Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta

Che cos’è la poesia? Cos’è arte e cosa non lo è? È ancora possibile dare una definizione di mondo, e quali sono gli strumenti per fare poesia nell’era del tardo-capitalismo?
Il mockumentary Salinika – Sovraccarica Alcalinica In Metrica Scomposta (Torino, 2017) prova a dare una risposta a questi interrogativi, riassumendo gli ultimi anni di attività del gruppo d’azione poetica nato a Parma nel 2015 e derivante dall’action poetry di matrice messicana.

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Nella foto, da sinistra: Charlie D. Nan, Francesco Salmeri, Davide Galipò

La contrapposizione pratica e ideologica del gruppo – composto da Nicolò Gugliuzza, Davide Galipò, Charlie D. Nan, Francesco Salmeri e Chiara De Cillis – diventa necessaria nella guerra civile e/o culturale che stiamo vivendo e che ha relegato la poesia in uno spazio sempre più marginale rispetto al grande pubblico.
L’obbiettivo di Salinika è quello di recuperare una possibilità di sovversione linguistica, propria del mezzo performativo e poetico, attraverso lo choc dello spettatore e l’aggressione creativa, in un dialogo con le avanguardie degli anni ’20 e le neoavanguardie degli anni ’60.
Per fare una poesia rivoluzionaria, occorre che questa sia tale nella forma, non solo nei contenuti. Da qui la necessità di formare un laboratorio comune, in una prospettiva contro-culturale e di rottura rispetto al pensiero dominante.

Soggetto, regia e montaggio di Davide Galipò, riprese e fotografia di Filippo Braga.

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“tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)

(Dalla prefazione al libro Una rottura con lo spazio e con il tempo, di Davide Galipò)

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Una tra le prime poesie di Francesco pubblicate su Neutopia, dal titolo “Verlaine fuori tempo massimo”, recita così: «Dichiaro guerra a tutte le metafisiche poliziesche/ E ai tuoi occhi militari e alle dita socialdemocratiche/ BIANCHE come le pagine dietro i tuoi pensieri;/ Dichiaro guerra alle cosce fritte di pollo/ E, dunque, in ultima analisi,/ Allo Stato borghese».
In quell’occasione, scrissi che «la delazione di Francesco Salmeri da un certo mondo e da un certo modo di fare poesia è, prima di tutto, estetica e, in secondo luogo, ideologica». Continue reading ““tagli” di Francesco Salmeri, auto-produzioni Neutopia (2017)”

Oltre il cancello

Il panorama da suburbio dimenticato si staglia ai nostri occhi. Siamo a Cormano, nell’estrema periferia a nord di Milano. I campi coltivati che un tempo costellavano il paesaggio sono stati cementificati e gli stabilimenti industriali hanno preso il posto delle campagne. Attorno a noi, quartieri dormitorio, case popolari e grandi ipermercati segnalati alle rotonde. Camminiamo per visitare questi luoghi abbandonati, adornati da bellissimi esempi di street-art. Mentre arriviamo, ci imbattiamo sul muro esterno di un cimitero sul quale campeggia la scritta “Padania Libera”.
Il tempo sembra scorrere come sempre, fa piuttosto caldo ma all’ombra è più fresco. Capiamo di essere ancora nella civiltà dai cumuli di cemento a bordo strada e dalla grande insegna Coop sotto il ponte.
A separarci dal cortile c’è un cancello chiuso con un catenaccio, dobbiamo scavalcare per accedere.
«Da dove entriamo?», domando a Filo.
«Lì era aperto, ieri», risponde.
«E ora non lo è più. Dunque?».
Filo si guarda intorno alla ricerca di un altro punto di accesso.
«Inventiamoci un modo», dico.
«Passare ci passiamo, però…».
«Là in mezzo?».
«Ci stringiamo come i gatti».
«Dici?».
Proviamo a sgattaiolare all’interno attraverso la fessura tra il cancello e la colonna, tentando di non lacerare i vestiti.
«Tienimi questo, per favore».
«Oplà. Uno è dentro».
«Passami lo zaino».
«Ecco».
Subito fuori, i rombi delle macchine scandiscono i minuti.
«Ci siamo».
«Da che parte?».
«Di qua».
«Bene».
«Vogliamo andare dentro?».
«Proviamo un po’ a vedere lo stabile, prima».

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Camminiamo nel cortile. Il “castello” era in origine una fabbrica, ora dismessa, che ricorda per certi versi alcune costruzioni – nella funzione, non nello stile – per la produzione della birra Fix che abbiamo visto a Salonicco, in Grecia. Dal punto di vista dell’abbandono, è persino peggio. Da qui in avanti è solo accatastamento di materiali lasciati all’incuria, senza il minimo controllo.
Ecco i tubi di rame assediati dagli alberi, che sono liberi di crescere. Tutte le finestre, ovviamente, sono sfondate. Resti di eternit a vista lasciati a polverizzarsi; meglio starne alla larga.

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“Cane morto. Per Zak”. Ci imbattiamo nel primo graffito: una grande mano sul muro con una serratura al centro del palmo. Rappresenta un accesso. Molti artisti, qui, si sono sbizzarriti, mettendo in pratica la propria arte. Decidiamo di cominciare da qui la sezione di riprese, anche se non siamo proprio i tipi “hip-poppettari urbani”. Però iniziamo.
Filippo Braga è un fotografo di Monza, che ho conosciuto a Bologna nel lontano 2014. «Sono già tre anni», dice. Studia antropologia visuale all’Università di Torino, e mi ha accompagnato in molti viaggi, slam, digressioni. Noi, novelli speronatori d’assalto, adesso ci apprestiamo a documentare questo non-luogo a tratti surreale. A me, che sono appassionato di cinema, riporta alla mente alcune scene de La classe operaia non va in paradiso, il film di Elio Petri con un magnifico Gian Maria Volontè che descriveva la situazione di un operaio durante gli scioperi selvaggi degli anni Settanta.
Accedo all’interno dalle scalette a muro. La struttura è ridotta ai minimi storici – forse a causa dei rave – resti di copertoni, calcinacci. Tutto distrutto. Su molte pareti si legge la dicitura “Vietato fumare”.

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Man mano che proseguiamo la visita, rimaniamo stupiti dall’ordine con cui i vecchi materiali da ufficio sono stati conservati. Le mensole, le scrivanie, gli armadi, la macchinetta del caffè, persino un album di illustrazioni per bambini, sono tutt’altro che danneggiati. Basterebbe venire qui con un camion per farsi un nuovo arredo. Dal fatto che ciò non sia ancora avvenuto, e anche dalle roulotte parcheggiate sotto il garage all’aperto, capiamo che qui deve viverci qualcuno. Un occupante, un residente, un custode.

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“L’ovvio era talmente affollato che ho scelto l’assurdo”. Mentre Filo monta l’attrezzatura, leggo i miei ultimi versi, con quel minimo di solennità nella voce che accompagna la lettura di ogni poesia. Prima di iniziare, prendo una Gitane dal pacchetto. Recentemente avevo smesso di fumare, ma in realtà non si smette mai niente. Purtroppo, l’unico modo di smettere qualcosa è sostituirla con un vizio peggiore. Non si smette mai niente. Come le candele, bruci e ti sciogli a ciclo continuo. Ogni tanto puoi interrompere la fiamma, giusto per durare un giorno in più, ma in ogni caso il tuo destino è bruciare.
“Non voglio fare niente che non sia bruciare”.
«Come va?», chiedo, facendo scattare la ruota zigrinata dell’accendino.
«Mi scoccia di essermi scordato la bomboletta nera a casa».
«Neanch’io ci ho pensato a portarne una».

Ecco che l’umanità
Continua ad applaudire,
Mentre la guerra avanza
Nel cabaret della reazione.

Il riso scava il fosso
Delle trincee in televisione
E noi, non meritiamo questa guerra
Più di quanto i nostri nonni
Meritassero la pace.

Ridiamo, dunque,
Dello sfacelo andante;
Carne bovina da macello sorridente
E parate nere in corso
Nel giorno della Liberazione.

 Chi siete voi,
Che vi occupate di poesia?
Siete uomini e donne
O solamente artisti?

Dove sarete
Quando ci sarà chi deciderà
Chi e quando dovrà parlare?

Dove sarete
Quando vi si chiederà
Quale plotone servire?

 Ridiamo, ragazzi,
Che abbiamo tutto da perdere!
La prima miccia
Non sarà accesa
Finché l’ultima performance
Non sarà compiuta.

 

Scattiamo le ultime fotografie, Filo gira qualche video. Un getto d’acqua di scarico proveniente dal primo piano atterra su un cumulo di macerie vicino a noi, confermando i nostri sospetti: il luogo è sicuramente abitato. Capiamo allora che è giunto il momento di andarcene, per non disturbare oltremodo gli inquilini del castello di vetro e cemento che ci ha ospitati e che ci ha mostrato, anche se per poco, le sue meraviglie più nascoste.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.

Torneremo qui un giorno, desiderosi di andare al di là delle barriere, di attraversare lo spazio che ci separa tra il vuoto e il pieno, la vita e l’abbandono.
Da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, sappiamo che oltre trentacinque milioni di messicani considerati “irregolari” sono stati espulsi dagli Stati Uniti. Persone non gradite per la “superiore cultura bianca” in rovina. Ogni giorno continuano i naufragi nel Mediterraneo, in un tratto di mare tristemente noto come Canale di Sicilia. Troppi profughi si ritrovano trasportati su quella che presto assume i connotati d’una moderna barca di Caronte. Il viaggio per molti è di sola andata. Persone che scappano dalla propria terra perché assediate dalla guerra in Siria e dalle dittature politiche e militari in Libia, in Egitto, che alcuni vorrebbero che venissero aiutate “a casa loro”. Ultimamente, ne sta nascendo un’altra nella vicina Turchia per mano di Tayp Erdogan, che grazie all’ultimo referendum ha acquisito ancora più poteri.
Noi ci sentiamo in dovere di parlare del nostro tempo, anche se è difficile o urticante, e di esserne testimoni. Grande è la confusione sotto il cielo, direbbe Mao, e a dispetto dell’eccezionalità della situazione, troppi poeti non hanno ancora imparato a lottare. Impariamo dagli artisti di strada, dal graffiti writing, che è segno di passaggio, e mai attestazione di proprietà. Condivisione, e non, come qualcuno pensa, demarcazione di un territorio. Laddove c’è un muro, loro ci saranno. Spinti dallo stesso, urgente bisogno di essere uomini. Oltre Il cancello.

Fotografie di Filippo Braga

Cos’è per noi l’azione poetica

Allende,  il  popolo  vuole  le  armi!  Il nostro primo pensiero va, in assoluto, alla storia del Cile e al colpo di Stato subito dal popolo cileno nel 1973. All’azione poetica di matrice messicana si unì allora l’azione del realvisceralismo descritta da Roberto Bolaño ne I Detective selvaggi. Manomettere i simboli dello stato fascista è un’opera di caritatevole buongusto. Manomettere le poesie dei santoni della poesia nostrana, va da sé, sarà una semplice contingenza. Se la storia consegnerà Allende come figura di “rivoluzionario non violento”, che impedì al suo popolo di andare oltre il confine e combattere per la rivoluzione, Bolaño sarà ricordato come “romanziere”, anche se egli stesso affermava: «Sono fondamentalmente un poeta. Ho iniziato come poeta. Da sempre ho creduto – e continuo a farlo – che scrivere prosa sia un atto di cattivo gusto». Noi, allo stesso modo, se ci esprimiamo in prosa è per essere compresi (e dunque sopravvivere), ma pensiamo sia il caso di appropriarsi di armi più propriamente poetiche per affrontare l’arduo compito che la storia ci impone: salvare la poesia italiana dal baratro in cui un’editoria cieca e abbietta la sta relegando.

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Opporre Opposizione

Induzione Teorico-Creativa di Ivan Fassio per l’operazione visiva di Elisa Camurati, Chiara De Cillis, Davide Galipò, Enrica Merlo, Renata Bolognesi, per lo spazio di Cecilia Gattullo e Piera Romeo.

La fotografia ci obbliga a riprenderci, per riconoscerci, anche se ritagliata da un giornale, per quotidiana opposizione allo scorrimento logico, imposto necessario, in comoda abitudine: così ci lega al nostro io, cauta libertà. Di noi rimane appena, tuttavia, il ritratto sbiadito, mal incorniciato, in sospensione lenta, temporale. Ammaccati, siamo costretti a disfarci delle figure, a stare fermi, in precarietà, a rimuginare.

La ricerca intellettuale per l’estetica novità ci acceca di fronte all’intrinseca bellezza, quale atto di viltà: creatività, sentimento, verità? Occorre scegliere una via e raccogliere la forza. Poi, colmi di energie, potremo dire. L’autore e il lettore sono ormai legati da un’incomprensione giocosa, che non dà vertigine soltanto se ci si lascia abbandonare: ciò che ci legge e ci scrive è il tassello mancante: la pura sostanza, la preziosa inanità.

Una musica soddisfa un’esigenza, talvolta. E il desiderio genera i sogni, le azioni e i bisogni, necessità dipendenza. Per questo, è nato lo spartito, in quanto spirito segnico, senso grafico verso esecuzione, quasi alchemica trasformazione in progresso e a ritroso. Limite verbale, infine, per germogliazione di capacità, talento, irraggiungibile perfezione.

La produzione di significato ci fa capire che la scelta è una scheggia di mina utile a ferire ed uccidere altri dai caduti sul campo. Fuori da noi, la battaglia è un prato di erica. Si ride così –  lo slancio rinnovano – di guerra come di un fiore, tra gli steli delle parole, sostegno dei petali: capriole sul prato.

Il potere delle coincidenze risulta e risalta dall’isteria collettiva che, volenti, rispecchiamo e, nolenti, riassorbiamo e rigettiamo. Cammineremmo a testa in giù, sul soffitto della rimessa in cui viviamo, pur di guarire dalla malattia. E l’indomani sapremmo ripartire con un misto di sorpresa e di terrore. I poeti sono spaventati, provando un tale movimento sussultorio. Scrollati dai ponti delle idee, affacciati alle balaustre del terremoto. Tenendo duro, restano, nella peggiore delle ipotesi, in quanto tramiti della tensione, i fili che depositano al sicuro la corrente: crasi minima evidente.

Un giorno la produzione supererà di gran lunga ogni necessità e l’uomo ne avrà abbastanza: s’accorgerà della vita, che lui stesso aveva scordato quando l’incubo del lavoro l’aveva soggiogato, assuefatto. Allora, l’arte sarà esistenza e niente di più – fare, disfare per nascere, crescere, amare, morire.

Le curve son lunghe. La Storia è una strada? Portiamo con noi una manciata d’immagini, originali, stampate, copiate, dattiloscritte, tirate in illimitata probabilità. Spendiamole bene per l’ultima volta. Non piangiamo, abbracciamoci, ché tanto son rose: di tutti i colori.

 

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Fotografie di Filippo Braga

Salinika – Poesia e Rivoluzione è Poesia

coverDa decenni il nostro paese è immerso in una rabbiosa reazione ideologica e culturale, abbacinato dalle luci del Grande Spettacolo. La politica produttivistica del neoliberismo ha strangolato nell’isolamento ogni tentativo di deviazione dal pensiero unico mercantile, lasciando ai lavoratori della cultura due possibilità: tagliare i ponti con la realtà o diventare operai dell’industria culturale monopolizzata – i più furbi e fortunati, funzionari.
Poesia e Rivoluzione è Poesia, il nuovo pamphlet di Salinika – Gruppo d’Azione Poetica stampato per le auto-produzioni di Neutopia, è una valida controffensiva all’estetica del tardo imperialismo e ai presupposti del suo sistema di produzione e riproduzione di suoni, immagini e cartastraccia. Di fronte al regno dell’intimismo e del neo-neo-neo-simbolismo, istituzione di individui alienati, la prima poderosa aggressione consiste nella rivendicazione del collettivo come ambito di elaborazione della prassi poetica, l’organizzazione come strumento di lotta ideologica; così l’Io viene proscritto come detentore dei significati del mondo, le sue arroganze tanto più inopportune, quanto più l’estetica decadentista è una maschera che non tiene più. Da questo non può che seguire un’implacabile dichiarazione di guerra al giusto, al vero, all’intero, come ricorda Davide Galipò in Che cos’è per noi l’azione poetica. Se la totalità potrà mai esistere, sarà solo quando, parafrasando Majakovskij, la vita l’avremo cambiata; per il momento, riproporla o rimpiangerla sono atti di criminale complicità.

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Per cucinare l’aragosta occorre

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

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Cartolina da Belgrado

Beograd, la ferita non si rimargina: si medica con lingue d’asfalto che fagocitano cemento, in un cuore pulsante di ribalta e dissenso. I graffiti colorati riempiono gli occhi e contrastano il grigiore che, muto, sale dai quartieri astratti.
Beograd, la crisi non si arresta: santi, puttane e sante puttane tra moderni ecomostri e scheletri edili, mozziconi di candele nella chiesa ortodossa, accenno di preghiere di donne silenziose – a chiedere perdono per il peccato più grave, quello di non ambire.
Così ti mostri, mia Serbia mancante di superbia e gonfia di miseria. La vita qui non costa, ma si ripete sui volti dei tuoi figli, animi zingari dal cuore zigano, perduti per le fiere zigzaganti, con un coltello sempre nelle tasche, con un pensiero fisso nella mente: prendere e fuggire, andare via lontano, all’assalto di treni in corsa sopra i ponti e giù, salti dirompenti.
Beograd, libro aperto, parola soffocata, le pagine dei volumi in biblioteca bruciate dal massacro della Guerra Imperversante – prove tecniche di sottomissione.
Nema problema: non so tradurre dal cirillico il degrado, ma posso tentare di trasformarlo in altro.
Io santo, tu musa; una donna sorridente in automobile si ferma e mi apre la portiera – io salgo. La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani. Priva della limpidezza di certe nostre città moderne, il tuo cuore è nei Balcani. Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

La trovo bella, di una bellezza antica che non parla, fa gesti con le mani.[…] Bella e pericolosissima ostruzione circolare allo sviluppo dell’Unione.

Beograd alle cinque di mattina ad ascoltare dopo un rave i CCCP Fedeli Alla Linea con un ragazzo sull’autobus che mi parla con rispetto dell’Italia, e della sua totale assenza di odio o di rancore. Lo guardo negli occhi: è orfano di Marx, di dio e di madre (cit.) – la statua di Lenin nel museo del comunismo, quella di Trotzki chiusa nei libri di storia e l’ex compagno Gorbachev nelle scuole durante i ricevimenti.
Beograd, divisa nelle tue due metà dalle acque del Danubio andante (torneremo infanti ed io ci sarò), un fuoco divampante uccide lo sciame di luci elettriche. Il sole sorge: Oriente.

In copertina, scatto dell’autore, opera anonima