La macchina perfetta

È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente.

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Per cominciare un nuovo lavoro, ho bisogno di tutta una serie di documenti. Sono certificati di vario tipo – medico, giudiziario, burocratico – perché questo è un lavoro serio, a tempo pieno, che, anche se solo per pochi mesi, mi darà lo stipendio più alto che abbia mai percepito in tutta la mia vita. Va da sé, è un lavoro che non c’entra nulla con il sapere o insegnare qualcosa, ma non importa.
Quindi una mattina mi alzo alle sei, benché la sera prima sia rimasto sveglio fino alle due, per fare degli esami medici che mi hanno prescritto.
Mi fa un po’ impressione andare a dormire nel cuore della notte e uscire di casa ore prima dell’alba – quasi come se vivessi in una notte artica. È una notte qualsiasi tra Natale e capodanno, tanta gente è andata via, gli autobus girano lo stesso anche se sono vuoti, come animali bendati e legati che facciano il loro dovere, come parti di un enorme organismo che funziona quasi meccanicamente. Continue reading “La macchina perfetta”

Oncologia pediatrica e altri scritti

La bellezza fa così:
viene a prenderti gli occhi
per tenerti un po’ nelle sue tasche di petali.

La bellezza fa così:
viene a prenderti gli occhi
per tenerti un po’ nelle sue tasche di petali.

Ecco che ne perde due:
e tu, non pensare di rubarli.

 

La pianura non so se ti consola

Facevo benzina,
volevo che qualcosa
prendesse fuoco,
in un momento:
avrei sentito calda la faccia,
pestavo i piedi sull’asfalto,
eppure pesavo pochissimo
e pensavo ancora meno,
solo a volte, alla pianura.

Certi giorni è impossibile
essere in sintonia
con la pianura e le case,
che sono recinti,
mentre avresti bisogno
di guardare
decisamente oltre.

Oncologia pediatrica

Oggi vediamo chi non è attaccato al tubo,
chi far giocare con i nostri deliziosi e stupidi acquerelli glitterati,
con la colla da attaccare alle mani, con l’accortezza grigia
degli anziani – dei giovani

pigiamo il sapone sterilizzato intere famiglie di batteri sterminati;
non avremo il loro peso sulla coscienza:
vogliamo rapirirvi tutti e attaccarvi al tubo delle malattie guarite.
Per guarire anche voi con noi o attrarci al tubo, noi stessi:
il tubo delle misericordie sbagliate,
date male.

Vorremmo rendere in prestito il cotone dei pupazzi,
mettercelo sotto le maglie o sotto i pantaloni, nelle calze,
per farvi ridere di più
e già ridete!
Morite, spesso, senza aver assaggiato una colazione diversa
da quella e quella di casa vostra.
La vita è un corridoio corto
che per voi
non ha voluto rimescolare nessuna carta.

Ho un pezzo di Medioevo

Ho un pezzo di Medioevo,
mi corre per le scale,
lo tengo al cornicione,
gli faccio un favore.

Mi offro volontaria
per badare ai sacerdoti
al posto suo.
Scappa da tutti i lati,
mi oscura la porta di casa
mi stacca le tende,
pesta i piedi.

Ho un pezzo di Medioevo
di un’età di mezzo,
è carne rossa e viola
– parte fresca, parte
marcia.

Ne stacco dei lembi,
li butto in metrò
– un pezzetto rosso,
un pezzetto viola –
la puzza
arriva a Rho Fiera,
a Corsico
mangian la rossa,
con le mani
sporche di plastica
delle maniglie
– ma che frenate brusche,
ma che frenate dolci –
i vetri spiovono
per non far buttare sotto
gli altri,
ma sotto le scale
ho il mio pezzo
di un Medioevo stanco
delle nostre scampagnate
e stanco
in generale.

In copertina, fotografia di Thomas Windisch

Il S. Gesù sta arrivando

Un mantra tappezza i muri di Torino

01

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Un ubriaco dichiara a voce alta di essere ubriaco. Domanda all’aria stantia del mezzo pubblico quale sia la linea in cui si trova. Il tram si ferma, lui scende poi risale: ha dimenticato un sacchetto di plastica blu, scende. Domanda all’aria pesante di Torino quale sia la fermata in cui si trova, risale.

02

Nessuno è illegale

Imbocchiamo Corso Tassoni: dalle bocche fuoriescono lingue straniere che si attorcigliano tra loro. Il breve tratto di sottopassaggio in discesa di Corso Regina Margherita è buio e freddo. Risaliamo nello smog che riscalda l’aria, come un tasso che risale dalla tana dopo un inverno di letargo. Proseguiamo, ad una fermata una ragazza con passeggino chiede aiuto ad un giovane per salire sul tram.

03

Scende l’ubriaco che ha dichiarato di essere ubriaco.
La ragazza con passeggino si siede e domanda quale sia la fermata di Corso Vittorio. Le risponde in italiano una ragazza che prima parlava spagnolo, forse ti riferisci a Piazza Adriano, s’intromette un altro e poi un altro ancora. Si apre un dibattito. Le domandano se deve andare a Palazzo di Giustizia. Risponde di no deve andare dal pediatra, ma questo ha cambiato indirizzo dello studio. Le loro voci si perdono.
Imbocchiamo prima una direzione, quindi Corso Vittorio, due vie poi Corso Massimo. Sulla sinistra il Parco del Valentino.
Fuori dal finestrino un insetto indefinito sfida la trazione del tram in movimento.

04

Giriamo in Via Valperga Caluso e ci lasciamo indietro Corso Massimo e i palazzi stile liberty divorati da piante rampicanti stile shabby. Una scolaresca delle elementari irrompe nella quiete finta e instabile del tram, e rompe il silenzio. Una maestra grassa zittisce ripetutamente i bambini. Risate e schiamazzi e voci si mescolano ai clacson, al ritmo della città.
Come uscita da un racconto di Murakami, una bambina prende posto a sedere senza spostare l’aria: non si muove, non parla, non sorride. La maestra grassa sgrida un bambino proibendogli di bere e mangiare. Continua a zittirli. La sua presenza è pesante quanto la sua massa corporea.

05

La vostra sicurezza uccide

Nel frattempo due bambini intrattengono un’anziana signora dell’altolocato quartiere Crocetta. Le dicono dove sono diretti e ci tengono a precisare che loro sono una scuola; è una signora cordiale e si presta volentieri all’ascolto.
Prendiamo la rincorsa e continuiamo lungo il tratto in salita che cambia nome e diventa Corso Sommelier. Il tram corre lento, arranca lungo il ponte. Lo scorcio colore ruggine della stazione Porta Nuova. Le linee dei binari si intrecciano tra loro, i fili tesi dell’alta tensione corrono paralleli, vagoni abbandonati.

06

Viva Spartaco

Sale una donna molto alta. Capelli lisci neri e fili argentati raccolti in una coda bassa. Una rara scala di grigi presente solo nelle confezioni di pastelli Caran d’Ache.
All’incrocio con Corso Re Umberto un semaforo sospeso blocca l’anarchia degli automobilisti. La scolaresca scende.

07

Liberi tutti/e

Siamo fermi, siamo in attesa di un segnale per ripartire: quattro, le auto bianche ferme al semaforo, tre, quelle grigie, due, le persone che stanno registrando un messaggio vocale all’interno dell’auto, tre, quelle che lo stanno scrivendo; uno, il pastore tedesco sul sedile posteriore.

Al civico n. 30 di Corso Luigi Einaudi, la donna molto alta scende.

08

Proseguiamo dritti e ci lasciamo indietro i palazzi settecenteschi e le nicchie dei balconi e le colonne greche e le torri. All’incrocio con Corso Mediterraneo, Corso Einaudi diventa Corso Peschiera. Hotel Politecnico Best Quality Hotel in maiuscolo colore rosso.

09

Un mantra tappezza i muri di Torino.

Il S. Gesù sta arrivando

Fotografie di Chiara De Cillis

Salinika – Poesia e Rivoluzione è Poesia

Per fare una poesia «onesta» nell’era del tardo capitalismo

coverDa decenni il nostro paese è immerso in una rabbiosa reazione ideologica e culturale, abbacinato dalle luci del Grande Spettacolo. La politica produttivistica del neoliberismo ha strangolato nell’isolamento ogni tentativo di deviazione dal pensiero unico mercantile, lasciando ai lavoratori della cultura due possibilità: tagliare i ponti con la realtà o diventare operai dell’industria culturale monopolizzata – i più furbi e fortunati, funzionari.
Poesia e Rivoluzione è Poesia, il nuovo pamphlet di Salinika – Gruppo d’Azione Poetica stampato per le auto-produzioni di Neutopia, è una valida controffensiva all’estetica del tardo imperialismo e ai presupposti del suo sistema di produzione e riproduzione di suoni, immagini e cartastraccia. Di fronte al regno dell’intimismo e del neo-neo-neo-simbolismo, istituzione di individui alienati, la prima poderosa aggressione consiste nella rivendicazione del collettivo come ambito di elaborazione della prassi poetica, l’organizzazione come strumento di lotta ideologica; così l’Io viene proscritto come detentore dei significati del mondo, le sue arroganze tanto più inopportune, quanto più l’estetica decadentista è una maschera che non tiene più. Da questo non può che seguire un’implacabile dichiarazione di guerra al giusto, al vero, all’intero, come ricorda Davide Galipò in Che cos’è per noi l’azione poetica. Se la totalità potrà mai esistere, sarà solo quando, parafrasando Majakovskij, la vita l’avremo cambiata; per il momento, riproporla o rimpiangerla sono atti di criminale complicità.

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Per cucinare l’aragosta occorre

Sono proprio dietro di lui, ma nessuno fa caso a me. Faccio parte dello sfondo, esattamente come le imitazioni di Masaccio che ho alle mie spalle.

Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.

Mohamud Darwish, poeta palestinese

La mia vita è stata votata alla ricerca della perfezione. La simmetria, il rispetto dei colori complementari, l’esatto equilibrio tra i quadri appesi alla parete. Né troppi, né pochi. Non sono un curatore, né un gallerista. Però, in un certo senso, potrei definirmi un artista, sì; un artista dalla fervida immaginazione, anche.
Sapete, il materiale con il quale lavoro alle mie performance – tra i più pregiati al mondo – non è affatto a buon mercato, e per procurarselo occorrono meticolosità e accuratezza assolute. Voglio dire, può capitare che alla cena organizzata da un famoso catering qualcosa vada storto, che il pesce non sia stato scongelato all’esatta temperatura, magari perché il maître ha pensato bene di farsi la sua fumatina poco prima di iniziare, che sarà mai, “dopotutto è soltanto una canna”, voi penserete, e invece no: chili di aragoste vomitate sul pavimento in cotto del pied-à-terre, indigestione generale, panico, ambulanze, ospedale, denunce come se piovesse. È proprio questo il genere di imprevisti che possono capitare nel mio lavoro, anche se non mi occupo di ristorazione e anche se questo non è un manuale per cucinare le aragoste. Se non si sta attenti, se non si esegue il piano alla lettera, tutto può precipitare a velocità iperbolica verso l’inevitabile fallimento. E il fallimento non è contemplato.

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La matematica dei corpi

Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero.

– Accendi quella sigaretta.
– A che ti serve?
– Devo fare un buco qui… – disse lei, appoggiando la punta dell’indice sulla bottiglia in plastica.
– E poi ci serve la cenere.
– Mi fai ridere, sai? – le mormorò in un orecchio.
– Perché? – sorrise lei.
– Perché non sai nemmeno girarti una sigaretta in modo decente, ma sembri un maestro di cerimonia con questa merda. E ti trovo un poco triste anche, perché ti immagino la notte qui, mentre non prendi sonno e corri verso la dispensa a prendere il bicarbonato.
– C’è l’ho qui in stanza il bicarbonato. Ognuno prende sonno come vuole, tu non sei meglio di me e lo sai.
Attraverso le tapparelle socchiuse filtrava, pigro, il primo raggio di un sole troppo stanco per dare il via alla giornata che i due tentavano di scampare. Lui, seduto sulle lenzuola, si accese la sigaretta fissando il vuoto che le note del Duetto dei fiori di Delibès tentavano di fugare tramite le voci di Mallika e Lakmè. Il vuoto in loro: due brocche prosciugate che si sarebbero di nuovo unite nel coito, riempiendosi a vicenda con l’horror vacui dell’altra. Il vuoto chiama il vuoto, zero più zero sarà eternamente uguale a zero. Le due brocche erano divise da un fazzoletto di cotone sul quale lei aveva buttato un barattolo di bicarbonato di sodio e una busta.
– Sono due lesbiche… – languì eccitato, passandole la sigaretta, posando lo sguardo sulle sue cosce tornite, l’estremità decorata dall’invitante pizzo.
– Dici le due tizie che cantano?
– Sì, intendo i due personaggi dell’opera, non le cantanti.
– Immaginavo…
–  Cioè, ovviamente è tutto abbastanza sottile. Anzi, mi correggo, solo una pare sia lesbica, la schiava Mallika. E’ innamorata della padrona Lakmè, una principessa indiana. L’altra vorrebbe sforbiciarla di brutto ma la principessa è innamorata invece di un’ufficiale inglese, eppure la stronza gliela fa annusare alla grande. “Duomo di gelsomino, avviluppato alla rosa”, immagino si riferisca alla sua fica bagnata. “Entrambi fioriti, un fresco mattino, ci chiamano insieme. Ah! Scivoliamo seguendo la corrente fuggitiva: sull’onde frementi, con mano noncurante, guadagniamo la riva, dove l’uccello canta, duomo di gelsomino, bianco gelsomino, ci chiamano assieme”.
– Anche noi scivoleremo adesso, noncuranti, fuma – sussurrò lei, sfiorandogli il braccio, interrompendo quella maldestra recita.
Lui prese la bottiglia osservando il corpo in plastica deflorato dal cilindro di una bic.
– Sì, ma accendi tu.
Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere. Lui aspirò dalla cannuccia, i polmoni gli si riempirono di un saporaccio di plastica. L’ondata di calore cominciò ad attraversarlo, montando dalle spalle, scendendogli nel basso ventre che dolcemente si mise in moto. Appoggiò una mano sulla sua gamba, sentendone la carne, bramando l’assaggio di una felicità che si sarebbe consumata in fretta, svelata in un lampo nell’essenza della propria futilità. Il cuore cominciò a battere il tempo del sangue come un tamburo impazzito, mutando in una cassa da cento kilowatt.

Lei gli si accostò e fece scattare la ruota zigrinata dell’accendino, il cui suono fece eco a quello della cocaina che cominciò a friggere, iniziando un Waltzer con la cenere.

– Sì, scivoliamo l’uno nell’altra, scivoliamo… – la baciò, le morse le labbra e le strinse i fianchi con forza.
– Prima di scivolare, dimmi…
– Cosa, tesoro?
– Chi di noi due è la schiava innamorata?
– Nessuno. Siamo entrambi due bellissime principesse indiane, il cui cuore è stato drenato dalla voce marziale di un capitano inglese. Ma senti come batte adesso, sentilo, questo è reale, reale, non vale un cazzo ma è l’unica cosa vera, qui ed ora. Hic et nunc.
E le due voci esplosero, il canto della principessa e della schiava si fusero in un unico suono, mentre lui cominciava ad arrampicarsi sul suo corpo. Le scostò una ciocca dal volto, la guardò diritto negli occhi ambrati.
– È stupido, ma è reale ed è l’unica cosa che abbiamo.
Le strinse i fianchi e con un colpo di reni le fu dentro.

Viens, Mallika, les lianes en fleurs
Jettent déjà leur ombre
Sur le ruisseau sacré qui coule, calme et sombre,
Eveillé par le chant des oiseaux tapageurs! 

Ed era piacevole, ed era la cosa più bella che potessero pretendere di avere. E lui le scriveva dentro. In catalessi, ogni colpo tra le sue cosce era una lettera su un foglio da riempire; la punta di quella bic sventrata dal cilindro che toccava il bianco pallore della carta; il polpastrello che frenetico pigiava i tasti.

Oh! Maîtresse,
C’est l’heure ou je te vois sourire,
L’heure bénie où je puis lire dans le coeur toujours fermé de Lakmé!            

E la lettera mutava in frase e si abbracciavano e godevano, si mangiavano, e la frase diventava paragrafo, ansimavano, si sputavano in bocca e il paragrafo era già un’intera pagina, si graffiavano, cambiavano posizione sulle lenzuola fradice, passavano i minuti, le ore, si riposavano, ricominciavano e avevano scritto un libro. Come lei avvertì salire l’orgasmo dalle proprie viscere,  lui percepì l’arrivo dell’esplosione e il libro divenne il primo di una serie, e mentre venivano in sincro erano l’opera omnia di uno scrittore che abitava in completa solitudine un attico sulla rive Gauche. Come si staccarono e di nuovo si abbracciarono furono la solitudine con cui lo scrittore aveva scambiato la propria vita, riducendola in carta.
Erano gli amanti di Schiele che si abbracciavano isterici scrutando con la coda degli occhi chiusi l’abisso in cui annegava la riva del letto.
Si addormentarono.

Dôme épais le jasmin,
A la rose s’assemble, Rive en fleurs, frais matin,
Nous appellent ensemble.
Ah! glissons en suivant
Le courant fuyant:
Dans l’onde frémissante,
D’une main nonchalante,
Gagnons le bord
Où l’oiseau chante, l’oiseau, l’oiseau chante.
Dôme épais, blanc jasmin,
Nous appellent ensemble!

 

– Ehi…
– Dimmi – grugnì lui, grattandosi le palle sotto al lenzuolo.
– È come se fossimo in una sala d’attesa, io e te.
– Ha un bell’aspetto, però. Non sembra noioso, qui.
– Sì ma guarda là… – mormorò lei, indicando con un dito una crepa che si stava facendo lentamente strada lungo la parete della stanza.
– Ah guarda, ce n’è una anche qua – disse toccandole il volto.
– E anche qui… – rispose accarezzandogli una guancia.
– Comunque è come se fossimo in una sala d’attesa e stessimo solo aspettando che qualcuno venga a prenderci.
– Chi, i nostri ufficiali inglesi?
– Credo di sì…
– E perché aspettiamo, usciamo checcazzo?
– Immagino che nessuno dei due voglia andarsene per ora.
– Già, si sta bene qui, ma le crepe… – disse lui, stropicciando un foglietto.
– E quello cos’è?
– Il mio numero, guarda, ne hai uno anche tu.
– Ci sarà un bagno qui? –  sbadigliò la ragazza, cercando una posizione comoda per il proprio culo sulla sedia in plastica.
– Non ne ho idea, non c’è nessuno a cui chiederlo. Nemmeno un’indicazione. In ogni caso voglio dirti una cosa.  La pianta, sai quella pianta che raccogliemmo randagia all’angolo di un bar e io ti chiesi: di chi sarà? E tu rispondesti, sorridendo, sorridevi un sacco, sembravi felice, rispondesti: è tua tesoro, è tua! Ecco, la pianta sta fiorendo.  Eri così bella il giorno in cui la trovammo, con quel tuo vestito blu, ti stava bene, perché non te l’ho più visto addosso, eh? Sì, sembravi felice, era la prima volta che ti vedevo felice da quando… Beh, da quando ci fu l’esplosione, quando successe quel maledetto casino, quando tutto andò in pezzi e i pezzi si mescolarono, quando ci incontrammo tra le macerie e ci  abbracciammo, piangendo. Quel giorno eri felice, te lo potevo leggere negli occhi e pure io lo ero. Lo ero perché… Perché mi sembrava che il motivo, la fonte fossi io, quella mia camminata goffa per le vie del centro con la pianta in mano ti faceva sorridere, sorridevi e stavo bene nel vederti così viva; eri reale, davanti ai miei occhi con il vestito blu. E camminavamo, facendoci ombra sotto i portici, perché faceva caldo, c’era un caldo terribile e con una mano tenevo la pianta, con l’altra ti stringevo le dita. E vedemmo una ragazza seduta su di un drappo orientale, stupenda, con i capelli rossi. Ci voleva leggere i tarocchi, ma noi rifiutammo, avevamo maledettamente paura del futuro perché forse avremmo scorto questa sala orrenda. Io però sbirciai una carta e scoprii il diavolo, la testa di Baphomet, e mi sentii una merda, pensai che tutto era sbagliato, che i pezzi si erano mescolati male, che non avremmo dovuto essere lì, assieme. Ma non te lo dissi, eri così bella, felice, sembravi mia. E la ragazza ci chiese che pianta fosse e non sapemmo cosa risponderle, ma adesso ce l’ho forse una risposta, non ne conosco il nome, ma gliela posso descrivere. La pianta sta fiorendo, mi sembra di guardarla in questo preciso istante. Pensavo fosse una piantina del cazzo, ma devi vederla ora. I petali sembrano tizzoni infernali, e mi scotto le dita ogni volta che la tocco.  E continua a crescere e ne ignoro la geometria definitiva, in che punto si bloccherà per cominciare ad appassire? La guardo fiorire, adesso, e al contempo mi sembra che il mio desiderio, il mio desiderio cresca, il mio desiderio di averti ancora accanto per guardarla insieme. Capito, tesoro? Insieme, io e te, tesoro?
La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo, da sola. Si era semplicemente alzata dicendo a bassa voce:
– Cazzate, lo sai meglio di me… Tesoro.
Si era aggiustata il vestito blu e si era avviata alla porta, e il sorriso che gli fece – lui non lo colse – perché, impegnato nel suo monologo, continuava a guardare nel vuoto.  Lei sapeva fin dal principio come sarebbe andata a finire la cosa, ma non aveva voluto pensarci fino a quel preciso istante, perché non voleva mai riflettere su ciò che la riguardava; preferiva puntare gli occhi da un’altra parte e bastava chiuderli, aspettare che qualcuno la prendesse per mano. Si era chiusa in quella stanza con lui tappandosi le orecchie, evitando il sibilare dei proiettili delle truppe inglesi, aspettando, stretta tra le sue braccia, la grande esplosione, la seconda, che avrebbe distrutto quelle quattro mura sulle quali distinguevano le prime crepe. Ma adesso si era stancata.

La porta era aperta, la ragazza non c’ era più, e gli parve di distinguere un marcato accento inglese provenire dalla fessura, un sussurro: now here, no where… Ma fu un inganno dell’orecchio, perché lei se ne era andata via da un pezzo.

Uscì. Lui si accese una sigaretta e continuò ad aspettare, come aveva sempre fatto. Fumava e stringeva il foglietto, mentre guardava quello della ragazza, abbandonato a terra.  Mentre aspettava, la pianta appassiva. Lui le diede acqua, forse troppa, chissà, ma non la riparò mai dal sole, né dal vento, così i petali giorno dopo giorno se li prese la brezza e il corpo della pianta lentamente bruciò sotto al calore dei raggi solari. Non volle spostarla all’ombra, perché per un ingenuo vezzo estetico preferiva osservarla mentre faceva colazione, la porta del balcone aperta, per mostrare al mondo intero quanto fosse bello quel fiore. Aspettava, fumava, accartocciava il foglietto.

Un giorno alzò un piede, poi un altro, spense la brace sulla carta e la gettò in un angolo.
Uscì dalla sala sbattendo la porta. Né lui, né lei videro quella stanza esplodere, il letto, la bottiglia, le tracce del loro piacere dimenticate sulle lenzuola, deflagrare, inabissarsi e tornare da dove erano venute.
Zero più zero, uguale – nell’eterno pulsare dei secondi che abbiamo inciso sul tessuto del tempo – a zero.

In copertina: Egon Schiele, Gli amanti

La presenza nell’assenza

Il superamento dell’io nella fotografia di Filippo Braga.

 

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto, in divenire, un discorso che non comincia e non finisce, ma che rimane sospeso tra la presenza dell’osservatore e la mancanza di una prospettiva definibile entro spazi e codici precisi. Un prospettivismo, quello del fotografo milanese, che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

C’è nella fotografia di Filippo Braga uno sguardo aperto e in divenire […] che ha a che vedere con il superamento dell’io e con l’assunzione del paesaggio come unico protagonista.

Nelle foto che ritraggono la Sicilia è il contesto a farla da padrone (vedi Siracusa, centro storico) e anche laddove gli esseri umani fanno la loro comparsa, questi sono personaggi secondari, esseri viventi e intrusi (Bologna, periferia) che non brillano mai per una peculiarità o un particolare, ma che al contrario sono inseriti nel loro habitat naturale – sia pure, questo, quello urbano. Impossibile non riconoscere in lavori come quelli sulla città di Palermo un punto di vista antropologico oltreché visivo, frutto degli studi intrapresi a Bologna e proseguiti a Torino, non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti, e nello specifico Viaggio in Italia, durante il quale il maestro emiliano tentò di dare una nuova immagine aggiornata del paesaggio della penisola, distante da quello “da cartolina” al quale eravamo abituati da decenni.

Impossibile non riconoscere nei suoi lavori un punto di vista antropologico oltreché visivo […] non dissimile, nella ricerca, dalla scuola di fotografi italiani che ha in Luigi Ghirri uno dei suoi massimi esponenti.

Ed è proprio il viaggio uno dei temi più battuti nella fotografia di Filippo, un viaggio mai inteso come meta o punto d’arrivo, ma come elemento di giunzione, stile di vita e mezzo di comunicazione con l’altro (Acitrezza, peschereccio). Il suo obbiettivo, che si tratti della desolata campagna padana o delle vie della Vucciria, tende sempre a unificare antico e moderno, in una miscellanea che, spesso, mette in luce le contraddizioni e le parti più nascoste del nostro Paese, in una poetica cui può giungere solamente l’occhio curioso e allenato dello studioso, per andare al di là delle apparenze, scavando, e arrivare così alla sua parte più vera ed essenziale.

Una presenza nell’assenza, un occhio di riguardo verso quegli elementi più propriamente umani che intaccano il nostro presente; una traccia delebile, superficiale, provvisoria, nell’epoca del post-umano.

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Triplice fischio

“I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali”. Gesualdo Bufalino


Nacqui terzo di nove fratelli, dopo la guerra. Mio padre raccontava la vastità del deserto libico, una vittoria degli inglesi, la cattura e la prigionia durata sei anni. Mamma l’aveva aspettato. La prima volta che ho conosciuto un inglese volevo tirargli un pugno, da parte di mio padre. Poi ho pensato che la colpa non è genetica e ho lasciato stare. Però non mangio fish and chips e disprezzo profondamente la regina Elisabetta e i Beatles.
Con i miei fratelli e i picciotti della vanella giocavamo a pallone in un campo pieno di pietre. Prima di ogni partita ne toglievamo sempre un po’ ma sembravano essere infinite. La terra era grossa e dura, la palla di stracci si sfaldava, le porte di legno cadevano a ogni tiro, era quasi impossibile giocare. A me non fregava niente, tanto arbitravo. Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare. Non è un’attitudine da sbirro mancato, come pensano tutti. L’arbitro non prende ordini da nessuno. È semplicemente Dio, per novanta minuti più recupero, decide chi e quanto punire, chi perdonare. Decide l’inizio e la fine.

Ho sempre fatto l’arbitro, per mia scelta, non so dirvi il motivo; volevo mettere ordine, regolare.

D’estate lavoravo la terra e vendemmiavo, pagato a giornata. A dieci anni lasciai la scuola per aiutare mio padre in cantiere. Arrivai a Milano a dodici primavere, insieme al mio compare Marcello, un uomo alto e scemo. Lavorai come fattorino e panettiere fino ai diciotto, dormendo in una cantina subaffittata a siciliani e calabresi.
Al militare imparai a tagliare i capelli. Il primo giorno chiesero chi sapeva fare il parrucchiere. Mentii spudoratamente ma riuscii a cavarmela piuttosto bene. Dopo la leva incominciai a lavorare da un coiffeur in centro, come li chiamano i milanesi danarosi. Un paio d’anni dopo aprii la mia bottega al Casoretto. Fu lì che conobbi Anita, l’unica donna che abbia mai amato. Passava in bicicletta ogni giorno per andare al lavoro, alla Lambretta. All’ora del suo passaggio facevo in modo di farmi trovare a fumare sull’uscio del salone. Non mi guardava mai. Un giorno passò a piedi per colpa della catena caduta. Gliela sistemai. Ci fidanzammo un mese dopo.
Erano gli anni settanta, io pensavo a lavorare duro per fare famiglia con lei e me ne fregavo della politica; Anita no, per lei era la cosa più importante. Fu quella crepa a dividerci. S’innamorò di un leaderino della contestazione e mi lasciò dopo tre anni senza troppi giri di parole. Non l’ho mai più vista. Non sto a raccontarvi la disperazione, è poco interessante e sempre uguale. Fu in quegli anni, ne avevo venti e rotti, che iniziai a bere, stringendo i pugni nelle tasche dalla rabbia. Persi parecchi clienti, lavoravo svogliato e con l’alito avvinazzato. Pensai di vendere la baracca e tornare in Sicilia. Poi pensai al paese, ai miei fratelli, alla vergogna di rincasare sconfitto. Mi ripresi in qualche mese, soprattutto grazie alla passione che ripescai dalla mia infanzia: arbitrare. Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Feci un corso ufficiale e iniziai a dirigere le partite dei bambini, degli adolescenti, infine degli adulti di prima o seconda categoria, qualche volta la serie D. La domenica diventò il mio giorno preferito.

Quando dai il fischio d’inizio, dopo aver controllato le reti, vedi ventidue corpi muoversi attorno a un pallone, e tutti dipendono da te. Tocca a te ordinare quel caos. Eppure non ne sei immune. Corri e ti sposti con loro, finisci per tifare qualcuno – vi svelo un segreto: non esistono arbitri imparziali – partecipi muto all’orgasmo collettivo del goal, dopo la penetrazione del pallone nella rete. Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere. Perché ho perso, alla fine. Se a sessant’anni passati la mia unica soddisfazione è arbitrare chi mi insulta per un’ora e mezza, qualcosa dev’essere andato storto. Se sto preparando una cena della vigilia ad personam devo aver sbagliato, da qualche parte. Ci penso ogni volta che guido, solo, sentendomi finto e immobile come gli uccelli sulle barriere di vetro della tangenziale.
Qualche sfizio me lo son tolto. La Giulietta Sprint rossa che guido, ad esempio. Certe bottiglie millesimate, tipo quella che sto bevendo. Una sterminata biblioteca, casomai fosse tornata – Anita leggeva tanto, poi ho iniziato a prenderci gusto anch’io; una tv da trentadue pollici, un trapianto di capelli, che ormai me ne rimangono pochi e sottili come vetri di Murano. Ma non ha senso ammobiliare il nulla. Qualche signorina la conquisto ancora, non so se per la macchina, la tinta scura o per il fatto che abbia un’attività, anche se in fallimento. Ormai tutti si tagliano i capelli dai cinesi; ma è normale, adesso sono loro i siciliani di mezzo secolo fa ed è giusto che lavorino. L’ultima compagna, per dirne una, l’ho lasciata io. Era una zitella idiota, guardava Uomini & Donne tutti i giorni ma soprattutto ha mollato un libro di Bufalino che le prestai dopo poche pagine, dicendo che non le piaceva il suo modo di scrivere. Avevo voglia di tirarle il libro in testa ma mi trattenni – si sarebbe potuto rovinare. Compresi all’istante che non saremmo invecchiati insieme. Come si può disprezzare Bufalino, la penna più elegante partorita dall’isola, e nutrirsi della spazzatura di Canale 5?

Una partita è la metafora perfetta della mia vita, per la fatica, la soddisfazione di costruire un’azione e andare in vantaggio, poi illudersi di averla in tasca e subire un contropiede inaspettato e un rigore, quindi perdere.

Non fidarsi mai. Anita mi ha insegnato questo, in fondo. È una brutta convinzione ma è necessaria. Ad ogni modo mi sta bene così, morirò scapolo. Chi viene da un’isola sa stare bene solo. L’unico problema di questa vita è la mancanza d’amore. Non vale la pena di viverla senza. E dopo Anita nessuna mi ha conquistato davvero. Non ho mai deciso nulla nella mia vita. L’unica decisione, fondamentale e feroce, l’ha presa lei. Forse è per questo che arbitro, per compensazione, per accumulare miliardi di piccole decisioni ma d’importanza epica in quel frangente; anche se sei in un campo di terra ghiacciata nel nulla brianzolo e arbitri una partita tra trogloditi e analfabeti, che ti salutano graffiandoti la portiera della Giulietta. Che provano a corromperti, per tre punti. Che ti minacciano di morte, per un gioco. Vista da qui, dalla fine, la mia esistenza somiglia ad un lancio di un difensore dai piedi quadrati, un lancio balordo e sghembo, che esce dalla recinzione del campo. Una traiettoria forte ma sbagliata, inutile e inconcludente. Non vale la pena di viverla, ormai. Vedo solo il male. Sono stanco, e bisogna saper finire dopo i tempi supplementari e questi giorni che sembrano calci di rigore a oltranza.
Perdonatemi, è vostra la vita che ho perso, scrisse una poetessa. Ho scritto questa lettera per testimoniare il mio passaggio a questo mondo. Non so chi la leggerà, probabilmente un giornalista o la portinaia quando mi troverà qui, appeso, il fischietto al collo e il cronometro con l’orologio fermo alle ore ventitré del ventiquattro dicembre duemilasedici. Dopo l’ultimo, triplice fischio finale.
Buon Natale.

Illustrazione di Gipi

L’eroe

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare.

La foresta vetrificata riluceva. Il sole tuonava attraverso le sottili pellicole delle distanze astrali. I rami degli alberi s’intrecciavano formando anelli di corteccia, e pie formiche sorseggiavano vino bianco.
Lungo le sponde del Fiume Calmo camminavano, ormai da molti giorni, tre donne e quattro uomini.
Miserpa, una delle donne, invitò gli altri a fermarsi e, come rapita, sussurrò:
– Siamo vicini al Frutto? Il suo battito cardiaco mi pare instabile.
– Temo che il percorso sia mutato sotto i nostri piedi – rispose Badìsi, la Maestra del Suono. – Forse ciò che sentiamo scorrere non è il fiume, ma la sua eco.
– Dobbiamo pregare – propose Quwymi. Soltanto lei non proveniva dall’Europa, però non aveva ancora voluto svelare la sua vera origine.
La temperatura aumentava. La Terra, nelle ultime settimane, si era avvicinata al Sole come mai prima, ravvivando la speranza che la realizzazione fosse imminente. Ormai il freddo esisteva solo nel ventre del pianeta e negli abissi marini.
– L’incenso di loto è bruciato – affermò Badìsi. – I nostri canti, senza un adeguato supporto, si romperanno in noi lacerandoci il respiro.
Quwymi spiegò che esisteva un’alternativa:
– Possiamo bruciare un loto diverso: quello che pulsa tra le nostre gambe. L’aquila accetterà l’offerta.
Miserpa e Badìsi si dissero d’accordo.
– Ebbene! – proruppe allora Quwymi – Che gli uomini ci incendino. Ogni angolo delle nostre membra sarà nobilitato dal fuoco della loro virilità.
Le tre donne s’inginocchiarono innanzi ai maschi, dacché era prescritto che la prima eiaculazione avvenisse nella bocca e per mezzo di essa. Quwymi, che era la sacerdotessa del coito, si dedicò a due uomini.
Dopo, le donne furono possedute. Le loro grida – limpide come squarci nel costato – si mescolavano all’ineffabile melodia della foresta. La vibrazione che scaturì parve giovare all’intero universo.
Miserpa, che aveva accolto il seme di Rtun’l, il custode dell’Urlo, si sedette su una roccia e si massaggiò le cosce. “Quanto è sacra questa vita che indosso?,” pensava. “Chi, se urlassi, guarderebbe i miei occhi?”.
Badìsi, che era stata con Tourgo, il detentore del Successo, cantò la Canzone dell’Enigma:

Dentro la Coppa scivola il pianto.
Tutto rinnego, anche il mio fuoco.

Dei cosmi che scorgo m’importa poco.
Non serve l’eroe, sgozza soltanto.

Del dio noi siamo il gioco.
Del dio noi siamo il vanto.

Quwymi, che si era concessa a Kyumte e a Swatn, condottieri del Sinistro Esercito, annunciò:
– Attenderemo che l’aquila ci parli. Se i nostri amplessi hanno placato la sua fame, allora ci sarà permesso agire.
– Sei sicura che l’aquila non ci abbia abbandonati? – domandò Rtun’l.
Quwymi lo guardò con ferocia. Agli uomini era concesso parlare solo se interpellati. Si credeva che il pomo di Adamo fosse stato maledetto dopo l’ultimo inverno, e che perciò bisognasse tenerlo in ceppi.
– Quwymi – disse Miserpa nella speranza di attenuare la rabbia della compagna. – Potente sorella, ascolta: anche se il custode dell’Urlo ha attentato alla nostra quiete, ti propongo di risparmiarlo, poiché grande è l’intensità del piacere che ci sa dare. Non roviniamo questo momento istituendo un processo.
La sacerdotessa del coito, ponderate le obiezioni di Miserpa, rispose:
– Sei saggia. Seppur rozzo e cacofonico, costui è abnorme. E però ci occorre la certezza che non sbaglierà più. Tagliamogli la lingua.
Rtun’l, a questo punto, ottenuto il permesso di parlare, poté difendersi:
– Mie sorelle, a cosa servirebbe tagliarmela?
– A te a cosa serve? – lo provocò Quwymi.
– È necessaria affinché il mio mutismo sia comunicativo. Senza lingua, infatti, dovrei tacere per obbligo, però solo un silenzio volontario, come quello dei santi, è utile. Lasciate che la mia lingua si attorcigli e forgi vuoti memorabili.
– Fino a quando dovremo sopportare la tua insolente ambiguità? – ribadì la sacerdotessa.
– La mia ambiguità perderà importanza dopo che io sarò morto.
Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.
E però il segnale tardava.

 ***

Venne la sera. Le sette creature, guidate dal discernimento di Miserpa, si immersero nelle fenditure della coscienza e trovarono un deserto dove riposare. La sabbia era blu e gigantesche tartarughe volavano nel cielo rosso fiammante. Dai loro corpi colava una pioggia di granelli d’oro. Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio. Nelle sue vene, infatti, scorreva il sangue raro del Vero Monte, che era il lascito di suo padre, caduto in battaglia durante la roboante guerra. Tourgo lesse ad alta voce, e ogni cosa del mondo fu resa più consapevole.
La lettura durò trentasei giorni. Tutti ascoltarono l’estatica lode meditando e pregando. Infine si addormentarono, stremati.

Dalla geometria dei diamanti e dei rubini incastonati nei carapaci emergevano parole sacre. Le donne ordinarono a Tourgo di leggerle, poiché questi era l’unico che ne conoscesse il linguaggio.

Tourgo fu risvegliato da un suono osceno e sordo, che gli pareva fosse rimasto sepolto nell’oblio per molti secoli. Frastornato, svegliò Rtun’l.
– Quanto dio conosci? – gli chiese.
– Conosco un dio vasto ma non infinito.
– Rtun’l, io lo cerco. Vieni con me.
Silenzio.
– Vieni con me – ripeté.
– No. Il tuo destino ti corre incontro e scuote i mondi. Il mio è immobile – disse Rtun’l.
– Ma tu sai che dio ***. Io e te siamo le uniche due creature a saperlo. Allora possiamo sperare.
Rtun’l gli strinse il braccio:
– Vai tu! Io placherò le tre scrofe, impedendo loro di maledirti. E cercherò anche di ottenebrare la mente dell’aquila.
– E se il Proverbio è vero? – chiese Tourgo.
– Saremo congelati e distrutti.
– Lo accetti così? Ascolta, Rtun’l, le donne non hanno più cibo per l’aquila. Presto cominceranno a nutrirla con le vostre frattaglie. I primi saranno i condottieri, infine toccherà a te.
– Se prima di allora non sarai tornato, morirò inneggiando. Ora corri lontano dalla foresta, poiché già si destano le scrofe. Vai!
Tourgo abbracciò l’amico e andò via.

Ancora un po’ durò l’apologia di Rtun’l. Alla fine Quwymi lo perdonò, nella speranza che l’aquila, apprezzando il gesto misericordioso, manifestasse la propria volontà.

“Quanto dio conosci?”, si ripeteva Tourgo mentre fuggiva. La maledizione delle donne poteva colpirlo anche a distanze molto grandi, dunque doveva affrettarsi prima che fosse formulata. Era finalmente uscito dal deserto blu e si aggirava per le strade vuote dell’antica Città dei Pesci. Essa era stata l’ultima a soccombere, nonostante il male oscuro vi avesse fatto la sua prima comparsa. Un piccolo gruppo d’individui era sopravvissuto al fragoroso abbattimento dell’albero. Essi, riunitisi sul Vero Monte, avevano infine potuto appiccare i tromboni del giubilo e rendere grazie a dio per averli risparmiati. Li attendeva, avevano creduto, un’era di santità.
Ma quella convinzione si era sgretolata subito. Nel matriarcato, istituito seguendo le Leggi Piovute, si era insinuato un germe, e presto la situazione era mutata. La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila. Costei aveva rivelato il Proverbio, che era irripetibile. Tourgo, ripensandoci, si sentì mancare.

La santità era scomparsa da un giorno all’altro come uno specchio rotto, i maschi erano stati bestemmiati, gli uteri resi sterili, e dalle nubi era stato lanciato il frastornante verso dell’aquila.

Diede rapide occhiate alla città. Cominciava a trarre giovamento dalla fuga, la sua mente non era più confusa. Si sedette per riposare, perché gli doleva la muscolatura.
Nel cielo apparvero delle enormi narici, che soffiarono sul suo torace. Poi venne la Madre e gli gettò addosso delle Ombre. Lo guardava imperturbabile. La sua figura sovrastava la città.
– Sei tu la Madre? – le domandò.
– Io sono la forza che tiene Duat – rispose. Si esprimeva attraverso la combinazione di suoni e colori, emanandoli da sé sorridendo.
– Duat è il Proverbio?
– Di tuo padre sono figlia e sorella, e sua moglie. Dalla sua bocca partorisco questa bocca.
– Io non ricordo il senso! – gridò Tourgo.
– Il ricordo è la lapide di ciò che dovette essere, scolpita prima e dopo, contemporaneamente. La lapide fu distrutta ma ne rimane il ricordo.
– Chi sei tu?
– Io sono l’abisso. Tu sei la colpa.
Le Ombre si attorcigliarono attorno a Tourgo, impedendo al sole di scaldarlo. Il terrore lo paralizzò come un veleno di rettili.
Moriva. Le Ombre gli divorarono la carne. Rimasero le ossa.
A ventiquattro chilometri da lì, in direzione nord-ovest, sulla strada era comparsa una porta chiusa in legno di noce. Non aveva alcuna funzione, poiché era possibile aggirarla con pochi passi. Stava lì, in mezzo alla via, senza serrature, assolutamente inutile.

Opera di Arnold Böcklin

Perché non abbiamo più bisogno di eroi

Sempre più spesso sembra che la letteratura del pensiero dominante sia l’unica in grado di finire sui nostri scaffali. Ma forse non tutto è perduto.

Oggi vi racconteremo una storia, una storia ambientata in periferia, nel grande raccordo anulare dimenticato di Parigi. Il suo protagonista è un uomo che viene investito da una volante in pieno giorno e rimane fermo immobile, a terra. Prima di esalare l’ultimo respiro, assiste alla consueta proiezione della sua vita, e vede scorrere davanti agli occhi momenti belli ed entusiasmanti, momenti di gioia e di felicità. Non c’è spazio per momenti bui, anche se non sono mancati, certo; ciononostante tutto è avvincente e straordinario. L’uomo rimane con gli occhi a fissare il cielo, come un grande animale ferito che stia aspettando di essere ingoiato dalla terra, e quel che sogna non somiglia ad un rivale da abbattere, non somiglia ad una mancanza di idee, non somiglia ad un’installazione messa lì apposta per farsi guardare: ciò che sogna somiglia ad un grande risveglio collettivo. Si respira aria nuova, e per questo motivo egli sente di non essere morto invano. Ciò di cui si rammarica è di non avere vissuto abbastanza per poterlo raccontare. Così, con le ultime forze rimaste, alza il braccio per sussurrare la sua storia ad un passante, che ancora non sa di essere l’uomo più fortunato del mondo, perché quel moribondo gli sta per suggerire la visione che cambierà la sua vita per sempre.

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