Havana

I dipendenti dell’aeroporto sono tutti più giovani di me: le loro carnagioni hanno varie tonalità, i loro volti sono scazzati o allegri mentre mi ignorano, parlando dei fatti loro o sbrigando con efficienza le mie pratiche. Quella della dogana non mi guarda nemmeno. Quello del passaporto osserva il mio documento per qualche istante. Mi dice “ciao″ e pone quasi subito la fatale domanda: “Juve o Toro?”. Poi mi annuncia, teatralmente, “benvenuto a Cuba”.
Quando mia moglie ed io usciamo dall’aeroporto, nel caldo opprimente che ricorda Torino ad agosto, non troviamo il taxi che avevamo prenotato e pagato dall’Italia. Attraversiamo una larga via piena di taxi gialli e raggiungiamo una galleria dove hanno sede varie agenzie di viaggio. Entriamo in una e spieghiamo la nostra situazione. Un signore grasso mangia riso e fagioli da un contenitore di plastica, una donna di mezza età si alza e ci segue fuori. Ci chiede di mostrarle “el voucher”, il foglio della prenotazione, poi ci riaccompagna nell’atrio dell’aeroporto, tra folate gelide di aria condizionata, nel caos dell’alto portico lì davanti. Famiglie spaesate da ogni parte del mondo, cubani con cartelli con scritti cognomi e messaggi di benvenuto e cubani senza cartelli, un po’ più equivoci, che girano ripetendo a mezza voce: “Taxi?”.

Un grosso americano con bambini e moglie al seguito vede la nostra accompagnatrice e senza dire niente le mette in mano un foglio di carta, come per dare un ordine a un diretto sottoposto. Quella dà a vedere di non capire e l’americano si spiega in inglese: vuole un taxi anche lui, per la sua famiglia. La donna gli spiega con sbrigativa cortesia che ha da fare e continua a cercare il nostro tassista, che a quanto pare se n’è andato.
Dopo poco la donna si allontana e poi riappare gesticolando – lo stesso americano di prima la intercetta e nello stesso modo, senza dire nulla, le mette il solito foglio in mano –, lei lo ignora e ci indica un tizio sulla quarantina, appena sceso da uno dei taxi gialli, che carica la nostra roba nel portabagagli e senza dire una parola si mette alla guida.

Durante il tragitto, rimane in silenzio. Dai bocchettoni dell’aria condizionata esce un getto forte e freddo, il taxi procede lentamente. Due poliziotti, un uomo e una donna, attraversano una strada a tre corsie sotto il sole cocente. Ora il tassista supera i cento chilometri orari in un rettilineo. Non c’è molto traffico, ma per strada si vede ogni sorta di veicolo: vecchi modelli di auto Lada e Bentley variopinte che mandano in solluchero i vecchi italiani, camion di ogni tipo, vecchi scuolabus vuoti con scritte in francese, jeep, minuscoli autobus strapieni, lentissimi sidecar, gruppi di lavoratori a piedi o trasportati sui cassoni di camion che sembrano marciare per miracolo. Le fermate sono piattaforme di cemento, segnalate da un palo. La gran parte della gente in attesa tiene il braccio alzato per fare autostop, nella speranza di ottenere un passaggio prima che arrivi il bus. Bastano pochi mezzi per creare un ingorgo: il tassista tenta di superare, ma resta fregato al semaforo perché il guidatore di un camioncino sembra intento a cercare qualcosa che gli è caduto sotto al sedile. Non parte, non presta attenzione al gigantesco timer che indica quanti secondi mancano al rosso.

La strada è costeggiata da viottoli sterrati, giganteschi baobab, edifici fatiscenti dai colori accesi, file di capannoni turchesi deserti. Si vedono sparuti greggi di capre e vacche bianche. Dal cruscotto del taxi pende un piccolo crocefisso.
Ci addentriamo nella parte orientale della città, nel quartiere Vedado: vecchie ville variopinte e fatiscenti, di molte non si riesce a capire se siano abitate. Grandi cartelli di propaganda, con gigantografie a colori: “Fidel vivira para siempre in nosotros” e, davanti a un centro sportivo, “Listos para vencir”.

All’hotel, la chiave della nostra camera non funziona. Nel frattempo l’inserviente ha fatto in tempo a sparire per diversi minuti e tornare di corsa con un enorme mazzo di chiavi, e a provarle tutte senza nessun esito. Al momento di scendere, troviamo la pulsantiera dell’ascensore con tutte le luci accese e lampeggianti. Decidiamo allora di fare le scale, le  cui ultime due rampe sono completamente al buio e prive di pavimentazione.
Il cortile dell’albergo è per gran parte occupata da una piscina frequentata da cubani del quartiere, che pagano un tot per farci il bagno anche senza pernottare nell’albergo. Lì si passa il pomeriggio, bevendo rum e mangiando panini di proporzioni statunitensi.

Quando il sole tramonta cominciamo una lunga camminata sul Malecòn, il lungomare dell’Havana, che collega il centro storico al Vedado. Davanti a certi monumenti, in certe piazze, si fermano i grandi bus delle agenzie. Gente seduta o sdraiata per terra, nel vento forte, caldo e saturo di umidità che arriva dall’oceano.
Il Malecòn è una imponente strada a tre corsie oltre al quale c’è solo qualche scoglio piatto e nero, di roccia magmatica, in lieve declivio verso onde basse, una forte corrente scorre verso ovest, dove il sole sta scomparendo oltre ai grattacieli.
Sul parapetto, centinaia di ragazzi, di uomini e di donne bevono birra, suonano chitarre, percussioni o ascoltano musica da casse Bluetooth o semplicemente stanno appartati a guardare il mare, vicini, in silenzio. Le rocce ai piedi della passeggiata sono piene di bottiglie e lattine vuote. Sull’altro lato della strada c’è una fila di case molte delle quali sono antiche, con colonnati al pianterreno. Altre sono perfettamente restaurate e pulite, bene illuminate ma vuote, occupate da negozi, ristoranti di lusso o hotel. A un certo punto una vecchia camionetta militare accosta e ne scendono poliziotti e soldati che, a coppie, si sparpagliano sul lungomare e iniziano a pattugliarlo lentamente.

Al ritorno percorriamo una lunga via chiamata calle Animas. La strada, quasi del tutto occupata da mucchi di immondizia e macerie, è percorsa da passanti e vecchi taxi. La via è buia e non ci sono bar né ristoranti – solo vecchie case a due piani, dai pianterreni altissimi che spesso sono stati divisi creando ammezzati soffocanti. Le porte e le finestre aperte lasciano intravedere le persone che vivono in quei luoghi – vecchie, ragazzine e grandi cani assonnati e annichiliti dal caldo – si capisce dai loro volti consunti e dall’immobilità dei loro corpi che il caldo è la dimensione in cui vivono perennemente, in cui sono immersi e da cui non possono o non vogliono fuggire.

Fotografie di Steve McCurry
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Chiedi a te stesso

 

Un anno fa nasceva Neutopia. Da allora molto è stato fatto e ancora molto c’è da fare. Anche quest’anno continueremo a rivolgerci al contemporaneo e a curare i contenuti di una rivista che, giunta al terzo numero, vorremmo trasformare in un punto di riferimento per le molte voci fuori dal coro letterariamente valide che fino a ieri sono rimaste escluse dal panorama editoriale per mancanza di lungimiranza dagli operatori di settore: esordienti, pubblicati o specificatamente contro l’editoria convenzionale, non come outsider isolati, ma come gruppo che cooperi per concretizzare l’obiettivo di creare una piattaforma editoriale: Neutopia Edizioni.

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Per riuscire in questa impresa, vogliamo aprire le nostre sezioni a nuovi autori (i cui testi migliori finiranno in due raccolte edite da Neutopia Edizioni) e formare una rete di menti e di corpi che funga da tramite per le nostre letture, presentazioni, performance. In questo modo, pensiamo di poter rendere la letteratura una base per un incontro possibile.

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Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

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Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

Oltre il cancello

Il panorama da suburbio dimenticato si staglia ai nostri occhi. Siamo a Cormano, nell’estrema periferia a nord di Milano. I campi coltivati che un tempo costellavano il paesaggio sono stati cementificati e gli stabilimenti industriali hanno preso il posto delle campagne. Attorno a noi, quartieri dormitorio, case popolari e grandi ipermercati segnalati alle rotonde. Camminiamo per visitare questi luoghi abbandonati, adornati da bellissimi esempi di street-art. Mentre arriviamo, ci imbattiamo sul muro esterno di un cimitero sul quale campeggia la scritta “Padania Libera”.
Il tempo sembra scorrere come sempre, fa piuttosto caldo ma all’ombra è più fresco. Capiamo di essere ancora nella civiltà dai cumuli di cemento a bordo strada e dalla grande insegna Coop sotto il ponte.
A separarci dal cortile c’è un cancello chiuso con un catenaccio, dobbiamo scavalcare per accedere.
«Da dove entriamo?», domando a Filo.
«Lì era aperto, ieri», risponde.
«E ora non lo è più. Dunque?».
Filo si guarda intorno alla ricerca di un altro punto di accesso.
«Inventiamoci un modo», dico.
«Passare ci passiamo, però…».
«Là in mezzo?».
«Ci stringiamo come i gatti».
«Dici?».
Proviamo a sgattaiolare all’interno attraverso la fessura tra il cancello e la colonna, tentando di non lacerare i vestiti.
«Tienimi questo, per favore».
«Oplà. Uno è dentro».
«Passami lo zaino».
«Ecco».
Subito fuori, i rombi delle macchine scandiscono i minuti.
«Ci siamo».
«Da che parte?».
«Di qua».
«Bene».
«Vogliamo andare dentro?».
«Proviamo un po’ a vedere lo stabile, prima».

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Camminiamo nel cortile. Il “castello” era in origine una fabbrica, ora dismessa, che ricorda per certi versi alcune costruzioni – nella funzione, non nello stile – per la produzione della birra Fix che abbiamo visto a Salonicco, in Grecia. Dal punto di vista dell’abbandono, è persino peggio. Da qui in avanti è solo accatastamento di materiali lasciati all’incuria, senza il minimo controllo.
Ecco i tubi di rame assediati dagli alberi, che sono liberi di crescere. Tutte le finestre, ovviamente, sono sfondate. Resti di eternit a vista lasciati a polverizzarsi; meglio starne alla larga.

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“Cane morto. Per Zak”. Ci imbattiamo nel primo graffito: una grande mano sul muro con una serratura al centro del palmo. Rappresenta un accesso. Molti artisti, qui, si sono sbizzarriti, mettendo in pratica la propria arte. Decidiamo di cominciare da qui la sezione di riprese, anche se non siamo proprio i tipi “hip-poppettari urbani”. Però iniziamo.
Filippo Braga è un fotografo di Monza, che ho conosciuto a Bologna nel lontano 2014. «Sono già tre anni», dice. Studia antropologia visuale all’Università di Torino, e mi ha accompagnato in molti viaggi, slam, digressioni. Noi, novelli speronatori d’assalto, adesso ci apprestiamo a documentare questo non-luogo a tratti surreale. A me, che sono appassionato di cinema, riporta alla mente alcune scene de La classe operaia non va in paradiso, il film di Elio Petri con un magnifico Gian Maria Volontè che descriveva la situazione di un operaio durante gli scioperi selvaggi degli anni Settanta.
Accedo all’interno dalle scalette a muro. La struttura è ridotta ai minimi storici – forse a causa dei rave – resti di copertoni, calcinacci. Tutto distrutto. Su molte pareti si legge la dicitura “Vietato fumare”.

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Man mano che proseguiamo la visita, rimaniamo stupiti dall’ordine con cui i vecchi materiali da ufficio sono stati conservati. Le mensole, le scrivanie, gli armadi, la macchinetta del caffè, persino un album di illustrazioni per bambini, sono tutt’altro che danneggiati. Basterebbe venire qui con un camion per farsi un nuovo arredo. Dal fatto che ciò non sia ancora avvenuto, e anche dalle roulotte parcheggiate sotto il garage all’aperto, capiamo che qui deve viverci qualcuno. Un occupante, un residente, un custode.

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“L’ovvio era talmente affollato che ho scelto l’assurdo”. Mentre Filo monta l’attrezzatura, leggo i miei ultimi versi, con quel minimo di solennità nella voce che accompagna la lettura di ogni poesia. Prima di iniziare, prendo una Gitane dal pacchetto. Recentemente avevo smesso di fumare, ma in realtà non si smette mai niente. Purtroppo, l’unico modo di smettere qualcosa è sostituirla con un vizio peggiore. Non si smette mai niente. Come le candele, bruci e ti sciogli a ciclo continuo. Ogni tanto puoi interrompere la fiamma, giusto per durare un giorno in più, ma in ogni caso il tuo destino è bruciare.
“Non voglio fare niente che non sia bruciare”.
«Come va?», chiedo, facendo scattare la ruota zigrinata dell’accendino.
«Mi scoccia di essermi scordato la bomboletta nera a casa».
«Neanch’io ci ho pensato a portarne una».

Ecco che l’umanità
Continua ad applaudire,
Mentre la guerra avanza
Nel cabaret della reazione.

Il riso scava il fosso
Delle trincee in televisione
E noi, non meritiamo questa guerra
Più di quanto i nostri nonni
Meritassero la pace.

Ridiamo, dunque,
Dello sfacelo andante;
Carne bovina da macello sorridente
E parate nere in corso
Nel giorno della Liberazione.

 Chi siete voi,
Che vi occupate di poesia?
Siete uomini e donne
O solamente artisti?

Dove sarete
Quando ci sarà chi deciderà
Chi e quando dovrà parlare?

Dove sarete
Quando vi si chiederà
Quale plotone servire?

 Ridiamo, ragazzi,
Che abbiamo tutto da perdere!
La prima miccia
Non sarà accesa
Finché l’ultima performance
Non sarà compiuta.

 

Scattiamo le ultime fotografie, Filo gira qualche video. Un getto d’acqua di scarico proveniente dal primo piano atterra su un cumulo di macerie vicino a noi, confermando i nostri sospetti: il luogo è sicuramente abitato. Capiamo allora che è giunto il momento di andarcene, per non disturbare oltremodo gli inquilini del castello di vetro e cemento che ci ha ospitati e che ci ha mostrato, anche se per poco, le sue meraviglie più nascoste.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.
Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, sappiamo che oltre trentacinque milioni di messicani considerati “irregolari” sono stati espulsi dagli Stati Uniti. Persone non gradite per la “superiore cultura bianca” in rovina. Ogni giorno continuano i naufragi nel Mediterraneo, in un tratto di mare tristemente noto come Canale di Sicilia. Troppi profughi si ritrovano trasportati su quella che presto assume i connotati d’una moderna barca di Caronte. Il viaggio per molti è di sola andata. Persone che scappano dalla propria terra perché assediate dalla guerra in Siria e dalle dittature politiche e militari in Libia, in Egitto, che alcuni vorrebbero che venissero aiutate “a casa loro”. Ultimamente, ne sta nascendo un’altra nella vicina Turchia per mano di Tayp Erdogan, che grazie all’ultimo referendum ha acquisito ancora più poteri.
Noi ci sentiamo in dovere di parlare del nostro tempo, anche se è difficile o urticante, e di esserne testimoni. Grande è la confusione sotto il cielo, direbbe Mao, e a dispetto dell’eccezionalità della situazione, troppi poeti non hanno ancora imparato a lottare. Impariamo dagli artisti di strada, dal graffiti writing, che è segno di passaggio, e mai attestazione di proprietà. Condivisione, e non, come qualcuno pensa, demarcazione di un territorio. Laddove c’è un muro, loro ci saranno. Spinti dallo stesso, urgente bisogno di essere uomini. Oltre Il cancello.

Fotografie di Filippo Braga

Il S. Gesù sta arrivando

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Un ubriaco dichiara a voce alta di essere ubriaco. Domanda all’aria stantia del mezzo pubblico quale sia la linea in cui si trova. Il tram si ferma, lui scende poi risale: ha dimenticato un sacchetto di plastica blu, scende. Domanda all’aria pesante di Torino quale sia la fermata in cui si trova, risale.

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Nessuno è illegale

Imbocchiamo Corso Tassoni: dalle bocche fuoriescono lingue straniere che si attorcigliano tra loro. Il breve tratto di sottopassaggio in discesa di Corso Regina Margherita è buio e freddo. Risaliamo nello smog che riscalda l’aria, come un tasso che risale dalla tana dopo un inverno di letargo. Proseguiamo, ad una fermata una ragazza con passeggino chiede aiuto ad un giovane per salire sul tram.

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Scende l’ubriaco che ha dichiarato di essere ubriaco.
La ragazza con passeggino si siede e domanda quale sia la fermata di Corso Vittorio. Le risponde in italiano una ragazza che prima parlava spagnolo, forse ti riferisci a Piazza Adriano, s’intromette un altro e poi un altro ancora. Si apre un dibattito. Le domandano se deve andare a Palazzo di Giustizia. Risponde di no deve andare dal pediatra, ma questo ha cambiato indirizzo dello studio. Le loro voci si perdono.
Imbocchiamo prima una direzione, quindi Corso Vittorio, due vie poi Corso Massimo. Sulla sinistra il Parco del Valentino.
Fuori dal finestrino un insetto indefinito sfida la trazione del tram in movimento.

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Giriamo in Via Valperga Caluso e ci lasciamo indietro Corso Massimo e i palazzi stile liberty divorati da piante rampicanti stile shabby. Una scolaresca delle elementari irrompe nella quiete finta e instabile del tram, e rompe il silenzio. Una maestra grassa zittisce ripetutamente i bambini. Risate e schiamazzi e voci si mescolano ai clacson, al ritmo della città.
Come uscita da un racconto di Murakami, una bambina prende posto a sedere senza spostare l’aria: non si muove, non parla, non sorride. La maestra grassa sgrida un bambino proibendogli di bere e mangiare. Continua a zittirli. La sua presenza è pesante quanto la sua massa corporea.

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La vostra sicurezza uccide

Nel frattempo due bambini intrattengono un’anziana signora dell’altolocato quartiere Crocetta. Le dicono dove sono diretti e ci tengono a precisare che loro sono una scuola; è una signora cordiale e si presta volentieri all’ascolto.
Prendiamo la rincorsa e continuiamo lungo il tratto in salita che cambia nome e diventa Corso Sommelier. Il tram corre lento, arranca lungo il ponte. Lo scorcio colore ruggine della stazione Porta Nuova. Le linee dei binari si intrecciano tra loro, i fili tesi dell’alta tensione corrono paralleli, vagoni abbandonati.

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Viva Spartaco

Sale una donna molto alta. Capelli lisci neri e fili argentati raccolti in una coda bassa. Una rara scala di grigi presente solo nelle confezioni di pastelli Caran d’Ache.
All’incrocio con Corso Re Umberto un semaforo sospeso blocca l’anarchia degli automobilisti. La scolaresca scende.

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Liberi tutti/e

Siamo fermi, siamo in attesa di un segnale per ripartire: quattro, le auto bianche ferme al semaforo, tre, quelle grigie, due, le persone che stanno registrando un messaggio vocale all’interno dell’auto, tre, quelle che lo stanno scrivendo; uno, il pastore tedesco sul sedile posteriore.

Al civico n. 30 di Corso Luigi Einaudi, la donna molto alta scende.

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Proseguiamo dritti e ci lasciamo indietro i palazzi settecenteschi e le nicchie dei balconi e le colonne greche e le torri. All’incrocio con Corso Mediterraneo, Corso Einaudi diventa Corso Peschiera. Hotel Politecnico Best Quality Hotel in maiuscolo colore rosso.

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Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Fotografie di Chiara De Cillis

Memorie in spostamento

Un piano di fuga dalla rete è uno spazio virtuale che viene, ma soprattutto vuole essere attraversato da molteplici contributi letterari e visuali provenienti dal profondo mondo della rete. La sezione Aleph, non per nulla intitolata Reportage & Visioni, vuole concentrare appunto la sua attenzione su quelli che sono i metodi narrativi ed espressivi visuali toccati dalla poesia visiva e dalla fotografia. Infatti, ogni immagine, come la parola, possiede di per sé un potere narrativo che è capace di insinuare nella mente di chi le osserva il desiderio di ricavarne una storia.

Ciò che vorrei presentarvi oggi in questa sezione di Neutopia è una serie di lavori di una fotografa di nome Naomi Morello. Molto attiva all’interno del web, colpisce per fotografie caratterizzate da uno sguardo che ha raggiunto una elevata maturità ponendosi in maniera sensibile nei confronti della figura umana e della vita che la circonda.

I suoi scatti sono caratterizzati da uno sguardo che ha raggiunto una elevata maturità, ponendosi in maniera sensibile nei confronti della figura umana e della vita che la circonda.

Esplorando le pagine web, mi sono imbattuto in una serie di fotografie che hanno attirato la mia attenzione: si tratta di un cospicuo numero di foto che immortalano uno degli aspetti più quotidiani della vita metropolitana, lo spostamento. Raggiungere un punto preciso o attraversare la città da parte a parte è qualcosa che accomuna orizzontalmente le vite delle persone che vivono in città. Questo incessante spostarsi viene però spesso vissuto dall’uomo in maniera individualizzata e soggettiva, come chiuso nel proprio guscio corporeo-sensoriale. Il mezzo pubblico, luogo dello spostamento, è infatti frequentemente concepito come un non-luogo nell’immaginario sociale di oggi; si trasforma così in uno spazio e in un tempo che viene vissuto con quell’atteggiamento blasé, indifferente e scettico, che già G. Simmel descriveva nei suoi scritti sul rapporto tra uomo e metropoli.

Le linee della metropolitana, i tram e gli autobus di qualsiasi città sono dimensioni con cui molti individui entrano in contatto nella loro quotidianità; con le sue ore di punta, il trasporto pubblico offre ad un attento osservatore un meraviglioso panorama di umanità: sguardi, volti e gestualità tutta in movimento. In sostanza riflette come uno specchio la brulicante vita metropolitana. Credo sia stato proprio questo affascinante intrecciarsi tra uomo e metropoli che ha fatto scaturire in Naomi Morello la scintilla per far scattare l’otturatore della sua macchina fotografica, anche se in questo caso si tratta di una fotocamera del telefono e non di una reflex. L’uso dello smartphone, in questo caso, è dovuto non solo ad una questione di praticità, ma anche al fatto che si tratta di istantanee della realtà che documentano il vissuto personale della fotografa durante i suoi spostamenti quotidiani con i mezzi pubblici.

Con le sue ore di punta, il trasporto pubblico offre ad un attento osservatore un meraviglioso panorama di umanità.

Dalla fotografia di Naomi Morello emerge con evidenza uno sguardo allenato, scaltro e spontaneo nella ricerca di quell’attimo significativo, di quelle fuggevoli espressioni dei volti che la circondano o di un particolare dettaglio. La spontaneità nei suoi scatti non è esclusivamente unidirezionale, in quanto si può ben notare come l’espressività dei soggetti ripresi non sia minimamente condizionata dalla presenza del suo obiettivo.

L’osservatore viene così condotto a intuire il rapporto che la fotografa ricerca con i soggetti: attraverso la ricerca di sguardi e di gestualità semplici viene messa in luce la relazione di sensibilità che può emergere nella banalità di uno spostamento quotidiano, imprimendolo nella propria memoria e nel vissuto personale con una fotografia.

In copertina, scatto dell’autrice

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La presenza nell’assenza

 

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto, in divenire, un discorso che non comincia e non finisce, ma che rimane sospeso tra la presenza dell’osservatore e la mancanza di una prospettiva definibile entro spazi e codici precisi. Un prospettivismo, quello del fotografo milanese, che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto e in divenire […] che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

Nelle foto che ritraggono la Sicilia è il contesto a farla da padrone (vedi Siracusa, centro storico) e anche laddove gli esseri umani fanno la loro comparsa, questi sono personaggi secondari, esseri viventi e intrusi (Bologna, periferia) che non brillano mai per una peculiarità o un particolare, ma che al contrario sono inseriti nel loro habitat naturale – sia pure, questo, quello urbano. Impossibile non riconoscere in lavori come quelli sulla città di Palermo un punto di vista antropologico oltreché visivo, frutto degli studi intrapresi a Bologna e proseguiti a Torino, non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti, e nello specifico Viaggio in Italia, durante il quale il maestro emiliano tentò di dare una nuova immagine aggiornata del paesaggio della penisola, distante da quello “da cartolina” al quale eravamo abituati da decenni.

Impossibile non riconoscere nei suoi lavori un punto di vista antropologico oltreché visivo […] non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti.

Ed è proprio il viaggio uno dei temi più battuti nella fotografia di Filippo, un viaggio mai inteso come meta o punto d’arrivo, ma come elemento di giunzione, stile di vita e mezzo di comunicazione con l’altro (Acitrezza, peschereccio). Il suo obbiettivo, che si tratti della desolata campagna padana o delle vie della Vucciria, tende sempre a unificare antico e moderno, in una miscellanea che, spesso, mette in luce le contraddizioni e le parti più nascoste del nostro Paese, in una poetica cui può giungere solamente l’occhio curioso e allenato dello studioso, per andare al di là delle apparenze, scavando, e arrivare così alla sua parte più vera ed essenziale.

Una presenza nell’assenza, un occhio di riguardo verso quegli elementi più propriamente umani che intaccano il nostro presente; una traccia delebile, superficiale, provvisoria, nell’epoca del post-umano.

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La poeticità intrinseca nel movimento New Page

Neutopia nasce come collettivo-contenitore, per dare spazio a collaborazioni e percorsi anche differenti tra loro. In questo caso accogliamo i lavori di Francesco Aprile, scrittore e poeta facente parte del movimento letterario New Page, fondato nel 2009 dallo scrittore e teorico letterario Francesco Saverio Dòdaro. L’idea alla base è quella di produrre testi letterari, narrativi, poetici, teatrali (ma anche e soprattutto di ibridazione per un crollo delle barriere tra le forme), strutturati sulle coordinate della comunicazione pubblicitaria, ma anche giornalistica, con ambiti di riceprocità con il concretismo di Carlo Belloli, applicati su crowner, pannelli cartonati usati per le pubblicità, ed esposti nelle vetrine dei negozi. Anche se, a nostro avviso, il rischio può sembrare quello di voler impostare un pericoloso dialogo con la merce, in realtà la poeticità intrinseca nel movimento New Page si evince dalle parole dello stesso Dòdaro, quando afferma:

«I romanzi, la poiesi in genere, intercettano l’ora, il contesto, l’ampio know-how, ed escono dalle gabbie speculative – commerciali e di potere – per diffondersi tra i frammenti, le desolazioni, le mancanze, gli smembramenti, le solitudini. L’amore. Cento parole. Ritorna, in altra veste, il cantastorie. Il cantastorie del terzo millennio».

Si possono trovare tutte le opere, l’elenco degli autori, i manifesti teorici e le foto dell’attività del movimento su questo sito: New Page – Narrativa in store.

Simple things

Simple things, «cose semplici»: l’opera di Elisa C. G. Camurati è composta da vecchi giornali, scarti di tovagliette e pezzi di cartone. A renderli diversi dai collages che noi tutti ci siamo ritrovati a dover fare su ordine della maestra, c’è anzitutto la conoscenza del colore e la consapevolezza degli spazi, che l’artista ha acquisito durante gli studi grafici da lei condotti.

«Non consideratemi poeta» – afferma. Non si tratta di fatto di una scrittura consapevole, ragionata, ma di una poesia di non appartenenza, a più voci. Alle parole scritte di suo pugno, tracciate molto spesso al contrario, si fondono le parole ritagliate dai libri e dai quotidiani, scritte da chissà chi, creando un incastro perfetto, che esplode grazie agli interventi dei colori – colori forti: nero, rosso – colpendo l’osservatore con il loro carico di sentimenti contrastanti che vanno dalla rabbia feroce all’assoluta rassegnazione, alla pace dell’animo (sentimento ben più raro del primo).

Nel suo Groviglio isterico – Autoritratto dentro e fuori, le parole compongono:

“Non è più…
né più né meno
il fuoco che guizza
in fondo all’oceano
insofferente
del color della pece”.

Ed è nell’impossibilità del fuoco di guizzare al fondo dell’oceano che sta la chiave di tutto il lavoro dell’artista: una volontà estrema di bruciare, di vivere, primordiale, ma costretta nella gabbia delle costruzioni sociali, della quotidiana civiltà, dell’ipocrisia. Così spesso si incontrano versi pregni di sarcasmo, quasi volgari, degli sputi sul volto di chi si ritrova a leggerli, ma non tanti quante sono le note autoironiche ai margini o agli angoli, ammissioni nascoste di fragilità.
«Quello che non sono in grado di fare o di dire nella vita quotidiana, mi cresce dentro fino esasperarmi, finché finalmente non riesco a venirne a capo, a uscire dal vortice di mutismo in cui mi chiudo ed è una liberazione, un gesto catartico».
L’azione di cercare e ritagliare le parole è come un tentativo di riflettere all’esterno ciò che bolle nell’animo, un trovare fuori, ciò che non si riesce a chiarire dentro di sé. Così, come scrive Shopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione:

«Immediatamente e inseparabilmente il singolo oggetto intuito si eleva all’idea della sua specie, l’individuo conoscente si eleva a puro soggetto del conoscere libero dalla volontà, ed entrambi, in quanto tali, non si trovano più nella corrente del tempo e di tutte le altre relazioni».

Link al sito: 

http://www.keminthemiddle.tumblr.com