viale

𝓝𝓸𝓾𝓶𝓮𝓷𝓸 𝓡𝓮𝓬𝓮𝓷𝓼𝓲𝓸𝓷𝓲 𝓮 𝓬𝓻𝓲𝓽𝓲𝓬𝓪

La critica letteraria è il palazzo degli specchi della decomposizione delle lettere. Analizzando e criticando, essa non offre altro che delle identificazioni catartiche al soggiacere dell’estetica al dogma della forma, della regola, del mercato. Il periodo post-medievale detto “Rinascimento” con la sua creazione di canoni e paradigmi linguistici ne costituisce il bias di partenza. Nella letteratura come nel mercato c’è crisi: noi siamo capaci di precipitare questa crisi ma non possiamo farlo se non entrando come potere nella critica e contro di essa. Questa fase ci collocherà nella prospettiva del progetto di costruirci come macchine desideranti pensando utopie linguistiche sempre rinnovate. In effetti costituiremo un piccolo gruppo sperimentale, quasi alchimista, in cui si inizi la realizzazione della critica non sul linguaggio, ma del processo da cui questo linguaggio è generato. 
Così come Dio costituiva il punto di riferimento della società unitaria passata, nello stesso modo noi ci prepariamo a fornire a una società unitaria ora possibile il suo punto di riferimento centrale. Ma questo punto non potrebbe essere fisso. Esso rappresenta, contro la confusione sempre ripetuta che la società cibernetica attinge nel passato dell’inumanità, il gioco di tutti gli uomini, “l’ordine mobile dell’avvenire.”
Il nostro Rinascimento non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi, ma il processo reale che abolisce i dogmi del vecchio Rinascimento.
Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi.
Le condizioni di questa storia risultano dal presupposto ora esistente.
Dato che assistiamo a una società di scriventi più che di scrittori, vorremmo che questo nostro Rinascimento si rivolgesse a dei veggenti più che a dei lettori, per immaginare insieme a noi il mondo che verrà.

𝕮𝖔𝖒𝖊?

Per partecipare al nuovo numero, invia una e-mail con il tuo racconto/poesia/report/articolo a neutopia.redazione@yahoo.com entro le ore 23:55 del 30 Ottobre 2019.

Immagine di copertina: Hendrik Kerstens


[1] G. Fofi, L’oppio del popolo, Elèuthera, p. 70

[2] K. Goldsmith, Scrittura non creativa, Nero Edizioni, 2019, Cap. 2, Il linguaggio come materiale

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