Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo

Chiari sintomi e possibili rimedi

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Ci hanno insegnato a non temere il nulla che governa le nostre esistenze. La mancanza di senso tra una parola e quella successiva, il trauma della pagina bianca. Le parole ‘violenza’, ‘guerra’, ‘amore’, ancora prima di significare qualcosa, sono suoni articolati che nella nostra mente riproducono determinate immagini delle cose e delle sensazioni che abitano il mondo. Infatti, siamo alla costante ricerca dell’esatta correlazione semantica tra parola e sua immagine evocata.
C’è una generica tendenza, nell’immaginario occidentale contemporaneo, di totale pessimismo e conseguente conservatorismo che io trovo – oltre che limitante – di una spocchia francamente insopportabile: l’abitudine eurocentrica e tipicamente nostrana a considerare il mondo esterno come qualcosa di finito, sepolto, non più capace di suggerirci alcunché di sensibile e degno di nota. Continue reading “Contro il carattere estetizzante del realismo contemporaneo”

L’eroe

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare.

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono. – Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.
– Dobbiamo pregare – propose Quwymi. Soltanto lei non proveniva dall’Europa, però non aveva ancora voluto svelare la sua vera origine.
La temperatura aumentava. La Terra, nelle ultime settimane, si era avvicinata al Sole come mai prima, ravvivando la speranza che la realizzazione fosse imminente. Ormai il freddo esisteva solo nel ventre del pianeta e negli abissi marini.
– L’incenso di loto è bruciato – affermò Badìsi. – I nostri canti, senza un adeguato supporto, si romperanno in noi lacerandoci il respiro.
Quwymi spiegò che esisteva un’alternativa:
– Possiamo bruciare un loto diverso: quello che pulsa tra le nostre gambe. L’aquila accetterà l’offerta.
Miserpa e Badìsi si dissero d’accordo.
– Ebbene! – proruppe allora Quwymi – Che gli uomini ci incendino. Ogni angolo delle nostre membra sarà nobilitato dal fuoco della loro virilità.
Le tre donne s’inginocchiarono innanzi ai maschi, dacché era prescritto che la prima eiaculazione avvenisse nella bocca e per mezzo di essa. Quwymi, che era la sacerdotessa del coito, si dedicò a due uomini.
Dopo, le donne furono possedute. Le loro grida – limpide come squarci nel costato – si mescolavano all’ineffabile melodia della foresta. La vibrazione che scaturì parve giovare all’intero universo.
Miserpa, che aveva accolto il seme di Rtun’l, il custode dell’Urlo, si sedette su una roccia e si massaggiò le cosce. “Quanto è sacra questa vita che indosso?,” pensava. “Chi, se urlassi, guarderebbe i miei occhi?”.
Badìsi, che era stata con Tourgo, il detentore del Successo, cantò la Canzone dell’Enigma:

Dentro la Coppa scivola il pianto.
Tutto rinnego, anche il mio fuoco.

Dei cosmi che scorgo m’importa poco.
Non serve l’eroe, sgozza soltanto.

Del dio noi siamo il gioco.
Del dio noi siamo il vanto.

Quwymi, che si era concessa a Kyumte e a Swatn, condottieri del Sinistro Esercito, annunciò:
– Attenderemo che l’aquila ci parli. Se i nostri amplessi hanno placato la sua fame, allora ci sarà permesso agire.
– Sei sicura che l’aquila non ci abbia abbandonati? – domandò Rtun’l.
Quwymi lo guardò con ferocia. Agli uomini era concesso parlare solo se interpellati. Si credeva che il pomo di Adamo fosse stato maledetto dopo l’ultimo inverno, e che perciò bisognasse tenerlo in ceppi.
– Quwymi – disse Miserpa nella speranza di attenuare la rabbia della compagna. – Potente sorella, ascolta: anche se il custode dell’Urlo ha attentato alla nostra quiete, ti propongo di risparmiarlo, poiché grande è l’intensità del piacere che ci sa dare. Non roviniamo questo momento istituendo un processo.
La sacerdotessa del coito, ponderate le obiezioni di Miserpa, rispose:
– Sei saggia. Seppur rozzo e cacofonico, costui è abnorme. E però ci occorre la certezza che non sbaglierà più. Tagliamogli la lingua.
Rtun’l, a questo punto, ottenuto il permesso di parlare, poté difendersi:
– Mie sorelle, a cosa servirebbe tagliarmela?
– A te a cosa serve? – lo provocò Quwymi.
– È necessaria affinché il mio mutismo sia comunicativo. Senza lingua, infatti, dovrei tacere per obbligo, però solo un silenzio volontario, come quello dei santi, è utile. Lasciate che la mia lingua si attorcigli e forgi vuoti memorabili.
– Fino a quando dovremo sopportare la tua insolente ambiguità? – ribadì la sacerdotessa.
– La mia ambiguità perderà importanza dopo che io sarò morto.
Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.
E però il segnale tardava.

 ***

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare. La sabbia era blu e gigantesche tartarughe volavano nel cielo rosso fiammante. Dai loro corpi colava una pioggia di granelli d’oro. Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio. Nelle sue vene, infatti, scorreva il sangue raro del Vero Monte, che era il lascito di suo padre, caduto in battaglia durante la roboante guerra. Tourgo lesse ad alta voce, e ogni cosa del mondo fu resa più consapevole.
La lettura durò trentasei giorni. Tutti ascoltarono l’estatica lode meditando e pregando. Infine si addormentarono, stremati.

Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio.

Tourgo fu risvegliato da un suono osceno e sordo, che gli pareva fosse rimasto sepolto nell’oblio per molti secoli. Frastornato, svegliò Rtun’l.
– Quanto dio conosci? – gli chiese.
– Conosco un dio vasto ma non infinito.
– Rtun’l, io lo cerco. Vieni con me.
Silenzio.
– Vieni con me – ripeté.
– No. Il tuo destino ti corre incontro e scuote i mondi. Il mio è immobile – disse Rtun’l.
– Ma tu sai che dio ***. Io e te siamo le uniche due creature a saperlo. Allora possiamo sperare.
Rtun’l gli strinse il braccio:
– Vai tu! Io placherò le tre scrofe, impedendo loro di maledirti. E cercherò anche di ottenebrare la mente dell’aquila.
– E se il Proverbio è vero? – chiese Tourgo.
– Saremo congelati e distrutti.
– Lo accetti così? Ascolta, Rtun’l, le donne non hanno più cibo per l’aquila. Presto cominceranno a nutrirla con le vostre frattaglie. I primi saranno i condottieri, infine toccherà a te.
– Se prima di allora non sarai tornato, morirò inneggiando. Ora corri lontano dalla foresta, poiché già si destano le scrofe. Vai!
Tourgo abbracciò l’amico e andò via.

Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.

“Quanto dio conosci?”, si ripeteva Tourgo mentre fuggiva. La maledizione delle donne poteva colpirlo anche a distanze molto grandi, dunque doveva affrettarsi prima che fosse formulata. Era finalmente uscito dal deserto blu e si aggirava per le strade vuote dell’antica Città dei Pesci. Essa era stata l’ultima a soccombere, nonostante il male oscuro vi avesse fatto la sua prima comparsa. Un piccolo gruppo d’individui era sopravvissuto al fragoroso abbattimento dell’albero. Essi, riunitisi sul Vero Monte, avevano infine potuto appiccare i tromboni del giubilo e rendere grazie a dio per averli risparmiati. Li attendeva, avevano creduto, un’era di santità.
Ma quella convinzione si era sgretolata subito. Nel matriarcato, istituito seguendo le Leggi Piovute, si era insinuato un germe, e presto la situazione era mutata. La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila. Costei aveva rivelato il Proverbio, che era irripetibile. Tourgo, ripensandoci, si sentì mancare.

La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila.

Diede rapide occhiate alla città. Cominciava a trarre giovamento dalla fuga, la sua mente non era più confusa. Si sedette per riposare, perché gli doleva la muscolatura.
Nel cielo apparvero delle enormi narici, che soffiarono sul suo torace. Poi venne la Madre e gli gettò addosso delle Ombre. Lo guardava imperturbabile. La sua figura sovrastava la città.
– Sei tu la Madre? – le domandò.
– Io sono la forza che tiene Duat – rispose. Si esprimeva attraverso la combinazione di suoni e colori, emanandoli da sé sorridendo.
– Duat è il Proverbio?
– Di tuo padre sono figlia e sorella, e sua moglie. Dalla sua bocca partorisco questa bocca.
– Io non ricordo il senso! – gridò Tourgo.
– Il ricordo è la lapide di ciò che dovette essere, scolpita prima e dopo, contemporaneamente. La lapide fu distrutta ma ne rimane il ricordo.
– Chi sei tu?
– Io sono l’abisso. Tu sei la colpa.
Le Ombre si attorcigliarono attorno a Tourgo, impedendo al sole di scaldarlo. Il terrore lo paralizzò come un veleno di rettili.
Moriva. Le Ombre gli divorarono la carne. Rimasero le ossa.
A ventiquattro chilometri da lì, in direzione nord-ovest, sulla strada era comparsa una porta chiusa in legno di noce. Non aveva alcuna funzione, poiché era possibile aggirarla con pochi passi. Stava lì, in mezzo alla via, senza serrature, assolutamente inutile.

Opera di Arnold Böcklin

Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Sempre più spesso sembra che la letteratura del pensiero dominante sia l’unica in grado di finire sui nostri scaffali. Ma forse non tutto è perduto.

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

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La stirpe della cassa distorta

si difende a suo modo in tempi di guerra.

È proprio questo allora il rumore della fine,
l’onda del suono accarezza lo smalto
steso ad olio sul tuo corpo che poi macchia il mio
intrecciati, girandola nootropa,
rotolando sul tuo collo e assapora il vino bianco
sgorgare
nella sabbia emotiva di flore metropolitane
con fermata Alfonso X, fauna di mostri notturni
foschia lontano dalla sosta, sulla via del ritorno
– Next stop in a Paradise Lost – adesso
che il conducente strilla il capolinea
e il compare non apre ciglia
la domenica mattina
i campi, smarrimento
e cara non c’è da fare più nulla
se la drum machine corre dentro la retina
e l’onda quadra poi distorce tutti i miei sogni,
il suono, nessun perdono e a stento
sento stringersi il sottosuolo
un virus che corre annoiato,
la vecchia dai capelli rossi alla fermata dell’Odissea 43B
ci sussurra stellare:
divertitevi finché potete
e finché si riesce chiudiamo le pupille, disseminati
passano gli inverni e ancora tu
tu confusa, oltre il confine
io senza parole e non c’è più niente da fare:
sventola bandiera bianca
ed è proprio questo il rumore della fine.

Foto di Filippo Braga

L’Anoressico

Egli era un eroe sconfitto, che non aveva nemmeno tentato l’uscita dal mondo, e la sua vita era la prova di tale mutilazione.

Un’ambizione nasceva sempre in quegli istanti. L’orgasmo, immane al punto di squarciare il cosmo, trascinava macigni di frustrazione e rabbia e tensione e vergogna, s’infrangeva sulla scogliera come un’onda anomala, polverizzandola, e urlava, lo implorava di divenire capace di esprimere ciò che il suo cuore traduceva in accelerazioni cardiache e la sua mente in deliri d’onnipotenza.
Quegli istanti durante i quali egli fuggiva dolorosamente da se stesso perché s’accorgeva di essere un velleitario, quegli istanti intrisi di vano riscatto e della consapevolezza che non c’era modo più bello per dire una realtà tanto tremenda: velleità, un suono che addolciva la rassegnazione (ecco cosa amava: lasciarsi cullare da scialbe considerazioni sulle parole). Ecco a cosa ambiva: esprimere il suo abisso e la sua grandezza perché da una simile espressione potesse scaturire la gloria.

Ecco a cosa ambiva: esprimere il suo abisso e la sua grandezza perché da una simile espressione potesse scaturire la gloria.

Subito, però, la forza della velleità svaniva e lasciava il posto alla certezza del fallimento. Egli diveniva lo spettatore disperato di se stesso e delle proprie vibrazioni. Mai si sarebbe dissolto in nuvola per volare sulle ali della più dolce rondinella, poi posarsi ai piedi del Principe Felice e sfiorarne le labbra in punto di morte; egli sarebbe stato sempre in punto di morte, ma vivo, vivo e cosciente, verme neanche benedetto da un buddha compassionevole e bello. Scarto del mondo, si annullava innanzi alla miseria del suo animo storpio e molle.
Si contorceva su un giaciglio di pietruzze e vetri, fissava le stelle che brillavano ma forse già non esistevano più e il dubbio s’insinuava nel suo spirito deforme – quell’apparato spappolato –, il dubbio che anche lui brillasse senza essere più. Ecco perché nessuno capiva la sua condizione: erano tutti abbagliati dall’antico bagliore, accecati fino a credere vivo quel corpo che in verità era in punto di morte. Ed era un inno alla vita ogni parola pronunciata per conquistare la sua stima, un inno alla vita che si scagliava su un ammasso di materia inerte. Tutti lo ferivano. Non riusciva a sopportare i loro amorevoli tentativi di condividere parole e destini. E non era la sua volontà a opporre il rifiuto, a farlo era una forza oscura e misteriosa che gli dimorava dentro.
Era un anoressico. Un lacerante dolore gli proveniva da falsi dogmi che egli stesso aveva creato e che lo avevano imprigionato: credeva che se anche avesse assaggiato i cibi che gli dèi splendenti gli donavano, non sarebbe stato capace di goderne. Sopravviveva con una acquiescenza che veniva sempre più logorata ed era oramai sfinita, e ciò lo turbava enormemente giacché temeva di cedere e di non poter più rimandare la scelta: soccombere o esistere.
Ecco ciò da cui rifuggiva: l’esistenza. Ma era un inno alla vita il tutto che lo circondava, perché la forza intima di ogni cosa è una forza vitale, che in lui, a dire il vero, non era ancora stata vinta. Ma chi poteva cogliere quel suo dramma segreto?

Ecco ciò da cui rifuggiva: l’esistenza. Ma era un inno alla vita il tutto che lo circondava, perché la forza intima di ogni cosa è una forza vitale, che in lui, a dire il vero, non era ancora stata vinta.

Fra molti dei suoi conoscenti era diffusa la convinzione che egli fosse lieto. Certo, era fortunato. La sua sorte, ottima secondo l’opinione di tutti, sorrideva, e però lui non poteva fare a meno di scorgersi pietoso e meschino. Così giustificava la propria inerzia sacrilega: alla vita, si era convinto, non aveva il diritto naturale d’inneggiare.
Soffocava. Uno sciame di mosche aveva deposto uova nella sua carne addolorata. Per anni aveva invocato dio. Poi, d’un tratto, aveva innalzato lo stendardo dei senzadio, e nell’ateismo aveva trovato il modo più frustrante per manifestare la presunta grandezza del proprio ingegno, che gli permetteva assai facilmente di dimostrare che il sacro era estinto. Ma ben sapeva che ogni istante della sua esistenza era stato amato dagli dèi, poiché era venuto al mondo per illuminare i propri simili.
Allora aveva avvertito l’urgenza d’indagare se almeno uno attorno a lui sentisse nel suo stesso modo. Aveva chiesto senza paura, ma i suoni erano fuoriusciti lacerati. Perciò era stato ignorato. La goffaggine e la fierezza, la bellezza e la meschinità si erano in lui fuse insieme, e ora stava davanti allo specchio, tremante di negazione spasmodica in quella sintesi, che avveniva per mezzo della fuoriuscita di liquido seminale, del suo essere menomato.
Chi era mentre aborriva la vita attraverso eiaculazioni senza scopo, perso nella visione di libidinose sirene che si levavano il suo seme dalla bocca? Dava forma a ogni pulsione; una sorta di godimento selvaggio s’impossessava delle donne che egli domava nella propria mente. Urla di piacere straziavano i corpi sinuosi delle sue amanti, mentre il suo membro inglobava anche le loro anime rapite.
Gli occhi del mondo questo scorgevano: la masturbazione dell’Anoressico. Egli fissava senza espressione il proprio volto nello specchio, poi notava l’asimmetria dei triangoli della taglia e un lieve cedimento dei muscoli addominali. E lo sguardo gli cadeva sul sesso, stretto dalle mani sul cui dorso le vene s’agitavano come un cervo morente.

***

L’Anoressico camminava su un ponte di ghiaia, a tratti illuminato, sospeso sopra la voragine. Dov’era l’ombra, vi erano vuoti. Perciò era costretto a procedere cautamente, passando soltanto sulle zone luminose. Ma soffriva di vertigini ed era paralizzato.
La luce proveniva da sopra, da dietro i vetri d’un’imponente costruzione ispirata alle fronde d’un albero. L’Anoressico però non poteva saperlo, poiché non riusciva a guardare in alto. Era immobile e condannato a fissare l’abisso. Stava lì in quello stato di cui noi percepiamo un’eco confusa, e che nella nostra miserevole disponibilità di mezzi chiameremo gelo.
Né egli aveva coscienza di che cosa significasse camminare su quel ponte. Sentiva solo su di sé una consapevolezza dai contorni sfatti e male abbozzati, e pesante, cupa più cupa d’una notte eterna che i popoli dei tempi mitici solevano scongiurare. E sognava, rapito da delirio allucinatorio, una creatura che mediante il proprio corpo muto esibiva la verità ma poi si dissolveva senza riuscire a esprimerla col verbo – o col rumore, che è uguale. Allora capiva di non poter agire a causa della mancanza d’informazioni. L’uomo scelto per illuminare i propri simili non conosceva se stesso.
Veramente, sapeva da tempo che i governi avevano formato un’Unione con lo scopo di castrare la genia degli eroi, come pure si era accorto delle numerose spie che lo tenevano sotto controllo, ne registravano i movimenti e poi li riferivano agli Inquisitori. Ecco che i pervertimenti ai quali la sua mente aveva ceduto – e quanto grande sarebbe stata la punizione per questo! – lo spingevano talvolta a credere che l’anoressia lo avesse almeno salvato dai brutali interventi dell’Unione. Egli era un eroe sconfitto, che non aveva nemmeno tentato l’uscita dal mondo, e la sua vita era la prova di tale mutilazione. Ancora non rappresentava un vero pericolo, ancora poteva sperare di rimanere ignoto.
Egli era l’Anoressico perché la sua natura aveva deviato. Però una parte di lui, nascosta in regioni tanto segrete che spesso smettevano d’appartenergli, ben conosceva il senso profondo del destino. Né è possibile escludere che tra così gonfi oceani di tenebra non vi fosse un grano di principio individuale nel cui seno fosse viva la speranza, s’alimentasse la profezia, ribollisse il risorgimento.
«Prima o poi», egli pensava, «io sarò compiuto. Il senso della mia venuta quaggiù non può essere stato dimenticato».

Ma l’oceano non aveva confini, e tremendo era il diluvio, e non c’erano arche né civilizzatori. Dunque quel grano, se pure c’era, invero avrebbe potuto smettere d’essere da un momento all’altro.

Opera di Francis Bacon

Tv notturna

(Trasmissioni delle 3:53)

Tv notturna! Tv notturna! TV notturna!
insediamenti lirici per provincie sfittiche
salutano gli idoli mattutini
TV notturna! Tv notturna! Tv notturna!
epistassi alle 3.53
di boulevard di solitudini e vuoto
soluzioni e vuoto
strutture ed eventi variabili
nostalgia dello spazio
nostalgia del tempo
nostalgia del cemento
Tv notturna! tv notturna!
per anime nere e
pupille luminose
in puntuale movimento e
visioni provate in laboratorio
sul limite dell’orizzonte
ho trovato: 1548 città,
i mie sogni magnifici,
diaspora di nostalgia e speranza
Tv notturna!
trasmette l’America viola ed elettrica
per il raggiungimento di Majakovskij
in questa esistenza
e staremo tutti rintanati qui dentro a guardare
in faccia i mercatuncoli
e sfiorando l’acqua
alle 9.30 con la sirena che urla
dai tetti della città lontana
al di là di queste terre
in cui forse la vita scorre ancora
tv notturna!
forse Settembre sarà il nuovo padrone
di corpi in continua progettazione
nell’esistenza nascosta
di truppe di abiti in marcia
schizzando vapore sulla via

FOTOGRAMMA N.3

4

il candore del corridoio d’ufficio illuminato
torna a dormire
dietro le finestre di plastica
ascoltano il silenzio della strada sottostante
ascoltano dettagli svaniti
calpestando le usanze di un quartiere arabo
e la memoria di una domanda inevitabile
in un canto distante per vecchie canzoni
con il dovere di ascoltarle
sempre più semplice
di proteggersi da un solo paradiso
e parla apertamente il 17 gennaio 2016
perché il giorno è vero soltanto
quando svanisce

FOTOGRAMMA N.15

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mi sdraio con lo Xolog
che rimbomba
con sopra le stelle brillantissime
a 30 cm sul mare
tanto in un Bazar lanterne giapponesi
e la freddezza delle viscere
e la disillusione nella bocca di un amante
senza apprensione dei muri
all’arrivo del treno
mi sdraio con lo Xolog
che rimbomba
difronte all’imminente sconfitta
è rimasto solo settembre
e la definizione del tempo
allo stesso luogo e stessa ora

FOTOGRAMMA N.26

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trasmissione di mappe
trasmissione di canti d’amore, di lotta e di lavoro
trasmissione della storia di Fregeni
trasmissione del dietro il sipario
trasmissione della voce profonda di Verena
trasmissione della pancia di un aereo cargo
ricordi il dominio dell’alba a Varsavia
e il mondo con le sue marce
niente era più sconosciuto del tuo viso
e voci nude
nell’immensa virtù del piacere
fianco a fianco e più
pochi giri di immagini

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Tv notturna! Tv notturna!
sangue, macchine, ripetizioni
e baci mai dati
Tv notturna!
fotogrammi circolano da est a ovest
da nord a sud e viceversa
Tv notturna! mia sibilla,
Roma è caduta con poco dolore.

 

 

Immagine di copertina di Antoine D’Agata
Foto di repertorio

Agire e non agire

Sulla necessità di una letteratura di conflitto

Dalla crime fiction al noir, dal poema cavalleresco alla distopia, dal war movie alla fantascienza, la letteratura si è sempre occupata del rapporto conflittuale dell’essere umano rispetto a ciò che lo circonda e non gli consente di esaudire i suoi innati desideri e le sue naturali pulsioni. Si parte dalla forma classica con il rapporto conflittuale tra uomo e natura, che si tramuta nello scontro omerico uomo-contro-uomo e finisce per arrivare, con l’avvento della modernità e successivamente alla rivoluzione francese, allo scontro uomo-contro-Dio. Vi è una letteratura ben disposta in questo senso, che va da Dostojevskij a Lautréamont e, in linea di massima, pone le angosce dell’uomo moderno in rapporto alla società stessa o, per dirla à la Sartre, “gli altri”. È l’inizio dell’era moderna, i bisogni dell’uomo sono profondamente cambiati ma, nella sua immutata volontà di espandersi e progredire, sente ancora il bisogno di un conflitto che non ponga come principio di fondo il giudizio divino. Assistiamo così a ciò che l’esistenzialismo francese ci ha abituati a considerare come inevitabile ed eterno: la condizione nichilista dell’uomo in reazione all’assenza di un principio ordinatore. Non a caso, ciò che mette in scacco l’esistenza di Kafka non è tanto il concetto di lecito e non lecito, quanto i terribili fantasmi che infestano la società in cui vive: il lavoro, la legge, la famiglia.

Ciò che mette in scacco l’esistenza di Kafka non è tanto il concetto di lecito e non lecito, quanto i terribili fantasmi che infestano la società in cui vive.

Per fortuna è poi arrivato Camus a ricordarci che potevamo senz’altro essere felici, come Sisifo, anche se il mondo non aveva alcun senso, e che l’uomo, anziché disperarsi nella propria condizione, poteva benissimo fregiarsi degli sforzi fatti, non per puro stoicismo, ma perché, al contrario, questi sforzi – e di conseguenza, anche questo rapporto conflittuale tra esistente e esistenza – rendevano la vita degna di essere vissuta.
Non che l’uomo sia mai potuto rimanere seduto in un angolo sentendosi realizzato senza avere un conflitto (interiore o esteriore) che lo tormenti. Infatti, in epoca postmoderna, assistiamo a una letteratura che, da Borges a David Foster Wallace ai fratelli Wachowski e passando per Umberto Eco, pone l’uomo in conflitto con la tecnologia, sorta di dio sostitutivo, fino a giungere al conflitto più grande, quello con la realtà stessa. È questo il concetto che Ballard (autore di Crash, da cui il film omonimo) proponeva a proposito del simulacro, ovvero del significante in assenza di un significato vero e proprio. “Accettiamo facilmente la realtà”, scriveva Borges, “forse perché intuiamo che niente è reale”.

“Accettiamo facilmente la realtà”, scriveva Borges, “forse perché intuiamo che niente è reale”.

Ebbene, quale intuizione può mai essere stata più azzeccata, dato che nessun libro di fantascienza – ad eccezione forse di Orwell – aveva effettivamente previsto internet?
Arriva poi Roland Barthes a introdurre il conflitto definitivo, quello del personaggio nei confronti dell’autore. È così che, finalmente, lo scrittore diventa libero di vivere avventure rocambolesche, storie di narcotraffico ed eccessi anche se non li ha vissuti sulla propria pelle: è la morte del biografismo.
Di fronte alla nuova letteratura, definita “senza inconscio” (cfr. minima&moralia) e ai vari e fortunatissimi memoire che riempiono gli scaffali delle librerie nostrane, a questo punto ci viene da domandarci se effettivamente la sovrabbondanza di noia presente in molti scrittori contemporanei sia dovuta a una mancanza di conflitto di fondo. Una mancanza di conflitto si traduce automaticamente in mancanza d’azione, non c’è mistero che tenga, ogni cosa viene svelata, ciò che conta è la mia esperienza diretta in rapporto ai fatti di cui sto parlando, e il fantasma del biografismo si ripresenta come una nemesi. In altre parole, l’eccessiva convergenza tra arte e vita dà luogo a un eccesso dell’una e all’assenza dell’altra. Non ricordo neanche più quand’è stata l’ultima volta che mi sono addormentato davanti a un film sul quale campeggiasse la dicitura “Tratto da una storia vera”.
C’è anche una letteratura di conflitto, un conflitto che a volte, ma non sempre, nasce da una questione di classe e approda anche per questo a un attrito con il mondo circostante. Spesso però questa non regge il paragone con la letteratura “ufficiale”, viene relegata agli ambienti militanti e non viene considerata dai grandi colossi editoriali, eccezion fatta per i Wu Ming, che comunque rientrano nel filone del romanzo storico con varianti postmoderne. Ciò non comporta, a nostro parere, alcuna innovazione, e deriva dal fatto che l’operazione del collettivo – ex Luther Blisset – appare tutt’al più come una forma di “conflitto simulato”.

Spesso la letteratura di conflitto non regge il paragone con quella “ufficiale”, viene relegata agli ambienti militanti e non viene considerata dai grandi colossi editoriali.

Sarebbe opportuno, invece, che gli scrittori contemporanei facessero un uso del conflitto in senso propriamente artistico – o se approdassero, se preferite, a un uso politico e dunque conflittuale dell’arte – in modo da trovare il proprio scontro per cercare di superarlo, perché da sempre è questa la condizione necessaria che produce l’azione, e che trasforma il pensiero in atto concreto, almeno per quanto riguarda le alte e fumose sfere dell’immaginario.

Foto di Gregory Crewdson

Le parole

Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.


L’ufficio della signora Ramona Rinaldis era l’ultimo residuo di storia rimasto in città. I mobili all’interno erano ancora fatti di vero legno – mogano, per essere precisi e una sottile fumaglia di incenso si diffondeva in maniera autonoma, nascondendo l’odore di muffa di alcuni vecchi volumi, stipati senza troppa cura sugli scaffali. Cianfrusaglie sparse con sana casualità raccoglievano la polvere e portavano il ritmo degli anni, e poi i fogli; c’erano fogli di tutti i tipi, a righe, a quadretti, fogli protocollo, fogli bianchi o in carta riciclata, ma soprattutto c’erano fogli scritti.
Wolfgang Amadeus Mozart stava suonando il suo “Rondò alla turca” mentre, sotto gli occhialetti da attenta lettrice qual era, Ramona stava meditando sul da farsi, indecisa sul come e sul quando far suicidare il suo personaggio principale.
La suspense stava toccando i massimi livelli, quando il campanello suonò. Lei andò ad aprire, spalancando le porte di Taldeitali Edizioni a un uomo paonazzo e alquanto sudato.
L’uomo si apprestò a recuperare il fiato per il saluto di apertura – si era preparato un discorsetto di presentazione – ma i nove piani di scale fatti gli impedivano di esplicitarlo.
Dapprima la signora Rinaldis rimase ferma a squadrarlo. Soffermò lo sguardo sulla camicia di lui dalla fantasia pittoresca, poi, tolti gli occhiali, spinse appena la sedia all’indietro con le punte dei piedi e si alzò, portando avanti la mano e dicendo il suo nome. Scambiati i convenevoli dettati dal buon costume e messo a tacere Mozart, il dunque si fece vicino.
Ramona offrì una delle sue sigarette lunghe e sottili all’uomo accomodato dall’altro lato della scrivania, il quale rifiutò l’offerta e continuò a gestire l’ansia con un tremolio incessante delle gambe, lasciando che lei si gustasse una Vogue slim e che ignorasse del tutto la sua presenza.
«Complimenti per l’ufficio, sa, il vintage va di moda, poi sa, tempi di crisi come questo e sa, il vintage ritorna, l’ha arredato facendo affari al mercatino del sabato? Sa, io ho sempre invidiato chi riesce a trovare qualcosa al mercatino del sabato, io non ci capisco di vintage, ma mi piace, mi piace davvero, la invidio sa».
Ramona rispose che quell’ufficio era semplicemente appartenuto a suo nonno e prima ancora al suo bisnonno e tagliando corto chiese all’uomo cosa volesse da lei.
«Ho scritto un libro, sa».
E subito mise le mani nella borsa a tracolla per tirare fuori l’opera e porgerla all’attenzione dell’anziana fumatrice, la quale, spegnendo la cicca, lo bloccò:
«Prima di tirar fuori oggetti da cui facendo due conti non raccoglierò nulla, mi dica, signor Alfonso – dico bene? – di cosa parla il suo libro?».
Alfonso intravide un barlume di speranza e sfregandosi le mani sulle ginocchia, quasi urlando, disse:
«Di me, ovviamente!».
Ramona sbuffò: «E, sentiamo, ha forse, per caso, letto qualcosa di Henry Miller?».
L’uomo tentennò, poi mosse la testa negando.
«D’accordo, quindi abbiamo appurato che non è Miller ad averla persuasa a osare una biografia di cui con molta probabilità non fotterà un cazzo a nessuno, perché lei non è Henry Miller e non ha l’aria – senza offesa, eh – di uno che se ne va a scopazzare in giro come se non ci fosse un domani e rende quelle scopate al gusto di sifilide e scolo degne di diventare un’opera d’arte».
L’aria era rarefatta, pregna di tabacco e incenso e imbarazzo.
«Mi dica, quali letture l’hanno formata? Quali autori sono stati d’esempio per lei?».
Alfonso si sentiva sempre più confuso e qualcosa nella sua testa gli suggeriva che forse sarebbe stato meglio non mettere quella camicia così sgargiante,  magari era colpa del contrasto eccessivo tra il giallo e il viola dei triangoli sulle maniche, se stava sempre più perdendo dignità e convinzione.
Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Il mondo era lentamente scivolato nel baratro della modernità e in quel mondo lì era inconcepibile non essere capaci di abbinare i colori, il buon gusto era la priorità.

Gli ingegneri erano diventati semplicemente degli impiegati d’ufficio e il loro ruolo consisteva nel mettere una firma sotto gli schizzi degli architetti. L’importante non era più la funzionalità, ma la bellezza del prodotto e ancora più della bellezza del prodotto, era importante la presentazione. Per questo motivo i grafici detenevano la maggior parte delle risorse capitali e giorno e notte nuovi manifesti pubblicitari sostituivano quelli appesi il giorno prima.
Le scuole utilizzavano le immagini e i giochi come strumento didattico e per lo più vi si svolgevano attività a scopo pratico, perché uno scienziato aveva dimostrato che i metodi utilizzati fino a quel momento non avevano fatto altro che annoiare gli studenti allontanandoli dalle gioie della vita.
Le librerie erano tutte anche dei piccoli locali di ritrovo e ivi si riuniva la casta artistica per bere e giudicare i libri dalla copertina. Gli scaffali erano divisi in base al colore e al materiale di quest’ultima, e da questi due elementi si riusciva a risalire anche all’anno di pubblicazione e dunque alla moda del periodo. Erano praticamente dei pezzi di storia.

Alfonso non capiva, non gli era neppure stato dato modo di far vedere come il suo libro si sarebbe presentato con la copertina in fibra di carbonio progettata da suo cugino. Sarebbe stato ultraleggero e perfetto per arredare un loft cittadino con i muri in cemento. Se lo immaginava su una mensola nera, al centro della mensola nera, da solo. Il punto focale di tutta la stanza.
«Ho un sacco di libri a casa, sa. Ne ho persino alcuni con la copertina in plexiglass».
Ramona decise di prendersi una pausa di qualche minuto e si voltò a guardare il panorama dalla finestra alle sue spalle. Osservò il traffico sul nuovo cavalcavia e un aereo che stava atterrando lì vicino, poi tornò a rivolgersi all’aspirante scrittore:
«Le ho chiesto se ha mai letto qualcosa».
«Le ho detto che ho molti libri a casa».
«Ha mai letto qualcosa o no?».
«Signora, mi permetta, ma cosa intende?».
«Signore mio, cosa vuole che intenda se non quello che ho detto?».
«Signora, francamente non mi è chiara la domanda».

Erano passati molti anni dalla crisi dei lettori. Ramona si ricordava perfettamente i momenti di panico in piena rivoluzione tecnologica, la quale pian piano succhiava l’attenzione e l’anima alla gente e rendeva le cose che erano eterne, come fino a quell’istante erano state i libri, a scadenza.
La casa editrice dei Rinaldis era una delle poche a non aver rinunciato alla letteratura per riuscire a uscirne viva; di fatto somigliava ad una donna d’altri tempi, ma in coma.
Le altre avevano puntato su operazioni di marketing avventate e prive di sentimento e man mano le vendite avevano ripreso a salire e con loro pareva crescere anche il numero degli scrittori: i libri erano tornato in auge. Tutti volevano pubblicarne uno proprio, ricevere l’appellativo di vate o poter dire ai propri familiari di esser diventato uno scrittore. Inevitabilmente le caselle di posta delle case editrici cominciarono a intasarsi e fuori dagli uffici crescevano le code di gente che pretendeva una revisione, tanto che gli editori spesso leggevano soltanto il titolo dell’opera e in base a quello poi orientavano il loro giudizio. Il lavoro grosso l’avrebbe fatto l’ufficio artistico, quello che la Taldeitali Edizioni non aveva, per cui non si vendeva un libro da decenni e si tirava a campare di rendita.

«Signor Alfonso, giusto?».
«Sì, sono io».
«Voglio essere sincera con lei».
«Non frega un cazzo a nessuno della sua vita, davvero, a nessuno».
L’uomo ingoiò il rospo e chinò il capo perdendosi tra le geometrie delle mattonelle di cotto.
«Non è che io ci provi gusto a dirle queste cose, sia chiaro, è che non mi piace quello che succede lì fuori e neppure la sua camicia è originale, glielo volevo dire prima».
Lo sapeva che era colpa di quella maledetta camicia, lo sapeva.
«A me tutti questi ghirigori non piacciono, queste finzioni… E mi guardi negli occhi quando parlo!».
Alfonso stava per mettersi a frignare come quando da bambino era in punizione e sua madre gli impediva di uscire dalla stanza, si sentiva intrappolato.
Ramona lo fissò a lungo fino quasi a commuoversi. Si alzò e andò verso la libreria e lì davanti indugiò ancora.
«Voglio darle un’opportunità».
Alfonso non riusciva ad uscire da quel senso di inadeguatezza e da inetto se ne stava immobile sulla sedia, aggrappato ai bracci.
L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli. Solo dopo averli letti e compresi, sarebbe potuto tornare da lei e lei sarebbe stata contenta di osservare il frutto del suo lavoro.

L’anziana si inginocchiò accanto allo sconosciuto e porgendogli tre volumi lo pregò di leggerli.


Quando uscì dal palazzo con in mano i tre libri, il sole stava calando, macchiando di luce le vetrine dei negozi. Fu una lunga passeggiata quella, percorse pensieroso quasi ogni porticato del centro, i passi attenti a non pestare le righe tra i mattoni della pavimentazione: era il suo personale esercizio di concentrazione.
Tornato a casa, scoprì sua moglie appisolata sul divano. Sullo schermo di fronte, a basso volume, scorreva un film sottotitolato in spagnolo. Si avvicinò piano e si mise a sedere vicino al corpo di lei che si sollevava e si abbassava impercettibilmente, seguendo il respiro. Le accarezzò il viso e le diede un bacio sulla fronte, poi fece per alzarsi, ma una mano sbucò dalla coperta e lo trattenne lì:
«Ehi».
«Ehi».
«Allora? Come è andata, cosa ha detto?».
Alfonso andò a prendere la borsa che aveva abbandonato all’ingresso e ne tirò fuori i volumi. Lanciò per aria prima di tutto “L’isola di Arturo”, poi gli scivolò tra le dita un’edizione del settanta di “Tropico del Cancro” e per finire lasciò cadere sul divano un volume di “Cent’anni di solitudine”.
Tutto si frantumò in un lungo, instancabile, inspiegabile silenzio.
La moglie raccolse ciò che lui aveva seminato e lo impilò sul tavolo, in ordine.
«Mi ha detto che devo leggerli».
«Ti ha detto solo questo?».
«No, mi ha detto anche che della mia vita non importa un cazzo a nessuno».

Il giorno dopo andò a lavorare e non fece nient’altro, come se nulla fosse successo, e così per molti giorni a seguire, cercando di dimenticarsi dell’incontro con Ramona. Non riusciva a cancellare l’immagine del volto annoiato di quella vecchia acida e bizzarra, come lo aveva squadrato da capo a piedi fino a considerarlo indegno.
I mesi si succedettero con le solite scadenze, poi giunse agosto e con agosto le ferie. Alfonso non aveva più distrazioni. La città pareva un fantasma travestito da vento caldo e seguitava a oscillare e ululare nell’afa, mettendo in fuga gli abitanti. Decise di arrendersi e aprì il primo volume.
Nel suo ufficio affacciato sulla piazza centrale, la signora Rinaldis sorrise, finalmente quello che aspettava da anni stava per accadere.
La moglie cominciò a temere che suo marito stesse ammattendo, avevano programmato di partire per il mare, ma lui adesso non faceva altro che zittirla, che dirle di non fiatare.
Ramona intanto contava le ore, accarezzando il quadrante scheggiato del suo orologio da polso.
Alfonso era preso da una febbre tremenda, grondava sudore gelido e spesso aveva come dei fremiti che lo facevano scattare su in piedi e correre in balcone a prendere aria.
Stava ormai per girare l’ultima pagina del terzo volume.
Sua moglie se ne stava in un angolo della casa, tenendo  le braccia conserte come per farsi forza.
«Le vedi anche tu?», disse infine l’uomo, chiudendo il libro con delicatezza.
«Cosa?», chiese la donna nell’angolo con un filo di voce.
«Le parole».
Le parole che aveva letto si erano staccate dalle pagine una ad una e adesso erano tutte lì, sospese nello spazio attorno alla sua anima, come uno sciame di moschine nere. Poteva afferrarle e sentirne la durezza, o anche, in taluni casi, la morbidezza. Lo avvolgevano per intero ed erano per lui uno scudo, un riparo.
«Quali parole Alfonso? Quali parole?».
«Le mie, quelle che ho conquistato».
Le parole ora si muovevano assieme a lui, ovunque andasse, lo guidavano e lo seguivano al contempo, suddite e padrone.

Ramona lo stava attendendo standosene con lo sguardo fisso verso la porta d’ingresso, con la pazienza dei suoi cent’anni o quasi. Anche le piante ai davanzali volgevano le foglie verso quel punto focale unico e quando finalmente la porta si aprì furono pronte a sbocciare.
«Le parole».
«Le vedo, Alfonso».
Un sorriso tremendo tagliò il viso alla vecchia.
«Allora non sono pazzo».
«Forse sì, forse no, forse la pazzia sta nell’averle cercate».
Alfonso strizzò la fronte, tremò.
«E se poi se ne vanno?».
«Benvenuto all’inferno».

Illustrazione di Little Points

L’iconoclastia di Giordano

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016…

La tramontana può essere calda verso fine estate, un vento meglio noto come «Foehn». Il termine sta a indicare un vento caldo e secco, con spiccate caratteristiche «catabatiche» – ossia discendenti – che si attiva ogni volta che un flusso d’aria, esteso alle varie quote, è costretto a scavalcare una catena montuosa che si trova nella sua traiettoria. Il «Foehn» è un vento frequente in Italia, sia lungo la catena alpina che sulla dorsale appenninica, dove le correnti che rispondono a queste caratteristiche vengono definite «Garbino» – il Foehn degli Appennini.

Giordano divenne iconoclasta all’1.39 del mattino del 13 settembre 2016: il vento cuoceva a 45 milioni di gradi il sonno e le labbra dei ragazzini – i vuoti di bottiglia e due zingare con le gonne larghe rattoppate che parlavano ad alta voce ad un vecchio cellulare modello sunnypeople nerazzurro – un ubriaco dall’addome gonfio, che pareva un bonzo addormentato su di uno scalino tra le spire delle tramontana calda, che aveva ancora addosso la felpa dell’azienda per cui aveva smesso di lavorare da almeno 10 anni.

Genova a metà settembre, con il ritorno degli studenti, tende a riabilitarsi all’ordine pubblico, con qualche ronda della polizia ad ammanettare lo spaccino di zona. Nel mentre, sulle guance di Giordano soffiavano gli ultimi giorni dell’estate cittadina, e attraversava Piazza delle Vigne con l’intenzione di scendere verso il porto. Passando di lì ancora una volta, non poteva sopportare la vista delle sei figure alte almeno tre metri, avvolte nelle loro toghe da dotti, che campeggiavano accostate due a due a partire dall’insegna del tipografo, e a salire proseguendo fino a che lo sguardo di Giordano giungeva alla cima dei palazzi che intingono i tetti nella notte buia. Forse si trattava di notabili genovesi del ‘600 – essendo il palazzo del ‘600, così come riportato dalla targhetta per i turisti.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante, e se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo. Dunque non fu difficile per Giordano trovare un motivo per diventare iconoclasta. Infatti, i servigi forniti alla città dalle sei figure di notabili genovesi non potevano essere sufficienti ad acquisire un tale diritto centenario – ma visto che a Giordano tale pensiero pareva un po’ troppo “socialista”, s’era messo a riflettere ancora, e alla fine aveva concluso che i sei notabili si erano arrogati scientemente il diritto di campeggiare dai muri sulle teste delle persone. Questo pensiero gli risultava intollerabile.

Le sei figure erano state dipinte in prospettiva e pertanto continuavano da centinaia di anni ad osservare qualsiasi passante e, se ce ne fossero stati di più, sarebbero stati fissati tutti nello stesso tempo.

All’1.40 l’arsura bruciava come sempre, e gli alcolici non potevano placarla a dovere. Così Giordano, lasciate per strada le ultime apologie del caso, andò a casa a cercare la latta di vernice bianca, che sua madre aveva lasciato assieme alla pennellessa nello sgabuzzino. Nel portare a termine la propria azione, il primo problema che si presentò era relativo alla realizzazione rapida del proprio intento evitando sguardi indiscreti, cosa di per sé non facile in una piazzetta genovese.

Pertanto, alle 2.13 della notte, dovendo sperimentare una tecnica diretta a sfigurare efficacemente il volto delle sei figure dei notabili genovesi, fece il primo attentato all’immagine di Charlie Chaplin, ritratto nei panni dell’operaio interpretato nel celebre film “Tempi Moderni”, dipinta sulla serranda di una gelateria artigianale in via San Bernardo, subito prima del bar Moretti. Dal momento che il vicolo tendeva a restringersi proprio all’altezza dalla saracinesca della gelateria, fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Fu repentino nel guardarsi prima alle spalle e poi di fronte, per poi dare un colpo di pennellessa ben assestato. La testa di Chaplin esplose nel bianco.

Mentre, alle 3.56, rifletteva sulle altezze a cui si trovavano i notabili genovesi, Giordano pensò al bianco, reputandolo un’ottima scelta proprio perché, contenente l’intero spettro cromatico, in qualche modo avrebbe aiutato ad esorcizzare gli sguardi arroganti delle figure dei sei notabili.

Alle 4.35 il vento aumentò ulteriormente poiché, a ridosso dell’alba, le temperature diminuivano e per i pescatori sarebbe stato un buon momento per prendere il largo con le correnti a favore. Tutti sanno che settembre è periodo di tonni, e così fu. Alle 4.35 del 13 settembre 2016 si sgretolava una ballata di pescatori, luci dai retrobottega delle focaccerie, urla di uomini arsi dentro dagli sballi e dai pianti, uomini neri in continua divagazione. Alle 4.35 una ragazza con i jeans e i capelli raccolti risaliva la china di San Lorenzo. A quell’ora era difficile odiare il vento e la precarietà della vita, che trascinava con sé per andare ad accarezzare chissà quale terra.
Giordano vide l’immagine di una madonna a metà di Vico Canneto «il lungo», e dato che a fissarlo fu pure lei, allora senza badare troppo a chi potesse transitare fece un salto abbastanza alto da raggiungerle il volto con la pennellessa.
Alle 4.47 l’ora non gli parve tarda per andare al porto a sperimentare la questione, divenuta ormai annosa, di colpire un’opera realizzata in altezza: allora prese di mira uno dei graffiti giganti nei pressi di Palazzo San Giorgio, su uno dei piloni che inchiodavano la sopraelevata a terra. Non sembrava impossibile arrampicarsi sulle travi, inoltre la questione dell’arte contemporanea gli parve piuttosto chiara: l’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere e figuriamoci una bellezza contemporanea. Era un po’ come sostenere che esistesse uno stupore attuale ed uno stupore antico quando l’uomo, secondo Giordano, non faceva altro che rendersi conto di quanto sia precario su questa terra ergendosi sui muri, arrogandosi il diritto di stare lì, ad osservare la solitaria storia procedere tra i fischi del vento caldo di settembre. Il gigante pesce azzurro che afferra la nave, graffiato ad arte da dieci artisti canadesi di fama internazionale, nonostante fosse sempre piaciuto a Giordano, perse la testa nel bianco lo stesso.

L’arte contemporanea non esiste perché, in un mondo in cui il male non esiste più, o per lo meno non va oltre l’accusa di essere tale, la bellezza non può esistere.

Alle 5.02 dovette scappare da qualche curioso che aveva assistito alla scena. Alle 5.07 si diresse in Piazza delle Vigne per assaltare gli odiati sei notabili genovesi. Alle 5.12 notò che due ragazzi stavano fumando una sigaretta sulla scalinata della basilica, ma soffermandosi si pose anche il problema di arrampicarsi per almeno un metro su di una grondaia per poi mettersi in piedi sull’insegna spessa della tipografia, senza poi poter raggiungere i notabili ai piani più alti. Alternativamente, allora, avrebbe preso posto per la notte in uno degli affittacamere che piacciono tanto agli stranieri, con le stanze che davano appunto sulle teste dei primi due. Ciò gli avrebbe permesso con un minimo sforzo di raggiungere i primi quattro notabili, anche se si poneva ancora il problema di come raggiungere gli ultimi due. Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – una volta risalite le scale del palazzo dell’affittacamere, avrebbe colato il colore. Un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Probabilmente avrebbe potuto fare irruzione dal tetto – un gesto non troppo convincente dal punto di vista estetico, ma efficace.

Alle 8.09 della mattina, dopo una lunga colazione, chiamò l’affittacamere. A Giordano piaceva la focaccia con le cipolle, lesse anche i giornali con le notizie sul Genoa, che doveva giocare in trasferta contro il Sassuolo.

Alle 12.22 entrò nella biblioteca comunale Berio in Via Fieschi, per prendere informazioni sui sei notabili. Alle 3.35 sostava al quinto piano, dove si trovano i libri di storia riguardanti Genova, ma ancora non aveva trovato informazioni sufficienti, se non che le sei figure di notabili genovesi erano probabilmente appartenenti alla famiglia proprietaria dell’edifico; in particolare, due alti prelati abbigliati di viola, di nero i notabili appartenenti al Consiglio della Città, di rosso porpora con mantello di ermellino i Dogi della Repubblica.

Alle 4.01 scoprì, a pagina 345 di un libro intitolato Storie delle famiglie genovesi, che uno dei notabili probabilmente fu un tal Francesco Maria Malacalza, cugino di secondo grado di Sant’Alessandro Sauli, nato a Genova intorno al 1583. Nel 1601 la famiglia Malacalza, della quale fu primogenito di tre fratelli, decadde e per fuggire dai creditori del padre Erminio Malacalza, andò a distribuire la zuppa sui Catrai del porto, sotto il nome di Sesto Castaneda. Con il suo nome di famiglia ricomparve solo nel 1614, dopo aver combattuto come soldato di ventura alle dipendenze della famiglia Doria. Trovando impieghi e mansioni in diversi uffici, si fece poi strada nella diplomazia, trattando anche come commerciante di armi. Uccise forse il fratello Camillo, rifugiatosi in Francia. Trasferendosi per lo scandalo politico derivante dal presunto omicidio, presso l’ambasciata francese a Parigi, dove cominciò a commerciare le prime baionette, nel 1642 divenne amico di Pascal. Nel 1646, in cambio dell’esclusiva del commercio delle baionette, si fece dipingere sul muro del Palazzo di proprietà di Agostino Doria, il quale lo fece nominare consigliere della città. Morì il 14 settembre 1647, senza potersi vedere dipinto, come però succedeva a Giordano tutte le notti che passava da Piazza delle Vigne. Il fatto che avrebbe compiuto il suo attentato iconoclasta proprio quel giorno, però, dava a Giordano un certo tono, ché alla fine la storia è un po’ come il vento caldo di quei giorni: un evento a cui partecipano sia gli uomini consapevoli che quelli inconsapevoli, le città con le loro mura e le armi con i loro boati. Quelle mura, appunto, erano lì a ricordarci che gli eventi si erano susseguiti ancora una volta, trascinando con loro qualche altro uomo.

Giordano pensò che Francesco Maria Malacalza, che aveva visto esplodere le prime baionette in funzione, probabilmente aveva capito che la sua glorificazione e la sua punizione sarebbero consistite nel dover restare lì, ad osservare altri eventi trascorrere. Anche Francesco Maria Malacalza divenne iconoclasta nel 1636, poco prima di uccidere il fratello, il quale deteneva l’unico quadro di loro padre e di cui Francesco Maria voleva cancellare lo sguardo.

Giordano divenne cacciatore di vento alle 17.47 di un pomeriggio del 14 settembre 2016.

Opera di Banksy