Il coniglio del Miradouro de Santa Luzia

 

In una casa minuscola al centro dell’Alfama, qualcosa di rosa e peloso spunta tra le ante di un armadio, ma nel disordine generale e nella sostanziale solitudine della stanza non infastidisce nessuno, se non dieci vestiti anonimi che per fargli spazio si trovano costretti a starsene in un angolino.
Non è altro che un abito da lavoro, ma ha la forma di un coniglio, un coniglio paffuto con un occhio diverso dall’altro; uno di colore azzurro vivo, in plastica, l’altro un semplice bottone che si mantiene a stento a un filo di cotone. Joana lo aveva trovato un sabato mattina alla Feira da Ladra, dopo un’abbondante colazione a base di pasteis. Aveva tra i denti pezzettini di sfoglia e sulla lingua il sapore della crema, eppure si sentiva ancora affamata, mentre girovagava tra venditori di cianfrusaglie e ladruncoli di spiccioli.
Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata. Si era trasferito dritto nel suo stomaco, un po’ come succede quando si incontra qualcuno che sa di essere destinato a cambiare le carte in tavola.

Quando il costume da coniglio era spuntato da una collina informe di abiti, l’aveva come saziata.

Il rigattiere era incredulo nel constatare che davvero al mondo ci potessero essere acquirenti per robaccia del genere. Non si ricordava nemmeno più dove lo avesse recuperato, quel dannato costume che troppe volte era stato costretto a riportare nel furgone. Puzzava neanche fosse stato un animale vero, un pezzo di selvaggina andato a male, ma Joana con pazienza lo aveva lavato e profumato, sistemando il pelo e il contropelo e l’occhio che mancava. Era stato come una sorta di rituale di purificazione, sia per il coniglio che per lei stessa, che non ricordava più cosa significasse prendersi cura di qualcuno o qualcosa.
Una volta infilatasi all’interno del costume, si era avvicinata lentamente allo specchio. Teneva gli occhi chiusi, ogni tanto si divertiva a non vederci per qualche minuto, per poi riacquistare la vista all’improvviso e godere di quei secondi di meraviglia pura.
Era nata lo stesso giorno in cui pochi anni prima Teodomiro Leite de Vasconcelos aveva trasmesso su Radio Renascença “Grândola vila morena”, dando inizio, poco dopo la mezzanotte, alla rivoluzione. Un venticinque aprile qualunque che ora è il nome del grande ponte sospeso sul fiume Tago, un venticinque aprile iniziato con un canto.

Afferrando e tirando un orecchio, Joana spalanca le ante liberando dal mobile la sua austera divisa. La stanza è piccola, quasi da claustrofobia, ma a lei piace così, si sente protetta.
Da che se ne ricordi, ha sempre vissuto immersa in una morbida paura. Non si tratta di ansia o di ipocondria, è piuttosto una certezza: la certezza che qualunque cosa possa prima o poi accaderle. È una paura che difende, la sua, è la paura delle prede. Una cosa che adora del proprio mestiere è il fatto che il tragitto per arrivarci sia sempre differente o quasi, così esce di casa tenendo appiattite le orecchie con una mano, con l’altra chiude la porticina alle sue spalle, e decide se camminare o arrischiarsi a prendere uno di quei vecchi tram scricchiolanti che ancora a stento si ostinano ad arrampicarsi per le viuzze della città.
Le piace sorprendere i suoi clienti con quel costume tremendo, molti vedendola sull’uscio così conciata si spaventano, istintivamente provano a chiuderla fuori, ma molti di più sono attratti da quella assoluta e insensata bruttezza, perdendosi di fronte a quella impenetrabile provocazione. Una volta in intimità, Joana non abbandona subito il ruolo del coniglio sgraziato. Pensa che sia utile lasciare che il cliente si abitui a un concetto diverso di bellezza, convincerlo che tutto in fondo possa suscitare attrazione.
Ogni volta che un cliente finisce, Joana si accende una sigaretta e stendendosi sul letto, adagia una guancia sul petto dello sconosciuto. Quando il fumo brucia, lo guarda negli occhi e gli chiede di spiegarle, sbattendo le ciglia civettuola, cosa sia la saudade.
Chico Buarque aveva detto che era come mettere in ordine la camera del figlio morto, ma i figli non c’entravano niente.
I clienti il più delle volte non rispondevano, ma rimanevano come stizziti, si alzavano di scatto e raccoglievano i propri vestiti dal pavimento per ingannare il silenzio. Di tanto in tanto qualcuno azzardava una definizione, ma senza riuscire a convincerla:
«La saudade è un azulejo crepato su un muro altissimo».
Lei allora gli leccava l’orecchio con la punta della lingua e rideva di gusto, ma poi smetteva di colpo, chiedeva i soldi e scappava via lasciando che il cliente pensasse che fosse solo un’altra puttana triste con una bizzarra passione per i travestimenti.
La saudade sono tutti i tetti rossi di Lisbona, sono le case in cui non ha abitato quando avrebbe potuto, sono gli uomini che non ha sposato e le vite possibili che non ha avuto, sta nella scelta stessa di essere ciò che si è, nella vita dei giorni.

La saudade sono tutti i tetti rossi di Lisbona, sono le case in cui non ha abitato quando avrebbe potuto, sono gli uomini che non ha sposato e le vite possibili che non ha avuto, sta nella scelta stessa di essere ciò che si è, nella vita dei giorni.

Tornata a casa si spoglia e si accarezza un po’ i capezzoli fino a renderli turgidi, vorrebbe quasi succhiarseli se non le venisse difficile – amando se stessa prima ancora di qualsiasi altro suo prossimo. Lascia cadere le dita sui fianchi morbidi, poi apre un cassetto e prende delle lunghe bende. Riesce a fare tutto da sola: è passato quasi un secolo dalla prima volta in cui aveva provato a nascondersi nel completo gessato del padre. Tiene da parte un bicchierino con all’interno piccolissimi frammenti di capelli.
È convinta che un giorno morirà affogando nel suo stesso riflesso, mentre si ammira, ed è per questo che cerca di confondere lo specchio proponendogli sovente un’immagine diversa. Ha perso il conto dei riflessi che ha visto di sé, così che adesso è facile riconoscersi in ognuno di essi, senza cercarne il peso o la rilevanza nell’insieme, lasciando che vivano e respirino come un coro di voci differenti in cui è impossibile distinguere chi sia il tenore e chi il soprano.
Suo padre le raccontava sempre la storia di un Re solo. Tutti i sudditi del regno lo avevano abbandonato, così lui – per vincere la noia – mutava forma. La mattina si svegliava e ordinava la colazione, subito dopo diventava il domestico e se la serviva. Altre volte si trasformava nel nemico e si dichiarava guerra, combattendo con se stesso per ore e ore. Era una storia molto triste, quella del Re solo, così triste che si era chiesta perché mai suo padre gliela avesse raccontata. Le ritornava in mente di continuo, era un’ossessione. Il Re solo non poteva abbandonare il regno, aveva scritto l’autore, poiché se così avesse fatto, anche il regno avrebbe smesso di esistere.
Con una pinzetta afferra i ciuffetti di capelli dal bicchiere e se li incolla sul viso in maniera ordinata, prima le basette e poi i baffi, infoltisce appena le sopracciglia.

Nel ristorante in Rua dos Remedios c’è un uomo giovane, che ogni notte canta le canzoni di José Afonso; le canta come solo lui sa fare, dondolandosi appena aggrappato ad un filo invisibile. Canta del fatum, di quel destino di separazione e lontananza. Del resto nessuno è mai stato più lontano dal proprio destino di lui, lui che se ne è privato. Ha capelli neri cortissimi e un gran bel paio di occhiali, null’altro: non ha passato, non ha una terra, non ha una donna.
Un tempo ce n’era stata una che tutte le sere sedeva dinanzi al suo palco e lo fissava finché non si apriva di azzurro chiarissimo il cielo. All’alba in punto afferrava la borsetta, pagava il conto e tornava chissà dove stretta nel calore del cappotto e dell’aguardiente.  Che storia d’amore sarebbe potuta nascere, entrambi la immaginavano in privato, ma lui non esisteva davvero e pertanto lei un dì si era arresa e non aveva preso più posto al concerto. Non seppe mai il suo nome, nessuno lo volle sapere, la salutò con un garofano rosso.
Alla Revolução dos Cravos, le truppe governative opposero minima resistenza.

Dopo il grande terremoto del giorno di Ognissanti del 1755, l’oceano si era ritirato e aveva abbandonato i porti, per poi tornare con furia inaudita a colpire la costa con oltre quindici metri d’acqua. Si era salvata solo l’Alfama, oppure l’Alfama aveva salvato l’oceano. Tutt’ora sussiste un rapporto confuso tra la città e il mare che si stanzia sul fronte. Una guerra muta li unisce e gli abitanti non hanno una via di fuga: esistono, prigionieri del blu.
Dal Miradouro de Santa Luzia si ha a tratti l’impressione di guardare l’oceano, quando in realtà è soltanto il Tago, soltanto un fiume, un inganno.  La città si trasforma, è Joana, è un coniglio.
Di Lisbona non si sa se sia un re o una regina, ma non ha alcuna importanza spiegarlo, poiché in un regno così vuoto le tocca d’essere entrambi.
Un giovane cantante di fado passeggerà in piena notte, fumerà una sigaretta e toglierà i ganci alle bende. Guarderà un attimo l’ombra delle sue lunghe orecchie sulla strada e ci salterà sopra. L’indomani il giornale locale riporterà: “Trovata uccisa per terra l’anima della Saudade”.

 

Illustrazione di Lilia Miceli
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Chiara De Cillis

Sono nata a Ostuni, in Puglia, e lì sono rimasta fino al diploma presso il Liceo Classico A. Calamo dove ho sviluppato il mio amore insaziabile per la letteratura e le arti in senso generale. Attualmente vivo a Torino, dove studio presso la Facoltà di Agraria e dove passeggio alla ricerca di parole.

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