I confini della solitudine

Il bus, in leggero ritardo, s’intravide in lontananza. Mikael si alzò di scatto per timore di non essere notato; ad attendere sotto la pensilina in plexiglass battuta da una grigia pioggerellina c’era solo lui. La freccia lampeggiò e il bus accostò. Lo sguardo rasserenato di Mikael scorse appena, sul portellone anteriore, un cartello che non avrebbe dovuto esserci; ad aprirsi fu solamente il portellone centrale – quello a lui più vicino. Non doveva trattarsi del frutto di un’insolita gentilezza, bensì del guasto di quello anteriore, e quello strano cartello stava proprio lì ad avvisare lo spaesato viaggiatore.
Salito con i suoi scarponi madidi schizzanti gocce e rotti squittii, Mikael fece per avvicinarsi alla prua del bus e obliterare il biglietto. Una mano ferma d’autorità glielo impedì: non c’era bisogno, disse a gesti l’autista dal volto involuto nella giacca di servizio; gli indicò il cencio improvvisato che segnava il confine da non oltrepassare e lo invitò gentilmente a prendere posto. Gli sparuti viaggiatori fecero altrettanto: lo invitarono con lo sguardo a prendere responsabilmente posto a distanza (non specificata).
Sembrava che il sogno proibito di un sociofobico fosse stato finalmente esaudito: la lontananza era stata legiferata, motivo di lode la distanza, i contatti tentati gesti biasimevoli e quelli irresponsabilmente compiuti meritevoli di sdegno e disprezzo. Misure giustissime, necessità da prendere in difesa di un’umanità, quella di specie, al costo sottaciuto e inevitabile di un’altra umanità, quella dei poeti –  già segnata e martoriata. Mikael rifletteva di là dal finestrino, guardando lo stuolo d’anziani e giovani sui marciapiedi che, i primi per imbecillità, i secondi per noncuranza, non sottostavano al coprifuoco caldamente raccomandato. Ricordò i suoi genitori, che anziani sarebbero diventati e anch’essi forse piratescamente vaganti.
Uno di loro inciampò e cadde, tra lo sguardo circostante di attenta indifferenza. Un compare d’età gli porse il bastone come mano d’appoggio.

Qual è il confine di là dal quale si è disposti a spingersi? Già da tempo Mikael aveva cominciato a domandarselo. Tutti ne abbiamo uno. Tutti ne hanno uno, si corresse. Ed era questa consapevolezza a tormentarlo. In caso di bisogno, quale sarebbe stato il confine di là dal quale l’estraneo e prossimo non avrebbe osato spingersi? Due metri! Per i più pignoli accademici. Un metro per i morigerati, ottanta centimetri per i generosissimi o centimetricamente sbadati. Posto che c’è sempre un punto x di là dal quale non si è disposti ad andare, di là dal quale vige il “ho fatto tutto quello che era nelle mie potenzialità e nei miei doveri”, altra faccia ipocrita del più schietto e sincero “non è più, se mai lo è stato, affare mio”.
E questo pensiero lo torturava, viveva costantemente nella paura di soffrire o di fare una morte sgraziata per concausa altrui, laddove al suo imminente bisogno gli si presentasse davanti un suo simile dal confine un po’ troppo corto; oppure, nella peggiore delle ipotesi – non tanto impensabile in quei tempi di crisi – laddove il suo bisogno peccasse di sproporzionalità tale da richiedere una generosità altrettanto sproporzionata, una generosità genitoriale. Ed ecco che scopriva cosa realmente gli veniva a mancare: un punto fermo di riferimento, la certezza dell’esistenza nel mondo di una persona che sarebbe disposta a tutto per lui, anche ad andare oltre quel confine. Quella sconfinata generosità che, se si ha la fortuna che Mikael ebbe, si ritrova in due persone in tutta la propria vita, delle quali un bel giorno la vita stessa ti priva. A Mikael la vita aveva già presentato il conto, e come resto una terribile solitudine.

In caso di bisogno, quale sarebbe stato il confine di là dal quale l’estraneo e prossimo non avrebbe osato spingersi? Due metri! Per i più pignoli accademici. Un metro per i morigerati, ottanta centimetri per i generosissimi o centimetricamente sbadati.

Scese dal bus e, con le mani in tasca al riparo dall’aria fredda e avvelenata, si fece strada verso casa. Quel pomeriggio, ad attenderlo, la sua compagna Ulrika, con cui avrebbe condiviso quegli strani accadimenti sottacendole i lambiccamenti.
– Hanno chiuso scuole e università –  lo interruppe.
– Lo so –  lui disse.
Lei stava seduta con un piede sulla sedia e l’altro che penzolava spazientito, pallida di noia. Riprese: – Ho letto sui social di alcune iniziative…
– Iniziative?
– Gruppi di ragazzi che si propongono di dare aiuto agli anziani, fare la spesa per loro, andare in farmacia… cose del genere.
– Interessante – mormorò.
Lo sguardo distante di lei si fece presente, come se l’indifferenza di lui l’avesse rianimata.
Mikael, dopo essersi tolto zaino, scarpe e giubbotto – stavano all’ingresso nella guazza a perdersi d’umidità –  si fiondò comodo sul divano. Si ricompose, spalle contro il troppo rigido bracciolo.
– Bisognerebbe informarsi.
– Ma di cosa? – domandò stizzita.
– Neanche so se in condominio ci sono anziani!
– Uno lo conosco.
– Eh – esclamò. Prese una lunga pausa, forse per pensare oppure per intorpidirla.
– Certa gente non vuole essere aiutata – continuò – Evidentemente, pensano sia cosa da nulla uscire di casa ad una certa età.

I giorni proseguivano come al solito. La pioggia insisteva come volesse lavare via qualcosa d’incrostato da tempo.
Dopo qualche giorno, quelle mezze misure draconiane non si notavano più, alcune cominciavano finanche a farsi apprezzare. Come disdegnare il piacere di salire in metro nelle ore di punta e trovare posto a sedere?
Ma come tutti i piaceri, durò un battito d’ali: prestissimo, di nuovo tutti in piazza a smaltire la sbornia della preoccupazione. Era come se la diffusa apprensione dei primi giorni si fosse concentrata in pochi elementi della società, per cui alla strafottenza della maggioranza si contrapponeva l’estrema cautela e circospezione di quei pochi dalla bocca bendata e le mani guantate di plastica. Mikael aveva imparato l’arte della moderazione che applicò abilmente anche alla dilagante inquietudine del momento. Non gli fu difficile, anche perché ogni proposito di accanimento autoconservativo era come smorzato da una sommessa rassegnazione. Se fosse toccato a lui perire a quel giro del braccio della morte, di che stupirsi? Quante disgrazie aveva scampato, si ripeteva. Non che bisognasse avere nulla di speciale per sentirsi degli scampati al pericolo, giacché chi è disgraziato, colpa non ha se non quella di essere venuto al mondo. Scampò, in fasce, di morire di fame, al mobbing scolastico che porta al suicidio, agli scontri in tangenziale da giovane ebbro d’alcol e onnipotenza; schivò la leucemia dei vent’anni che trafisse il suo vivace collega d’università. E ora, dieci anni più tardi, si considerava un miracolato e avrebbe accettato, a cuor freddo e sereno, se a quel giro di roulette fosse stato lui a perdere la partita. Questa tetra rassegnazione lo rasserenava.
Quei pensieri non li rivelò mai a Ulrika. Non voleva che lei si vedesse come una foglia d’autunno che ondeggia in caduta tra i rami spogli e vive nella paura di imbrigliarsi in essi e non poter atterrare nel musco vetusto. E certamente lui non sarebbe stato capito. Era strano come riusciva ad amarlo non capendolo.

Quante disgrazie aveva scampato, si ripeteva. Non che bisognasse avere nulla di speciale per sentirsi degli scampati al pericolo, giacché chi è disgraziato, colpa non ha se non quella di essere venuto al mondo.


Mikael era seduto sul divano a fissare il soffitto e il lampadario e le sue palle dai vetri smerigliati, come nell’attesa che gli rivelassero le parole che faticava a trovare. Ma doveva trovarle: non c’era più tempo.
Tutto era andato così velocemente: i colpi di tosse, il rapido scadimento, l’incontenibile febbre e infine la sirena dell’ambulanza di ritorno da lavoro.
L’aveva lasciata – la sua Ulrika – nel mattino di buon’ora sul letto, finalmente in pace dal catarro gorgogliante su e giù per la gola; le diede baci, così lievi da al più parere carezze, intorno al suo viso dalla cera macilenta, e andò.
L’aveva sentita per pranzo, stava peggio ma non avrebbe mai immaginato lo fosse tanto quanto si dimostrò essere; nella strada verso casa, all’udire i latrati della sirena capì subito, fuori da ogni presentimento. Durante quei giorni – alle cui nuvole fece posto uno stoico sole raggiante –  avrebbe voluto starle vicino più che mai, ma non poteva. Un confine di sicurezza invalicabile era stato segnato. Ma Mikael riuscì a raggiungere la sua Ulrika in subintensiva, a farle arrivare in qualche modo la sua voce e tornare così a sussurrarle guancia a guancia. Usò un registratore, e vi incise la sua voce in tracce che giornalmente faceva in modo che ricevesse. Le raccontava di come si susseguivano le giornate, di quanto gli mancava e di come si sentiva stupido per tutte le piccole liti che non aveva lasciato spegnere e di quelle che, per taciute incomprensioni, aveva innescato. Le lesse le loro vecchie conversazioni digitali, di quando da giovani innamorati si confessavano sentimenti che di presenza non avevano il coraggio di spiccicare con quel pizzico di sprovveduta esagerazione che è dell’età. Le lesse le apprensioni del padre, le preoccupazioni degli amici. Le lesse la letteratura che tanto amava, e per la quale avevano condiviso momenti insieme; i poeti preferiti – Boye e Montale – con intramezzi di condivise riflessioni e ricordi indissolubilmente legati a quei testi; come quando al verso “Cigola la carrucola del pozzo… [1]” sentirono da lontano un forte cigolìo: si fissarono spauriti, e poi risero. Le lesse di quando la silvana e ardita Lisa dandosi al giovane bel Boccadoro lo instradò e fece uomo. Era un uggioso pomeriggio di domenica quando tempi addietro si immersero in quelle pagine. Al declinare di quel giorno, ricordò, si trastullarono a impersonare quei due giovani amanti in un’ecfrasi che superò in bellezza l’originale; tra carezze, sussurri e guizzi improvvisi non vi fu spazio per l’incomprensione, fu come se andassero all’unisono; e al di là dell’acme del piacere, Mikael, in groppa al postremo sospiro, vide distintamente aprirsi in petto una vasta landa rinverdita e si chiese se, fra la pace di quella natura e la quiete del suo godimento, vi fosse differenza. E quando Ulrika apparve sul limine dell’alcova vestita solo di balze di tende e in mano un cioccolatino alla crema da gustare, lo fecero insieme sotto il piqué da letto, all’unisono.

Si rese conto che, malgrado tutte le barriere fisiche o mentali che possono interporsi tra lui e la sua lei, e tra tutti, non esistono confini; non si è al mondo come parti di un macchinario che può essere ridotto ai suoi singoli pezzi; si è tutti un pezzo al mondo, si è il mondo.

Aveva trovato il modo per valicare quel confine imposto, sentiva realmente di starle vicino. Si rese conto che, malgrado tutte le barriere fisiche o mentali che possono interporsi tra lui e la sua lei, e tra tutti, non esistono confini; non si è al mondo come parti di un macchinario che può essere ridotto ai suoi singoli pezzi; si è tutti un pezzo al mondo, si è il mondo. Il registratore fu per lui solamente un mezzo, non tanto per raggiungerla – non avevano mai smesso di essere vicini – quanto per comprendere questo. Ciò annientò per un attimo la solitudine che lo affliggeva, solidale con Ulrika e con il mondo: probabile soluzione di quella pestilenza.
Ora che Ulrika stava per essere intubata e privata della coscienza, Mikael prese per l’ultima volta il registratore e questo le incise sul nastro:

Nessun lago, quando le nebbie si diradano[2], il grande urlo infinito ammutolisce e la natura si dispiega dinanzi nella sua semplicità, uguaglia il nostro attimo, di carezze, pianti e gioie, successi e delusioni, passeggiate all’aperto, notti bianche a parlare, ridere e giocare, la prima neve, casa e orchidea. Nessun dio può riscrivere la storia. Sarà un attimo il nostro attimo, è vero, ma eterno. Nessun cielo di una notte d’estate che lascia senza fiato giunge così in fondo nell’eternità[3].Ciò che può rattristarmi è soltanto l’eventualità che questa traccia di voce giri a vuoto, che non faccia in tempo ad arrivarti, che trovi la tua coscienza già anestetizzata; allora, m’inquieto nel pensarti impaurita dalla tua malattia. Non aver paura. Sono qui per destarti, amore mio, e dirti “va tutto bene”. Il nostro è stato, è e sarà, l’attimo in cui i confini della solitudine si annientano. Sono stato stupido a dubitarne, a cercare altrove, a rassegnarmi di cercare. Tu sei stata sempre più perspicace di me in questo, lo sapevi già e lo saprai anche in questo momento. Ti accompagnerò io in questo viaggio, lo faremo insieme.

Guardami, gli occhi diventano trasparenti,
ascolta le voci semplici come venti,
niente c’è più da nascondere.
Come posso ora aver paura?
Io non ti perderò mai. [4]

 

 Immagini di paul Blow


[1]Eugenio Montale, Ossi di seppia, Piero Gobetti editore, Torino 1925
[2]Karin Boye, Poesie. Testo originale a fronte, Le Lettere editore, Firenze 1994
[3] Karin Boye, Poesie. Testo originale a fronte, Le Lettere editore, Firenze 1994
[4] Le citazioni sono tratte da L’attimo di Karin Boye.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...