La gaia versione kafkiana di Gregor Samsa

Era il 1971, due anni dopo la rivolta di Stonewall, quando a Torino veniva fondato, da Angelo Pezzana, il FUORI! – Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano (l’acronimo dell’associazione è un chiaro riferimento al francese FHAR – Front homosexuel d’action revolutionnaire), associazione pioniera nella lotta per i diritti delle persone LGBTQI+. Era la prima volta in cui, sempre in Italia, a parlare degli omosessuali e agli omosessuali erano gli omosessuali stessi. Pochi anni dopo, precisamente nel ’77, Mario Mieli, attivista tra i soci fondatori del FUORI!, pubblicava con Einaudi il suo Elementi di critica omosessuale, un libro rivoluzionario che divenne presto una sorta di bibbia per tutti i militanti dei collettivi che, dalla creazione del Fronte Unitario Omosessuale in poi, nacquero a macchia di leopardo.

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Sono passati quasi cinquant’anni da allora e questa lotta volta alla conquista di diritti umani basilari e inalienabili ha ancora bisogno di solidali. È anzi più che mai attuale, questa guerra senz’armi: basti pensare al recentissimo, fortunatamente fallito, referendum tenutosi in Romania per la modifica della Costituzione, nei punti in cui essa rende lecito il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Da ormai parecchi anni porto avanti questa battaglia per l’uguaglianza insieme al collettivo universitario di cui faccio parte, Identità Unite, e ad altre realtà nazionali e non. Ho partecipato a molte delle azioni politiche e a quasi tutte le iniziative intraprese, direttamente o indirettamente, ma standomene dietro le quinte, perennemente in trincea per paura di apparire su un qualche giornale o chissà, che qualcuno dei presenti mi riconoscesse. «Non sono dichiarata», dicevo per giustificarmi. Faccio parte di quel gruppo di persone vittime di quella che Mieli chiamò falsa colpae in maniera del tutto incoerente con quelle che sono le mie idee e il mio operato politico, ho vissuto fino ad oggi, sempre per dirlo con le sue parole, “schiava del sentimento di colpevolezza indotto dalla persecuzione sociale”.

«Non sono dichiarata», dicevo per giustificarmi. Faccio parte di quel gruppo di persone vittime di quella che Mieli chiamò falsa colpa”.

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Durante un’edizione di Here, mostra collettiva d’arte contemporanea che ogni anno ha luogo negli spazi della Cavallerizza, storica occupazione torinese, ricordo di essere rimasta a lungo in preda a una strana sensazione di smarrimento dopo aver visitato una delle installazioni artistiche. L’opera consisteva in una stanza al cui interno erano collocate, negli angoli superiori, delle telecamere. Le telecamere puntavano in ogni punto della stanza ed erano connesse a un televisore, sul quale apparivano le registrazioni. Io ero in piedi, immobile, esattamente al centro della stanza. In teoria, le immagini video trasmesse dallo schermo avrebbero dovuto mandare in onda anche la mia storta figura, ma io non apparivo. Le telecamere continuavano a riprendere una stanza perfettamente vuota. Il titolo dell’installazione parlava chiaro: “You don’t exist”.

L’opera consisteva in una stanza al cui interno erano collocate, negli angoli superiori, delle telecamere. Il titolo dell’installazione parlava chiaro: “You don’t exist”.

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Giunta al capolinea la mia ultima relazione, mi sono ritrovata a rovistare maniacalmente nella memoria del telefono, alla ricerca dei frammenti rimasti dalla bomba esplosa, ricordi che potessero dare dignità a una storia che, per quanto importantissima, avevo permesso rimanesse nell’ombra.
Sono così riemersi dal rullino i viaggi clandestini, le cene con gli amici inesistenti, i letti in cui non ho mai dormito, le persone che non ho frequentato, i baci che mai e poi mai avrei immaginato di dare, le mani che non ho assolutamente stretto. Nulla, degli scatti che mi scorrevano sotto i polpastrelli, era mai esistito davvero per il mondo; ed ecco emergere, in tutto quel cercare, la radice dello smarrimento: lo stesso che tanto mi aveva abbattuta in quella stanza videosorvegliata. Non vi era nulla di illecito o vergognoso in quelle fotografie, anzi; spesso ritraevano momenti di gioia e quotidiana abitudine, nemmeno troppo distante da quella della società eteronormata. Eppure avevo censurato, in maniera certosina, ogni nome, ogni volto, ogni occasione.

Nulla, degli scatti che mi scorrevano sotto i polpastrelli, era mai esistito davvero per il mondo; ed ecco emergere, in tutto quel cercare, la radice dello smarrimento: lo stesso che tanto mi aveva abbattuta in quella stanza videosorvegliata.

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Harvey Milk affermava convintamente che every gay person must come out; io l’accettavo, ma non lo capivo. Pensavo fosse facile dirlo nel caso in cui non si fosse avuto niente da perdere e che certo sarebbe stato bello poterlo fare, poter vivere una sola vita anziché due menzognere e prive d’orizzonte, ma la paura del dopo e il senso di colpa erano troppo forti. Avevo la sensazione che da qualche parte stessi compiendo qualcosa di sbagliato, una marachella da nascondere ai familiari per non deluderli o ferirli. Poi una volta, durante una conversazione accesa con la persona che amavo, uno schiaffo verbale ha percorso le infinite distanze del sistema solare e, acquisendo velocità ultrastellari, mi ha raggiunta in pieno volto: «Con tutte le tue battaglie contro i giganti non hai cambiato nulla finora, se continui a comportarti da blatta».

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Fino a quel momento, persisteva in me la convinzione che il mio operato clandestino da attivista queer potesse in qualche modo compensare la comoda scelta di non affrontare il coming out e tutte le rotture di scatole, perché – diciamocelo – quelle arrivano in omaggio, che ne conseguono. Andavo nelle scuole a disegnare torte sulle lavagne per spiegare agli adolescenti la complessità della sfera sessuale di ogni individuo, ma ignoravo il fatto che mio padre potesse ancora pensare che l’omosessualità coincidesse automaticamente con la transessualità. Non stavo costruendo niente. Da gaia versione kafkiana di Gregor Samsa, me ne stavo chiusa nell’armadio ad alienarmi e crogiolarmi con la scusa dell’incomunicabilità.

Non stavo costruendo niente. Da gaia versione kafkiana di Gregor Samsa, me ne stavo chiusa nell’armadio ad alienarmi e crogiolarmi con la scusa dell’incomunicabilità.

Arriva però, prima o poi, il giorno in cui le parole di Milk si fanno più comprensibili. Si capisce improvvisamente, come un’epifania dublinese, che finché non ci si impossessa della propria esistenza e della propria identità, finché non ci si afferma a prescindere da ogni legame materiale o esterno alla propria persona, fino a quel preciso istante, fino a quel momento non si ha nulla da perdere e non il contrario.
Ciò che si è costruito prima di questo mettersi a nudo, nel caso in cui sia vero, rimane intatto o si rafforza. Il resto, quel che andrà via, è soltanto un riflesso distorto del mondo libero in cui tutti noi, ciascuno col proprio ritmo e il proprio bagaglio, abbiamo il diritto di danzare.
Allora sì, è possibile parlare di pride, di quel bellissimo e nobile sentimento che è l’orgoglio per ciò che nella propria enorme individualità si è riusciti a essere e solo così si comincia a esistere. Allora sì, è possibile abbattere i muri dell’ignoranza e del pregiudizio, diventa impresa fattibile educare, attraverso la conoscenza diretta le persone a noi più prossime, e apportare un progresso concreto alla società umana.
L’11 ottobre del 1988, negli Stati Uniti, durante il workshop The Experience and National Gay Rights Advocates, Robert Eichberg e Jean O’Leary, lanciarono l’idea di istituire una giornata dedicata al coming out, abbreviazione della più completa espressione coming out of the closet”, vale a dire “uscire dall’armadio”, inteso in generale come nascondiglio. Presto la ricorrenza si diffuse a livello internazionale e nel ’93 il suo ideatore Eichberg si espresse in merito: «Molte persone pensano di non conoscere nessun gay o nessuna lesbica, ma in realtà tutti ne conoscono almeno uno/a. È un imperativo morale che noi veniamo allo scoperto e lasciamo che le persone sappiano chi siamo, distruggendo paure e stereotipi».
Oggi, 11 ottobre 2018, ho scelto non a caso di seguire i consigli di Mieli, di Milk o di Eichberg con questa sorta di reportage dall’armadio, qui su Neutopia, blog dedicato all’arte e alla letteratura.
Una delle cose che ho più sofferto, nell’armadio, è stato il dover applicare la censura anche ai testi che mi ritrovavo a scrivere. C’è chi dice che non spetti alla letteratura fare politica o provare a cambiare le carte in tavola. Ritengo comunque che vi sia nella parola un potere smisurato; penso ad alcuni scrittori, anche solo a Tondelli, e mi chiedo se col loro coraggio autoriale non abbiano effettivamente smosso qualcosa nella vita di chi si sia trovato a leggerli. Mi piace pensare che sia così, che un linguaggio onesto possa compiere rivoluzioni. Non occorre partorire capolavori del calibro di Altri libertini, per farlo: basterebbe iniziare con piccole mosse. Per esempio? Io giuro solennemente di non cambiare più il sesso agli aggettivi, ai pronomi e agli articoli.

Glitch dell’autrice

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