Il trofeo

Occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti
subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.
— Gabriele di Fronzo, Il grande animale

Stavo seduto su una panchina al parco a leggere il mio libro settimanale. Vengo qui tutte le domeniche pomeriggio. Ero quasi arrivato a metà frase, quando un anziano signore in completo grigio a scacchi mi afferrò la mano.
«Piacere» disse, prendendo posto. «Guarda un po’» e tirò fuori dalla busta di plastica che aveva con sé la testa di un ratto, nera come la pece. Aveva occhietti rossi come biglie scintillanti, il pelo ad aculei ritto dietro la testa e orecchie scorticate grandi come piattini da caffè. Un paio di persone che facevano jogging lì attorno inorridirono alla vista di quella cosa sconosciuta.
«È così piena di vita!» dissi, a voce alta.
Il signore intervenne: «Dici bene, ragazzo! Questa è un’opera d’arte, imitazione della natura, più vera del vero perché filtrata dalla fantasia dell’artista che valica il reale con la bellezza».
«Ma chi è lei?»
«Mi chiamo Piero Manzoni e sono un tassidermista e un imbalsamatore.»
Mi riferì che la bestia doveva essere consegnata a casa di un cliente. Mi raccontò che da qualche tempo il signor Barrano e signora, sentivano dei rumori provenire dalla cantina e spesso avevano ritrovato dei brandelli di tessuto bianco rosicchiati, che appartenevano all’abito da sposa della signora. Un giorno il signor Barrano, determinato a svelare l’origine di quei rumori, prese una fionda e un bastone, e insieme al suo amico Chio si addentrò in cantina. Appena accesero la luce videro un’ombra dietro una pila di vecchi giornali. I due amici si avvicinarono di soppiatto, e quella macchia nera schizzò dietro un cumulo di scatoloni raggrinziti. Il signor Barrano diede un calcio alla pila di giornali, pensando così di far sbucare la creatura, ma nulla. Poi, il suo amico indicò una punta rosea che pareva un ditale sbucare da un ripiano dello scaffale, tra una conserva di pesche e un vasetto di marmellata di amarene, la preferita della signora Barrano.

Appena accesero la luce videro un’ombra dietro una pila di vecchi giornali. I due amici si avvicinarono di soppiatto, e quella macchia nera schizzò dietro un cumulo di scatoloni raggrinziti.

L’animale, come se avesse sentito il peso dei due uomini sulla punta della coda, scattò su due zampe e con un balzo affondò i suoi gialli incisivi nella carne di Chio, che lanciò un urlo disperato mentre tentava di strapparsi dal petto quella bestia ripugnante. L’urlo lasciò attonito il signor Barrano, ma non scosse minimamente l’essere mostruoso, che continuò a mordere e squittire. In un attimo, il signor Barrano ritornò in sé e afferrò il bastone caduto all’amico. Lo brandì saldamente e provò a colpire quell’ammasso di peli neri, ma le uniche cose che riuscì a centrare furono il polso e le tre dita dell’amico, che si ruppero sul colpo.
Un secondo urlo spaccò l’aria umida della cantina: «Mi hai rotto la mano!», gridò Chio, mentre tentava di liberarsi dalle fauci del mostro, invano. Le mascelle del roditore lo stringevano in una morsa sempre più atroce, e le zampette acuminate gli infliggevano tremende ferite grattandogli via la camicia intrisa di sangue.
«Buttati a terra e rotola!», esordì il signor Barrano, come se avesse avuto l’idea più sorprendente di tutta la sua vita.
L’amico si lanciò a terra e rotolò come un disperato che ha preso fuoco, ma servì a ben poco. La pelle di Chio continuava a sputare sangue, che si allargava per terra in una pozza rossa. Il roditore non mollava, addentava e artigliava. Allora il signor Barrano provò a tirare su l’amico, ma cadde in quella piscinetta rubino. Ancora a terra, il signor Barrano fu preso da un atavico ricordo primordiale e caricò la sua fionda con una pallottola d’acciaio.
Se sbaglio la mira e lo prendo alla testa morirà!, pensò, esitando. Ma devo farlo, non c’è altra soluzione. «Muori, bestiaccia!»
Il topo, come se avesse potuto intendere l’offesa, piegò leggermente il collo verso il signor Barrano e in quell’istante la pallottola gli trapassò il cranio con uno sbuffo di pelliccia e uno spruzzo di sangue. La bestia senza vita aprì le fauci e consumò il suo estremo rantolo, annaspando in quel lago di sangue umano. Istintivamente il signor Barrano diede un calcio all’orrenda creatura e poi si chinò sull’amico.
«Chio, è morto! L’ho ucciso! Ora ti porto all’ospedale.»

L’urlo lasciò attonito il signor Barrano, ma non scosse minimamente l’essere mostruoso, che continuò a mordere e squittire.

Il signor Barrano avvolse il ratto in una busta di plastica e andò al laboratorio del signor Manzoni, che non si tirò indietro e accettò entusiasta l’incarico. Contro il volere della signora Barrano, contro il rispetto per amici e parenti e contro il generale senso del buon gusto, il signor Barrano avrebbe esposto tra le mura di casa il cadavere di quel rifiuto di fogna, perché con questo trofeo avrebbe imbalsamato il proprio coraggio e la propria destrezza per i posteri, oltre a provare agli increduli le titaniche dimensioni del roditore.
«Vi giuro, era poco più grande di quei levrieri che corrono al cinodromo. Aveva denti gialli e ricurvi lunghi come queste matite», raccontava il signor Barrano infilandosi due matite sotto il labbro. «Il muso sfregiato e appuntito, lungo come una baionetta e zampe enormi con artigli uncinati, davvero! E una coda, non scherzo, grossa come un quotidiano arrotolato».
Ben si capisce come le persone si mostrassero riluttanti riguardo a quelle spropositate misure. Nessuno potrebbe realmente credere che esista davvero un ratto di tali dimensioni. Come poteva essere così grande? Eppure questo è quanto mi riferì il signor Manzoni, esattamente come ve l’ho riferita io.
Alla fine il signor Manzoni, con i suoi modi privi di qualsiasi cerimonia, esordì: «Allora, vuoi accompagnarmi dal signor Barrano a consegnargli il suo trofeo?»
Non saprò mai perché, ma accettai. Bussammo e la signora Barrano venne ad aprirci. Era una donna bassina e un po’ in carne, ma comunque di bell’aspetto. Subito alle sue spalle si materializzò il signor Barrano.
«Prego, accomodatevi signor Manzoni. Immagino che in quella busta scura ci sia la mia preda», il signor Barrano sorrise e i suoi occhi furono attraversati da un luccichio di vera gioia. «Ma chi è questo giovanotto?»
«Sono…».
«Caro, non mi presenti ai signori?», disse la moglie.
«Perdonate il suo temperamento», disse, sottovoce. Poi, più sostenuto: «Questa è mia moglie Lucia. Lucia, ti presento il signor Manzoni e…»
«Piacere mio. Il ragazzo è il mio nuovo apprendista», disse il signor Manzoni. Io acconsentii senza scompormi e lui mi sorrise fiero.
La signora Barrano c’invitò a bere una tazza di caffè e ci accomodammo in salotto. Io e il signor Manzoni ci sedemmo sul sofà, il signor Barrano in poltrona e sua moglie gli stava accanto, seduta sul bracciolo.
«Cara, a che punto è il caffè? Perché non vai a vedere?»
La signora ubbidì e si recò subito in cucina e il signor Barrano scattò in piedi.
«Allora, io pensavo di metterlo proprio qui, sul caminetto, sotto la mia licenza di pilota di linea. Sì, perché io sono un pilota!» disse, dandosi un certo tono, mentre con un dito pulì una macchiolina sul vetro della cornice.
«È pronto, arrivo subito!», disse la signora dalla cucina.
Immediatamente il signor Barrano balzò sulla sua poltrona e richiuse la busta. La signora giunse in salotto e servì per primi me e il signor Manzoni. Sorbimmo il nostro caffè lentamente, a differenza del signor Barrano che lo bevve tutto d’un fiato. La sua tazzina incominciò a tintinnare sul piattino e d’improvviso si alzò e disse impaziente:
«Allora cara, non sei curiosa di vedere la bestia?»
Immaginai quella stessa frase ripetuta tra le lenzuola, e l’immagine di quel sesso rugoso mi attraversò il cervello come un chiodo.
«Mi è venuta un’idea, cara. Sentiamo se ti piace. Signor Manzoni, posizioni lei la preda. La metta sul caminetto. Chiudiamo tutti gli occhi e riapriamoli solo quando sarà al suo posto! Che ne dici, cara? Starà benissimo, vedrai.»
Il signor Barrano, inequivocabilmente esagitato, si sfregava le mani e sudava. Puntò la moglie con occhi di bambino. La signora non poté fare altrimenti e gli rispose con un tenero sorriso materno. Di certo, la signora Barrano non agognava avere quello scherzo di natura sul caminetto. Trovarselo in mezzo al salotto, proprio accanto alla foto del nipotino, poi. Da quel momento il grugno del roditore imbalsamato si sarebbe riflesso su quel faccino paffuto, quella coda avrebbe tagliato in due la sua foto da ragazza e quelle zampe avrebbero artigliato quella serie di statuine di gattini vinte alla tombola di Natale del ‘73.
Non dimenticherò mai il pelo duro di quella cosa che striscia sulla busta di plastica. Rumore di gessetti che graffiano sulla lavagna. Poi, il tamburellare della mano del signor Barrano sul bracciolo. Aveva le dita al galoppo. La sua bocca si piegò in un fanciullesco sorriso, come quello di un bimbo che scarta il suo regalo di compleanno.
«Ta-dan!» esclamò il signor Manzoni.
Riaprii gli occhi e osservai per intero quel mutante, di cui prima avevo visto solo la testa. Era un animale dai tratti preistorici, col pelo incatramato. Sembrava provenire da un incubo e metteva una paura ancestrale. Anche gli amanti dell’orrido avrebbero sofferto alla vista di quell’obbrobrio. Il signor Barrano fece un gridolino acuto. Aveva gli occhi iniettati di sangue come se, osservando quella cosa, stesse rivivendo le fasi dello scontro consumato in cantina. Lo sguardo del signor Manzoni, come un pallina da ping-pong, saltava dalla sua Opera d’Arte al signor Barrano, mentre questi aveva occhi solo per la belva. Occhi fissi ed estasiati.

Il signor Barrano fece un gridolino acuto. Aveva gli occhi iniettati di sangue come se, osservando quella cosa, stesse rivivendo le fasi dello scontro consumato in cantina.

Spezzai il silenzio schiarendomi la gola. Poi il signor Barrano esclamò: «Sembra vero! È più bello di come lo ricordavo. Una creatura davvero maestosa. Vero, cara?»
La signora Barrano ci mise un po’ a rispondere.
«Beh, è molto grande caro», disse imbambolata, mentre fissava il luccichio perverso negli occhi del marito. «Ma immagino sarà un ottimo spunto di conversazione», proseguì a denti stretti e con un certo rammarico.

I coniugi Barrano si separarono poco dopo l’arrivo in casa di quell’incubo, lo venni a sapere dallo stesso signor Manzoni. Una notte, mentre andava in cucina per bere, la signora aveva visto quella bestia muoversi e sosteneva fosse ancora viva. Il signor Barrano morì poco dopo, non per la disperazione causata dal divorzio, no, lui oramai viveva per quel ratto, lo venerava. Il signor Barrano perse la vita a bordo del volo AZ 5711, inspiegabilmente caduto subito dopo il decollo. Di lui oggi resta solo quell’incubo preistorico.

Immagine di Rob Stohard

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