Albicocca | Leonardo Melandri

Sento una goccia, due, cadere per terra. Ho caldo. Sento il telefono che suona e vibra, apro gli occhi ed è ancora buio, ho abbassato le tapparelle fino in fondo ieri. Allungo il braccio per spegnere la sveglia e per sbaglio ho rovesciato la borraccia dal comodino sul parquet. Accanto al telefono c’è il primo libro che ho comprato in vita mia. È il primo che ho scelto da solo. Non l’ho ancora aperto, ma sta lì. Mi affaccio dal lato sinistro del letto, con solo la testa. L’acqua inizia a espandersi sul legno. Vorrei rimanere qui, per sempre. Chiudo gli occhi. Sento un passo, due, nel corridoio, oltre la porta di camera: le scarpe di mamma. Bussa, mi dice di svegliarmi, che è tardi, che è l’ultimo giorno. Mi alzo, tiro su le tapparelle, strizzo gli occhi e mi metto addosso i pantaloni da lavoro. Sono sporchi di macchie che non vanno più via, ma è l’ultimo giorno, ha ragione mamma, che cazzo me ne frega. Mi infilo una maglia bianca, e prima di aprire la porta mi giro verso la piccola isola d’acqua sotto il mio libro.

Mamma è già ai fornelli, come ogni mattina la tavola è già preparata: una tazza capovolta per me, la caraffa del caffè, il latte. Ma stamattina a tavola c’è anche un cornetto alla marmellata di albicocche.

Allungo la mano, ma la ritiro. È per me? Mamma dai fornelli dice che è per me, che me la sono guadagnata. Dopo oggi sei libero, dice. Mi innervosisco, non la voglio più. Odio quando fa così, cosa mi sarei guadagnato? A me non dispiace fare lo stage invece che andare a scuola. A scuola non faccio molto. Anche qui mi annoio, ma almeno posso fumare. Almeno qui c’è un adulto che mi segue, che mi parla, che mi insegna qualcosa. Uno solo, però c’è.

Dico a mamma: oggi Gianluca non viene.  Appena lo dico, non ho più voglia di andare. Sento la padella sbatacchiare contro il mestolo, sento il suo sguardo sui capelli.

“Irresponsabili”, “come si permettono di lasciare un ragazzino senza il tutor?”, sento. A ogni sua parola vibro. Chiudo gli occhi, ma anche la mia bocca, la mandibola, le mani, le gambe, i piedi vibrano come sempre. Il mio respiro vibra, corre, aumenta. Si blocca.
Non la guardo mentre mi alzo dal tavolo, mentre mi segue con le ciabatte e il mestolo ancora in mano, non la guardo quando prendo le chiavi ed esco di casa. Fuori è piovuto. Alla fermata del bus c’è una piccola pozzanghera. Vorrei essere a letto.

In fabbrica ho poco da fare, soprattutto spostare oggetti qua e là. Qui c’è sempre rumore: fiamme ossidriche, muletti che fanno retromarcia, passi sul pavimento grigio, mani che caricano cassoni e cassette sugli scaffali, tubi di metallo che sbattono sul cemento, echeggiano fino al soffitto.

Gianluca mi darebbe una pacca sulla spalla: sono contento di non vederti più, torna a scuola, direbbe. Gianluca è una brava persona, anche se non capisce un cazzo. Ma lui non c’è e nessuno mi dà una pacca. Nessuno mi parla, qui comunichiamo più con i gesti che con le parole, e poche volte hai tempo per pensare. Qualcuno mi chiama con la mano, mi fa cenno di andare a prendere qualcosa, ma non capisco cosa. Lui fa sì con la testa, con una mano mi fa cenno di andare. Mi giro, mi incammino. Voglio andare a letto, cazzo. Sul soffitto echeggia il rumore di un tubo di metallo, rotola, cade. Alzo la testa. Un rumore secco, prosciugato, ora si libera, si sprigiona e stride sul solito cemento grigio.

Sento una goccia, due cadere per terra. Sento caldo, sento freddo. È buio, sono a letto. Sento un passo, due, dieci, trenta passi: sei tu mamma? Perché ti agiti tanto, sono sveglio.

L’acqua si espande sotto di me. Vedo solo il tuo mestolo, vedo le tue ciabatte, le chiavi di casa. La pozzanghera. La mia maglietta bianca è appiccicosa. Mamma, lo voglio quel cornetto all’albicocca, davvero lo voglio, grazie, e voglio leggere quel libro, il mio libro, ma perché non riesco a vedere i tuoi occhi. Aspetto di vibrare, ma la mia bocca è immobile. La mandibola, le mani, le gambe, i piedi sono immobili. Il mio respiro corre, inciampa, si ferma.
Ti vedo.

Illustrazione di Emiliano Ponzi

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