Dispnea*

Da quanto tempo è che non respiro

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Scorre veloce il mercato occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
svolazzano fogli di via verso dove
il verso arriva, prega, il verso latra
nella latrina alla turca occupata
Occupato! Occupato! Occupato!
: TU – TU – TU- TU – TU – TU
risponde la segreteria telefonica;
e tele-fonografo tutte le grazie
se, graziosa, sotto la cassa sgrazi
illumini gli screzi, le pareti, gli anfratti
aspiri la vita, lo sballo, risucchi

[ e succhi

la pioggia da sparo, esplosiva
al mercato coperto di via Fioravanti
a Bologna, che è un bolo di pianti
piange la pista, la tasca, la cassa
NO MONEY: due rose, tre rose
le cose, le case su ruote, le scuse
a serraserrande e sirenenenenene
scavalcheremo la rete,

[ Bologna:

È un bolo di pianti, di mancati santi
spinosi alla gola, processi enzimatici
amilasi – ah, mi lasci? Mi lasci; Blurp.
Radio Alice è una campagna ecologica
per la sospensione di ogni forma
di trasmissione del sapere, Radio Alice
“è una battaglia persa per i porci”

(cit. 100,6 Mhz).

Per ogni tre kili di cibo fai un kilo di carne
e la tagli, la metti a bollire nel sugo; Blurp.
E carne, carne e rossa carne e carne rossa
di partigiano, per ogni tre kili di piombo
fai un kilo di guerra e per ogni kiletto
di sessantottino fai eserciti anarchici
smilzi di uni-versitari verso dove
il verso arriva, prega, il verso strappa
la carta dal cielo del teatro e la mangia.

*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:
*sospiro : “ah”:

Da quanto tempo è che non respiro;
e il corpo è l’ennesimo buco occupato
a serra-serrande e sirenenenenene
e il foglio è l’ennesimo bianco pisciato
a serrare-le-cosce e l’imenenenenene
e il corpo è l’ennesimo buco bucato
a serra-paure e chimerenerenere

Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
Da quanto tempo è che non respiro;
è un bolo di pianti, da quanto tempo
al tempo in cui il tempo non c’è tempo
(Occupato! Occupato! Occupato!)
e ci vuol tempo per il tempo e quanto
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
quanto tempo è che non respiro,
da quanto tempo è che non respiro;

 

Immagine di Sammy Slabbinck

*dispnèa = s. f. [dal lat. tardo dyspnoea, gr. δύσπνοια]. – In medicina, difficoltà, permanente o occasionale, della respirazione, dovuta ad ostacoli alla circolazione dell’aria nelle vie respiratorie, a malattie dell’apparato circolatorio, a cause di origine nervosa o stati tossinfettivi.

Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

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Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

Svendita totale

Annuncio svendita totale
per totale fallimento

VENDESI: Mutande per mutanti
e criptoporni balenanti
__________________

(Ricordi la sera all’Hotel Politecnico
Ricordi la sera Hall Hotel Politecnico 
Ricordi la sera all’Hotel Politecnico?)
– Era pomeriggio. E sollazzavano
i tramvieri in sciopero sbronzi
sulle rotaie del sedici al tramonto,
morte, ti raccontavo fanfole di Maraini
Oh Verdina,  tu t’ appellavi al sacrosanto
vezzo, al cristonato fumo di minore
eccome se rampavi sulle rampe da cavalla
eccome avevi gambe da puledra,

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti
non v’è rimasta traccia.

(Ti odio nel brulicare di immagini
e mi proclamo regina degli apatici);

VENDESI         Le tue trecce recise
AL                    i tuoi occhi già spenti
BAZAR             cristiani non praticanti
DEGLI              e mercanti d’arte sacrileghi
ASTANTI:        ______________________

No, non lo posso patire, il rumore
di porte chiudentisi e l’odore
dei freni sfregantisi, non mi frega
di questo avanzare, a me importa
IL TEMPO DEL PISTONE:
2500 giri/min e viti senza fine
in retro-avanti marc’! Via col gas.
Il futuro non è mai stato così demodé,
se ci pensi in memorie al contrario,
il passato si è fatto visione e Cassandra
finalmente azzeccava le cose da dire
ad un Giano bifronte il cui mezzo è la fine
e il cui intero è perfetta illusione.

VENDESI: Sanguinacci di fate
le sue calze velate
pelli d’alpaca
e tenerissimi suricate
_________________

Se arrivasse poi un giorno un cliente
a comprare le mie controfferte,
le mie ciarle divelte senza vere radici
gliele regalerei, direi – Prendile pure
fatti un sandwich di trecce e mutande
ma, ti prego, poi non riportarmele.
Al best Quality Hotel, Oh Verdina
tu mi aprivi le gambe felina,
e volavano schiaffi, voleranno domani
nelle nostre violenze trovavamo le mani
ed ho scelto di venderti, di rinnegarti
per non centellinare gli istanti,
per non perderti un giorno
nel crampo da vecchio
lascia solo la foto all’hotel Politecnico
in cui non apparivi e non c’eri, riempivi.

[Adios, Addio,  A Dio.

Io non ricordo più niente:
Del segno che lasciasti.
non v’è rimasta traccia.

ANNUNCIO SVENDITA TOTALE
PER TOTALE FALLIMENTO
_________________________

(ho dovuto nasconderti dentro una scatola
per non farti  trovare all’esattore di palle
dell’ufficio dei pre-sentimenti molesti)

I totalitarismi e i totani riuniti tremano
sulle mie furibonde cosce da vichinga
abbaio, abbaio, abbaio, abbaio, abbaio
e non mi abbagliano più i falsi fari,
le torce degli sbirri, le sberle di mamma e papà:
sono grande ormai, non mi prendono più.
Abbasso le serrande, spalanco le gambe
ti offro il mio ventre negozio vacante
scopami tu, mondo ladro e bastardo, ti amo!
Omosessualmente parlando io ti adoro,
non chiedermi il senso, il profondo:

Adios
Addio
A Dio

 

Collage di Sammy Slabbinck

Opporre Opposizione

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio per l’operazione visiva di Elisa Camurati, Chiara De Cillis, Davide Galipò, Enrica Merlo, Renata Bolognesi, per lo spazio di Cecilia Gattullo e Piera Romeo.

La fotografia ci obbliga a riprenderci, per riconoscerci, anche se ritagliata da un giornale, per quotidiana opposizione allo scorrimento logico, imposto necessario, in comoda abitudine: così ci lega al nostro io, cauta libertà. Di noi rimane appena, tuttavia, il ritratto sbiadito, mal incorniciato, in sospensione lenta, temporale. Ammaccati, siamo costretti a disfarci delle figure, a stare fermi, in precarietà, a rimuginare.

La ricerca intellettuale per l’estetica novità ci acceca di fronte all’intrinseca bellezza, quale atto di viltà: creatività, sentimento, verità? Occorre scegliere una via e raccogliere la forza. Poi, colmi di energie, potremo dire. L’autore e il lettore sono ormai legati da un’incomprensione giocosa, che non dà vertigine soltanto se ci si lascia abbandonare: ciò che ci legge e ci scrive è il tassello mancante: la pura sostanza, la preziosa inanità.

Una musica soddisfa un’esigenza, talvolta. E il desiderio genera i sogni, le azioni e i bisogni, necessità dipendenza. Per questo, è nato lo spartito, in quanto spirito segnico, senso grafico verso esecuzione, quasi alchemica trasformazione in progresso e a ritroso. Limite verbale, infine, per germogliazione di capacità, talento, irraggiungibile perfezione.

La produzione di significato ci fa capire che la scelta è una scheggia di mina utile a ferire ed uccidere altri dai caduti sul campo. Fuori da noi, la battaglia è un prato di erica. Si ride così –  lo slancio rinnovano – di guerra come di un fiore, tra gli steli delle parole, sostegno dei petali: capriole sul prato.

Il potere delle coincidenze risulta e risalta dall’isteria collettiva che, volenti, rispecchiamo e, nolenti, riassorbiamo e rigettiamo. Cammineremmo a testa in giù, sul soffitto della rimessa in cui viviamo, pur di guarire dalla malattia. E l’indomani sapremmo ripartire con un misto di sorpresa e di terrore. I poeti sono spaventati, provando un tale movimento sussultorio. Scrollati dai ponti delle idee, affacciati alle balaustre del terremoto. Tenendo duro, restano, nella peggiore delle ipotesi, in quanto tramiti della tensione, i fili che depositano al sicuro la corrente: crasi minima evidente.

Un giorno la produzione supererà di gran lunga ogni necessità e l’uomo ne avrà abbastanza: s’accorgerà della vita, che lui stesso aveva scordato quando l’incubo del lavoro l’aveva soggiogato, assuefatto. Allora, l’arte sarà esistenza e niente di più – fare, disfare per nascere, crescere, amare, morire.

Le curve son lunghe. La Storia è una strada? Portiamo con noi una manciata d’immagini, originali, stampate, copiate, dattiloscritte, tirate in illimitata probabilità. Spendiamole bene per l’ultima volta. Non piangiamo, abbracciamoci, ché tanto son rose: di tutti i colori.

 

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Fotografie di Filippo Braga

Il S. Gesù sta arrivando

Un mantra tappezza i muri di Torino

01

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Un ubriaco dichiara a voce alta di essere ubriaco. Domanda all’aria stantia del mezzo pubblico quale sia la linea in cui si trova. Il tram si ferma, lui scende poi risale: ha dimenticato un sacchetto di plastica blu, scende. Domanda all’aria pesante di Torino quale sia la fermata in cui si trova, risale.

02

Nessuno è illegale

Imbocchiamo Corso Tassoni: dalle bocche fuoriescono lingue straniere che si attorcigliano tra loro. Il breve tratto di sottopassaggio in discesa di Corso Regina Margherita è buio e freddo. Risaliamo nello smog che riscalda l’aria, come un tasso che risale dalla tana dopo un inverno di letargo. Proseguiamo, ad una fermata una ragazza con passeggino chiede aiuto ad un giovane per salire sul tram.

03

Scende l’ubriaco che ha dichiarato di essere ubriaco.
La ragazza con passeggino si siede e domanda quale sia la fermata di Corso Vittorio. Le risponde in italiano una ragazza che prima parlava spagnolo, forse ti riferisci a Piazza Adriano, s’intromette un altro e poi un altro ancora. Si apre un dibattito. Le domandano se deve andare a Palazzo di Giustizia. Risponde di no deve andare dal pediatra, ma questo ha cambiato indirizzo dello studio. Le loro voci si perdono.
Imbocchiamo prima una direzione, quindi Corso Vittorio, due vie poi Corso Massimo. Sulla sinistra il Parco del Valentino.
Fuori dal finestrino un insetto indefinito sfida la trazione del tram in movimento.

04

Giriamo in Via Valperga Caluso e ci lasciamo indietro Corso Massimo e i palazzi stile liberty divorati da piante rampicanti stile shabby. Una scolaresca delle elementari irrompe nella quiete finta e instabile del tram, e rompe il silenzio. Una maestra grassa zittisce ripetutamente i bambini. Risate e schiamazzi e voci si mescolano ai clacson, al ritmo della città.
Come uscita da un racconto di Murakami, una bambina prende posto a sedere senza spostare l’aria: non si muove, non parla, non sorride. La maestra grassa sgrida un bambino proibendogli di bere e mangiare. Continua a zittirli. La sua presenza è pesante quanto la sua massa corporea.

05

La vostra sicurezza uccide

Nel frattempo due bambini intrattengono un’anziana signora dell’altolocato quartiere Crocetta. Le dicono dove sono diretti e ci tengono a precisare che loro sono una scuola; è una signora cordiale e si presta volentieri all’ascolto.
Prendiamo la rincorsa e continuiamo lungo il tratto in salita che cambia nome e diventa Corso Sommelier. Il tram corre lento, arranca lungo il ponte. Lo scorcio colore ruggine della stazione Porta Nuova. Le linee dei binari si intrecciano tra loro, i fili tesi dell’alta tensione corrono paralleli, vagoni abbandonati.

06

Viva Spartaco

Sale una donna molto alta. Capelli lisci neri e fili argentati raccolti in una coda bassa. Una rara scala di grigi presente solo nelle confezioni di pastelli Caran d’Ache.
All’incrocio con Corso Re Umberto un semaforo sospeso blocca l’anarchia degli automobilisti. La scolaresca scende.

07

Liberi tutti/e

Siamo fermi, siamo in attesa di un segnale per ripartire: quattro, le auto bianche ferme al semaforo, tre, quelle grigie, due, le persone che stanno registrando un messaggio vocale all’interno dell’auto, tre, quelle che lo stanno scrivendo; uno, il pastore tedesco sul sedile posteriore.

Al civico n. 30 di Corso Luigi Einaudi, la donna molto alta scende.

08

Proseguiamo dritti e ci lasciamo indietro i palazzi settecenteschi e le nicchie dei balconi e le colonne greche e le torri. All’incrocio con Corso Mediterraneo, Corso Einaudi diventa Corso Peschiera. Hotel Politecnico Best Quality Hotel in maiuscolo colore rosso.

09

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Fotografie di Chiara De Cillis

Il coniglio del Miradouro de Santa Luzia

Dal Miradouro de Santa Luzia si ha a tratti l’impressione di guardare l’oceano, quando in realtà è soltanto un fiume.

 

In una casa minuscola al centro dell’Alfama, qualcosa di rosa e peloso spunta tra le ante di un armadio, ma nel disordine generale e nella sostanziale solitudine della stanza non infastidisce nessuno, se non dieci vestiti anonimi che per fargli spazio si trovano costretti a starsene in un angolino.
Non è altro che un abito da lavoro, ma ha la forma di un coniglio, un coniglio paffuto con un occhio diverso dall’altro; uno di colore azzurro vivo, in plastica, l’altro un semplice bottone che si mantiene a stento a un filo di cotone. Joana lo aveva trovato un sabato mattina alla Feira da Ladra, dopo un’abbondante colazione a base di pasteis. Aveva tra i denti pezzettini di sfoglia e sulla lingua il sapore della crema, eppure si sentiva ancora affamata, mentre girovagava tra venditori di cianfrusaglie e ladruncoli di spiccioli.
Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata. Si era trasferito dritto nel suo stomaco, un po’ come succede quando si incontra qualcuno che sa di essere destinato a cambiare le carte in tavola.

Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata.

Il rigattiere era incredulo nel constatare che davvero al mondo ci potessero essere acquirenti per robaccia del genere. Non si ricordava nemmeno più dove lo avesse recuperato, quel dannato costume che troppe volte era stato costretto a riportare nel furgone. Puzzava neanche fosse stato un animale vero, un pezzo di selvaggina andato a male, ma Joana con pazienza lo aveva lavato e profumato, sistemando il pelo e il contropelo e l’occhio che mancava. Era stato come una sorta di rituale di purificazione, sia per il coniglio che per lei stessa, che non ricordava più cosa significasse prendersi cura di qualcuno o qualcosa.
Una volta infilatasi all’interno del costume, si era avvicinata lentamente allo specchio. Teneva gli occhi chiusi, ogni tanto si divertiva a non vederci per qualche minuto, per poi riacquistare la vista all’improvviso e godere di quei secondi di meraviglia pura.
Era nata lo stesso giorno in cui pochi anni prima Teodomiro Leite de Vasconcelos aveva trasmesso su Radio Renascença “Grândola vila morena”, dando inizio, poco dopo la mezzanotte, alla rivoluzione. Un venticinque aprile qualunque che ora è il nome del grande ponte sospeso sul fiume Tago, un venticinque aprile iniziato con un canto.

Afferrando e tirando un orecchio, Joana spalanca le ante liberando dal mobile la sua austera divisa. La stanza è piccola, quasi da claustrofobia, ma a lei piace così, si sente protetta.
Da che se ne ricordi, ha sempre vissuto immersa in una morbida paura. Non si tratta di ansia o di ipocondria, è piuttosto una certezza: la certezza che qualunque cosa possa prima o poi accaderle. È una paura che difende, la sua, è la paura delle prede. Una cosa che adora del proprio mestiere è il fatto che il tragitto per arrivarci sia sempre differente o quasi, così esce di casa tenendo appiattite le orecchie con una mano, con l’altra chiude la porticina alle sue spalle, e decide se camminare o arrischiarsi a prendere uno di quei vecchi tram scricchiolanti che ancora a stento si ostinano ad arrampicarsi per le viuzze della città.
Le piace sorprendere i suoi clienti con quel costume tremendo, molti vedendola sull’uscio così conciata si spaventano, istintivamente provano a chiuderla fuori, ma molti di più sono attratti da quella assoluta e insensata bruttezza, perdendosi di fronte a quella impenetrabile provocazione. Una volta in intimità, Joana non abbandona subito il ruolo del coniglio sgraziato. Pensa che sia utile lasciare che il cliente si abitui a un concetto diverso di bellezza, convincerlo che tutto in fondo possa suscitare attrazione.
Ogni volta che un cliente finisce, Joana si accende una sigaretta e stendendosi sul letto, adagia una guancia sul petto dello sconosciuto. Quando il fumo brucia, lo guarda negli occhi e gli chiede di spiegarle, sbattendo le ciglia civettuola, cosa sia la saudade.
Chico Buarque aveva detto che era come mettere in ordine la camera del figlio morto, ma i figli non c’entravano niente.
I clienti il più delle volte non rispondevano, ma rimanevano come stizziti, si alzavano di scatto e raccoglievano i propri vestiti dal pavimento per ingannare il silenzio. Di tanto in tanto qualcuno azzardava una definizione, ma senza riuscire a convincerla:
«La saudade è un azulejo crepato su un muro altissimo».
Lei allora gli leccava l’orecchio con la punta della lingua e rideva di gusto, ma poi smetteva di colpo, chiedeva i soldi e scappava via lasciando che il cliente pensasse che fosse solo un’altra puttana triste con una bizzarra passione per i travestimenti.
La saudade sono tutti i tetti rossi di Lisbona, sono le case in cui non ha abitato quando avrebbe potuto, sono gli uomini che non ha sposato e le vite possibili che non ha avuto, sta nella scelta stessa di essere ciò che si è, nella vita dei giorni.

La saudade sono tutti i tetti rossi di Lisbona, sono le case in cui non ha abitato quando avrebbe potuto, sono gli uomini che non ha sposato e le vite possibili che non ha avuto, sta nella scelta stessa di essere ciò che si è, nella vita dei giorni.

Tornata a casa si spoglia e si accarezza un po’ i capezzoli fino a renderli turgidi, vorrebbe quasi succhiarseli se non le venisse difficile – amando se stessa prima ancora di qualsiasi altro suo prossimo. Lascia cadere le dita sui fianchi morbidi, poi apre un cassetto e prende delle lunghe bende. Riesce a fare tutto da sola: è passato quasi un secolo dalla prima volta in cui aveva provato a nascondersi nel completo gessato del padre. Tiene da parte un bicchierino con all’interno piccolissimi frammenti di capelli.
È convinta che un giorno morirà affogando nel suo stesso riflesso, mentre si ammira, ed è per questo che cerca di confondere lo specchio proponendogli sovente un’immagine diversa. Ha perso il conto dei riflessi che ha visto di sé, così che adesso è facile riconoscersi in ognuno di essi, senza cercarne il peso o la rilevanza nell’insieme, lasciando che vivano e respirino come un coro di voci differenti in cui è impossibile distinguere chi sia il tenore e chi il soprano.
Suo padre le raccontava sempre la storia di un Re solo. Tutti i sudditi del regno lo avevano abbandonato, così lui – per vincere la noia – mutava forma. La mattina si svegliava e ordinava la colazione, subito dopo diventava il domestico e se la serviva. Altre volte si trasformava nel nemico e si dichiarava guerra, combattendo con se stesso per ore e ore. Era una storia molto triste, quella del Re solo, così triste che si era chiesta perché mai suo padre gliela avesse raccontata. Le ritornava in mente di continuo, era un’ossessione. Il Re solo non poteva abbandonare il regno, aveva scritto l’autore, poiché se così avesse fatto, anche il regno avrebbe smesso di esistere.
Con una pinzetta afferra i ciuffetti di capelli dal bicchiere e se li incolla sul viso in maniera ordinata, prima le basette e poi i baffi, infoltisce appena le sopracciglia.

Nel ristorante in Rua dos Remedios c’è un uomo giovane, che ogni notte canta le canzoni di José Afonso; le canta come solo lui sa fare, dondolandosi appena aggrappato ad un filo invisibile. Canta del fatum, di quel destino di separazione e lontananza. Del resto nessuno è mai stato più lontano dal proprio destino di lui, lui che se ne è privato. Ha capelli neri cortissimi e un gran bel paio di occhiali, null’altro: non ha passato, non ha una terra, non ha una donna.
Un tempo ce n’era stata una che tutte le sere sedeva dinanzi al suo palco e lo fissava finché non si apriva di azzurro chiarissimo il cielo. All’alba in punto afferrava la borsetta, pagava il conto e tornava chissà dove stretta nel calore del cappotto e dell’aguardiente.  Che storia d’amore sarebbe potuta nascere, entrambi la immaginavano in privato, ma lui non esisteva davvero e pertanto lei un dì si era arresa e non aveva preso più posto al concerto. Non seppe mai il suo nome, nessuno lo volle sapere, la salutò con un garofano rosso.
Alla Revolução dos Cravos, le truppe governative opposero minima resistenza.

Dopo il grande terremoto del giorno di Ognissanti del 1755, l’oceano si era ritirato e aveva abbandonato i porti, per poi tornare con furia inaudita a colpire la costa con oltre quindici metri d’acqua. Si era salvata solo l’Alfama, oppure l’Alfama aveva salvato l’oceano. Tutt’ora sussiste un rapporto confuso tra la città e il mare che si stanzia sul fronte. Una guerra muta li unisce e gli abitanti non hanno una via di fuga: esistono, prigionieri del blu.
Dal Miradouro de Santa Luzia si ha a tratti l’impressione di guardare l’oceano, quando in realtà è soltanto il Tago, soltanto un fiume, un inganno.  La città si trasforma, è Joana, è un coniglio.
Di Lisbona non si sa se sia un re o una regina, ma non ha alcuna importanza spiegarlo, poiché in un regno così vuoto le tocca d’essere entrambi.
Un giovane cantante di fado passeggerà in piena notte, fumerà una sigaretta e toglierà i ganci alle bende. Guarderà un attimo l’ombra delle sue lunghe orecchie sulla strada e ci salterà sopra. L’indomani il giornale locale riporterà: “Trovata uccisa per terra l’anima della Saudade”.

 

Illustrazione di Lilia Miceli