Oltre il cancello

Il panorama da suburbio dimenticato si staglia ai nostri occhi. Siamo a Cormano, nell’estrema periferia a nord di Milano. I campi coltivati che un tempo costellavano il paesaggio sono stati cementificati e gli stabilimenti industriali hanno preso il posto delle campagne. Attorno a noi, quartieri dormitorio, case popolari e grandi ipermercati segnalati alle rotonde. Camminiamo per visitare questi luoghi abbandonati, adornati da bellissimi esempi di street-art. Mentre arriviamo, ci imbattiamo sul muro esterno di un cimitero sul quale campeggia la scritta “Padania Libera”.
Il tempo sembra scorrere come sempre, fa piuttosto caldo ma all’ombra è più fresco. Capiamo di essere ancora nella civiltà dai cumuli di cemento a bordo strada e dalla grande insegna Coop sotto il ponte.
A separarci dal cortile c’è un cancello chiuso con un catenaccio, dobbiamo scavalcare per accedere.
«Da dove entriamo?», domando a Filo.
«Lì era aperto, ieri», risponde.
«E ora non lo è più. Dunque?».
Filo si guarda intorno alla ricerca di un altro punto di accesso.
«Inventiamoci un modo», dico.
«Passare ci passiamo, però…».
«Là in mezzo?».
«Ci stringiamo come i gatti».
«Dici?».
Proviamo a sgattaiolare all’interno attraverso la fessura tra il cancello e la colonna, tentando di non lacerare i vestiti.
«Tienimi questo, per favore».
«Oplà. Uno è dentro».
«Passami lo zaino».
«Ecco».
Subito fuori, i rombi delle macchine scandiscono i minuti.
«Ci siamo».
«Da che parte?».
«Di qua».
«Bene».
«Vogliamo andare dentro?».
«Proviamo un po’ a vedere lo stabile, prima».

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Camminiamo nel cortile. Il “castello” era in origine una fabbrica, ora dismessa, che ricorda per certi versi alcune costruzioni – nella funzione, non nello stile – per la produzione della birra Fix che abbiamo visto a Salonicco, in Grecia. Dal punto di vista dell’abbandono, è persino peggio. Da qui in avanti è solo accatastamento di materiali lasciati all’incuria, senza il minimo controllo.
Ecco i tubi di rame assediati dagli alberi, che sono liberi di crescere. Tutte le finestre, ovviamente, sono sfondate. Resti di eternit a vista lasciati a polverizzarsi; meglio starne alla larga.

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“Cane morto. Per Zak”. Ci imbattiamo nel primo graffito: una grande mano sul muro con una serratura al centro del palmo. Rappresenta un accesso. Molti artisti, qui, si sono sbizzarriti, mettendo in pratica la propria arte. Decidiamo di cominciare da qui la sezione di riprese, anche se non siamo proprio i tipi “hip-poppettari urbani”. Però iniziamo.
Filippo Braga è un fotografo di Monza, che ho conosciuto a Bologna nel lontano 2014. «Sono già tre anni», dice. Studia antropologia visuale all’Università di Torino, e mi ha accompagnato in molti viaggi, slam, digressioni. Noi, novelli speronatori d’assalto, adesso ci apprestiamo a documentare questo non-luogo a tratti surreale. A me, che sono appassionato di cinema, riporta alla mente alcune scene de La classe operaia non va in paradiso, il film di Elio Petri con un magnifico Gian Maria Volontè che descriveva la situazione di un operaio durante gli scioperi selvaggi degli anni Settanta.
Accedo all’interno dalle scalette a muro. La struttura è ridotta ai minimi storici – forse a causa dei rave – resti di copertoni, calcinacci. Tutto distrutto. Su molte pareti si legge la dicitura “Vietato fumare”.

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Man mano che proseguiamo la visita, rimaniamo stupiti dall’ordine con cui i vecchi materiali da ufficio sono stati conservati. Le mensole, le scrivanie, gli armadi, la macchinetta del caffè, persino un album di illustrazioni per bambini, sono tutt’altro che danneggiati. Basterebbe venire qui con un camion per farsi un nuovo arredo. Dal fatto che ciò non sia ancora avvenuto, e anche dalle roulotte parcheggiate sotto il garage all’aperto, capiamo che qui deve viverci qualcuno. Un occupante, un residente, un custode.

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“L’ovvio era talmente affollato che ho scelto l’assurdo”. Mentre Filo monta l’attrezzatura, leggo i miei ultimi versi, con quel minimo di solennità nella voce che accompagna la lettura di ogni poesia. Prima di iniziare, prendo una Gitane dal pacchetto. Recentemente avevo smesso di fumare, ma in realtà non si smette mai niente. Purtroppo, l’unico modo di smettere qualcosa è sostituirla con un vizio peggiore. Non si smette mai niente. Come le candele, bruci e ti sciogli a ciclo continuo. Ogni tanto puoi interrompere la fiamma, giusto per durare un giorno in più, ma in ogni caso il tuo destino è bruciare.
“Non voglio fare niente che non sia bruciare”.
«Come va?», chiedo, facendo scattare la ruota zigrinata dell’accendino.
«Mi scoccia di essermi scordato la bomboletta nera a casa».
«Neanch’io ci ho pensato a portarne una».

Ecco che l’umanità
Continua ad applaudire,
Mentre la guerra avanza
Nel cabaret della reazione.

Il riso scava il fosso
Delle trincee in televisione
E noi, non meritiamo questa guerra
Più di quanto i nostri nonni
Meritassero la pace.

Ridiamo, dunque,
Dello sfacelo andante;
Carne bovina da macello sorridente
E parate nere in corso
Nel giorno della Liberazione.

 Chi siete voi,
Che vi occupate di poesia?
Siete uomini e donne
O solamente artisti?

Dove sarete
Quando ci sarà chi deciderà
Chi e quando dovrà parlare?

Dove sarete
Quando vi si chiederà
Quale plotone servire?

 Ridiamo, ragazzi,
Che abbiamo tutto da perdere!
La prima miccia
Non sarà accesa
Finché l’ultima performance
Non sarà compiuta.

 

Scattiamo le ultime fotografie, Filo gira qualche video. Un getto d’acqua di scarico proveniente dal primo piano atterra su un cumulo di macerie vicino a noi, confermando i nostri sospetti: il luogo è sicuramente abitato. Capiamo allora che è giunto il momento di andarcene, per non disturbare oltremodo gli inquilini del castello di vetro e cemento che ci ha ospitati e che ci ha mostrato, anche se per poco, le sue meraviglie più nascoste.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.
Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, sappiamo che oltre trentacinque milioni di messicani considerati “irregolari” sono stati espulsi dagli Stati Uniti. Persone non gradite per la “superiore cultura bianca” in rovina. Ogni giorno continuano i naufragi nel Mediterraneo, in un tratto di mare tristemente noto come Canale di Sicilia. Troppi profughi si ritrovano trasportati su quella che presto assume i connotati d’una moderna barca di Caronte. Il viaggio per molti è di sola andata. Persone che scappano dalla propria terra perché assediate dalla guerra in Siria e dalle dittature politiche e militari in Libia, in Egitto, che alcuni vorrebbero che venissero aiutate “a casa loro”. Ultimamente, ne sta nascendo un’altra nella vicina Turchia per mano di Tayp Erdogan, che grazie all’ultimo referendum ha acquisito ancora più poteri.
Noi ci sentiamo in dovere di parlare del nostro tempo, anche se è difficile o urticante, e di esserne testimoni. Grande è la confusione sotto il cielo, direbbe Mao, e a dispetto dell’eccezionalità della situazione, troppi poeti non hanno ancora imparato a lottare. Impariamo dagli artisti di strada, dal graffiti writing, che è segno di passaggio, e mai attestazione di proprietà. Condivisione, e non, come qualcuno pensa, demarcazione di un territorio. Laddove c’è un muro, loro ci saranno. Spinti dallo stesso, urgente bisogno di essere uomini. Oltre Il cancello.

Fotografie di Filippo Braga
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Published by

Davide Galipò

Presto per la strada non vedremo più che artisti, e faremo una gran fatica a scorgere un uomo. (A. Cravan)

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