Diluvio ed esposizione universale

 

Milano, 1 agosto 2015

Vi scrivo da un sottotetto di porta Venezia, dove fortunatamente vivo. Oggi son tre mesi che piove ininterrottamente sulla pianura padana. Il tg dice che l’acqua ha raggiunto l’altare del Duomo. Ha iniziato a piovere il primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo, e non ha più smesso, con una media di più di tre centimetri d’acqua al giorno. Nutrire il pianeta è il sottotitolo dell’esposizione universale, e il pianeta Terra ha voluto prenderci in giro o forse sottolineare quanto lo stiamo sfruttando. Le ultime colate di cemento su Milano hanno coperto gli spazi verdi residui, gli unici in grado di assorbire l’acqua. L’asfalto ha fatto da fondale dell’immensa piscina che è diventata questa città. Dalla finestra osservo il canale Buenos Aires, finalmente libero da insegne e turisti; in lontananza si vedono spuntare le chiome degli alberi del parco di Palestro, private dei tronchi, come fossero mangrovie.
Tutti gli abitanti degli scantinati e dei piani terra si son dovuti trasferire; i prezzi delle case dal secondo piano in su sono schizzati alle stelle. I più ricchi, insieme ai catastrofici, si stanno accaparrando gli ultimi livelli dei grattacieli; i senzatetto hanno occupato la Torre Galfa, vicino alla stazione Centrale. I più lungimiranti, tra cui il sottoscritto, hanno acquistato una canoa gonfiabile da Decathlon in piazzale Cairoli, poco prima che venisse sommerso insieme alla rete della metropolitana. I primi giorni era bello vedere il fossato del Castello pieno d’acqua; da piccolo credevo che gli Sforza ci tenessero dei coccodrilli.

Le ultime colate di cemento su Milano hanno coperto gli spazi verdi residui, gli unici in grado di assorbire l’acqua. L’asfalto ha fatto da fondale dell’immensa piscina che è diventata questa città.

A Milano piove da tre mesi e finalmente l’aria si è pulita, nessuna macchina che circola; galleggiano tutte verso la periferia o nei loro box sotterranei. Fuori dal centro, e nel resto della grande piana ipermercata, la situazione è migliore, i campi sono riusciti ad assorbire questo diluvio. La città, spiegano i telegiornali, è come se fosse una conca, una depressione, e pertanto è diventata un’enorme pozza. La protezione civile ha provato a pompare via l’acqua, ma la pioggia incessante li ha fatti desistere.
I milanesi e i turisti della fiera sono fuggiti in vacanza; l’immensa area Expo è rifugio di anatre e pesci, liberati dagli acquari dei ristoranti, scoppiati per la pressione. Gli unici negozi aperti sono le farmacie e alcuni piccoli alimentari improvvisati; i supermercati sono allagati e privi di rifornimenti. Siamo rimasti in pochissimi in città, anche perché tra due settimane è ferragosto. Io, con la mia preziosa canoa, sbrigo commissioni per gli anziani vicini e vivacchio di questo.

Finalmente Milano si è fermata; doveva avere tantissimo sonno, e noi che la svegliavamo di continuo, con quei fottutissimi clacson.

Ogni sera remo fino al barcone sul Naviglio, che ormai è l’unico posto dove andare a farsi un goccio, e mi sbronzo. Nessuno mi potrà ritirare la patente. Finalmente amo queste strade, private di sensi e controsensi, di una qualsiasi regola di viabilità; l’acqua è stata democratica, ha coperto tutto allo stesso modo, lasciando una Venezia senza ponti e una Milano senza Area C o problemi di traffico e parcheggio. In tutto il mondo, dicono i telegiornali, si parla di questo particolarismo climatico e dell’Expo fallito; ci si chiede se esista un nesso tra il diluvio e il fatto che si stia riversando in una delle zone più inquinate d’Europa. Io vorrei solo che non smettesse mai e che la città rimanesse così, muta e sospesa, come l’avevo vista in certe notti di neve copiosa.
Finalmente Milano si è fermata; doveva avere tantissimo sonno, e noi che la svegliavamo di continuo, con quei fottutissimi clacson. Amo percorrere queste vie canali di notte, quando piove leggero e i lampioni si riflettono come miriadi di lune piene. Vorrei rivedere le stelle, questo sì. Ma non mi azzardo a chiedere altro a un pianeta da cui abbiamo già preteso troppo. Mi sta bene così.

Milano, 2 agosto 2015

Stanotte mi sono sbronzato più del solito, mi sveglio alle tre di pomeriggio. Scendo le scale con il mal di testa, devo recuperare sigarette e caffè per colazione. Mi affaccio dalla finestra sulle scale e scopro che la mia canoa non c’è. Qualcuno l’ha rubata. Dopo qualche bestemmia fermo il primo motoscafo della polizia e spiego la situazione; pattugliamo mezza città alla ricerca del ladro, tanto gli agenti non hanno un cazzo da fare, confessano. Vedo la canoa nei pressi della stazione Lambrate; la ladra e rematrice, scopro sbigottito, è la mia anziana e vispa vicina di casa. Mi saluta e dice che oggi è l’anniversario della morte del marito e deve andare a trovarlo per forza. Aveva provato a svegliarmi bussando e suonando il campanello, ma in effetti ho il sonno pesante, specie se etilico. Mi aveva anche lasciato un biglietto sulla porta che non ho letto, uscendo intontito. Ad ogni modo ringrazio gli agenti e mi offro di accompagnare la vicina al cimitero Lambrate, in religioso silenzio.
A fatica ci muoviamo tra lapidi e cipressi. La signora mi indica la strada, mentre sudo e bestemmio tra i denti per la fatica; qui vicino scorre il fiume Lambro, che crea una forte corrente. Il mausoleo di famiglia è completamente sommerso; spunta solo un angioletto. La vicina non riesce a darsi pace, vuole assolutamente vedere la foto del defunto coniuge e cambiare i fiori, che poi sarebbero delle rose rosse che le ho trovato qualche giorno fa da un cingalese in zona Navigli, dopo ore di ricerche.
Mentre provo a legare la cima a un tronco la vecchia si tuffa, non so se per raggiungere la tomba o il marito. Ad ogni modo cado anch’io in acqua e con fatica riesco a risalire sulla canoa. Faccio in tempo a scorgere il suo corpo scomparire in un vortice. Provo ad avvicinarmi per salvarla ma tutto quel che recupero è il suo cappello di paglia. Sarà felice, penso. Prego in silenzio per quella vecchia pazza. Inizia a fare buio, sotto la leggera e costante pioggerella. Spero che piova per sempre sul dolore di questo mondo.

Illustrazione di Emizu Posuka
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Paolo Cerruto

Paolo Cerruto (1992) scrive e vive a Milano, dove lavora nell'editoria e spaccia poesia con Tempi diVersi. Collabora con il Premio Alberto Dubito. Ama chi è all'ultima spiaggia e ci prende il sole.

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