Esplosioni | Anna Trave

esplodere: dal lat. explodĕre «cacciare via battendo», 
comp. di ex- e plaudĕre «battere due corpi insieme
in modo da far rumore.»

Sono mesi che non ci tocchiamo. Se capita è per caso, distrazione o costrizione. C’incrociamo lungo i corridoi stretti e bui di questa casa che ha visto crescere il nostro amore e poi lasciarlo decomporsi. Spesso ci laviamo i denti nello stesso momento: quando succede, le nostre dita si trovano – sollecitate all’unisono dagli impulsi nervosi che i cervelli recapitano loro – a precipitarsi per chiudere il rubinetto tra uno sciacquo e l’altro. Le mattine ci svegliamo alla stessa ora; lavoriamo ancora insieme, curatrici editoriali di una piccola casa editrice indipendente. Mentre io smonto la macchinetta del caffè per ricomporla piena subito dopo, lei mette su l’acqua distillata per il suo tè verde: un altro silenzioso quadro vivente in cui i nostri gomiti, le nostre braccia, i suoi lunghi capelli e la mia schiena sono costretti a sfiorarsi dalla restrizione dello spazio. Tolta la meccanica dei movimenti automatici, i nostri corpi sembrano aver sviluppato una sapienza concava, in grado di scavarsi spazi vuoti tutt’intorno e garantirsi, in questo modo, la possibilità di non toccarsi mai.

Un silenzioso quadro vivente.
Questo siamo diventate. Quando è successo? Quando ci siamo pietrificate dentro le sagome di ciò che non volevamo diventare?
Dormiamo ancora insieme, pura economia logistica. Un divisorio non sarebbe più efficace dei muri che abbiamo costruito all’interno del nostro rapporto. Ciascuna gestisce la sua metà di letto in accordo con la propria personalità: la mia è quella accapigliata con la quale «disfai la compostezza estetica di cui ho bisogno per riuscire a vivere», questo mi ha detto, una volta.
Stamattina Kira non c’è, è partita molto presto per andare a trovare ciò che resta della sua famiglia nella sua regione d’origine. Lei non c’è e io mi sento finalmente libera. Sono un mostro. Mi aggiro a passi svelti tra la cucina e la sala da pranzo mentre aspetto che esca il caffè. Un formicolio m’intorpidisce le gambe e le mani. Sto forse impazzendo? Non sento più il peso del mio corpo. Le mie ossa sono sempre più porose. L’aria le attraversa. Corro in bagno, mi posiziono davanti allo specchio, le mani ben salde al lavandino: sono ancora al comando. Mi guardo con attenzione, fisso quegli occhi che mi fissano di rimando, intenti a cogliere chissà quale patologia nelle pupille troppo dilatate. Vedrai, non è niente. È solo l’ansia. Respira, puoi farlo, sono trent’anni che respiri. Continuo a guardare la mia immagine duplicata da quella superficie con l’intenzione di passarci attraverso. Così, rilassati. Guardo quell’immagine così a lungo che il mio cranio diventa trasparente restituendomi la densità di tutti i miei pensieri. Rilassati. Non stai morendo. E se anche fosse?

Un silenzioso quadro vivente.

Ci muoviamo nello spazio senza apportare modifiche. Riproduciamo movimenti, riproducendo noi stesse. Replicandoci, scompariamo. Ecco da dove viene tutto questo silenzio.

C’è stato un tempo in cui le cose erano diverse. Era il tempo in cui esistevano ancora occupazioni in città e le persone si conoscevano per strada, dopo un concerto punk in uno scantinato umido e fumicoso. Ci siamo conosciute così, sui gradini di Atlantide, in una notte prosciugata dall’estate. Mi ero sdraiata tra le colonne, con i piedi appoggiati alti al muro, forse per suggerire al sangue di tornare a circolare. Lo schianto di un corpo fino a quel momento estraneo mi ha riportata tra i vivi. Ho riaperto gli occhi sugli occhi più neri che avessi mai visto.
– Così mi fai esplodere il cuore – ho detto senza pensarci.
– È solo l’alcol – mi ha risposto una voce impietosamente razionale.

Oggi, fissando quella che si dà arie di essere la mia immagine riflessa, penso che quelle prime battute contenessero la prefigurazione di quello che sarebbe stato il nostro rapporto. Uno schianto che avrebbe prodotto due reazioni diverse. Avremmo dovuto stare attente, accorgercene in tempo, sintonizzarci meglio o lasciarci andare. Eravamo così prese, da non renderci conto che tutto intorno a noi stava cambiando, modificando le relazioni tra le persone, compresa la nostra. Ci credevamo tanto speciali? Pensavamo davvero che saremmo riuscite a scamparla?
Sono passati gli anni, Atlantide è stata sommersa, al suo posto da qualche tempo hanno installato un Punto ii, dove quelle due i stanno per “Informazione Innovativa”, una campagna di sensibilizzazione rispetto all’uso degli smartphone in seguito al riconoscimento, da parte del Ministero della Salute, di un deficit dell’attenzione specificamente collegato ad un uso smodato dell’apparecchio: uno studio avrebbe rivelato che circa il 90% delle persone più virtualmente attive non riuscirebbe a focalizzarsi per più di venti minuti su una conversazione “reale” senza guardare il telefono. Il dibattito, al riguardo, segue la tendenza che hanno ultimamente i dibattiti, quella di polarizzarsi su due grandi fronti. Da un lato gli esagerazionisti tecnofili, secondo i quali la questione non dovrebbe allarmare affatto, anzi, dovrebbe essere accolta con gaudio dal momento che, dal loro punto di osservazione, si tratta di un ulteriore passo nel processo di espansione che porterà l’essere umano a strabordare in un essere post-umano. Costoro assumono quella che per il Governo è una deficienza, come una delle competenze necessarie alla realizzazione di questo essere ibrido. Dall’altro, ci sono post-primitivisti, i quali non solo fanno a meno dei telefoni cellulari, ma hanno completamente reciso anche cavi elettrici e condotti acquiferi dalle loro esistenze, rifugiandosi vicino a sorgenti d’acqua, possibilmente in zone dove le temperature non superano mai i 15° e il cibo proviene dalla terra. Queste creature raramente si vedono in città. Ultimamente, una loro cospicua rappresentanza ha preso a organizzare una serie di proteste contro questi Punti d’Informazione Innovativa. In seguito a una di queste manifestazioni, un locale adibito a Punto ii ha preso fuoco. Due di loro sono in carcere, in custodia cautelare per dieci anni. Nel mezzo, dove tutto tace, si collocano le scelte comunali, senza infamia e senza lode, buone solo a cucirsi addosso la toppa della salute mentale per simulare il risanamento di un vuoto magistralmente orchestrato nei decenni. È da qui che arrivano questi punti, attraverso i quali potrai finalmente lasciare a casa il telefono durante le traversate della città, perché se hai qualche domanda è lì dentro che troverai le tue risposte. Ci sono entrata una volta, per vedere quali imprescindibili informazioni avesse da sciorinare il Comune. Una volta dentro, mi hanno travolta dei fasci di luce al neon provenienti da una serie di grossi schermi interattivi agganciati alle pareti. Uno schermo per ogni tipologia dubbiosa: non sai dove andare a procacciarti street food a un prezzo very cheap? C’è il PuntoFood! a fornirti mappe stampate su carta biodegradabile eco-friendly con sopra evidenziati, in rosso smeraldo, i locali hipster o di qualsiasi altra categoria subumana che appestano l’area metropolitana. Se invece vuoi far uscire allo scoperto il tuo lato wild, lontano dalla frenesia della city, c’è lo schermo del PuntoNature! pronto a indirizzarti verso l’esperienza green dei colli, e così via per gli altri Punti appesi lungo tutto il perimetro deturpato del vecchio cassero.
Intanto, sono passati altri anni e l’ondata di merda è stata così alta da non risparmiare alcun movimento. Neppure il nostro, di reciproco distacco.

Un silenzioso quadro vivente.

Dileguati
i bambini dietro l’udito
prima tramortito di voci stridule.
Sola, alta
abbottonata al cielo
sta la luna
bandita dalla poesia
per eccesso d’utilizzo
doesn’t care
circonfusa da un’aria presaga
di pioggia – o almeno così credevano le streghe
doesn’t care
non riflette non dimentica non pensa.
Sola, sta.
E anche questo suo stare
glielo attribuisci tu,
essere umano che non sei altro capace d’essere.
Impara un po’ da lei
che esiste senza saperlo

è senza cognizione.

In questo momento non so dire che anno sia, ricordo che a un certo punto «è scoppiata la pandemia». Così ne parlavano i giornali, con quella loro mania per il linguaggio bellico e la sua capacità di spostare il focus della responsabilità verso un agente altro, esterno, un nemico comune non identificabile se non come orrorifico. Alle spalle della mia immagine, vedo riflessa quella di una finestra aperta su uno scenario che non riconosco. Mi faccio più vicina, sgranando gli occhi. Esseri umani disposti lungo file parallele vengono trascinati in ogni direzione da braccia meccaniche provenienti dall’alto. Una voce ripete che non bisogna toccarsi, né parlarsi se non per motivi strettamente collegati al lavoro di produzione. Matrix s’è realizzato?

Cerco di allargare l’immagine: cosa stanno producendo? Avvicino ancora un po’ la faccia allo specchio, sento la superficie fredda toccare la punta del mio naso. Non riesco a vedere niente. Spingo ancora. Ho paura di sfondare lo specchio, ma devo sapere cosa diavolo stanno producendo. Continuo a spingere, vedo la punta del mio naso scomparire. Dov’è finita? Hey, un momento! Lo specchio non si è rotto! Ma allora dov’è finito il mio naso? Provo a toccarlo. Durante il breve tragitto che porta la mia mano sul mio naso capisco cosa sta succedendo: il mio braccio passa da uno stato di materia solida a uno stato sconosciuto, scorporato. Faccio un salto. Come pensavo, sono finita dall’altra parte. Sono dentro l’immagine riflessa, ci sto camminando dentro, cammino dentro questo stato magmatico della materia. Con passi molli, mi avvicino a quegli esseri umani che prima vedevo da lontano, ma continuo a non vedere il risultato di ciò che producono. Mentre mi aggiro tra quelle sagome automatizzate, guardo in alto e mi colpisce la presenza di una finestrella ritagliata sul cielo fuligginoso che sovrasta lo spazio in cui mi trovo. Riconosco la mia faccia in preda al panico, sta urlando qualcosa ma da qui non sento niente. Provo a saltare. Da questa dimensione, la consistenza agglutinata dell’aria permette di saltare molto più in alto rispetto alla realtà precedente. Salto più in alto che posso, un salto che dura alcuni minuti. Mentre salgo comincio a decifrare il suono della mia voce. Sta urlando che vuole andare via, che è in trappola, non avrei dovuto desiderare di sapere, non avrei dovuto spingermi dall’altra parte. Inizio a perdere quota, lo slancio del salto sta tornando indietro. Devo sbrigarmi, capire come andarmene da qui. Sono di nuovo a terra, senza pensarci inizio a correre. La densità dell’atmosfera mi rende le gambe di gomma. Lo slancio che in verticale era quintuplicato rispetto all’altra dimensione di paragone che ho, si volge al negativo se posto in orizzontale. Dalla fatica che faccio capisco che qui non è previsto correre. Bisogna sottostare, aggirarsi flaccidamente, lasciarsi passivamente prendere dalle braccia meccaniche che ho visto all’inizio, le uniche entità a muoversi con gesti rapidi, in contraddizione rispetto al resto, ammucchiato su se stesso. Continuo a sfidare la gravità del mio corpo, l’istinto ancora sopravvive da qualche parte, mi dice di correre.

C – o – r – r – e – – – r – – – – 

Sto perdendo il collegamento con quella parola. Le gambe pesano come sacchi di farina, sono sempre più lenta, nonostante stia cercando di… di… 
Non ricordo cosa sto cercando di fare. Non ho una direzione, non so dove sto andando, so solo che non dovrei essere qui. Un boato mi squassa l’udito. È un allarme. È scattato a causa mia, lo so. Qualcosa mi afferra per il collo, una morsa fredda, metallica. È una di quelle braccia meccaniche che tiene prigionieri anche gli altri. Mi hanno presa. Cerco di divincolarmi, ma mi sento sempre più debole. Le fibre, i capillari, i tessuti del mio corpo precedente sono avvizzite, lo percepisco. Mi trovo, effettivamente, in un campo di estrazione di energia vitale. Che sciocca, penso. Che altro pensavi che fosse il lavoro di produzione?

Apro gli occhi. Il mio campo visivo inquadra l’angolo di ceramica sbeccata del lavandino e, subito dietro, il soffitto del bagno. Quella macchia di muffa, vista da qui, sembra un coniglio che cavalca una scopa. Sono svenuta. Quanto tempo è passato? Torno in cucina, il caffè è appena salito, saranno stati pochi minuti. Per fortuna, altrimenti sarebbe esplosa la casa.
Mi siedo cercando di appurare se lo svenimento sia il presagio di qualcos’altro o solo un eccesso di vita che si è staccato da me e si è depositato a terra, infiltrandosi per sempre nella trama del pavimento, scomparendo tra le giunture delle mattonelle, per farmi tornare ai miei pensieri un po’ più leggera. Bevo il caffè per accelerare il processo di riappropriazione di me stessa. Ancora non so dire che anno sia, da qualche parte, là fuori, è ancora in corso la pandemia, o almeno così dicono i giornali. Quello per cui lavoro mi ha chiesto, tempo fa, di scrivere qualcosa sulla situazione inedita che stiamo vivendo o che vive attraverso di noi. Ho buttato giù questa paginetta, l’ho intitolata I 400 metri, in omaggio al famoso film:

Stamattina sono uscita per accompagnare il gatto dal veterinario. Stanotte è stato poco bene e la mia ansia, unita alla sua patologia respiratoria pregressa, mi ha fatto decidere che quella era la cosa giusta da fare. Il veterinario, ovviamente, non sta dentro i quattrocento metri da casa previsti dalla nuova ordinanza, saranno almeno quattro chilometri. Mentre guido ho la sensazione di essere una latitante, che di per sé non è così spiacevole.

Fatto ciò che andava fatto, usciamo, ci rimettiamo in macchina, Marlene Kuntz e via verso casa.
Dopo meno di duecento metri inizio a percepire qualcosa intorno al perimetro che definisce il mio corpo nello spazio. Mi guardo le mani inguainate dal lattice, tolgo la destra dal volante, muovo le dita una dietro l’altra tamburellando l’aria, la riassesto sul volante per poi fare gli stessi gesti con la mano sinistra.
Mi fermo all’incrocio, tanto non passerà nessuno.
Sono libera, cazzo. Non ci credo. Un ghigno mi storce la bocca, non sono più abituata a ridere.
Sono fuori, ho superato i quattrocento metri. Quand’è stata l’ultima volta?
No, questo è impossibile saperlo, il tempo come lo conoscevamo non esiste più dove siamo ora.
Sono libera, sono fuori, e questo è un fatto. L’unico che conta ora.
Cazzo, allora vado al mare. Da quant’è che non vedo il mare? Sì, lo so, non posso sapere neppure questo. È un automatismo e, in fondo, non voglio saperlo davvero. Mi basta che sia dentro la mia mente come primo pensiero da fuggiasca.
Quindi siamo d’accordo, andiamo al mare. Al gatto non importa poi molto, ma conosce bene la mia fissa per il mare e mi dà la sua benedizione girandosi dall’altra parte.
Accelero piano per svoltare a sinistra, la strada che avrei fatto comunque per tornare a casa, solo che nessuno sa quello che ho in mente di fare adesso, devo stare molto attenta, non farmi notare. Soprattutto dagli spettatori alle finestre. Si chiamano così. Quelli vengono addirittura premiati se ti segnalano mentre non stai facendo un bel niente in strada. Gli danno una specie di bonus per ogni avvistamento, arrivati a dieci, gli arriva il riconoscimento di “Cittadino esemplare”, con tanto di pendaglio. Uno un mese fa ci s’è impiccato. Con l’ultima delle dieci segnalazioni, senza accorgersene, aveva fatto arrestare suo figlio che non metteva il naso fuori da mesi. Sarebbe rimasto in carcere sette anni, che su un ragazzo di appena diciott’anni sono una cifra considerevole.

Per arrivare al mare da dove mi trovo ci saranno cento metri scarsi. Un’eternità.
Tutti i nodi possibili – contenenti ciò che mi potrebbero dire se mi trovassero – mi si accalcano in gola.
– Dove abita lei?
– Ehm, io sono venuta qui col mio gatto, vede…dovevo…
– Non le ho chiesto del gatto, voglio sapere dove abita. Cosa ci faceva sulla spiaggia sotto la pioggia con l’ombrello?
– Beh, non volevo bagnarmi, piove molto, di questi tempi è meglio non ammalarsi. Ma poi lei che ne sa che ero in spiaggia? – Dev’essere stato uno spettatore maledetto, penso.
– Lei pensa di fregarmi. Qui le domande le faccio io. Mi dia i documenti.
– Ehm, ecco, senta va bene se i documenti glieli ficcosuperilculo?
Già mi vedo in gabbia, la gabbia vera però, quella dove, in questa linea temporale sospesa tra il prima che non è più e il dopo che non viene, chi sta dentro deve restare dentro.

Non importa se fuori imperversa la pandemia.
E non importa se i secondini escono fuori e portano il coronavirus dentro.
Se eri dentro resti dentro.
E manco più le visite ti faccio arrivare.
I secondini sì, gli amici no.
E se provate a rivoltarvi saranno guai,
Avete visto cos’è successo a Modena, a Rieti, a Bologna?

Qui da noi adesso funziona così. A pensarci bene, è sempre stato così. Di diverso c’è solo che questo virus, con tutte le paure che diffonde, esaspera tutto, e quello che c’era già, ora è solo più evidente. Potreste pensare che il mio cervello sia entrato nella stanza degli specchi deformanti della Paranoia. Ma come? Non volevi solo andare al mare?
Sì, solo al mare volevo andare. E ci sono andata. Sono scesa, ho chiuso la macchina col gatto dentro. Torno presto, gli ho detto. Lui mi ha fatto blink, quel su e giù di palpebre che quando lo fanno vuol dire fiducia, comprensione, fai quello che devi fare.
Mentre cammino ho una visione di me fuori dal mio corpo, mi vedo avanzare attraversata da una corrente che muove le mie gambe. Le guardie sono un pensiero lontano, che non mi riguarda. Che si fottano, se mi fermano gli dirò direttamente questo: fottetevi.

E inizierò a correre, con il mare davanti a me, incazzato e complice. Correrò come non ricordavo di essere capace; sarò veloce come quella volta a Ventimiglia, dentro la nebbia dei lacrimogeni il mare non sapevo più dove fosse finito, e correvo, correvo con tutta la paura e la rabbia di cui sono capace, guardando dritto davanti a me all’unico compagno che conoscevo per imitarne le mosse.

Stavolta avrò il mare davanti e non potranno fermarmi.
Non gliel’ho ancora consegnata. Onestamente non so se è il tipo di lavoro che si aspettano da me, l’indicazione era talmente vaga che m’è venuto da scrivere un pezzo autobiografico sulla prima ondata, innestandolo con inserti vagamente assimilabili alla distopia, senza immaginare che la realtà l’avrebbe superata più volte. Mi chiedo se il pezzo non sia diventato già vecchio o se, invece, possa finire all’interno di una specie di catalogo di memorie di quel primo periodo, così arbitrario nel suo situarsi fuori e dentro la Storia nello stesso tempo. Fisso il fondo prosciugato della tazzina, un’unica striatura marrone inizia e finisce nella chiazza di un marrone più scuro dov’era depositato il cucchiaino. Mi fa pensare all’uroboro. Frugo con lo sguardo il caos indecente che ho lasciato la sera prima sul tavolo. Mi colpisce un pezzo di carta che sporge dalla bocca del mio portatile. È un bigliettino di Kira, deve avermelo lasciato prima di partire:

esplodere: dal lat. explodĕre «cacciare via battendo», comp. di ex- e plaudĕre «battere due corpi insieme in modo da far rumore.»

Sorrido. Lei e la sua fissa per le parole, l’etimologia. Io sono più una che strappa le radici per creare nuovi innesti. Lei, invece, potrebbe far tornare in vita dei rami secchi ripercorrendo all’indietro la loro storia secolare. So che è il suo modo per dirmi che mi vuole bene, che ancora conserva il ricordo della prima cosa che le ho detto mentre ero mezza svenuta in un posto occupato che non esiste più. Credo di riconoscere anche un tentativo, colmo di premura, di ricostituire il nostro legame. Mi pare di vederlo, adesso che lei è via, come un’entità capace di una propria vita, indipendente eppure collegato alle nostre intenzioni. Un riverbero che, una volta sprigionato, continua a diffondersi finché non si predispone una nuova scaturigine dalla quale trarrà un nuovo slancio, avvitato sul precedente, ma con una diversa accordatura.
Ora si tratta di capire in quali modi tornare a far rumore, a infrangere corpi, quali meccaniche disinnescare per dare vita a collisioni che possano creare altri modi per esistere. E cospirare, etimologicamente.

Illustrazione di Joey Guidone

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