Tracce di Barriera | Come si ascolta un quartiere?

Il Menù della Poesia è un progetto di audience engagement nato nel 2010 per promuovere e diffondere la cultura in tutta Italia tramite la poesia e l’arte teatrale in contesti non convenzionali. Il 23 marzo saranno in Barriera di Milano, per presentare l'itinerario d'ascolto TRACCE DI BARRIERA, con testi dei poeti del quartiere e musiche degli ANIMALI GUIDA

Amarsi meno, amare di più

La qualità della vita post-pandemica si è gradualmente abbassata, mettendo seriamente a rischio la salute mentale di tuttə. Eppure, la vita frenetica lavorativa non conosce sosta, togliendo tempo e modo di prendersi cura di chi abbiamo accanto. Prendersi cura, a differenza di ciò che spesso viene ribadito come un mantra, non è un lavoro svalutante né adibito all’ambito femminile. Semplicemente, sembra che in questo castello di carte nel quale siamo chiamatə a vivere detto “neoliberismo”, non ci sia posto per la cura. Quasi si trattasse di una debolezza di cui vergognarsi, dopo due anni di stasi economica e sociale non sembriamo disposti a prenderci maggiormente cura di chi ci circonda.

La crisi della cura | Per una società del welfare

Nel corso degli ultimi decenni, le nozioni di benessere sociale e di comunità (welfare) sono state accantonate e sostituite con quelle di resilienza, miglioramento e benessere individuale (wellness). A promuoverle è stata l’industria della “cura di sé” (selfcare), che riduce la cura a mero prodotto di consumo a beneficio personale, offrendo così un rimedio tanto insufficiente ai problemi contemporanei quanto malsano.

Quante ore lavori?

Piangiamo al risveglio e abbiamo paura delle ferie; scarichiamo app per la depressione perché non abbiamo soldi né tempo per la terapia; facciamo lunghe sessioni di “inspira e riempi i polmoni - trattieni 1,2,3 - ed espira buttando fuori l’ansia” prima di addormentarci. In ogni luogo di lavoro, chi più e chi meno vive una situazione simile. Tu quante ore lavori al giorno?

𝐼𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑢𝑡𝑜𝑝𝑖𝑐𝑜

Molto spesso, immaginiamo il corpo come l’eterotopia per eccellenza: il luogo – cioè – prediletto e al contempo il confine dell’essere umano, il nostro “qui e ora”; limite invalicabile e immenso, non lascia spazio ad altro che non siano i bisogni puramente fisiologici, in una netta distinzione tra corpo e mente, com’è tradizione in Occidente, come se il nostro corpo dovesse automaticamente negare ogni utopia e viceversa. Se travalichiamo questa separazione, però, scopriamo che il corpo potrebbe essere, dal punto di vista non solo strettamente biologico ma anche filosofico, il tramite per un altrove. Ed ecco allora che, per essere utopia, basta avere un corpo.