E ~ Equilibrista

equilibrista (e·qui·li·brì·sta) [der. di equilibrio] (pl. m. –i). – Chi è abile nel far giochi d’equilibrio, acrobata: gli esercizî degli e. sulla corda; in funzione appositiva: le foche equilibriste. Fig., persona scaltra, che sa destreggiarsi abilmente e anche, talora, spregiudicatamente nelle contingenze della vita o in particolari circostanze e situazioni.

 

Lettore,
se oscillassi s’una fune
barcollante in vetta ai monti,
alto, oltre le cupe nubi brune
che annoiate ingurgitano tramonti;
se spiassi l’alba, ne sfiorassi i seni
sensuali fra i grinzosi orizzonti
e poi, punito da casti arcobaleni,
precipitassi, d’incanto, verticale
in volo, ove di urlar t’astieni
– tant’è vano l’impatto col male;
se scivolassi in un eterno cadere,
ammutolito dal vuoto surreale
cui non segue schianto o cratere,
c’incontreremmo nell’eterea agonia
fluttuante; ma dall’istante in cui caddi
negli abissi dei suoi torbidi occhi verdi,
profondi, freddi come l’onda
che mi spinse all’armonioso salto,
eccomi libero, nell’azzurro nulla
in cui mi libro, in cerca d’un appiglio,
in cerca
d’equilibrio.

Poesia visiva di Luc Fierens
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D ~ Dualismo

dualismo (dua·lì·ṣmo) [sostantivo maschile] 1. La presenza di due principi fondamentali, in relazione reciproca di complementarità o di opposizione. In filosofia, in opposizione al monismo, ogni concezione del mondo fondata su un’essenziale dualità di principî (per es., il dualismo platonico dei mondi sensibile e intelligibile, il dualismo cartesiano delle sostanze pensante ed estesa, il dualismo kantiano di noumenico e fenomenico). 2. Dissidio, rivalità, antagonismo fra due principî o tendenze, fra due persone, partiti, forze politiche, ecc.

 

C’era una donna a cui badavo
Dualè Dualè
una nonna a cui badavo
Dualè Dualè
la cassapanca su cui sedeva
aveva scompartimenti

Dualè Dualè
si alzava con quel verso
alzava cuscini e il resto
Dualè – diceva
aprendo cassettini

Sollevava – Dualè
scatoline e sacchetti
pacchi già visti – Dualè
custoditi nella memoria
spuntini giornali medicine
dissodati giornalmente radunati

Dualè in un tetris scomposto
ronfava gutturale, magari
pescava altro, per finta:
quel che cercava era già sul tavolo

Collage di Luc Fierens

S ~ Sogno


sogno
(só·gno) [sostantivo maschile] 1. Attività mentale che si svolge durante il sonno, a carattere involontario e non intenzionale; si esprime prevalentemente con immagini visive, spesso a carattere molto vivido. Gli studi moderni sul s. hanno inizio con S. Freud (Die Traumdeutung, «L’interpretazione dei sogni», 1900) e la psicanalisi. 2. Speranza o desiderio vano e inconsistente: non si può vivere di sogni; quella ragazza rimarrà per sempre il suo s. proibito; vagheggiamento della fantasia: sogni di gioventù; esperienza vissuta al di fuori della coscienza: è stato un brutto s.; fantasma labile e caduco: la gloria è un breve s.; bellezza o cosa incantevole.

 

Si dice che il muschio, una volta staccato,
resti in una sorta di morte apparente anche per anni,
fino al momento in cui
non verrà di nuovo riposto nel terreno.

Si dice che al funerale di Tolstoj i contadini vennero fuori dalla terra,
da tutti i villaggi,
arrivarono a migliaia,
nonostante le autorità fecero di tutto per nascondere la sua morte,
quando ritrovarono il corpo nella piccola stazione di Astopovo,
il 7 novembre del 1910.

Si dice invece che a quello di Dubcek,
lo stesso giorno di ottantadue anni dopo,
Vaclav Havel se ne stesse nascosto in disparte,
su un balcone della piazza del teatro nazionale di Bratislava.
Il muro era caduto da poco meno di un anno
ma già il nazionalismo aveva preso il sopravvento.

Ma più di ogni altra cosa,
si dice che cento anni fa,
per le strade di Pietrogrado
risuonasse un urlo potente
che riecheggiò in tutto il mondo
dando coraggio e voce
alle masse impotenti:
“Tutto il potere ai Soviet!”
L’urlo dal quale scaturì l’incarnazione del sogno.

Si dice che quel sogno è oggi morto.
Si dice che non esiste più il proletariato.
Eppure io lo vedo.
Io ti vedo,
in fila alle Poste con le ballerine e i calzini, il velo,
i jeans con le paillettes,
nelle vecchie sale d’aspetto dell’Asl
tra il linoleum verde e
infissi in alluminio.

Io ti vedo,
alle file delle casse dei supermercati,
con gilet leopardati,
in piedi sugli autobus affollati
giacche che puzzano di fritto,
di cipolla,
di curry,
di alcol,
di sudore.

Io ti vedo, impotente, di nuovo e ancora,
ammassarti alle frontiere, arrestare il tuo viaggio,
fermato, isolato, ostacolato, vietato, proibito.

Io ti vedo
appoggiare la testa al finestrino del tram,
al ritorno dal lavoro,
lasciare il segno dell’unto dei capelli sul vetro,
i tetrapak di vino fetido nell’aiuola del parcheggio del discount.

Io ci vedo, fare la coda all’agenzia interinale,
ai centri per l’impiego, dichiarare di sapere parlare un ottimo inglese,
di avere eccellenti capacità di lavorare un gruppo,
di adattarsi ad ogni situazione,
di essere disponibili a lavorare nei week end, a Natale, in nero, in bici,
in motorino, a consegna, a progetto, a cottimo, a giornata.

Io ci vedo,
sempre più insofferenti agli altri miserabili,
sempre più lontani e isolati,
in appartamenti bui dai muri sottili,
illuminati di luce blu di schermi a bassa risoluzione.

E infine ti vedo,
come il muschio rinsecchito,
resistere in un torpore che sa di morte,
forse apparente,
attendere un nuovo sogno a cui attecchire
per tornare in vita
e ri(n)sorgere.

Poesia visiva di Luc Fierens

:Onirico&semidizucca:

Il torpore d’identità sviluppa obliquo il movimento
consapevole il notturno vaneggia la nebbia
schiaffeggia insolito un buio
che d’istinto prescinde immediato da me e dall’ambiente
insiste a spostarmi il palmo con la mano
nella raccolta oggettiva riassunta nel crampo dello stomaco interiore della mia meteopatia

quando improvviso che dal ricordo pur:puro gesticola pur:sempre il gesto

     ops
oh

apparizione

oh
ops

elevata ipnagogia
in virtuale di me
in virtuosa separabile decadenza
in minuziosa silenziosa assenza
riassorbibile tutta riavvolgendola affusolata
perfettamente appuntita nella forma di senso dinamico dell’urgenza

divarica l’orgia del respiro accenna a liberarmi disintegra ciò che mi appanna la percezione

Illustrazione dell’autrice

Canzone d’Amore e di Lotta

Agitati dentro la tua gabbia di amianto,
di precipitati, di strizzacervelli
austroungarici, che il demonio torna
ogni volta che è eretto un altare.

Agitati, tu sorniona che apprezzi
differentemente il coriandolo
e il cumino, un bacio
e la felicità a prezzo calmierato.

Agitati dentro la tua notte
memoriale picaresco di sogni
reticenze e insoddisfazioni,
tutte interconnesse e oracolari.

Agitati, se puoi, come una bibita
gassata, zuccherata,
alcolizzata,
e imbratta di rossetto
la fascistoide indifferenza.

Agitati, nel tuo seno per scoprirvi
tanta aria da sputare più in alto
di ogni grattacielo, più in alto
dei fuchi tracotanti e della radio.

Agitati, fino all’eccitazione nucleare
di un elettrone imbottito di caffè,
attirami nella tua orbita e rilanciami
all’assalto.

Illustrazione di Joe Cruz

#213

 

Quel tavolino che sorreggeva la catena di mani iniziò a vibrare suoni secchi, crepitanti. Il piano incominciava ad alzarsi insieme al volume di gemiti, singhiozzi e lamenti. Era giunto qualcuno: i suoi movimenti strisciavano contro gli indumenti delle persone astanti, rispondendo con versi alle loro domande; seguirono solo fallimenti perché esso non parlava nessuna lingua dei mortali presenti. Non poteva essere un animale perché il suo pianto era lo stesso degli esseri umani. Una donna di scatto lasciò la catena di mani scoppiando in lacrime sul suo giaciglio, soffiando sul gruppo un’aria gelata da ansia e scompiglio: Forse è mio figlio!, – un ululato irruppe il silenzio – non aveva neanche un anno quando mi colse un lampo di cieco delirio, piangeva troppo e l’ho ucciso. Un brivido scosse le ossa del pubblico e un piccolo volto bianco stava comparendo al suo fianco. Era un neonato dal viso sciolto e deformato. La madre aggiunse che gli aveva versato addosso la pentola dell’acqua che bolliva sul fuoco, poi durante il racconto, un uomo, di colpo, si è alzato e con una pistola le ha sparato in testa. La bianca figura del fantasma divenne una fiamma rossa e la seduta ormai finita si spostò in giardino per scavare una fossa.

Glitch-art di Giacomo Carmagnola

Chi si addormenta da solo lenzuola da solo – Concerto punk per sole voci

Il pregevole lavoro di Luca Atzori, poeta e musicista sardo naturalizzato torinese, e di Sandro Sandri, voce de Lo Zoo Degli Unni e interprete, tra gli altri, dei testi di Antonin Artaud e Carmelo Bene, è un miscuglio di sussurri, di suoni, di urla che abitano i versi e che hanno come unica protagonista la voce.
Chi si addormenta da solo lenzuola da solo, titolo ironico di derivazione situazionista, è un viaggio nella psiche dell’uomo contemporaneo, lo schizo che non può essere coercito, la contraddizione che non può essere livellata, parola poetica in libertà che ci consente di abbandonare i luoghi comuni e capire cosa si provi ad essere un bruco nella notte patetica dell’esistenza, tra canti tipici sardi e polifonie tibetane. Le culture e i riferimenti – si va dagli jodel alpini agli Animals – si mescolano di fronte a un’incontenibile decadenza culturale accompagnata con onorata spudoratezza, che si auto-infligge la pena di essere ancora ai tempi dell’ordine e del lavoro, quando – cito dai versi di Atzori – “non bisogna provare troppi sentimenti/ davanti all’ingiustizia/ ci vuole solo freddezza/ e pietà/ della propria morte”. Morte della ragion pratica che percorre tutto l’audiolibro.

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Belva alla finestra

Se vero è che il morto è come il pesce
è ninfa di sciagure la balena all’ora blu
che stringe in una morsa tra le cosce
il marinaio scalzo sul parquet di cenere
e tabacco e questa stanza è un capitolo
di Bibbia incancrenito sotto a un tacco.
Angelica pistola e stretto cappio al collo
si dondola sulle ginocchia, mi diagnostica
la fame del ribelle e invita alla rivolta:
sigaretta numero trecentocinquantatré.

Angelica sorella di vendetta non repressa
si scosta va alla porta e freme di minaccia:
pronostica fibrosi polmonari e una psicosi
(se solo il pianto non facesse suono alcuno
e il fulmine cadesse in questo mio digiuno)
fumo di distanza e di paura quanto basta
in me che sono un angelo mozzato fresco
e mezzo decaduto, son tenuto in piedi dalla
vecchia farsa, dalla malavita, dall’alata biga
che mi porta a rimirar l’estetica, le statue
e tu bloccata immobile accanto al lavello
con una frase errata strattonata in gola
con il sapor di oppiacei sopra al giugulo,
che niente fai se non fissare il nulla, il vuoto
lasciando a me il reale, a me l’ignoto tuo
spiccare il salto, terminare del discorso:
sigaretta numero cinquecentotrentanove.

Un paio di lenzuola verde acido giace
inerme nel coriandolo di bianco madido
e sembra che si odano strillare erinni
nell’esercizio del succhiare di falangi e
falangette e ulne e radio e femorali OH
di gemiti nascosti tra i cuscini:

Nessuno!
Nessuno.
Nessuno.

Belva alla finestra, isterica sigaretta che
consumi in taciturno rimembrare i tuoi
rancori e gesta clericali interscambiabili
se c’è un segreto tacilo, se c’è un mistero
negalo, ricorda ancora la parola sacra
l’ora, se vero è che Vardaman è impazzito
lo dico e lo rinnego anch’io follia vado
mirando e tremo in tale pozza e fango
di disastri pregustati e deboli memorie
ma pure di terribili sgomenti  e storie
se
– negli occhi
– nelle dita
– nei capelli

trovo:

un filo d’oro di pulviscolo di luce d’ombra
di giornate mal trascorse a grufolare tra
automobili sfreccianti e ritrovate frasche
amare dove tu a spogliare me e sovente
accompagnare lingua e denti sulla pelle:
sigaretta numero ottocentoventisette;

pioggia sul parapetto e batteria di gocce
mentre riporti il ritmo dimenando il tempo
e bevi dal mio lago il succo di un rapporto
fedifrago, malato, sciorinami i tuoi versi
Dolly e dimmi come muovere i miei fianchi,
inarcami la schiena tutta sotto i seni e
fatti bestia e fatti agreste e sii ninfetta
belva alla finestra e isterica manolesta che
si insinua che mi insidia nella fitta ressa
del locale, della stazione centrale e musica
signori, musica di vecchi suonatori Jones
e campi incolti nella nebbia, e tu maggese mia
in attesa che io seme sia, io pianta tesa come
corda, come crina, come nuca ossuta china;

io seme sia

io pianta tesa

come

corda

come

crina

come

nuca ossuta china.

ILLUSTRAZIONE DI ANDY MCFLY

 

Tempo diversi sui monumenti

A un mese e mezzo da quella notte, scrivo qualche riga su Monumenti, perché credo sia utile fare il punto sull’operato, talvolta virtuoso, del collettivo Tempi diVersi. Nato come compagine di ventenni improvvisata e mutevole, ha posto l’accento sulla condivisione e l’ascolto della poesia; il gruppo, che comprende, tra gli altri, Tommaso Russi, Andrea Viecelli, Antonio Paciello e Francesco Carlucci, è stato capace di mettere in luce un aspetto poco conosciuto della nostra città.

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Il collettivo Tempi diVersi, nato come compagine di ventenni improvvisata e mutevole, ultimamente è stato capace di mettere in luce un aspetto poco conosciuto di Milano.

Non scriverò una cronaca della passeggiata – ci ha già pensato Luigi Cannillo sul Corriere, qui –, bensì un’associazione di pensieri; preferisco sottolineare il contatto con il mondo, prerogativa necessaria ad ogni scrittore per acquisire la sua materia prima, che nella kermesse di Monumenti è stata costantemente ricercata.
Ciò che secondo molti pareri ha ridotto l’impatto e la rilevanza della poesia nel sentire comune sono l’autoreferenzialità e l’isolamento del poeta. I versi di per sé non significano nulla; certo, si può parlare del proprio personalissimo sentire o dolore o visione del mondo, ma occorre anche che questi lascino qualcosa al lettore perché poi vengano riconosciuti e tutelati.

Ciò che secondo molti pareri ha ridotto l’impatto e la rilevanza della poesia nel sentire comune sono l’auto-referenzialità e l’isolamento del poeta.

Il collettivo Tempi DiVersi ha raccontato la mutazione di Milano nel corso del proprio tempo attraverso la passeggiata di Cabine in via d’estinzione (2015) – concentrandosi sull’abbandono di una modalità di comunicazione vissuta da tutti e presto sostituita da un’altra più interconnessa –, seguita da Il sole sorge anche a Milano e Stati d’animo (2016), incentrate invece sul rapporto con la città, fino all’eterno limbo dei ventenni narrato in L’amaro miele della giovinezza (2017), prendendo spunto dai versi di Gesualdo Bufalino. Il tutto con uno sguardo generazionale, saldo al terreno e astratto come le nuvole, calpestando le vie della metropoli lombarda.

Di questi giochi rimane pochissimo, il ricordo di chi vi ha partecipato, forse, ma sono pur sempre semi gettati che speriamo qualcuno raccolga in ogni città, perché ogni città è muta, quindi distante. I monumenti dovrebbero esserne i portavoce; abbiamo provato a farli parlare con poeti, attori e scrittori dai venti ai sessant’anni. Raccontarvi com’è andata annoierebbe per primo me, quindi non lo farò. Chi c’era sa il clima che si è creato, la sensazione di abitare uno spazio pulsante e vivo ma invisibile e cieco, come un bimbo nel grembo materno.

L’invito è di replicare Monumenti in ogni città, perché ogni città è muta, quindi distante.

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Lo scrittore Marco Philopat in un momento della manifestazione

Scrivo queste righe al tavolino di un monumento di quest’epoca; sono seduto a un McDonald croato senza aver consumato neanche una patatina, spero non mi caccino prima della fine della pagina. È la notte di Halloween, i ragazzini zagrebelesky sono travestiti e bevono per forza dai beveroni, prendono l’autobus verso feste che non vedrò. Ho comprato una penna e una vodka da pochi centilitri per undici kune, un euro e mezzo. È bello essere nessuno. Forse pensano sia zagrebese anch’io. Io quando vedo qualcuno scrivere lo interrompo e gli chiedo come sporca quel foglio, è una curiosità più forte di me. Nessuno mi si avvicina, però. Quattro ragazze addentano i loro cheeseburger, probabilmente parlano di niente. Come tutti. Anche io mi do arie da scrittore senza scrivere nulla di significativo.
La vodka è a metà. Le ragazze hanno finito i cheeseburger. L’ennesima cicca mi brucia le dita. Se qualcuno si avvicinasse a chiedermi cosa scrivo direi: la vita. Irrilevante come queste pagine sporche e come solo i monumenti, apparentemente, sanno essere.

Fotografie di Morgane Quere
Grafica di Isabella Cortese

 

Come il giovane Luperio

Come il giovane Luperio
biondo germanico tarchiato

amico d’infanzia

amico mio

che ricordava
con orgogliosa nostalgia
il tedio di settembre
la nostra prima vecchiaia
davanti a un televisore

come Psyche
compagna di banco
che studia lingue
e rivede me
fuori dalla provincia
 “fin troppo magro”
e aspetta gli appelli di giugno

tornava dall’Albania
muscolosissimo fra i marines
ritrovato spento e spo(s)sato
Licinio che protegge
le ville dei ricchi
“…almeno uno che ha fatto carriera!”

Ai Sicardi è avanzata con successo
in Bangladesh e sporchi dintorni
l’azienda di famiglia
e adesso nel lusso
digrignati, nel collasso del lusso
ridacchiano sbevazzanti
in una casa meritata
sotto lo sguardo padrone
imprenditorialmente ricco
vedere dalla loro suite imperiale
i passanti  calpestati
in blocchi ceramicizzati
laccati di marmo
con il futuro in vendita,
e chi gli urla contro?

Noi c’avremmo provato,

forse

ma poi
con uno sguardo lontano
sbircia fra i suoi sogni
ancora narcotizzati
Ftide pacata

eccoti!

magra brancolante
sta bene così
distopica e
migrante nell’urbe
nella sua casa palatina
attraccano
fattorini e postini
immediatamente disarmati
nel pomerio allargato
oltre le mura
intacca in
sempre nuove
impressioni;
lei Ftide che vive
con il telefono zeppo
di chiamate
le stesse vecchie
di trent’anni sebbene pochi
pochissimi
in questi rugosi tempi
siano rimasti davvero
così vecchi
da risponderti
sempre

(eccomi)

Opera di Carol Rama