Cyberjazz

Il presente è una foto mossa, dai colori sbiaditi.
Ti sfugge dalle mani inafferrabile, come i colori di un tempo. Si crepa per l’usura, diventa indecifrabile e si butta via. Gli unici colori rimasti, scale di grigio, dipingono la vita per quello che è, una linea invisibile tra il bianco e il nero.
Se non ci fossero i passi degli stivali di Amàl ci sarebbe il silenzio; se lui non respirasse generando condensa, l’aria sarebbe immobile.
Strano tipo Amàl, uno a cui ancora affideresti una confidenza, uno silenzioso come tutti ma con occhi grandi e mani curate. La barba incolta graffia un volto pallido, la testa china sotto i capelli lisci.
È sveglio, prima di altri, e in questa strana ora della notte cammina senza tentennare mai.


La sabbia sferza la notte in sbuffi di vento costanti, cemento e sabbia, tutto annerito dall’arsura del giorno che brucia. Ma ora è notte, e la luna piena in cielo è velata, mentre le stelle, spente e invisibili, bruciano da molto lontano.

Non si veste di metallo Amàl, non come fanno molti che seguono l’antica scelta dell’uomo di prepararsi a divenire macchina per non sentire più nulla quando sarà la fine. Non porta armi per difendersi, solo una sacca di pelle nera.
In fondo alla strada buia, lampeggia un neon azzurro, che brilla più di ogni cosa nella notte.
Sono solo alcune lettere luminose che, viste da vicino, compongono frammenti di una scritta incomprensibile.
Amàl apre la porta di ferro e viene invaso da un odore di spezie e di chiuso, mentre un’ampia sala si rivela ai suoi occhi. Nella penombra poche candele mostrano l’ampiezza del locale: forse, in altri tempi, è stata una sala da ballo.
Dal fondo del bancone lo accoglie una voce roca: – Tu che ci fai qui?
È un uomo di colore di mezza età, con la barba e i capelli canuti, gli occhi gialli e spiritati.
– Avvicinati e fammi vedere cos’hai in quella borsa.
Amàl sorride e gli si avvicina, si osservano appena.
– Sei tu Giona?
– Certo che sono io. Ti ho detto di aprire la borsa, muoviti!
Con un delicato movimento delle mani Amàl gli apre la borsa davanti agli occhi e ne estrae una tromba logora.
Per un attimo si guardano negli occhi, ora sono più vicini; allora Giona preme un interruttore e tutto il locale si illumina. È molto pulito e grande, potrebbe contenere fino a duecento persone, come se un tale numero potesse mai sentire la necessità di condividere uno spazio.
– E tu cosa fai qui, Giona, mi hanno detto che questo luogo è diventato la piazza principale della città. Che vengono tutti, durante le ore di sole, a scambiare le poche cose di cui hanno bisogno.
– Vengono qui perché garantisco io.
Le luci al neon luccicano più delle stelle mai viste, e la puzza di chiuso di questo posto ha l’innegabile fascino di tutte le cose invisibili.
Giona accende una sigaretta malfatta, ne soffia via i vapori come se fossero insostenibili. – E tu? perché porti quell’affare nella borsa? – chiede.
– Mi hanno detto che dai un tetto e da mangiare a chi suona nel tuo locale.
– Ti hanno detto male. Lo faccio solo per chi ci sa fare davvero… A proposito, come ti chiami?
– Amàl.
– Amàl, bene. Ai tempi di mio nonno in questo posto ancora si faceva musica sai, e la gente veniva a sentirla, e fu così per moltissimi anni prima che, beh, lo sai, tutti incominciassimo ad avere altre preoccupazioni. Diciamo che mi piace continuare la tradizione di famiglia, che sono legato ai ricordi e che pochi, pochissimi, suonando, riescono a farmi provare qualcosa.
– Sei anche il custode della musica, quindi!
Giona fa una smorfia con la bocca rugosa: – Figurati, quasi nessuno sa suonare, la musica è rara quanto l’aria pulita.
– Vuoi che suoni per te adesso?
– No, voglio che tu lo faccia domani, con il locale pieno. Voglio proprio vedere come reagiranno tutti. Dove hai imparato a suonare?
– In guerra.
– Molti imparano così?
Giona continua a fissarlo con attenzione: c’è qualcosa di misterioso in Amàl, la sua postura fiera, non fiaccata dalla fatica di questi tempi difficili e neanche dalla guerra. Sopravvivere e avere quella luce negli occhi, e quelle mani, curate e veloci. In quel momento si convinse che avrebbe suonato benissimo, che sarebbe stato impossibile essergli indifferente.
Beve tutto d’un fiato il liquore ambrato che lui stesso con grande fatica produce: – Dormi pure qui questa notte, puoi farlo su qualunque giaciglio troverai. In quella dispensa c’è anche qualcosa da mangiare e da bere. Se senti il bisogno di suonare, fallo. Io non ti sentirò neppure, la mia stanza è di sopra ed è isolata, nulla può entrarvi al di fuori di me. Nulla – dice. Dopo spegne le luci e sale una rumorosa scala di ferro al buio.
Passa la notte così, tra il rumore del metallo che scricchiola, la sabbia che si insinua tra le fessure delle porte, il vento che la scuote e che porta odori da lontano.
Steso su un divano Amàl cerca di dormire, si gratta la barba, con l’altra mano stringe la tromba al petto.

Mentre fuori dal locale il silenzio accade inevitabile come la notte, Amàl sogna qualcosa che non ricorderà più, alte spighe di grano, il mare che brilla al sole tiepido, nelle sue mani un fucile, vicino a sé molti corpi, tutti ormai privi di sangue, tutti di metallo. Le sue urla selvagge su tutto, come se qualcuno potesse sentire, come se qualcuno potesse avere paura.
Era così, morivano i corpi e rimanevano ancora a lungo nei loro involucri meccanici, andando avanti in linea retta, continuando a distruggere tutto.


La guerra è una bestia, tagliandole la testa ne escono altre mille, e a nulla vale opporsi, bisogna cavalcarla facendo di tutto per rimanervi aggrappati. Prima o poi non troverà più niente da divorare e si mangerà le viscere e smetterà di ruggire.

Dopo alcune ore il locale si popola di suoni, quando Amàl riapre gli occhi si vede già circondato da molta gente.
Giona dal suo bancone sta pulendo dei bicchieri e guarda tutti di sottecchi.
Al centro un gruppo di persone sta stendendo dei teloni e altri frugano in vari sacchi estraendo strani oggetti.
Tutti guardano con grande interesse, si scambiano sguardi, annuiscono reciprocamente. C’è una certa eccitazione per tutto quello che viene posto per terra.
Uomini contrattano molto animatamente con tanti gesti ma con poche parole.

Una donna osserva Amàl svegliarsi. È seduta sullo stesso divano, lo osserva dall’alto al basso sorridendo. Ha la carnagione molto scura, occhi enormi e una bocca sottile, inghiottita dal nero lucido del suo volto.
Quando Amàl apre gli occhi la vede sorridere.
– Mentre dormi sussurri parole.
– Quali parole?
– Non lo so, muovevi appena le labbra.
Amàl si alza riassestandosi i capelli e sfoggiando un sorriso un po’ tirato, la guarda con attenzione negli occhi. Lei sorride con il rosa della lingua e il bianco dei denti come unici colori.È Amàl a interrompere quell’attimo: – Come ti chiami? Sei venuta a scambiare qualcosa?
– Maria, e vengo spesso qui, Giona mi aiuta a trovare da mangiare. E poi mi piace che ci siano molte persone. Mi sento sola, tu no?
– Non ti capisco.
– Strano!
Un uomo vestito da capo a piedi di vistose placche di metallo, con due lunghi coltelli sui fianchi, mette per terra sul telone diversi oggetti. Tra questi c’è una grossa maschera.
Tutti si fermano a osservarla, è rossa e copre completamente il volto, ha un’enorme bocca dipinta, denti sottili come chiodi, occhi leggermente ovali e in cima due corna asimmetriche e nodose.

Quell’oggetto è così bizzarro che molti improvvisati mercanti si fanno domande, tutti insieme, al punto che il venditore è costretto a interpellare Giona per avere una mediazione.

Il vecchio custode si alza dal bancone e si avvicina indossando un piccolo paio d’occhiali.
La folla si scosta lasciandolo passare rispettosa e poi gli si accalca dietro mentre con mano sicura prende la maschera e la osserva con cura.
– È di terracotta, non di metallo.
La rigira con delicatezza.
– Rappresenta il volto del diavolo o di un demone.
Tutti si domandano tra loro cosa sia questo diavolo di cui parla. Giona guarda i volti stupiti dei presenti e risponde alla domanda di tutti scrollando le spalle: – È il male, o almeno, è la rappresentazione che un tempo se ne faceva.
Gli sguardi continuano ad essere interrogativi. A cosa servirà quell’oggetto?
Giona lo osserva fisso ancora una volta con grande attenzione e lo ripone poi con delicatezza sul telone.
– Non ha nessun valore – sentenzia e poi ritorna al suo bancone mentre il venditore mostra nuova mercanzia e tutti si concentrano su altro.
Il vociare si fa denso, Maria si aggiusta i capelli alzando le braccia lisce. Poi, come un grande gatto con la sua schiena sottile e muscolosa, si avvicina agli oggetti sul telone.
Amàl la osserva mentre si fa largo tra la folla, la guarda prendere la maschera da terra e sorridere un attimo prima di indossarla. Nello stesso momento in cui accade, gli viene voglia di suonare.
Si passa la lingua sulle labbra, poi vi porta la tromba. Comincia a modulare onde profonde, un sussurro triste e costante, note che parlano del mare di cenere, del silenzio dopo le deflagrazioni, dell’attimo in cui finisce la luce negli occhi, note che salgono e diventano graffi; anche lui, come il livello del suono, si alza e a occhi chiusi suona più forte, piegandosi sul petto, alzando la testa al cielo, soffiando più forte possibile il grido, il canto, la rabbia e il dolore di questa musica per la fine dei tempi.
Maria danza lenta, ondeggia piano con la maschera sul volto, le spalle che si muovono di scatto, le mani che carezzano gentili l’aria. I presenti sono immobili, rapiti come se la mente non pensasse ad altro, anzi, come se la mente non esistesse.
Giona dal retro del bancone si gira e trema. Cala il suono, si tende e si spezza diventando silenzio.
Tutto ritorna come prima, la maschera cade per terra, ricomincia il vociare, Maria si muove verso Amàl, perso con lo sguardo nel vuoto e gli sorride ancora. Passandogli una mano sugli occhi sussurra: – Anch’io ho sentito parlare del diavolo, si dice abbia sfidato Dio e perso.
Giona emerge dal retro del bancone e, nel vociare di quel mercato improvvisato, si avvicina a entrambi.
– Venite sopra – e gli fa strada lungo la scala di ferro che porta ai suoi alloggi. Da lassù tutti sembrano pesci in un catino di metallo troppo piccolo.

Mentre Giona entra e accende la luce, nessuno parla. Dentro c’è un enorme salone bianco pieno di quadri disposti in sette fila perfette fino al soffitto. È una collezione senza coerenza stilistica, riproduzioni di famosi dipinti del passato ma anche tele con soggetti incomprensibili.
Al centro esatto della stanza un enorme letto di ferro su un pavimento di specchi. Il vecchio si gira di scatto: – Muoviti suona! Fallo ancora, vediamo cosa sai fare qui! Credi che non mi sia accorto di cosa sei?
Giona grida grattando le parole con la sua vecchia gola come un grosso giradischi rovinato.
Maria immobile osserva Amàl che si guarda intorno e cammina con lo sguardo inespressivo davanti ai quadri senza dire una parola. Solo Giona sbava quasi per l’impazienza e si torce le mani spasmodicamente.
– Suona ti ho detto! Sei in una stanza con il meglio dell’arte di tutti i tempi! Ti dovrebbe emozionare, no? Ti dovrebbe far suonare!
Amàl non si muove di un passo, la tromba trattenuta a stento da due dita.
– È lei che ti ha fatto suonare? Vuoi vederla nuda? Vuoi che la faccia danzare?
Maria sorride con aria innocente e passa una mano tra i capelli ancora sporchi di polvere di Amàl, che non cambia espressione; continua a fissare tra centinaia di quadri l’unica finestra. È così nascosta bene che sembra anch’essa un quadro, desolato e struggente, raffigurante un mucchio aggrovigliato di case e mattoni su un suolo di sabbia. Il cielo è come un vetro sporco attraverso cui il sole ha quasi smesso di brillare.
– Dimostrami che ho torto, che sei fatto di carne e ossa. Suona ancora come hai fatto prima!
Giona gli prende la tromba con tutte le sue forze per ficcargliela in bocca ma il braccio di Amàl è duro come il piombo e non si sposta di un millimetro.
Allora il vecchio indietreggia, Maria smette di sorridere con la testa ciondolante, e Amàl si porta alle labbra lo strumento e soffia la più antica, profonda, insensata e potente musica mai sentita. Maria lotta con il tramonto del suo sorriso diventato ora dritto come una lama.
– È la fine. – sussurra Giona – Che voi macchine facciate questo…
Amàl continua a occhi chiusi sulla danza di Maria nera.

Illustrazione di Martin French

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