La poesia, secondo Giorgio Agamben1, è un’operazione nel linguaggio, che rende inoperosi altri tipi di linguaggio, da quello informatico a quello informativo, per riportare la lingua alla potenza di dire. In questo senso, la poesia è la contemplazione di questa potenza di dire. Allo stesso modo, la politica, per come la intendiamo oggi, è una contemplazione della potenza di agire; contemplare ciò che possiamo o non possiamo fare.
Capita di rado che un poeta riesca, all’interno della propria scrittura, a far provare al lettore il passaggio dalla contemplazione di dire alla contemplazione di agire. Capitava in Majakovskij, specie nei primi versi futuristi, nella sua fede incrollabile che dietro le montagne di dolore, dietro la crescita a spirale delle rivoluzioni, ci fossero «autentici cieli terrestri», unica soluzione possibile a tutte le contraddizioni (“Sparano a me per tutti/ sgozzano me per tutti./ Ed io quando vivo?/ E a me cosa resta?”)2. Capitava in Emilio Villa, grande precursore della Neoavanguardia, che nel suo ricercato plurilinguismo apriva le porte a una lingua nuova (“Però, prima del vento/ prima che il vento piova,/ a lungo andare, a stesa/ i verbi coniugati a malapena,/ e i gemiti/ e imprese/ e faccende e canoni/ e il bene della vita,/ sono i semi scaldati tra le dita/ di una sola mano,/ di una lingua sciolta,/ di una lingua nuova”)3.

Di questo nascere altrimenti di Danilo Paris (Edizioni del Faro, collana Sonar, 2026) si inserisce in questo solco: nella ricerca di una lingua nuova, in un insieme di greco antico, ebraico, arabo e italiano. Nei vari cicli e canti che compongono la silloge – una decina in tutto, dal Ciclo degli sfratti al Ciclo delle Arche, dai Canti di sabbia e di corallo ai Canti Blu, fino all’Anticiclo di Ankh – Paris, classe ‘92, tenta di ricostruire il glossario dell’architettura forense. I suoi Filogrammi della segnatura sono un tentativo di ridare dignità e struttura al linguaggio poetico, con una scrittura che, nella nostra epoca di semplificazione obbligata, rivendica con orgoglio di ambire alla complessità.
“Quindi non ci sono testimoni”, in questa operazione? Forse non ci sono mai stati, eppure Paris prova a riconnettersi a una scrittura stratificata, sanguinetiana, quella di Laborintus. Endosimbiotica, vale a dire influenzata da tutto ciò che proviene dall’esterno. Questo innesto nasce nel mondo naturale dal passaggio dallo stato gelatinoso alla mineralizzazione delle nostre ossa, quando facciamo entrare in noi qualcosa che proviene al di fuori del nostro organismo. Nel linguaggio poetico, esso si verifica grazie alla traccia residuale di un movimento più ampio, che nasce all’interno di uno spazio laboratoriale come quello teatrale.
In particolare, come riportato dallo stesso Paris durante la presentazione al Salone del Libro di Torino, il titolo dell’opera, Di questo nascere altrimenti, proviene da una citazione di Franz Kafka (“La mia vita è un’esitazione prima della nascita”)4 e il laboratorio teatrale ad essa annesso è stato elaborato in una dimensione di ricerca sui gesti e sui suoni del controllo e della fuga, che hanno permesso all’opera di svilupparsi. Il luogo dove il laboratorio si è svolto, il Palazzo Giuliani di Labico, è stato una specie di «dogana» tra Roma e Tel Aviv, in quanto, durante la Seconda guerra mondiale, era stato proposto dal regime fascista come campo di concentramento. Dunque, proprio per questo, era il luogo prediletto per ragionare sulle maniere dell’architettura di contenere e dominare l’essere umano.
Se il primo canto del Ciclo delle Arche racconta il dramma dell’occupazione israeliana, attingendo all’immaginario della «città tridimensionale» di cui parla Eyal Weizman (“Ma quelli restavano lì immobili, con le bocche arse/ gli occhi imbitumati di polvere nera/ e clorato di potassio”)5, i versi qui dimostrano come l’iconografia del potere possa insinuarsi nelle architetture che viviamo ogni giorno. Allo stesso modo, la pianificazione urbanistica crea sempre degli schemi di oppressione nei territori:
“Che cosa fanno?”, chiedevo.
“Il nitrato d’ammonio scatta fotografie
nei loro salmi
poco prima che il loro respiro s’infiammi.”6
Sono le armi di precisione che vengono prodotte anche con il beneplacito del nostro governo dalla Leonardo e inviate in Israele. La poesia può servire da contraltare per osservare l’orrore. Vivisezionarlo e renderlo palpabile. È questo il caso del secondo canto, che rimanda all’architettura dei frammenti di Gaza (“Quante volte è stata tolta dalle labbra la canzone/ che quando caddi nel profondo,/ me la cacceranno via srotolata dalla lingua”)7.
Il terzo canto dell’Anticiclo di Ankh si sposta invece dai territori palestinesi a Minneapolis, luogo di abuso e controllo, luogo che continua la linea tracciata da Darwish tra l’indegenità palestinese e i popoli indigeni del Mississipi, la deportazione – o meglio, il genocidio – dei Cherokee a ovest (“E quando scendo non lo dico, insieme agli altri non lo vedo/ tra le file che ci tira alle ginocchia, allora canto,/ per vedere se anche in fondo a quelle tratte/ lui mi sente”)8.
Ma a chi si rivolgono, queste poesie? È possibile rispondere a questa domanda, solo se si comprende che il destinatario di una poesia non è una persona reale, ma un’esigenza. Allo stesso modo, una poesia esige di essere letta, anche se nessuno la legge.
In quanto esige di essere letta, la poesia deve restare illeggibile, ché non vi è propriamente un lettore della poesia. È quello che aveva forse in mente César Vallejo, quando, per definire l’intenzione ultima e quasi la dedica di tutta la sua poesia, non trovava altre parole che por el analfabeto a quien escribo (letteralmente, «per l’analfabeta a cui scrivo»)9.
Mi tagliarono la lingua
e il valico me l’esibiva come pegno.10
Sta proprio in questa linea di confine la sua forza: nella consapevolezza di Paris di non rivolgersi ai lettori occidentali, ma al contrario di mettersi in dialogo con l’insegnamento della Beat Generation e del Gruppo 63, aprendosi a tutto ciò che non è autoctono, dalla poesia americana di Allen Ginsberg a Danes Smith, da Audre Lorde a Gloria Anzaldúa.
La poesia di Paris restituisce la scrittura all’illeggibile da cui proviene e verso cui si mantiene in viaggio. Il vero destinatario di queste poesie è perciò colui che non è in grado di leggerla.
Danilo Paris, Di questo nascere altrimenti
Edizioni del Faro, 2026
196 pagine, edizione con alette interne
Danilo Paris (1992) è scrittore, poeta e formatore teatrale. Dopo essersi lauraeato all’Università La Sapienza di Roma con la tesi “Cinema Biologale: il nomadismo come pratica estetica/memoriale”, dal 2021 fonda e dirige il Festival dell’arte nomadica in Lazio. Cura laboratori teatrali nei licei dal 2022. Dal 2022 nasce il progetto Arca, meccanismi di curatela per installazioni e laboratorio di rapsodia poetica. Dal 2023 ha dato voce ai personaggi di Pasolini, Lennon e Da Vinci in tournée internazionali e nazionali. Dal 2024 inizia una collaborazione con Assopace Palestina, ospitando prima le poesie di Marwan Makhoul e poi di Ghayath Almadhoun nel 2025.
- Giorgio Agamben, A chi si rivolge la parola?, Quodlibet, 23 agosto 2022
↩︎ - Emilio Villa, Però, prima del vento, da Oramai, 1947
↩︎ - Vladimir Majakovskij, Di questo, 1922
↩︎ - Franz Kafka, Diari, 1922
↩︎ - Danilo Paris, Di questo nascere altrimenti, Ciclo delle Arche, Canto I, p. 38
↩︎ - Ibidem ↩︎
- Danilo Paris, Op. cit., Ciclo delle Arche, Canto II, p. 66
↩︎ - Danilo Paris, Op. cit., Anticiclo di Ankh, Canto III, Minneapolis o dei non mutamenti, p. 183
↩︎ - César Vallejo, España, aparta de mí este cáliz, 1939 ↩︎
- Danilo Paris, Op. cit., Canti di sabbia e di corallo, Canto V, Yadon Ilaheyya, p. 103 ↩︎
