La città era un sacrificio di carta vetrata

La città tesseva la tela di Penelope, un manipolatore di meccanismi sottili: non importava quante volte Ulisse avesse avuto l’opportunità di innamorarsi o di morire, perché Penelope aveva già allestito il ritorno di lui a Itaca. La città era un enorme sacrificio di carta vetrata e di liquidi umorali, che scivolavano lenti ma irrefutabili nelle arterie degli abitanti. Gli abitanti erano il nutrimento, la pappa reale che pasceva i meccanismi sottili su cui Torino si reggeva – come ogni città dell’Impero.
Io viaggiavo in automobile cercando di scansare le mine antiuomo del pensiero. Non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra, non dovevo finirci sopra. La radio era sintonizzata su un programma satirico che quell’oggi sparava senza pietà alla mancanza di intelligenza di alcuni personaggi televisivi recentemente emersi. Il trio che conduceva lo show fabbricava serie infinite di battute di polistirolo, geniali abbastanza da ingannarmi almeno quel poco che mi servisse a ridere.
M’immettevo nel sottopasso di piazza della Repubblica, alle 08:09 di sera, diretto ai Murazzi del Po per recitare poesie in un bar vagamente underground e accordarmi per una presentazione del mio romanzo, ed era mercoledì 30 luglio dell’anno ancora indecifrato, e accendevo i fari e vedevo laggiù un’ambulanza sulla corsia d’emergenza, mentre gli uomini della nettezza urbana ripulivano il mercato. Parcheggiai in corso San Maurizio, non lontano dalla Mole Antonelliana. Ero in anticipo e decisi di ripercorrere via Napione, dove, meno di due anni prima, avevo abitato per circa nove mesi. Vanchiglia era un quartiere racchiuso in una teca di plexiglass su cui fosse rimasta la pellicola protettiva e offuscante; Vanchiglia collegava il mondo di là – un paio di chilometri dagli uffici dove lavoravo – a quello di qua, al mondo delle serate alcoliche e lisergiche attraverso le quali vagabondavo di tanto in tanto; Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi. Vanchiglia era una profezia non riconosciuta: la citazione ricorrente che solo a un certo punto acquisisce un senso, perché si concretizza e diviene significativa. Era il nome che quando ero stato bambino si era riversato a oltranza nelle mie orecchie, senza ch’io sapessi che un giorno vi avrei vissuto momenti destinati a rimanere appesi nell’eternità.

Vanchiglia era il puzzo del piscio e dei bidoni, era la sobria maestosità delle palazzine, il silenzio e la presunta arte segreta, era il paese nella metropoli, le botteghe e le automobili sui marciapiedi.

  E così sorseggiavo ogni passo come se vi fosse dentro lo scopo ultimo, il senso arcano, come se il tempo divenisse sacro e non più profano, in via Bava, in via Artisti, in via Santa Giulia, in via Napione.
Il 30 luglio e il sudore sulla maglietta. Camminavo, trentunenne, più miserabile ormai ma più bello di prima, avvolto in corde di canapa spesse come lacci emostatici. Non volevo essere felice, non dovevo finire sopra le mine antiuomo del pensiero, non volevo finire sopra la felicità e dimenticare chi fossi stato. Non ero più uno scrittore, bensì un mulinello di punti interrogativi, un impiegato modello in una multinazionale del settore energia e petroli – avevo smesso di essere uno scrittore nel momento in cui il romanzo al quale avevo lavorato per quindici anni, Il dio osceno, era stato pubblicato. Nessuno poteva capire con quanta vergogna stessi andando davanti a un manipolo di esiliati a recitare poesie che non sarebbero state comprese nemmeno cinquant’anni dopo la mia morte, io che mi vergognavo persino di esistere e pronunciare il mio nome e che non ero mai stato un poeta per davvero, io mi accorgevo, mentre fumavo sotto al portone della casa in cui avevo vissuto nove mesi, che forse era tardi e che dovevo andare, ma prima entrai in un bar e presi da bere, qualcosa di forte, forse del whiskey, Tullamore. Il barista lo aveva, diosanto che bello, quel sapore arcaico di quand’ero un artista nomade, anzi apolide, lo assaporai lentamente sulle papille gustative di silicio rappreso. In quel mentre entrò un uomo che disse il mio nome, ma poi se ne andò e io mi guardai attorno e pareva che fosse stato un fantasma, perché nessuno aveva visto o udito qualcosa.
Ed ebbi paura, ma non seppi perché.

La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca.

 A dire il vero, dio non era mai stato lì. A dire il vero, dio non ce lo aveva mai portato nessuno, lì, in quel locale in riva al Po che puzzava di detersivi di discount e di vomito mal pulito. A dire il vero, c’erano i topi e gli scarafaggi e gli scarafaggi erano grossi come le nutrie, quindi i topi dovevano nascondersi dacché gli scarafaggi se li mangiavano.
A dire il vero, declamavo poesie di dieci anni prima perché avevo smesso di scriverne nel momento in cui si era palesata l’incapacità altrui di capirle – o la mia di farmi capire. E a me andava bene così. La gente applaudiva, ma forse per automatismo o forse per non sembrare sciocca. Però ero io a sembrare sciocco. Seguitavo a domandarmi perché mai qualcuno sentisse il desiderio anche solo indotto di ascoltare me. Seguitavo a domandare agli astanti se conoscessero ragazze senza dubbio serie, di quelle che lavorano e non di quelle che studiano, che nondimeno avessero la perversione di scopare con gli zingari che chiedono le elemosina fuori dai supermercati. Seguitavo a parlare dei Carabinieri che sparavano ai carrelli della spesa per fare uscire le monetine e scommettere sulle partite di calcio. La gente rideva. La gente rideva di meno quando dicevo che il Poeta della Materia si era inginocchiato dinnanzi al mio cazzo, disposto a ingoiare ogni goccia. La gente riprendeva a ridere di più se annunciavo che il Poeta della Materia aveva avuto da ridire sulla mia mancanza di igiene intima (la qual cosa era evidentemente un falso storico, dacché mi lavavo l’uccello dopo ogni pisciata).
Era tutto molto finto. E io ero ubriaco. Alcune facce le conoscevo, altre no. Nessuno mi stava antipatico, eccetto due signori in prima fila, vestiti come poliziotti da scrivania. Mi guardavano tenendo la testa leggermente storta, piegata sulla sinistra, come se non comprendessero davvero il senso della mia presenza laggiù – o della loro.
Dopo mezz’ora chiesi un’altra birra e una biondina me la portò sul palco, ma prima ne bevve un sorso e poi mi baciò e mi sputò la birra in bocca e io rimasi rigido come un altare e non me ne importava nulla.
La mia marchetta durò ancora poco, infine decisi che ne avevo avuto abbastanza.


Continua sul numero cartaceo in uscita a marzo

Illustrazione di Simone Lagomarsino
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Published by

Giovanni Schiavone

Autore italiano nato a Torino il 29 gennaio 1983. Il romanzo "il dio osceno" (novembre 2013, Pequod) è la sua prima opera. Nitrisce.

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